SENECA - De Providentia (Sulla Provvidenza) testo ilatino e traduzione

Seneca - De Providentia (La provvidenza)
Opera integrale testo latino e traduzione italiana

Quaesisti a me, Lucili, quid ita, si providentia mundus ageretur, multa bonis viris mala acciderent. Hoc commodius in contextu operis redderetur, cum praeesse universis providentiam probaremus et interesse nobis deum; sed quoniam a toto particulam revelli placet et unam contradictionem manente lite integra solvere, faciam rem non difficilem, causam deorum agam. 2. Supervacuum est in praesentia ostendere non sine aliquo custode tantum opus stare nec hunc siderum coetum discursumque fortuiti impetus esse, et quae casus incitat saepe turbari et cito arietare, hanc inoffensam velocita tem procedere aeternae legis imperio tantum rerum terra marique gestantem, tantum clarissimorum luminum et ex disposito relucentium; non esse materiae errantis hunc ordinem nec quae temere coierunt tanta arte pendere ut terrarum gravissimum pondus sedeat inmotum et circa se properantis caeli fugam spectet, ut infusa vallibus maria molliant terras nec ullum incrementum fluminum sentiant, ut ex minimis seminibus nascantur ingentia. 3. Ne illa quidem quae videntur confusa et incerta, pluvias dico nubesque et elisorum fulminum iactus et incendia ruptis montium verticibus effusa, tremores labantis soli aliaque quae tumultuosa pars rerum circa terras movet, sine ratione, quamvis subita sint, accidunt, sed suas et illa causas habent non minus quam quae alienis locis conspecta miraculo sunt, ut in mediis fluctibus calentes aquae et nova insularum in vasto exilientium mari spatia. 4. Iam vero si quis observauerit nudari litora pelago in se recedente eademque intra exiguum tempus operiri, credet caeca quadam volutatione modo contrahi undas et introrsum agi, modo erumpere et magno cursu repetere sedem suam, cum interim illae portionibus crescunt et ad horam ac diem subeunt ampliores minoresque, prout illas lunare sidus elicuit, ad cuius arbitrium oceanus exundat. Suo ista tempori reserventur, eo quidem magis quod tu non dubitas de providentia sed quereris.

Tu mi chiedi, Lucilio, perché, se Dio si prende cura del mondo, accadono ai buoni tante disgrazie. L'argomento esigerebbe una trattazione più ampia, inquantoché si dovrebbe prima discutere e dimostrare se e vero che l'universo è retto da una legge provvidenziale e che Dio si cura effettivamente di noi, ma poichè tu mi domandi di affrontare una sola parte del problema, per risolvere il tuo quesito, senza approfondire l'intera questione, farò una cosa semplicissima: assumerò, cioè, la difesa di Dio. innanzitutto è superfluo dimostrare, a lmeno per il momento, come un'opera di così vasta portata qual è l'universo possa sussistere senza che alcuno la sorvegli e come il regolare e costante corso delle stelle, nel loro duplice moto di avvicinamento e di allontanamento, non sia dovuto ad un impulso casuale - cosa impossibile inquanto tutto ciò che si muove disordinatamente si scompiglia e dà di cosso, mentre queste rotazioni procedono senza intoppi, sotto la spinta ordinata di una legge eterna, portando sulla terra e nel mare un'enorme quantità di esseri animati e inanimati e sparpagliando nel cielo un gran numero di chiarissime stelle rilucenti secondo un ordine che le colloca ciascuna in un posto preciso e determinato. Né serve dimostrare come tutto quest'ordine non possa attribuirsi ad una materia cieca, che vaghi a caso, e come degli elementi aggregatisi fortuitamente possano restare sospesi nel vuoto, con tale e tanta arte da far sì che l'enorme mole della terra se ne rimangaimmobile a contemplare il cielo che le gira intorno nel solerte e veloce moto degli astri, e consentire che i mari s'insinuino nelle valli, rendendo le terre permeabili affinché i fiumi poi nel riversarsi non abbiano a straripare, e come infine da piccoli semi possano nascere organismi viventi tanto grandi. E anche quei fenomeni che sembrano oscuri e irregolari - cioè le piogge, le nubi, lo sprigionarsi e l'abbattersi dei fulmini, le lave incandescenti che traboccano dai crateri dei vulcani, le scosse della terra che vacilla sotto i nostri piedi e tutti quegli altri rivolgimenti che si verificano nell'atmosfera che circonda la terra - per quanto imprevedibili, non accadono senza una ragione, ma hanno anch'essi le loro cause, non meno di quei fenomeni che sembrano miracoli inquanto accadono in luoghi diversi da quelli in cui, secondo noi, dovrebbero verificarsi, come le sorgenti d'acqua calda nel bel mezzo del mare o l'emergere improvviso di nuove e vaste isole nell'immensità dell'oceano. Se poi osserviamo le spiagge prosciugarsi e ribagnarsi nel moto alterno delle onde che cadenzando si ritraggono e rifluiscono in breve spazio di tempo, possiamo mai pensaree che questo flusso e riflusso, che ora cede ed ora riconquista la propria sede, sia dovuto al caso? Al contrario, le onde crescono e si riversano sulla spiaggia con un ritmo periodico, in giorni ed ore stabiliti, alzandosi e abbassandosi secondo l'attrazione esercitata dalla luna, che determina appunto il rigonfiarsi e lo straripamento della massa marina. Ma rimandiamo ad altro tempo la discussione su tutti questi fenomeni, tanto più per il fatto che tu non metti in dubbio la provvidenza, ma te ne lamenti:

