Tema sui 3 totalitarismi: Nazismo, Fascismo, Stalinismo

Messaggioda Fabrizia » 18 gen 2012, 9:08

Ciao!
Qualcuno sa aiutarmi?
Devo fare un tema su i tre totalitarismi Nazismo, Fascismo, Stalinismo...

Qualcuno di voi ha qualcosa di schematico su come sono nati questi 3 e sulle caratteristiche e differenze tra di loro?
Poi me lo sistemo io!

E' per domani, mi date una mano?

P.s: chiedo scusa se per caso da qualche parte nel forum c'era qualcosa del genre, ho cercato qui ma non ho trovato nulla!

Fabrizia

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Messaggioda maurizio » 18 gen 2012, 10:53

Il termine "Totalitarismo", fu usato per prima dagli antifascisti italiani negli anni Venti, poi Mussolini lo usò per definire l'auspicata identificazione totale tra Stato e società. Dopo il 1945, nei paesi occidentali, fu adottato per designare quella particolare forma di potere assoluto, tipica della società di massa, che non si accontenta di controllare la società, ma pretende di trasformarla dal profondo in nome di una ideologia omnicomprensiva, di pervaderla tutta attraverso l'uso combinato del terrore e della propaganda: quel potere, insomma, che non è solo in grado di reprimere, grazie ad un onnipotente apparato poliziesco, ogni forma di dissenso, ma cerca anche di mobilitare i cittadini attraverso proprie organizzazioni, di imporre la propria ideologia attraverso il monopolio dell'educazione e dei mass media.

Totalitari sono il nazismo, lo stalinismo, il maoismo in misura minore i regimi comunisti dell'Est (il fascismo oscilla tra una sbiadita forma totalitaria ed un'estesa autoritaria), sicuramente non lo sono, invece, i regimi autoritari più "tradizionali" come il franchismo e il salazarismo.

La categoria del totalitarismo è stata prima rifiutata dalla cultura di sinistra (accomunava nazismo e stalinismo) poi si è andata affermando e, negli anni recenti, il termine totalitarismo viene usato, con il rischio addirittura di inflazionarlo, come sinonimo di autoritarismo, dittatura e tirannia.

Ancora verso la fine del Novecento si contavano più regimi non democratici (71) che democratici (58), situazione ribaltata con il crollo del muro di Berlino (1989); mentre i primi sono sempre di più o meno limitata durata, per i quali si registra una certa convergenza nella per definirli (più complicata per i totalitari) - eliminazione del pluralismo politico, la distribuzione del potere non basato su elezioni libere (ma controllate) e uso della forza; per i secondi, una volta instaurati, si rileva, invece, sempre una longevità ininterrotta. Per cui i regimi autoritari e, in special modo, i regimi totalitari, sono, contrariamente a opinioni diffuse, costruzioni, per quanto potenti e oppressive, sempre fragili e precarie (soprattutto perché ANACRONISTICHE) che, forse proprio per questa consapevolezza, fanno ricorso alla repressione e all'oppressione.

<<I regimi autoritari - per lo spagnolo Juan Linz - sono sistemi a pluralismo politico limitato, la cui casse politica non rende conto del proprio operato, che non basati su un'ideologia guida articolata, ma sono caratterizzati da mentalità specifiche, dove non esiste una mobilitazione politica capillare e su vasta scala, salvo in alcuni momenti del loro sviluppo, e in cui un leader, o a volte un piccolo gruppo, esercita il potere entro limiti mal definiti sul piano formale, ma in effetti piuttosto prevedibili>>. Il pluralismo è limitato con poche organizzazioni, autorizzate a mantenere ed esercitare il potere, le quali, strutturate gerarchicamente, hanno una limitata autonomia, sono legittimate dal leader, non sono in competizione fra loro, non devono rispondere a nessun elettorato e quindi non sono responsabili.
I regimi autoritari, grazie a questo limitato pluralismo, si differenziano dai totalitari dove è il pluralismo è inesistente, trattandosi di regimi monisti.

I regimi democratici si affidano alla partecipazione, favorita in tutti i modi, spontanea dei cittadini per conseguire i valori di uguaglianza, libertà e solidarietà.

I regimi totalitari mirano a mantenere la loro società in uno stato di mobilitazione imposta dall'alto che sia la più estesa, frequente e continua possibile; da regimi di mobilitazione esigono impegno continuativo, cancellano i confini tra pubblico e privato, chiedono ai cittadini di devolvere alla politica tutto o quasi tutto il tempo libero.

I regimi autoritari non accentuano l'importanza e il ruolo del partito unico che potrebbero sviluppare pulsioni e tensioni totalitarie, ma mirano a una mobilitazione estesa e intensa, mai volta a produrre una rivoluzione permanente, tranne in occasione della instaurazione o di sovversioni interne e interferenze esterne, quando, cioè, appare importante motivare i sostenitori del regime. A differenza dei totalitari, sono riluttanti ( per ideologia) e incapaci (per capacità organizzativa) a mobilitare grandi masse, anzi rinunciano alle adunanze oceaniche, spoliticizzano le masse, mantengono molto basso il grado di intervento politico nella società, favoriscono e incoraggiano se non esaltano il riflusso nel privato. Inoltre, sono caratterizzati da un leader (forte componente personalistica, con venature carismatiche), che esercita il potere politico entro limiti mal definiti, essenzialmente arbitrari, eppure relativamente prevedibili; spesso durano quanto il leader, difficilmente riescono a superare le crisi di una successione che, se non portano ad un rapido crollo e a un supermento del regime, comunque lo ridefiniscono e lo indeboliscono (come,ad esempio, nel 1975, il dopo Franco in Spagna e, dal 1968 al 1974, il dopo Salazar in Portogallo).
Il leader autoritario deve avere in conto la configurazione del pluralismo politico che lo circonda e lo sostiene, ma allo stesso tempo ne delimita i confini operativi: non incontra limiti nell'arbitrarietà del suo potere, spesso agevolato, per timore o per calcolo, dai suoi più stretti collaboratori.
Il leader totalitario esercita non solo arbitrariamente il potere, ma addirittura con il ricorso al terrore, quasi sempre evidente nell'instaurazione e meno visibili una volta affermato.
L'ideologia del regime totalitario - partito unico, polizia segreta molto sviluppata, monopolio dei mass media (capaci di produrre verità alternative), sistema di pianificazione economica, subordinazione completa delle forze armate al potere politico, controllo centralizzato di tutte le organizzazioni politiche, sociali e culturali (per cui molti dissidenti) - è un insieme di idee, fondate su una critica globale della società, per cambiarla e ricostruirla con la forza e con la violenza, orientandosi a definire e conseguire fini ultimi (escatologica) da realizzarsi al di fuori (utopica) e al di là dell'esistente.


Crisi in Italia e Germania

La crisi italiana cominciò con la riduzione dello spazio di manovra per la strategia riformista del liberale Giolitti, causata dalla crisi economica del 1907-1908; aggravata poi dalla guerra di Libia del 1911-1912, dall'introduzione del suffragio universale maschile nelle elezione del 1913 e dallo scoppio della prima guerra mondiale, che fece accelerare il processo di disgregazione dell'ordine politico delle classi medie: questione nazionale - intervento o neutralità -, il fragile governo borghese di Salandra con il blocco di qualsiasi ristrutturazione, ancora auspicate dal seguitissimo Giolitti, delle organizzazioni delle classi medie.

La crisi tedesca iniziò con le elezioni del 1912 quando il Partito Socialdemocratico rimase completamente isolato come maggiore partito politico, continuò per tutta la prima guerra mondiale - distruzione del vecchio sistema politico, in discussione i rapporti fra industria burocrazia e potere politico, strutture di consolidata tradizione allo sbando, aggravamento della già presente crisi generazionale - e si consumò durante la fase della fragile Repubblica di Weimar, che esacerbò i rapporti politici deteriorati dalla crisi economica degli anni Venti e Trenta.

Con i trattati di pace di Versailles, la Germania, oltre alle pesantissime clausole (come l'articolo 231 che dichiarava la militarista Germania - l'esercito fu ridotto a 100.000 uomini - e i suoi alleati responsabili di tutte le perdite degli stati avversari e obbligava a risarcire i danni alla popolazione civile con 132 miliardi di marchi-oro, per garanzia la Francia poteva occupare per 15 anni il bacino carbonifero della Saar, dopo un plebiscito della popolazione locale avrebbe deciso le sorti del territorio, la Renania veniva smilitarizzata e affidata per 15 anni all'occupazione alleata) dovette cedere l'Alsazia e la Lorena alla Francia, alcuni territori di confine al Belgio, la Posnania e l'Alta Slesia alla rinata Polonia insieme ad una parte della Pomerania che doveva assicurare alla Polonia un corridoio di accesso al Baltico ad ovest di Danzica, creata città libera. La Prussia orientale veniva così a trovarsi divisa dal resto del paese. Alle regioni baltiche fu riconosciuta l'indipendenza. Tutto l'impero coloniale tedesco venne diviso tra Francia e Inghilterra.
Già alla firma dell'armistizio e alla proclamazione della repubblica si registrò un'ondata di agitazioni popolari che avevano portato, sulla scia del modello russo, alla creazione di Consigli di operai e soldati, dove i socialisti intransigenti riuniti nella Lega di Spartaco, creata nel 1917 da Karl Liebknech e Roa Luxemburg, spingevano per uno sbocco rivoluzionario di tipo sovietico. Il governo sorretto dai socialisti dell'antico Partito Socialdemocratico tedesco come Ebert e Scheidemann tentò di ricondurre le agitazioni operaie nell'ambito di una Costituente repubblicana, nella repressione delle agitazione operaie, però, il governo socialdemocratico avallò l'operato dei Corpi Franchi, formazioni militari costituite nell'ambito della destra nazionalista a cui si rivolse il ministro della Difesa Noske. La repressione fu durissima nella settimana di sangue del 1919 con l'uccisione dei leader.
Le contemporanee elezioni per l'Assemblea costituente portarono ad un governo di coalizione tra Socialdemocratici, Centro e liberal-democratici, e a Weimar, sede dell'Assembla, l'11 agosto fu proclamata la nuova Repubblica.
La nuova costituzione prevedeva il Reichstag - Parlamento eletto a suffragio universale e con un sistema rigorosamente proporzionale, di fronte la quale era responsabile il cancelliere -, un'accentuata autonomia dei singoli paesi tedeschi (Lander), rappresentanti a livello centrale da un'Assemblea (Reichrsrat), formata dai delegati dei Lander. Per bilanciare il peso del Parlamento fu anche la figura del Presidente della Repubblica, eletto direttamente dal popolo e provvisto di ampi poteri: comandare le forze armate, possibilità di sottoporre a referendum le leggi e, in virtù dell'art. 48 che successivamente si sarebbe rivelato funesto per la Germania, anche il potere di sospendere le garanzie civili in caso di gravi pericoli per l'ordine pubblico.
Weimar, comunque, nasceva condizionata politicamente, la repressione spartachista aveva aperto un insanabile conflitto tra comunisti e socialdemocratici e nella destra nazionalista serpeggiava la teoria del "colpo di pugnale" inferto alla schiena dell'esercito tedesco, mai sconfitto in battaglia, la sconfitta era da attribuirsi alle agitazioni operaie che avevano sovvertito l'ordine istituzionale interno, costringendo il Kaiser a dimettersi e la Germania alla firma dell'armistizio. La reazione più evidente a tutto ciò fu lo spostamento a destra dell'elettorato tedesco.
L'abile condotta del ministro degli Esteri Rethenau riuscì, già nel 1921, a restituire all'apparato industriale gran parte di quella forza produttiva e di quell'importanza negli scambi internazionali possedute nell'anteguerra; ma proprio in quel periodo si definì da parte della commissione interalleata il già menzionato debito di guerra, una somma sproporzionata rispetto alle possibilità di pagamento, ma voluta dalla Francia, a sua volta indebitata con gli Usa, per mantenere l'economia tedesca in una condizione di subalternità per molto tempo.
Le difficoltà di pagamento e le continue richieste di dilazioni indussero la Francia con il presidente Poincaré e il Belgio a occupare la Ruhr uno dei centro nevralgici dell'economia tedesca. Il fatto aumentò enormemente il risentimento del popolo, che accusando di debolezza le istituzioni, favorì il colpo di stato, partito da una birreria di Monaco di Baviera e organizzato dal leader di un piccolo partito nazional-socialista dei lavoratori tedeschi, Adolf Hitler e dal vecchio generale Lundendorff, subito fallito con l'arresto dei capi.

Il culmine fu la crisi del 1929, per la quasi totale dipendenza della economia tedesca di Weimar da quella americana (che, pur se molto esposta con i piani Dawes e Young, per aiutare i tedeschi dopo la mai condivisa occupazione francese della Ruhr, non riuscì a controllare l'emissione incontrollata di carta moneta, che portò a zero il valore del marco), nello stesso anno moriva uno dei leader di maggiore capacità e prestigio interno e internazionale: Strasemann. La conseguenza fu una accentuazione delle spinte conservatrici e autoritarie (repubblica senza repubblicani) capaci portare, nel 1925, alla Presidenza della Repubblica il vecchio maresciallo Hindemburg, un esponente della casta militare legato alla tradizione prussiana e imperiale (in questo clima troverà spazio l'idea di Hitler).

Pur con diverse assonanze - esasperato nazionalismo, esaltazione dello stato forte, squadrismo, violenza antidemocratica - fascismo e nazismo sono profondamente diversi: il nazismo nacque innanzitutto razzista e antisemita, e della persecuzione contro gli ebrei e contro il comunismo fece uno dei cardini della sua politica; il fascismo, invece, non nacque antisemita, anzi fu sostenuto fin dall'inizio da molti ebrei, né esaltò la razza, antisemitismo e razzismo divennero attributi successivi in seguito alla stretta alleanza fra Hitler e Mussolini.
Il nazismo ebbe un'ideologia coerente mentre non esisteva una vera e propria ideologia fascista; fu una costruzione elaborata successivamente dai teorici dello stato corporativo e dai filosofi dello stato forte. Il fascismo ebbe più il carattere negativo di una controrivoluzione sociale, a sfondo agrario e antindustrialista che quello di una reazione integrata in un'ideologia razzista, come era il nazismo. Il fascismo non rifiutò il rapporto con gli alleati, si antenne a lungo all'interno della politica delle intese con gli Alleati, anche in funzione antitedesca. Decisiva invece fu per il nazismo la polemica contro il trattato di pace e sistematica la violazione degli impegni sottoscritti a Versailles, a cominciare da quelli relativi al disarmo.
Tutti e due i movimenti furono movimenti di massa: il fascismo tentò però di rendere demagogicamente popolare la conservazione, come sistema dall'alto per tutelare la tranquillità sociale e le virtù tradizionali delle buone famiglie borghesi; il nazismo mirò a concentrare le nostalgie nazionalpatriottiche in una prospettiva ideologica misticheggiante, che alla fine ruppe con la stessa tradizione conservatrice tedesca gettando la Germania nel baratro della seconda guerra mondiale, antieuropea, e antiumanitaria. La fonte ideologica precoce e lucida fu il Mein Kampf (La Mia Guerra) che, nel 1925, Hitler scrisse nei mesi di carcere successivi al fallito putsch di Monaco, dove riprendeva i motivi della cultura tedesca precedente utilizzando come punto di osservazione la questione della razza: i Tedeschi, discendenti di Ario (da cui ariani -> signori) rappresentavano un ideale più elevato di umanità, mentre le razze inferiori, soprattutto quella ebraica, erano materialistiche e barbare.
Il concetto hitleriano di razza era strettamente ideologico-genetico, mentre l'idea di Volk, popolo, era qualcosa di profondamente dal concetto nazista di razza: pur contenendo elementi biologici la cultura volkish diffusasi nella Germania ottocentesca aveva messo in rilievo la comunanza spirituale, umana, morale come fattore di identità ben superiore alla semplice comunanza di sangue. L'insistenza sull'identità razziale del Mein Kampf spiega l'assoluta intolleranza verso etnie diverse e il dichiarato e feroce antisemitismo, nonché il rigoroso principio gerarchico prescritto per la comunità razziale, a vertice del quale doveva esserci il Fuhrer, capace di interpretare nel più alto grado le esigenze del suo popolo.
Altro concetto pressante era quello dello spazio vitale, cioè il diritto della razza superiore a disporre di territori sufficientemente ampi e vasti (Est europeo) per le proprie esigenze di crescita e di prosperità, all'interno dei quali altri gruppi etnici (gli slavi o comunque non tedesche) avrebbero dovuto, purificate dagli ebrei, vivere in condizioni di subalternità; contemporaneamente si affermava un netto anticomunismo e antisovietismo, la cui ideologia egualitaria era frutto delle tendenze livellatrici delle razze inferiori.
L'Italia fascista e la Germania nazista, dunque, si proposero la formazione di nuove comunità nazionali, basate su tre principi: l'esaltazione del gruppo etnico su tutti gli altri popoli, l'adozione di misure per proteggere la purezza del gruppo etnico e la necessità di escludere elementi ritenuti incompatibili con la sanità della comunità nazionale. I due regimi erano alimentati dal rancore dovuto alle decisioni di Versailles del 1919: la Germania covava un profondo risentimento per le restrizioni e l'Italia di essere stata trattata ingiustamente.
I rappresentanti italiani, infatti, Orlando e Sonnino cercarono di ottenere contemporaneamente il rispetto degli accordi diplomatici (del Patto di Londra) con l'annessione della Dalmazia e l'affermazione del principio di nazionalità con la sovranità su Fiume (autodeterminazione dei popoli); ma Wilson, con Inghilterra e Francia, mantenne una posizione negativa, i rappresentanti italiani (non sempre all'altezza della situazione, in quanto incapaci di cogliere la nuova dimensione dei rapporti internazionali - per Mussolini, semplici "suonatori di mandolino"), per protesta, abbandonarono la conferenza: nonostante l'entusiasmo che il fatto suscitò in Italia si trattò, però, di un grave errore perché, così, l'Italia fu esclusa anche dalla spartizione delle colonie tedesche. Si trattò dunque di una pesante umiliazione che alimentò nel paese, nonostante i notevoli vantaggi territoriali conseguiti, un pericoloso sentimento di frustrazione collettiva per la vittoria mutilata.
Il teorema che la forza avrebbe avuto più rispetto, lampante fin dall'inizio nella Germania nazista, non fu subito palese nell'Italia fascista, dove, negli anni Venti, furono presi di mira i nemici politici come i socialisti, i comunisti ed i democratici; con un progressivo disprezzo per gli slavi, i fascisti applicarono forme di esclusione razziale solo dopo il 1936.

La nuova comunità nazionale promosse misure positive e negative la purezza del corpo sociale. L'idea di Popolo fascista e quella di Volk nazista mirarono a forgiare un nuovo tipo di umanità, con massiccio progetto di rifondazione della cultura nazionale in tutti i campi dello scibile.
L'avvento del cancellierato di Hitler (1933) sembrò riprendere il modello italiano, anche se si ebbe un'investitura legalitaria da parte del presidente della Repubblica di Weimar Von Hindemburg per i successi elettorali del partito nazista; mentre in Italia, il partito fascista era arrivato al potere (1922) con la violenza.
Nel Parlamento, dopo la nomina del re, Mussolini con soli 35 deputati ebbe la fiducia con l'appoggio dei liberali e dei cattolici popolari e, fino al '24, cercò di estendere il consenso attraverso alleanze e compromessi con la grande industria (che vedeva il fascismo come argine momentaneo al dilagare dei "rossi"), la proprietà terriera, la monarchia, l'esercito e la Chiesa, a quest'ultima concesse moltissimo attraverso la riforma scolastica di Gentile con l'imposizione dell'insegnamento religioso in tutte le scuole e il crocifisso nelle aule, in questo modo annullò anche la timida opposizione del popolare don Luigi Sturzo, non appoggiato dal Vaticano. Mussolini creò il Gran Consiglio del Fascismo, con l'obiettivo di sostituire i poteri dello con quelli del partito.
Infine, con la legge Acerbo (preparata dl sottosegretario Giacomo Acerbo), che assegnava i due terzi dei seggi al partito con più voti purché più del 25%, riuscì nell'intento si coalizzare intorno al fascismo le forze liberal-moderate, cosa che avvenne nel 1924, quando gran parte del mondo liberale, temendo di essere travolto dal nuovo meccanismo elettorale, aderì alla lista governativa egemonizzata dai fascisti (il listone) che, favorita dalla frammentazione delle forze anti-fasciste (liberali con il vecchio Giolitti, i liberal-democratici con Amendola, popolari, socialisti, socialisti democratici di Giacomo Matteotti ed i comunisti), ottenne il 65% dei suffragi. Matteotti, denunciando brogli, chiese l'annullamento del voto, ma viene rapito e assassinato dai fascisti. L'emozione portò ad una presa di distanza delle forze liberali e moderate (le opposizioni si coalizzarono ed abbandonarono il Parlamento -> la "Secessione dell'Aventino", come quella effettuata dalla plebe romana del V secolo a.C.) da Mussolini che, riavuta la fiducia del re, il 3 gennaio 1925, pronunciava alla Camera un violentissimo discorso in cui si assumeva la responsabilità di tutto quanto accaduto e annunciava le "leggi fascistissime" sospendendo ogni forma di democrazia rappresentativa, iniziava la fase più propriamente dittatoriale del fascismo.