In gratiam te reducam cum dis adversus optimos optimis. Neque enim rerum natura patitur ut umquam bona bonis noceant; inter bonos viros ac deos amicitia est conciliante virtute. Amicitiam dico? immo etiam necessitudo et similitudo, quoniam quidem bonus tempore tantum a deo differt, discipulus eius aemulatorque et vera progenies, quam parens ille magnificus, virtutum non lenis exactor, sicut severi patres, durius educat. 6. Itaque cum videris bonos viros acceptosque dis laborare sudare, per arduum escendere, malos autem lascivire et voluptatibus fluere, cogita filiorum nos modestia delectari, vernularum licentia, illos disciplina tristiori contineri, horum ali audaciam. Idem tibi de deo liqueat: bonum virum in deliciis non habet, experitur indurat, sibi illum parat

 

Io voglio riconciliarti con Dio e dimostrarti che non è ingiusto coi buoni. Del resto è legge di natura che un bene non possa nuocere ad un altro bene. Tra gli uomini virtuosi e la divinià c'è uno stretto legame di amicizia, costituito dalla virtù, anzi un legame più che di amicizia, costituito dalla virtù, anzi un legame più che di amicizia di parentela e di somiglianza inquantoché l'uomo buono differisce da Dio solo per via del tempo, voglio dire perché non è eterno come lui, che, da quel padre meraviglioso che è, ma anche esigente in fatto di virtù, lo educa quale suo figlio vero, e discepolo ed emulo, più duramente di quanto non educhi gli altri, come del resto fanno tutti i padri severi. Perciò quando vedi gli uomini buoni - che come ho detto sono cari a Dio - affannarsi, sudare e arrampicarsi lungo difficili pendii, mentre i malvagi se la spassano e nuotano nei piaceri lascivi della carne, pensa quanto ci diletti vedere i nostri figli costumati di fronte a quelli, sfacciati, della servitù, e come mentre i nostri li teniamo a freno con una dura disciplina alimentiamo così la sfrontatezza degli altri. La stessa idea devi farti di Dio: Egli non tiene l'uomo buono in mezzo ai piaceri, ma lo mette alla prova, lo irrobustisce, e in questo modo lo fa degno di sé.