L'ASCESA AL POTERE NAZIFASCISTA

Nel 1919 il fascismo e il nazismo apparivano come movimenti che coagulavano gruppi diversi di dissidenti politici e culturali sena imporre un alto grado di disciplina di partito e senza requisiti di affiliazione esclusiva. Solo in una seconda fase - dopo il 1921 per il Partito Nazionale Fascista e dopo il 1925 per il Partito Nazionalsocialista tedesco dei lavoratori - i movimenti divennero partiti veri e propri. Gli outsider che costituivano il movimento fascista e quello nazista condividevano molti valori, e soprattutto erano estranei alla direzione che la moderna cultura industriale aveva imboccato a fine Ottocento. La loro convinzione era che si potesse giungere a conclusioni diverse da quelle dei democratici progressisti e dei socialisti senza rifiutare completamente la società industriale. Le loro opinioni si tradussero nel ripudio radicale dell'ordine politico liberale e parlamentare, un atteggiamento che assunse i caratteri dell'antimaterialismo e della ricerca dei nuovi valori spirituali, dell'opposizione al socialismo, del riconoscimento delle forze irrazionali operanti nella società moderna e nell'esaltazione dell'istinto e della violenza nella vita politica.

Nel 1919, comunque, il movimento fascista era lungi dall'essere lo strumento privilegiato della restaurazione sociale. I primi fasci di Combattimento di Mussolini, costituitisi a Milano, il 23 marzo del 1919 furono, ancor più del movimento nazionalsocialista tedesco, un grosso fallimento. Non vi era spazio politico per un'alternativa nazionalista di sinistra. Al pari dello stesso Mussolini, molti aderenti della prima ore provenivano dal movimento socialista o sindacalista e si erano convertiti al nazionalismo durante la campagna per l'intervento italiano nella prima guerra mondiale. Attratti dal nazionalismo e dall'attivismo, veterani e studenti aderirono ai fasci di combattimento ed al movimento nazista nel 1919 e 1920. L'originario programma radicale - che parlava di repubblica, di suffragio universale, di ordinamento sociale corporativo e la necessità di superare le vecchie contese e distinzioni tra i partiti in nome di un sorta di "superpartito" capace di unire tutti gli italiani"di tutte le fedi e di tutte le classi produttive", in campo economico rivendicava otto ore lavorative ed una severa legislazione fiscale - era stato una tattica nella lotta contro la classe politica esistente che non aveva saputo adeguatamente prevenire la guerra, al di là degli esiti finali raggiunti dai due paesi.

La storia del Partito Nazionalsocialista tedesco prima della conquista del potere può essere divisa in tre periodi: dalla fondazione del partito nel 1919 al putsch di Monaco di Baviera nel novembre del 1923; dal 1925 alla grande vittoria elettorale del settembre del 1930; e dal tardo 1930 alla nomina di Hitler a cancelliere il 30 gennaio 1933. il primo periodo e parte del secondo fino al 1928 seguono a grandi linee lo sviluppo del movimento fascista dal marzo 1919 al congresso del Pnf nell'autunno del 1921. Al pari dei fascisti, i nazisti abbandonarono gradualmente parte del loro antico programma, trasformandosi da movimento urbano che contendeva apertamente a socialisti (incendio sella sede dell'"Avanti" del 15 aprile 1919) e comunisti il controllo della classe lavoratrice a movimento che concentrava la sua azione sul mondo contadino e sulle varie componenti dell'elettorato borghese. La natura di questo sostegno rurale, tuttavia, era significativamente diversa. I nazisti non ebbero bisogno di sfidare un'opposizione socialista - che peraltro non esisteva - nel settore agrario perché non esisteva nemmeno un'organizzazione paragonabile a quella delle leghe contadine socialiste in Italia.

Fascisti e nazisti giunsero al potere a causa delle profonde divisioni all'interno delle classi dirigenti dei rispettivi paesi e della volontà di importanti settori economici e sociali di uscire dalla lunga crisi politica. In Germania, in particolare, i difetti strutturali e costituzionali della repubblica di Weimar che facilitarono l'ascesa di Hitler sono noti: il sistema proporzionale in Germania accentuò il potere delle burocrazie di partito e provocò una frammentazione dell'elettorato, rendendo allo stesso tempo la politica più remota e astratta agli occhi degli elettori. L'articolo 48 sui poteri presidenziali d'emergenza consentì ad un pugno di consiglieri del presidente Hindemburg di concentrare il potere nelle proprie mani, allo stesso tempo in cui in Italia lo Statuto lasciava alla Corona prerogative decisive nella nomina del presidente del Consiglio.


Economia

I due regimi operarono sulla base di principi comuni, ma i risultati dei rapporti che essi intrattennero con le élite industriali e agrarie furono profondamente diversi. L'obiettivo era quello di incrementare quanto più possibile la produzione industriale e agricola senza curarsi troppo dei soggetti e dei gruppi più deboli, senza mettere in discussione la proprietà e l'iniziativa privata, pur non considerando il sistema di mercato un meccanismo perfetto. Tuttavia l'economia industriale ed agricola venne subordinata agli obiettivi della leadership politica. Lo stato fascista, in particolare, per riorganizzare i sistema industriale, favorì la concentrazione di imprese, determinando talvolta in forma obbligatoria la formazione di consorzi imprenditoriali, particolarmente nei settori della chimica dell'energia elettrica, delle fibre tessili artificiali. I due strumenti principali attraverso cui agì il salvataggio pubblico del sistema economico furono l'Istituto Mobiliare Italiano (IMI), creato nel 1931, e l'Istituto per la Ricostruzione Industriale (IRI), sorto nel 1933. Si trattava di due forme del tutto nuove di organizzazione dell'intervento dello stato nell'economia: con l'IMI lo stato si sostituiva all'ormai asfittico sistema bancario per il finanziamento a medio e lungo termine di iniziative industriali: mentre con l'IRI lo stato giungeva ad acquisire quote azionarie nelle imprese private per risanarle ed eventualmente rimetterle nuovamente sul mercato azionario privato. A partire dal 1934, poi, l'autarchia, cioè il programma di produrre e consumare esclusivamente prodotti nazionali, divenne una delle parole d'ordine del regime.


Politica estera

Il fascismo produsse, anche in politica estera, quella duplicità di atteggiamenti (continuità o rottura nei confronti della tradizione liberale) come nell'azione di governo; non si dimenticò mai che la collocazione geografica dell'Italia, il quadro degli equilibri internazionali, la debolezza dell'apparato produttivo e militare imponevano al paese un orientamento non ostile verso la Francia e l'Inghilterra. Sin dai primi passi, il fascismo oscillò dunque tra la ricerca di una dimensione di un prestigio internazionale che ponessero l'Italia sullo stesso piano delle due grandi potenze occidentali, e la consapevolezza che la disparità delle forze rendeva assai problematico il raggiungimento di questa parità: conseguentemente tese, per un verso, ad accettare nella sostanza la prudente dimensione della politica estera dell'età liberale, senza, tuttavia, rinunciare a gesti esteriori a ad un attivismo diplomatico che lasciavano intuire il desiderio di muoversi con determinazione e spregiudicatezza.
Quindi, bisognava muoversi nell'ambito di un intesa con la Francia e l'Inghilterra, temendo i rischi di un'iniziativa tedesca in direzione dell'Austria: da qui il "Patto a quattro" con il quale Italia, Inghilterra, Francia e Germania, impegnandosi al mantenimento della pace, riconoscevano il principio di una necessaria revisione dei trattati.

Nei Trattati (Saint-Germain per l'Austria e Trianon per l'Ungheria) si decisero le sorti del vecchio Impero austroungarico. In base ad essi, la spinta della nazionalità aveva portato alla formazione di nuovi stati riconosciuti finalmente nella conferenza di pace e ai quali garantirono accresciuti confini territoriali: alla neonata Polonia andò la Galizia austriaca, alla Cecoslovacchia (nata dall'unione di Moravia, Boemia e Slovacchia) veniva riconosciuto anche il territorio ucraino della Rutenia, allo stato degli Slavi del Sud (Jugoslavia, nata dall'unione della Serbia, Montenegro e province asburgiche di Croazia, Slovenia e Bosnia-Erzegovina) veniva anche data la sovranità su parte del Banato ex ungherese mentre per Fiume e la Dalmazia le richieste jugoslave dovettero scontrarsi con le ambizioni italiane, la Romania, infine, andarono la Bucovina dall'Austria e la Transilvania e parte del Banato dall'Ungheria. In tal modo l'Austria veniva ridotta a un paese con poco più di sei milioni di abitanti con una quasi totalità di lingua ed etnie tedesche e l'Ungheria perdeva 12 milioni di abitanti, riducendosi a otto su circa metà del precedente territorio.
Il passaggio alla Repubblica, in Austria, fu alquanto tranquillo tranne qualche sporadico tentativo di insurrezione comunista: i socialdemocratici guidati da Renner e Bauer ottennero la maggioranza nella Costituente che elaborò una nuova Costituzione in senso federale accentuatamente parlamentare. In Ungheria, invece, il governo repubblicano di Karolyi, capo del Partito dell'Indipendenza, fu travolto dalla rivoluzione popolare capeggiata del comunista Bela Kun.

Ma dopo il plebiscito della Saar e l'annuncio del ripristino della coscrizione obbligatoria in Germania, l'indirizzo anti-tedesco di Italia, Francia e Inghilterra ebbe nuova occasione di manifestarsi nel cosiddetto "Fronte di Stresa" quando a Stresa, appunto, le tre potenze si incontrarono nell'aprile del 1935 per condannare il riarmo tedesco e assumere nuovi impegni per l'indipendenza austriaca e per l'integrità delle frontiere concordata a Locarno nel 1925. L'accordo del 1 dicembre 1925 tra la Francia con Briand e la Germania con Stresemann, prevedeva un reciproco impegno franco-tedesco a non violare le frontiere occidentali (e non le orientali - causa purtroppo del secondo conflitto) della Germania, garantito da Italia e Inghilterra.

L'accordo aveva anche fatto sperare in un periodo di distensione tanto da parlare in campo internazionale di nuovo clima dovuto allo spirito di Locarno. Fu visto come la fine della storica rivalità territoriale, causa di tante guerre (premio Nobel nel 1926, la Germania entra nella Società delle Nazioni). Nel 1928 - patto Briand -Kellog - (Francia-Usa) dichiararono di mettere al bando la guerra come strumento di politica nazionale; fu istituito il ricorso all'arbitrato obbligatorio, cioè al giudizio di apposite commissioni come mezzo di risoluzione di controversie internazionali; vi aderirono subito 57 nazioni comprese Germania e Urss.

Etiopia

Ben presto, però, Mussolini ritenne giunto il momento di rivolgersi alla conquista militare dell'Etiopia (stato sovrano indipendente, dove regnava dal 1930 il negus Hailé Selassié e membro della Società delle Nazioni dal 1923), per rafforzare la presenza coloniale in Africa orientale allo scopo, quale affermazione nel gioco internazionale, di incanalare l'emigrazione e far espandere il fascismo: così con una massiccia propaganda rivendicativa - un paese grande e popoloso come l'Italia doveva avere "un posto al sole" (pallida versione dello "spazio vitale" tedesco), lavare l'onore italiano per i morti di Adua -, il 2 ottobre 1935, De Bono e, poi, Badoglio in Eritrea e Graziani in Somalia guidarono le truppe italiane fino ad Addis Abeba, che fu presa molto facilmente il 5 maggio 1936.
Il 9 maggio, davanti ad una folla entusiasta, Mussolini annunciò la "riapparizione dell'Impero sui colli fatali di Roma"
Le reazioni internazionali furono così forti soprattutto dell'opinione pubblica inglese che il tentativo di riconoscere un protettorato italiano sull'Etiopia con il piano Hoare-Laval (Inghilterra e Francia temevano di perdere l'appoggio italiano in funzione anti-tedesca) dovette essere accantonato. Il 10 ottobre del 1935, la Società delle Nazioni condannò l'Italia e, nel novembre successivo, adottò sanzioni economiche (materiale bellico o concedere prestiti), che, pur alquanto blande, furono molto uste per la propaganda fascista: le democrazie ricche d'Europa minano gli interessi vitali del popolo italiano, parte la campagna "oro alla patria" per sostenere la patria contro le sanzioni, prende forza l'idea, in Italia, che una seria revisione dei trattati e degli equilibri internazione non avrebbe mai potuta realizzarsi in alleanza con Francia e Inghilterra, di qui, il pericoloso avvicinamento alla Germania hitleriana.

Nonostante la critica sia divisa sulla responsabilità storica: italiana per la economicamente irrilevante, se non inutile, impresa coloniale o franco-inglese per la difesa del principio dell'indipendenza etiopica; l'impresa di Etiopia fu senza dubbio il punto di svolta decisivo delle relazioni internazionali fra le due guerre.

Nello stesso periodo, marzo 1936, Hitler (che, irritato dalla intransigenza al riamo di Francia e Inghilterra, il 14 ottobre 1933, aveva abbandonato la conferenza per il disarmo e uscito dalla Società delle Nazioni) dichiara decaduta l'intesa di Locarno e ordina all'esercito tedesco di occupare la Renania, smilitarizzata da Versailles: si vide tutta la impotenza della Società delle Nazioni e si capì che la Germania sarebbe stata la guida di chi avesse voluto rivedere i trattati.


ASSE ROMA-BERLINO

Il rapporto tra Italia e Germania si consolidò con l'Asse Roma-Berlino (denominazione di Galeazzo Ciano) del 24 ottobre 1936, l'accordo anche se genericamente prevedeva la difesa del "sacro patrimonio della civiltà europea" dal pericolo comunista", esplicitò, per la prima volta, un chiaro allineamento italiano in politica estera. Sulla stessa linea è il patto anti-comintern del 25 novembre 1936 tra Germania e Giappone, esteso nel 1937 all'Italia, per cui si parlò di patto tripartito Roma-Berlino-Tokio.
Il pieno accordo tra Italia e Germania fu testimoniato in occasione dell'annessione mediante pressioni politiche (sostituzione del forzatamente dimissionario cancelliere Schuschnigg con il nazista Seyss-Inquart che chiese l'intervento dei tedeschi per giungere, con un forzato plebiscito, alla proclamazione dell'Anschluss, dell'annessione) dell'Austria al Reich, nel marzo del 1938. Mussolini, mostrandosi indifferente alle sue sorti, affermò che con l'annessione si era realizzato un sacrosanto principio di autodeterminazione dei popoli.

Eppure, appena nel 1934, in seguito all'assassinio del cancelliere austriaco Dolfuss, Mussolini sosteneva apertamente, con l'invio di truppe al Brennero, l'indipendenza austriaca.

Engelbert Dolfuss, esponente del Partito Cristiano Sociale, portò avanti un accentuato autoritarismo per annientare i socialdemocratici, che, con una resistenza armata, mobilitarono tutto il paese. La repressione, sollecitata anche da Mussolini nell'incontro di Riccione del 1933, di Dolfuss fu energica. Alla dichiarata piena identità di vedute italo-austrieaca sulla questione austriaca e danubiana, seguì la stessa volontà anche inglese e francese. La reazione nazista all'iniziativa di Dolfuss fu violenta: il cancelliere fu ucciso e sostituito con il ministro dell'educazione e della giustizia il cristiano sociale Kurt Von Schuschnigg.
In tale occasione, con il consenso di Francia e Jugoslavia, Mussolini decise di schierare truppe italiane lungo il Brennero e davanti alla Carinzia.
L'atteggiamento di Mussolini fu favorito dall'orientamento assunto dalla Francia di fronte alla crescente aggressività hitleriana, infatti aveva rafforzato i tradizionali legami con i paesi della Piccola Intesa balcanica (Romania, Cecoslovacchia, Jugoslavia) e la Polonia, e aveva avviato un significativo riavvicinamento all'Urss. Anche con l'Italia, la Francia tentò un'intesa anti-tedesca, che sembrò concretizzarsi dopo l'assassinio del ministro degli esteri francese Barthou (ottobre 1934), quando la direzione della politica estera fu assunta da Laval, uomo di nascoste simpatie conservatrici che firmò con Mussolini il 7 gennaio 1935 (accordi Mussolini-Laval), un accordo che prevedeva esplicitamente alcune rettifiche alla frontiera somala a vantaggio dell'Italia in cambio dell'impegno a garantire l'indipendenza dell'Austria e segretamente la Francia lasciava campo libero all'Italia in Etiopia.

Dopo questa prima forte acquisizione del potere, Hitler rivendicò il territorio dei Sudeti (una regione della Cecoslovacchia - membro della Società delle Nazioni e legata alla Francia da un patto difensivo - abitata da tre milioni di tedeschi), che, nell'incontro di Monaco con Mussolini, Chamberlain e Daladier del 29 e 30 settembre 1938, voluto per l'insistente richiesta inglese della mediazione di Mussolini: in questa crisi cecoslovacca fu anche deciso la destinazione di altri territori per un totale del 25% come il Teschen alla Polonia e parti della Slovenia e della Rutenia all'Ungheria. Dopo pochi mesi, il 15 marzo del 1939, le truppe tedesche occuparono Praga stabilendo il protettorato tedesco sulla Boemia e sulla Moravia. La restante parte, la Slovacchia, rimase formalmente indipendente sotto il conservatore monsignor Tiso, ma in sostanza controllata dalla Germania.
A questo punto, esaurite tutte le pretese di minoranze tedesche da tutelare e di trattati da riequilibrare, Hitler mostrò il vero obiettivo della sua politica: la conquista del potere mondiale con un ricorso indiscriminato alla forza militare



STALINISMO

Stalin, sorretto da un imponente apparato burocratico e poliziesco - ma anche dal consenso di milioni di lavoratori che vedevano in lui il continuatore dell'opera di Lenin e l'artefice dell'industrializzazione, finì con l'assumere in Urss il ruolo di capo carismatico non diverso da quello svolto nello stesso periodo dai dittatori di opposta sponda ideologica. Era il padre e la guida infallibile del suo popolo, l'autorità politica suprema, il depositario dell'"autentica" dottrina marxista - anzi marxista-leninista, seconda la formula codificata in quegli anni - e al tempo stesso il garante della sua corretta formulazione. Nessuna critica pena accusa di tradimento, rigide direttive culturali e censura per letteratura, cinema, musica e arti figurative, le quali dovevano avere solo una funzione propagandistico-pedagogico entro i canoni del cosiddetto realismo socialista, cioè descrizione idealizzata della realtà sovietica.