1. 'Quare multa bonis viris adversa eveniunt?' Nihil accidere bono viro mali potest: non miscentur contraria. Quemadmodum tot amnes, tantum superne deiectorum imbrium, tanta medicatorum uis fontium non mutant saporem maris, ne remittunt quidem, ita adversarum impetus rerum viri fortis non vertit animum: manet in statu et quidquid evenit in suum colorem trahit; est enim omnibus externis potentior. 2. Nec hoc dico, non sentit illa, sed vincit, et alioqui quietus placidusque contra incurrentia attollitur. Omnia adversa exercitationes putat. Quis autem, vir modo et erectus ad honesta, non est laboris adpetens iusti et ad officia cum periculo promptus? Cui non industrio otium poena est? 3. Athletas videmus, quibus virium cura est, cum fortissimis quibusque confligere et exigere ab iis per quos certamini praeparantur ut totis contra ipsos viribus utantur; caedi se vexarique patiuntur et, si non inveniunt singulos pares, pluribus simul obiciuntur. 4. Marcet sine adversario virtus: tunc apparet quanta sit quantumque polleat, cum quid possit patientia ostendit. Scias licet idem viris bonis esse faciendum, ut dura ac difficilia non reformident nec de fato querantur, quidquid accidit boni consulant, in bonum vertant; non quid sed quemadmodum feras interest. 5. Non vides quanto aliter patres, aliter matres indulgeant? illi excitari iubent liberos ad studia obeunda mature, feriatis quoque diebus non patiuntur esse otiosos, et sudorem illis et interdum lacrimas excutiunt; at matres fovere in sinu, continere in umbra volunt, numquam contristari, numquam flere, numquam laborare.

 

"Ma se vuole farli degni di sé, per quale ragione Dio manda ai buoni tante discrazie?" Innanzitutto ti ripeto che a un uomo buono non pu&ogravo; capitare nulla che possa dirsi propriamente un male: i contrari, infatti, non si mescolano fra loro. Come la quantità dei fiumi, delle piogge che cadono dal cielo e delle sorgenti curative non altera la salsedine del mare, né tanto meno l'elimina, così l'assalto delle avversità non intacca l'animo dell'uomo forte: questi rimane saldo nel suo stato e nelle sue convinzioni, piegando gli eventi a sé, non sé agli eventi, perché ha un potere superiore a tutto ciò che lo circonda. Non dico che sia insensibile alle avversità, dico che le vince, e anche se abitualmente è tranquillo e pacifico, quando quelle gli si buttano addosso sa ergervisi contro e rintuzzarle. Per lui le avversità non hanno altra funzione ed altro scopo che di esercitare la sua virtù. E quale uomo, degno di questo nome, che sia dedito all'onestà, non aspira ad essere all'onestà, non aspira ad essere messo giustamente alla prova, o non è pronto a fare il suo dovere anche sapendo di rischiare? Così l'ozio è una sofferenza per chi sia nato all'azione. Guarda gli atleti, che, attenti come sono alle proprie forze, si battono con avversari più gagliardi di loro, anzi, durante l'esercitazione, chiedono e pretendono dagli allenatori che li preparano alla gara di scaricargli contro tutte le loro energie, e incassano colpi su colpi, e se non trovano uno che sia almeno pari a loro, si battono contemporaneamente con più di un avversario. La virtù si rammollisce se non ha chi la contrasti, e solo quando dimostra quale peso può reggere rivela la sua grandezza e la sua forza. Convinciti dunque che l'uomo buono deve comportarsi nel medesimo modo: non temere durezze e difficoltà, non lagnarsi se il destino gli &avverso, accogliere come un bene, o trasformarlo in tale, qualunque male gli accada; e non importa quale ma come egli riesce a sopportarlo. Guarda la differenza fra l'amore di un padre e quello di una madre: il padre esige che i figli s'alzino di buon'ora per dedicarsi alle loro occupazioni, non vuole che riposino neppure nei giorni festivi, gli fa versare lacrime e sudore; la madre, invece, vorrebbe coccolarseli in seno, fargli scudo, a difesa d'ogni tristezza, d'ogni pianto e fatica.