Le motivazioni per cui lo stalinismo, pur scaturito da una rivoluzione che aveva suscitato speranze di libertà e di giustizia sociale, diventa una tirannide totale sono da ricercare nella forte tradizione centralistica e autocratica dello zarismo, nella inedita forma di dispotismo industriale - scorciatoia autoritaria funzionale all'esigenza di un rapido sviluppo economico-, o, ancora, nella storia stessa del bolscevismo, nelle teorie di Lenin e nella prassi antidemocratica inaugurata nella prima presa del potere del comunismo. Altra critica definisce lo stalinismo come un deviazione "di destra" della rivoluzione, paragonandolo alla dittatura napoleonica o alla reazione termidoriana seguita alla rivoluzione giacobina.
Comunque, lo stalinismo sviluppò estremamente alcune premesse autoritarie già presenti nel pensiero di Lenin, con lo sterminio anche fisico di tutto il gruppo dirigente del bolscevismo "storico", dei quadri dirigenti e di numerosissimi cittadini sospetti di "deviazionismo".


Economia
Contrariamente agli stati capitalistici imbrigliati nelle spire della grande crisi, l'Urss, per l'isolamento economico (Terza Internazionale), metteva in moto una gigantesca industrializzazione collettivizzata, in nome della quale furono perseguitati i contadini benestanti (kulaki), accusati di ostacolare, con l'occultamento di prodotto dovuto allo stato, il processo arricchendosi alle spalle del popolo: alla reazione dei contadini di limitare la produzione per le pesanti restrizioni, Stalin proclamò, nell'estate del 1929, la necessità di procedere immediatamente alla collettivizzazione del settore agricolo e addirittura di eliminare i kulaki come classe sociale.
In pochi anni tutti coloro che si opponevano al trasferimento nelle fattorie collettive (kolchoz) furono sterminati anche fisicamente o deportati in terre inospitali; eliminati i kulaki, la maggioranza dei contadini fu inserita nelle fattorie collettive e gli esuberi forzatamente deportati o emigrati nei centri industriali.
La collettivizzazione aveva come scopo non l'aumento della produzione agricola, ma lo spostamento di risorse economiche ed energie umane nell'industria. I risultati, anche se inferiori a quelli programmati, furono notevoli: il primo piano quinquennale per l'industria del 1928, nonostante fissasse precisi obiettivi a prima vista impossibili, fu, in gran parte, coronato da successo: nel 1932 la crescita del settore aumentò rispetto al 1928 del 50% - cifre sconosciute ai paesi capitalistici.
Il successo dipese dalla straordinaria concentrazione di risorse e dal clima di entusiasmo fra ideologico e patriottico che Stalin seppe suscitare nella classe operaia, la quale sopportò pesanti sacrifici, anche se meno rispetto ai contadini, in termini di consumi individuali e ritmi lavorativi, con una disciplina severissima ai limiti della militarizzazione, ma fu anche stimolata con incentivi materiali che premiavano in modo vistoso i lavoratori più produttivi, e morali, con promozioni ed onorificenza. Si diffuse anche un forte spirito di emulazione ricordando il minatore del Don, Aleksej Stachanov, diventato famoso per avere estratto in una notte un quantitativo di carbone di ben 14 volte superiore a quello normale, dando origine ad un vero e proprio movimento, detto appunto stacanovismo, sostenuto dalle autorità ed esaltato da Stalin.

La macchina del terrore

Col primo piano quinquennale, comincia a funzionare la macchina del terrore, vittime sono tutti gli oppositori, il periodo delle "grandi purghe", però iniziò solo nel 1934 quando l'assassinio del dirigente di partito Kirov fornì il pretesto per un'imponente ondata di arresti, in larga misura gli stessi quadri del partito. Si aprirono, per milioni di persone spesso ignare delle accuse o costrette a confessare colpe sotto tortura, campi di lavoro e lager, che Solzenicyn definirà "Arcipelago Gulag".
Negli anni Trenta, l'Occidente si indignò per tanta ferocia, ma le incerte notizie non provocarono reazioni significative sia perché lo stalinismo e il comunismo internazionale erano molto preziosi nella lotta contro il nazifascismo, sia perché era acclarata, presso i socialisti, l'idea che una certa dose di terrore fosse una componente indispensabile di ogni rivoluzione.



EVOLUZIONE DEL FASCISMO

Le origini storiche del Fascismo, dunque, affondano nella crisi profonda provocata in tutta l'Europa dal primo conflitto mondiale (1914- 1918) che mutò profondamente strutture politiche e sociali, rapporti tra le classi, costume.
La pace non portò serenità nel nostro Paese soprattutto per la grave crisi economica: il malessere delle classi popolari esplose sia nelle fabbriche che nelle campagne con scioperi, occupazioni, agitazioni; si richiedevano migliori condizioni di vita e maggior potere per i lavoratori, che avevano contribuito ad una vittoria, costata oltre 600 mila morti.
Industriali e proprietari terrieri, spaventati dalle richieste popolari (i rossi), cominciarono allora ad appoggiare e finanziare il movimento fascista - antisindacale e antidemocratico - fondato il 23 marzo 1919 da Benito Mussolini, che affermava di voler seguire il modello de "Il Principe" di Machiavelli, studiava e ammirava la politica di Bismarck, favorevole e ripristinatore della pena di morte (abolita da Beccaria, e che era in vigore in Germania, Francia e Inghilterra), aborriva Napoleone (non italiano, nepotista, ignorante in tema di finanza ed economia, segnò la fine di una rivoluzione, mentre lui ne è l'iniziatore) amava Cesare (riuniva in sé la volontà del guerriero e la dottrina del saggio, amava la gloria ma l'ambizione non lo tagliava fuori dall'umanità), sosteneva, appropriandosi delle parole di S. Tommaso:"... non è meglio tagliare via un braccio in cancrena, se così si salva il corpo intero?...".

Nel 1922 dopo la "Marcia su Roma", organizzata da Mussolini (la monarchia, il governo, l'organizzazione statale ne tolleravano i crimini, appoggiandolo più o meno apertamente) come dimostrazione di forza, il re giunse ad offrire al capo del Fascismo l'incarico di formare il governo.
La "Marcia su Roma" è stata non la causa ma la conseguenza di una insostenibile situazione istituzionale e politica dell'Italia. L'Italia aveva vinto la guerra ma i suoi problemi erano simili ai paesi che l'avevano perduta. I superstiti di cinque milioni di contadini, operai, piccolo- borghesi che avevano combattuto volevano un riconoscimento sia economico che politico. In questo clima di grande instabilità, a causa di pressioni sul re Vittorio Emanuele III e di incomprensioni con l'armata e il generale Diaz, si sottovaluta Mussolini che a Roma, in un'adunata proclamò:" Noi vogliamo governare l'Italia ".
In pochi anni il Duce, ormai al potere, si liberò di tutti gli oppositori, sciolse i partiti e le organizzazioni sindacali, impose la censura sulla stampa, abolì i diritti democratici: instaurò una vera e propria dittatura. Il Fascismo metteva a tacere gli oppositori con intimidazioni e violenze. Mussolini stesso aveva scritto: " per quanto si possa condannare la violenza, è chiaro che per far entrare le nostre idee nella testa delle persone, bisognerà suonare sui crani... A suon di manganello" .
Dopo una rapida ascesa, il Fascismo divenne partito caratterizzandosi come difensore dell'ordine e, nel suo espandersi, finì con l'identificarsi con lo Stato e tese a fascistizzare il paese, utilizzando la stampa, strumentalizzando la scuola, inquadrando fin dall'infanzia la gioventù in apposite organizzazioni fasciste.
Il Fascismo cominciò a permeare la vita quotidiana della nazione in ogni suo aspetto pubblico o privato. Perfino il calendario e la lingua furono fascistizzati: il 1922 divenne l' "anno primo" dell'E.F., cioè dell'era fascista; Mussolini coniava quasi ogni giorno parole nuove che immediatamente venivano accolte dai vocabolari; non ci si dava più del "lei", ma del "voi", considerato più virile.

Il maestro Mussolini aveva molto a cuore la gioventù italiana; o meglio, fascista. Conquistato il potere incentivò le nascite: per avere più soldati. Poi, investì sulle scuole: per avere un futuro popolo di soli fascisti. I risultati furono tangibili: l'istruzione scolastica si fondò sullo slogan caro a Mussolini "libro e moschetto, fascista perfetto "; l'assistenza sociale fu preda di rituali militari e soffocata dall'ossessiva invadenza dello Stato e dalla propaganda.
Il Duce fece della procreazione un mito, trattando le donne come macchine per la riproduzione, con un obiettivo: acquistare peso e forza davanti al mondo. Il regime infondeva nei bambini, che nascevano sempre più numerosi, l'idea di un futuro eroico di armi e di battaglia che le più giovani generazioni avrebbero dovuto affrontare in una guerra ormai prossima e a cui il fascismo intendeva prendere parte.
Il progetto veniva da lontano.
All'indomani della "Marcia su Roma", Mussolini con lo slogan "Se le culle sono vuote, la Nazione invecchia e decade ", aveva iniziato una campagna di incentivazione demografica che, in poco più di un decennio, aveva incrementato la popolazione dai 38 milioni ai 47 milioni del 1936. Il primo provvedimento era stato l'istituzione dell'Opera Nazionale Maternità e Infanzia, nel 1925, col compito di provvedere alle madri bisognose e all'infanzia abbandonata e di gestire una fitta rete di moderni nidi di infanzia. In tal modo, Mussolini creò il mito della famiglia numerosa: "il numero è potenza".
A partire dal 1928 gli scapoli italiani furono obbligati a pagare la tassa più assurda, più stupida, più incredibile che uno stato avesse mai ideato, la tassa sul celibato.
Giunti ai 6 anni i bambini andavano a scuola, maschi e femmine in aule rigorosamente separate, prendendo posto su angusti banchi con lo schienale disposto ad angolo retto e la tavoletta ribaltabile sotto la quale trovavano posto cartelle e merende. Una Cassa Scolastica regalava i quaderni a righi e a quadretti ai bambini delle famiglie meno abbienti, mentre l'Ente di Assistenza Scolastica assicurava, agli stessi, la refezione gratuita. Gli scolari venivano periodicamente visitati dai medici, assistiti da infermiere e da vigilatrici nell'ambulatorio scolastico e i più deperiti o inappetenti venivano messi in liste per soggiorni nelle colonie estive marine o nei campeggi estivi e invernali gestiti dalle organizzazioni giovanili fasciste, allo scopo di risanare la razza ed educare i bambini alla vita comune e ai propri principi, Mussolini amava dire: "il popolo vuole essere sano" .
L'idea ottocentesca degli ospizi curativi marini fu magnificata nella creazione di grandiose macchine propagandistiche dell'impegno del regime per i ceti popolari. Furono costruite in armonia con l'ambiente migliaia di colonie ai monti e al mare: esse sono giganti di cemento che paiono aerei, treni, navi, senza essere mai ingombranti, funzionali, all'interno e all'esterno, al benessere dei bambini ospiti; con saloni ben esposti al giusto sole e circondati dal verde e capienza fino a 2000 bambini; veri e propri sono modelli di architettura con camerate illuminate da ogni lato e areate da ampi scaloni centrali. Luoghi dell'utopia, le colonie, hanno insegnato agli italiani ad andare a mare, facendo della villeggiatura marina un fenomeno di massa. Nel 1938 le colonie erano 4357 con 772.000 bambini ospitati (nel 1925 erano 50.000).

In questo modo fin dall'età scolare i bambini furono permeati dall'immagine di un Duce paterno, benefico, sollecito del bene del Paese.
In pochi anni, sotto la spinta della propaganda, nacque nelle scuole italiane il culto di Mussolini. Nelle ore libere, i bambini, accompagnati da madri o sorelle maggiori, andavano ai giardini pubblici o, nelle città più grandi, al parco. Il regime, però preferiva che i bambini frequentassero palestre, piscine e i campi delle organizzazioni sportive fasciste come l'Opera Nazionale Balilla alla quale tuttavia non era obbligatorio, ma semplicemente opportuno, iscriversi.
Attorno al 1936- 1937 l'Opera Balilla contava quasi 7 milioni di iscritti. Nel pomeriggio del sabato i ragazzi, adunati nelle Case del Balilla, venivano impegnati nell'ordine chiuso, negli esercizi ginnici e nel funzionamento delle armi in vista degli imponenti saggi sportivo- militari che si tenevano ogni anno a Roma davanti al Duce nello Stadio dei Marmi.
Tutta l'organizzazione fascista mirava ad abituare i giovani alle regole militari, alla ferrea disciplina, all'ordine esasperato, mortificando il libero sviluppo della personalità. Non c'era spazio per nessuna forma di libertà personale, tutti omologati, tutti intrappolati in un gioco assurdo di oppressione e "violenza" addolcita dall'apparente forma di ordine e di saggia organizzazione.
A tutte le età l'educazione dei giovani era soprattutto militarista. Si cominciava nei sillabari a dare la preferenza alle parole che fossero in qualche modo legate alla guerra. Le materie storiche, in particolare, erano indirizzate ai fini che il regime fascista si proponeva. Tutti gli insegnamenti, poi, venivano impartiti secondo criteri particolari intesi a identificare il Fascismo con l'idea di civiltà.
Il regime si interessò di creare una efficiente linea ferroviaria."Un treno anche ai proletari", diceva il Duce. Nacquero i treni popolari, a prezzo politico e "comodità d'orari". Il mostro d'acciaio di futurista memoria ebbe poi case[le stazioni] che divennero templi del regime.
Fu rivalutata anche la figura della donna che, sia studentessa che lavoratrice, é una figura tenuta apparentemente in considerazione dal fascismo. In realtà, una circolare del 1937 predicava: "La donna é stata creata per la maternità".

Sin dal 1925 il regime capì l'importanza dello sport.
Esercizio fisico e ordine fu il binomio tanto caro alla retorica del regime. Nulla era lasciato al caso: nelle manifestazioni sportive la regia del regime si occupava sia degli spettatori che degli atleti. Nulla doveva turbare l'immagine di un Paese sano e allineato. La parola d'ordine era: " risanamento fisico e morale della razza. I campioni sono la nostra vetrina ". Il regime affrontava il problema di uno sviluppo dello sport con lo scopo di finalizzarlo all'addestramento paramilitare della gioventù; perciò dedicò particolare attenzione all'educazione fisica dei giovani, infatti lo stesso Duce ripeteva, "la palestra è l'anticamera della caserma".
Mussolini si poneva l'obiettivo di servirsi dello sport col fine ultimo di condurre i giovani alla pratica delle armi, cioè conferiva all'esercizio sportivo un preciso fine di preparazione militare e, più esplicitamente, tendeva, attraverso lo sport, al risanamento fisico e morale della razza italiana.
I successi sportivi conseguiti esprimevano principalmente il valore di un esiguo numero di atleti dietro i quali non esisteva un livello di base altrettanto elevato. Anche la scuola era nel cuore del fascismo e per incentivare l'interesse e la spinta allo studio, Mussolini curò particolarmente l'edilizia scolastica.
Decine di sue gigantografie e una propaganda serrata "anima del regime" gli permettevano di andare incontro al popolo.
"Mussolini ha sempre ragione", questo slogan inventato da un giornalista, apparve su tutti i giornali, sui libri, sui manifesti, scritto a grandi lettere sulle facciate delle case, ripetuto dagli altoparlanti e dalle radio. Dappertutto si potevano leggere anche le frasi salienti dei discorsi del duce:
"E' l'aratro che traccia il solco, ma è la spada che lo difende"; ";
"Credere, obbedire, combattere";
"Se avanzo seguitemi, se indietreggio uccidetemi, se mi uccidono vendicatemi".

Nelle grandi ricorrenze il regime trasformava i capannoni in mense, dove centinaia di persone erano invitate a mangiare all'ombra delle bandiere e di grandi scritte di " Viva il Duce ".
Mussolini in questi enormi banchetti, i cosiddetti " Ranci d'onore ", dichiarava con convinzione che " La grandezza di un popolo si vede a tavola ".
In tutto ciò si rispecchiava un paese in apparenza tranquillo ed industre nella sua vita quotidiana, sovrastato sempre e dovunque dall'immagine che Mussolini aveva voluto dare di sé già subito dopo la conquista del potere, per sottolineare una certa continuità e rispettabilità di restauratore dell'ordine.
L'Italia, così come voleva il Fascismo, si atteggiava a forte, giovane, coraggiosa.

Il 10 giugno 1940 il Duce annunciava la guerra a fianco dell'alleata Germania e partivano le tradotte verso le Alpi e la Jugoslavia. Le prime sconfitte in Grecia e in Africa, i primi treni carichi di feriti e di mutilati, scossero Mussolini e lo indussero a gettare le responsabilità sugli italiani incapaci per razza di fare la guerra e quando una grande nevicata si abbatté su Roma, evento meteorologico rarissimo per la capitale, Mussolini guardando i fiocchi scendere lentamente, contento affermava: "questa neve e questo freddo vanno benissimo; così muoiono le mezze cartucce e si migliora questa mediocre razza italiana...".
Alle sconfitte sui fronti di guerra (Etiopia, Taranto, Tripoli, Matapan, Don), seguiva il progressivo crollo dello spirito pubblico nel Paese.
Per gli italiani erano i peggiori anni della vita, fra bombardamenti e sfollamenti, lutti e rovine. Scarseggiava il cibo, non c'erano più scarpe (andavano tutte ai soldati, ma in realtà i fanti in Russia le ricevevano di cartone), mancava la benzina, trionfava la borsa nera.
Sono questi gli anni più duri per l'Italia e di conseguenza per il fascismo. È il periodo del pericoloso voltafaccia del Duce. Nei suoi discorsi si vede un uomo sempre più arrabbiato, insoddisfatto; tutto viene calcolato per la ricerca di nuovi consensi. Sono gli anni in cui Mussolini condividerà il fanatico e mostruoso disegno cominciato dall'alleato Hitler di sterminare gli ebrei.
Escluderà dalla società e dalla politica le stesse persone che lo appoggiavano e che costituivano in diversi casi il suo consenso.
Con i bombardamenti aerei dell'estate 1942 il Paese finì a terra, militarmente e politicamente, e il fascismo crollò col fallimento della guerra più sanguinosa, impopolare e inutile dell'Italia Unita.
Il 19 luglio 1943 fortezze volanti americane attaccarono a Roma due stazioni ferroviarie provocando numerosi morti. Di lì a pochi giorni, il 25 luglio, Mussolini veniva defenestrato (cacciato via a malo modo) e l'Italia si avviava verso la nuova tragedia, dell'Armistizio, dello sfacelo dell'esercito abbandonato e dell'occupazione nazista.

Mussolini, da vero rivoluzionario, non aveva fatto altro che affermare il suo individualismo con una dittatura a carattere nazionalistico.
Il Duce racchiudeva in sé tutte le caratteristiche proprie del dittatore: rude, arcigno, ostile, folle; capace di innestare di violenze per realizzare i suoi disegni di despota incallito.
Eppure il pubblico lo ha molto applaudito, tanto che viene oggi da chiedersi:
Qual era il vero volto dell'Italia fascista?
Com'era vissuta quell'avventura terribile che coinvolgerà nella disgrazia tutto il mondo?
Cosa pensava la gente sola di fronte a un sogno di espansione infranto e a una realtà devastante?
Certo appare chiaro che il popolo italiano, succube di tanta sopraffazione, sapientemente mescolava cautela e audacia, rispetto e insofferenza, indipendenza e sottomissione.


La critica storica ha definito il Duce come il più grande statista vivente e, peggio ancora sostenne che il governo fascista era la guida più sicura per tutti quei paesi che si sentivano impegnati in un "corpo a corpo" con il Socialismo.
Emil Ludwig, nelle famose interviste che fece al Duce , gli chiese fra l'altro perché egli non si decideva a fondare una nuova Europa, visto che proprio in Europa, Mussolini poteva cogliere una larga messe di consensi e specchiarsi in un coro di lodi che avevano l'effetto di rafforzarlo nella sua convinzione di essere arbitro dei destini del mondo. E Mussolini rispose con voce bassa, che a questa idea si era già avvicinato, ma che aveva giudicato non ancora maturo il tempo dell'azione.
I colloqui con il Ludwig si svolsero nella primavera del 1932. Mussolini aveva detto che il tempo per la fondazione di una "Nuova Europa" sarebbe maturato attraverso nuove rivoluzioni. Gli avvenimenti del 1933 parvero inquadrarsi in questa previsione. Un movimento che ripeteva l'impostazione del Fascismo e un uomo che da tempo si era proclamato fervente ammiratore di Mussolini erano saliti al potere nel gennaio del 1933: il Partito Nazionalsocialista e Adolf Hitler.


EVOLUZIONE DEL NAZISMO

Profonda crisi economica, disordini sociali, confuse speranze di rivincita furono le premesse che portarono anche in Germania all'instaurarsi di una dittatura con caratteri ancora più brutali del Fascismo italiano: il Nazismo, di Adolf Hitler, arrivato al potere nel 1933 con un programma che mirava alla ricostituzione di una << Grande Germania >>. Fu un movimento politico e sociale che ebbe come suoi capisaldi dottrinali: il concetto di popolo (o nazione, o Volk) inteso come unità etnico- naturale, il razzismo con il connesso antisemitismo (ottimo pretesto furono i falsi "Protocolli dei Savi di Sion" dove si parla di un raduno cospirativo, nel 1898, di rabbini nel cimitero israleitico di Praga allo scopo di determinare una crisi economica universale con tutti i mezzi clandestini possibili coll'aiuto dell'oro che era nelle loro mani), l'imperialismo (il <<Grande Reich>>), l'autoritarismo, il culto della forza. Le idee e la storia del movimento nazista, pur incarnandosi essenzialmente nelle idee e nella biografia del suo capo, Hitler, furono però anche la risultante di tradizioni, dottrine, aspirazioni storiche dei popoli e dei paesi di lingua germanica. Così l'apologia della guerra e della violenza e il culto della forza si ritrovano già, per certi aspetti, in Hegel e in Fichte sul piano teorico e, nella prassi politica, nell'azione di governo di Bismarck. Quanto alla formulazione naturalistica del concetto di Nazione, che poneva il suo legame nella comunanza biologica del sangue e della stirpe, essa aveva il suo antecedente più immediato nell'opera di Georg Von Schonerer. Per quel che concerne infine l'antisemitismo, vecchia tradizione tedesca rafforzata dalla falsificazione dei Protocolli dei savi di Sion, Hitler derivò da Karl Lueger (borgomastro di Vienna prima del 1914) il suo collegamento con i motivi antiliberali, antisocialisti e antinternazionalisti. Con Hitler il concetto di popolo è interpretato in chiave etnico- razzista e non storico- culturale, e cioè come un portato della razza (unità biologica e comunanza di sangue). La superiorità tra le razze (la cui condizione stava nella purezza) era attribuita a quella ariano- nordica, alla quale sarebbero state dovute le conquiste più grandi della civiltà; di contro impura veniva giudicata la razza ebraica, che cercava di contaminare la purezza dei biondi ariani del Nord e che diffondeva ideologie nocive come il marxismo, l'internazionalismo, il liberalismo. Hitler incarnava in sé il potere del popolo, un potere assoluto che respingeva esplicitamente ogni implicazione democratica, dal momento che egli non esercitava un potere appartenente al popolo e a lui delegato, ma era il popolo guidato da lui. Hitler conquistò il potere il 30 gennaio 1933 quando il vecchio presidente Hindenburg lo nominò cancelliere del Reich. Guidava un governo di coalizione con governi alleati ma in pochi anni di governo impose la sua dittatura personale sulla Germania, emarginando gli alleati e debellando le idee di chi, come Hindenburg, pensava di averlo in pugno. Il Fuhrer, ossia il capo, come Hitler si faceva chiamare, dimostrò subito di essere ancora più deciso e violento del <<grande uomo che governa a Sud delle Alpi>>. Nel giro di non molti mesi, infatti, eliminò dalla vita politica i Comunisti, che pur avevano ottenuto nelle ultime elezioni 12 milioni di voti contro i 17 milioni del Partito Nazista, quindi abolì tutti gli altri partiti per rivolgersi infine contro gli stessi avversari all'interno del proprio movimento, che il 30 giugno del 1934 (rimasto famoso come "la giornata di sangue") fece uccidere a Monaco e a Berlino. Poco dopo, alla morte del presidente Hindenburg, Hitler diventò il padrone assoluto e indiscusso della Germania.
Quello di Hitler è stato un governo totalitario, in cui l'ideologia era solo una maschera che celava la sete di potere assoluto. Hitler riuscì a nazzificare il paese con un saggio piano di armonia per il popolo tedesco. Infatti egli sapeva bene che quella tedesca era una società divisa in classi e cercò di avvicinarle; basti pensare alla "festa del primo maggio", una rivendicazione del movimento operaio imposta per la prima volta da Hitler; in tale occasione operai, imprenditori, impiegati sfilavano insieme per le strade, celebrando così una sorta di riconciliazione sociale. Questa necessità di "comunità di popolo", molto apprezzata dalla gente, fu ben capita da Hitler. Con lui cambiò anche la figura della donna in modo radicale, ad essa fu dato non solo il compito di educare i figli e di badare al focolare domestico, come predicava l'ideologia nazista, ma le donne erano sempre più presenti anche nelle industrie comprese quelle belliche, tanto da non aver mai registrato un valore di attività femminile così alto come in questo periodo.
Nel suo proposito di guadagnare il popolo tedesco all'ideologia nazionalsocialista, Hitler dedicò una particolare attenzione all'inquadramento della gioventù, realizzato attraverso la Gioventù hitleriana, fondata nel 1926. La dottrina nazionalsocialista investì anche la concezione e l'organizzazione del lavoro; il lavoro, intellettuale o materiale, era infatti considerato come il primo dovere del cittadino, come il modo di partecipare attivamente alla comunione con il popolo, con questo si dichiarava abolita in teoria la differenza tra lavoratore e datore di lavoro; in questa cornice ideologica di stampo cooperativo il Fronte tedesco del lavoro sostituì le vecchie organizzazioni operaie affermando il superamento della lotta di classe. Altri organismi di massa raggruppavano infine le casalinghe, gli agricoltori ecc. Hitler propagandò l'idea dei Tedeschi come razza superiore e ad essa tenne fede per tutta la sua vita; di qui l'esclusione dei non tedeschi dalle pubbliche funzioni, la proibizione dei matrimoni misti, la sterilizzazione dei degenerati e dei malati incurabili e, in un crescendo di aberrazioni irrazionali, le persecuzioni generalizzate contro gli Ebrei. Egli li riteneva la fonte di tutti i mali, una sciagura, una tragedia, l'unico fattore che, come una legge naturale, spiegava il logorio dell'universo, l'esercito nemico che egli aveva la divina missione di distruggere. Crollato con la sconfitta della seconda guerra mondiale il regime hitleriano (maggio 1945), la scoperta dei campi di concentramento da parte degli alleati rivelò al mondo le dimensioni aberranti dei delitti del nazismo. Il tribunale di Norimberga, incaricato di giudicare i crimini di guerra, nella sua sentenza del primo ottobre 1946 condannò i capi hitleriani, non tutti hanno scontato la pena perché riuscirono a dileguarsi, e dichiarò criminose varie organizzazioni nazionalsocialiste.

Agli inizi del terzo millennio, l'uomo che da cinquant'anni insegue i criminali di guerra nazisti, Simon Wiesenthal, nella convinzione che è ormai controproducente portare in tribunale imputati troppo vecchi, afferma che la caccia continua finché vittime e carnefici saranno vivi e ricorda successi e insuccessi della ricerca:
Adolf Eichmann, il supervisore del vasto apparato che ha portato a termine l'Olocausto nazista, fu catturato dagli agenti segreti israeliani in Argentina nel 1960, fu trasferito segretamente in Israele e giudicato, condannato a morte e impiccato nel 1962 a Gerusalemme (unica esecuzione capitale verificatasi in Israele).
Michael Seifert, ufficiale nazista noto come il "boia di Bolzano", è stato giudicato colpevole nel 2000 dalla magistratura di Verona di nove capi di imputazione che vanno dallo stupro all'uccisione di civili internati nel campo di prigionia da lui comandato a Bolzano. Ora vive a Vancouver, in Canada. Le autorità italiane ne hanno chiesto l'estradizione.
Wolfgang Emdem, ufficiale della Wehrmmacht nella Seconda guerra mondiale, ordinò il 13 ottobre 1943 il massacro di 22 fra donne e bambini a Caiazzo (vi è un dossier) in provincia di Caserta. Giudicato e condannato dal Tribunale militare di Santa Maria Capua Vetere nel 1994, vive a Coblenza dove si occupa delle feste cittadine. Prima della condanna passava le vacanze in Romagna.
Herbert Kappler, condannato all'ergastolo il 20 luglio 1948 (definitiva dal 19 dicembre 1953) dal Tribunale militare di Roma per la strage delle Fosse Ardeatine (24 marzo 1944, 335 morti). Evade con l'aiuto della moglie dall'ospedale militare del Celio il 15 agosto 1977 e muore l'anno dopo a Saltau, in Germania.
Erich Priebke, maggiore dell'esercito tedesco scovato ed estradato dall'Argentina, insieme a Karl Hass, ritenuti colpevoli di omicidio plurimo per l'eccidio delle Fosse Ardeatine, vengono condannati il 7 marzo 1998 (definitiva nel dicembre 1998) dalla Corte di Appello militare di Roma all'ergastolo.
Walter Reder, ex maggiore delle SS, colpevole della strage di Marzabotto (Bologna, 29 settembre - 3 ottobre 1944, 1830 morti) voluta quale feroce rappresaglia per le azioni partigiane, viene condannato all'ergastolo il 31 ottobre 1951 dal tribunale militare di Bologna. Sarà liberato il 24 gennaio 1985 e morirà a Vienna il 2 maggio 1991.
Josef Mengele, autore di tremendi esperimenti di medicina su gemelli ad Auschwitz, cacciato in tutto il mondo, sembra abbia trovato rifugio in Brasile, ma nessuno è in grado di dire se vive ancora.
Alois Brunner , braccio destro di Eichmann, vive attualmente in Siria sotto il nome di Georg Fisher, dove si è rifugiato dopo la guerra e qui ha attivamente collaborato per l'organizzazione del servizio segreto di Damsco. Già condannato a morte in Francia, ha oggi 89 anni. Due attentati con lettere-bomba (1961 e nel 1980) lo hanno privato di un occhio e di una mano.


FASCISMO E NAZISMO UNITA' D'INTENTI E DI VOLERI
Fascismo e Nazismo, affini nelle ostilità verso le forme democratiche, si trovarono alleati in una politica espansionistica, e in una comune volontà di potere e di forza che annientava tutto e tutti che si contrapponevano a tale disegno. Angherie, rappresaglie, terrore, stragi caratterizzarono il governo delle due menti folli che segnarono il XX secolo, scrivendo pagine orribili di storia. Nazismo e Fascismo erano regimi fraterni. La loro intesa era ineluttabile e sia Hitler che Mussolini in più occasioni sottolineavano la comunanza di dottrina e di obiettivi, comunanza che si consolidò con la proclamazione dell'alleanza tra i due regimi, conosciuta col termine destinato a rimanere famoso, "Asse Roma- Berlino". Svariate visite e incontri alimentavano tale alleanza tanto da dare la certezza ad entrambi che le due più grandi ed autentiche democrazie del mondo erano la Germania e l'Italia. Spesso però l'equilibrio fra i due regimi totalitari si alterava per alterne vicende che ora vedevano il Fascismo seguire il Nazismo, ora il Nazismo diventare il modello da imitare. Tra tutte, l'imitazione più grave e irragionevole fu la promulgazione anche in Italia nel '38 delle leggi razziali. Il nostro paese non aveva mai conosciuto la follia razzista. Gli Ebrei erano sempre stati rispettati e avevano potuto accedere anche alle più alte cariche civili. Per nostra fortuna, al contrario di quel che avvenne in Germania, il popolo italiano sentì sempre un'invincibile repulsione verso le barbarie razziste. Oggi viene da chiedersi se quella di Mussolini e Hitler fu vera gloria. E qui nasce una riflessione, l'uomo non va giudicato per le grandi opere buone o cattive che siano, ma per quello che con la sua vita riesce a dare e a fare per gli altri, e i due dittatori, nella loro fatua grandiosità hanno fatto davvero poco, se sono oggi ricordati per aver segnato col sangue un ventennio di storia che è la vergogna del nostro secolo. Rileviamo però un risvolto positivo nel periodo post nazista di sicuro non premeditato da Hitler. Con la caduta di Hitler e del nazismo venne eliminato il potere aristocratico- ereditario delle tradizionali classi dirigenti tedesche portando alla formazione di una Repubblica Federale. Chiaramente questo processo di modernizzazione e di livellamento sociale fu il frutto di tragedie dolorose; ma esso fu anche alla radice della rinascita democratica della Germania Occidentale dopo il 1945. In questo senso si può dire che nella sua perversione Hitler ha offerto alla Germania contemporanea una buona base di partenza per la sua crescita democratica.

Giugno: Il cancelliere tedesco Adolf Hitler visita l'Italia e incontra per la prima volta Benito Mussolini.

Gli angeli della fabbrica
Giovani tedesche cuciono le bandiere con la croce uncinata. Secondo Fest, con Hitler la condizione femminile cambiò radicalmente. Mentre l'ideologia Nazista assegnava alla donna il compito di badare ai bambini e di badare al focolare domestico, nella pratica le cose andarono in modo totalmente diverso. Non si erano mai viste tante donne nelle fabbriche - anche nelle industrie belliche - come durante il nazismo.

L' "ORDINE" del NAZIFASCISMO
Per diffondere l'ideologia nazionalsocialista, Hitler curò in modo esasperato l'inquadramento della gioventù con la "Gioventù Hitleriana" fondata nel 1926 da Von Schirach e così articolata:
Jungvolk: ragazzi dai 10 ai 14 anni;
Hitler- Jugend: ragazzi dai 14 ai 18 anni;
Bund Deutscher Madchen: ragazze dai 10 ai 21 anni.

Per diffondere l'ideologia fascista si utilizzarono manifesti del tipo: Dal Decalogo del Milite:
" SAPPI che il fascista, è in specie il Milite, non deve credere alla pace perpetua...
I giorni di prigione sono meritati. La patria si serve anche facendo la sentinella ad un bidone di benzina...
Un compagno deve essere un fratello: 1 perché vive con te, 2 perché la pensa come te... Il moschetto, le giberne ecc. ti sono stati affidati non per sciuparli nell'ozio, ma per conservarli per la guerra...
Non dire mai: "Tanto paga il Governo!" perché sei tu stesso che paghi, e il governo è quello che tu hai voluto e per il quale indossi la divisa... la disciplina è il sole degli eserciti: senza di essa non si hanno soldati, ma confusione e disfatta... MUSSOLINI ha sempre ragione! Il volontario non ha attenuanti quando disobbedisce!...
Una cosa deve esserti chiara soprattutto, la vita del DUCE".

Mussolini oltremodo teneva prima che ai giovani, ai giovanissimi perché, debitamente addestrati, costituiscono la futura forza del Paese. I bambini d'Italia così erano inquadrati:
Figli della lupa, fino a 8 anni. Nel' 39 erano 1.546.389 .
Balilla, 8- 11 anni. Camicia nera, pantaloni corti grigio- verdi, fez alla bersagliera, foulard nero. Nel' 30 erano 981.774; 1.746.560 nel' 39.
Balilla moschettieri, a 12 anni.
Avanguardisti, 14- 15 anni. Pantaloni grigio- verdi alla zuava con fasce, giacca di panno verde, camicia nera, medaglione <<DUX>> e cappello alpino. Nel' 30 erano 371.529; 906.785 nel' 39.
Avanguardisti moschettieri, a 16- 17 anni.
Avanguardisti mitraglieri, a 18 anni.
Giovani fascisti, dai 19 anni. Nel' 39 erano 1.176.798 .
Le bambine d'Italia così erano inquadrate:
Figlie della lupa, fino a 8 anni.
Piccole italiane, 8- 14 anni. Nel' 30 erano 370.183; 1.622.766 nel' 39. La divisa: gonna nera, camicetta bianca, cravatta, calze bianche, scarpe nere, baschetto nero.
Giovani italiane, 15- 21 anni. Nel' 30 erano 98.002; 441.254 nel' 39.
Giovani fasciste, da 22 anni. Nel' 39 erano 450.995.

Dal diario (1937- 1943) di Galeazzo Ciano:
1 febbraio 1938. " Cerimonia della Milizia: il passo di parata è apparso al pubblico, che lo ha molto applaudito. Il Duce ha fatto un discorso alla Milizia di fronte al Colosseo. Ha parlato militarescamente: ha sferzato i mormoratori, che ha qualificato di sedentari, pancioni, deficienti e mezze cartucce. "
7 maggio 1938. (durante la visita di Hitler in Italia.) " Il Fuhrer ha avuto più successo personale di quanto io non credessi. Giunto tra l'ostilità generale ed imposto dalla volontà di Mussolini, è riuscito abbastanza a fondere il ghiaccio intorno a lui. Il discorso di ieri ha molto contribuito. Ed anche i contatti personali, gli hanno procurato simpatie. Specialmente tra le signore. Il re gli rimane sempre ostile e tende a farlo passare per una specie di degenerato psico- fisiologico. "

L'auto celebrazione dell'Italia fascista implicava una rottura drastica con la "mentalità borghese" considerata la causa dell'incapacità degli italiani a "sentire " il loro "dovere" e a compiere la "missione" . Da ciò la considerazione del "popolo minuto" come il depositario delle "più belle virtù sociali", da ciò la campagna contro il "lei", la "stretta di mano", la "raffinatezza decadente nel vestire". Il fascista doveva prediligere gli abiti semplici e le fogge sportive o guerresche: "la sagoma del milite - diceva Mussolini - dev'essere rozza".

Una scheda elettorale proposta nel 1929, in pieno regime fascista: al centro è stampato il quesito agli elettori: "Approvate voi la lista dei deputati approvata dal Gran Consiglio del Fascismo?". Essa non offriva alcuna possibilità di scelta.

LA SVASTICA
Il termine "svastica" deriva dall'unione di due voci sanscrite:
"AWAR" = sole e figuratamente = felicità, salute, bene;
"STHIK" = giro, rotazione, rivoluzione, circuito.
Pertanto svastica significa giro, rotazione del sole intorno alla terra, apportatore di felicità, di salute e di ogni bene. La forma più antica è costituita da una croce con bracci uguali che terminano con appendici ad angolo retto, ora rivolte a destra, ora rivolte a sinistra, secondo il modo usato da un popolo o da un altro. Le prime figurazioni di tale simbolo risalgono a tempi antichissimi e si trovano nella Villa Arbusto di Lacco Ameno (Ischia) e nel museo di Paestum e di Ercolano come segno della sua presenza già nell'epoca preistorica.
Nel mondo antico la svastica era un segno religioso universale che sottolineava l'importanza del Sole come fonte di vita e di felicità, invece il nazismo, storpiandone il vero significato, ne fece un emblema politico tutto proprio.
La prima volta che la svastica apparve come segno politico razziale fu durante la dominazione longobarda: era il simbolo dell'antica razza ariana. Dopo oltre quindici secoli circa, essa riapparve nel medesimo significato longobardo. Dopo la vittoria dell'esercito prussiano sulla Francia nel 1870, la croce gammata, in tedesco "Hakenkreuzi", divenne il simbolo della superbia teutonica. La Germania fece della svastica l'emblema nazionale e cominciò a diffondersi la teoria del pangermanesimo, il cosiddetto "Kulturkamff", cioè il sistema politico che aveva come meta la riunione in un unico stato di tutti i popoli di razza germanica. Questa concezione politica rimase pura utopia con la sconfitta subita nella prima guerra mondiale 1914- 1918.
Dopo circa un decennio, ecco di nuovo alla ribalta la svastica, come simbolo della razza germanica (ariana). Adolf Hitler nel 1933 adottò la svastica come emblema del nazionalsocialismo e la pose nella banda centrale della bandiera nazionale. Sulla bandoliera di alcune truppe specializzate c'era la svastica con intorno queste tre parole: "Gott Mit Uns" (Dio è con noi).

maurizio

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Messaggioda *Yole* » 18 gen 2012, 14:16

TI HO DATO UN CREDITO PER L'AIUTO DATO :wink:

*Yole*

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