6. Patrium deus habet adversus bonos viros animum et illos fortiter amat et 'operibus' inquit 'doloribus damnis exagitentur, ut verum colligant robur.' Languent per inertiam saginata nec labore tantum sed motu et ipso sui onere deficiunt. Non fert ullum ictum inlaesa felicitas; at cui adsidua fuit cum incommodis suis rixa, callum per iniurias duxit nec ulli malo cedit, sed etiam si cecidit de genu pugnat.7. Miraris tu, si deus ille bonorum amantissimus, qui illos quam optimos esse atque excellentissimos vult, fortunam illis cum qua exerceantur adsignat? Ego vero non miror, si aliquando impetum capiunt spectandi magnos viros conluctantis cum aliqua calamitate. 8. Nobis interdum voluptati est, si adulescens constantis animi inruentem feram venabulo excepit, si leonis incursum interritus pertulit, tantoque hoc spectaculum est gratius quanto id honestior fecit. Non sunt ista quae possint deorum in se vultum convertere, puerilia et humanae oblectamenta levitatis: 9. ecce spectaculum dignum ad quod respiciat intentus operi suo deus, ecce par deo dignum, vir fortis cum fortuna mala compositus, utique si et provocauit. Non video, inquam, quid habeat in terris Iuppiter pulchrius, si <eo> convertere animum velit, quam ut spectet Catonem iam partibus non semel fractis stantem nihilo minus inter ruinas publicas rectum. 10. 'Licet' inquit 'omnia in unius dicionem concesserint, custodiantur legionibus terrae, classibus maria, Caesarianus portas miles obsideat, Cato qua exeat habet: una manu latam libertati viam faciet. Ferrum istud, etiam civili bello purum et innoxium, bonas tandem ac nobiles edet operas: libertatem quam patriae non potuit Catoni dabit. Aggredere, anime, diu meditatum opus, eripe te rebus humanis. Iam Petreius et Iuba concucurrerunt iacentque alter alterius manu caesi, fortis et egregia fati conventio, sed quae non deceat magnitudinem nostram: tam turpe est Catoni mortem ab ullo petere quam vitam.' 11. Liquet mihi cum magno spectasse gaudio deos, dum ille vir, acerrimus sui uindex, alienae saluti consulit et instruit discedentium fugam, dum studia etiam nocte ultima tractat, dum gladium sacro pectori infigit, dum viscera spargit et illam sanctissimam animam indignamque quae ferro contaminaretur manu educit. 12. Inde crediderim fuisse parum certum et efficax vulnus: non fuit dis inmortalibus satis spectare Catonem semel; retenta ac revocata virtus est ut in difficiliore parte se ostenderet; non enim tam magno animo mors initur quam repetitur. Quidni libenter spectarent alumnum suum tam claro ac memorabili exitu evadentem? mors illos consecrat quorum exitum et qui timent laudant.

 

Ebbene, Dio verso i buoni ha l'animo di un padre, li ama, ma senza debolezze o cedimenti, e dice: "Le fatiche, i dolori e le sventure li tengono sempre vigili, così acquisteranno una forza autentica, vera". Le bestie che ingrassano nell'inoperosità s'indeboliscono e non solo non sono capaci di compiere alcuno sforzo ma non riescono nemmeno a muoversi e a sostenere il loro stesso peso. Una felicità che non conosca assalti al minimo colpo vacilla, chi invece è costretto a lottare incessantemente contro le avversità della vita finisce col farci il callo e non cade davanti ad alcun male, e anche se cade continua a combattere in ginocchio. Ora ti meravigli che un Dio così amorevole verso i buoni, che desidera ottimi e superiori agli altri, assegni loro un destino che li tenga sempre addestrati? Io, per me, non mi meraviglio affatto se talvolta gli viene il ghiribizzo di vedere degli uomini virtuosi alle prese con qualche disgrazia. Anche a noi piace spesso guardare un giovane deciso e valoroso attendere a pie' fermo, col giavellotto in pugno, la belva che s'avventa contro di lui, il balzodel leone, senz'alcuna paura, e lo spettacolo ci è tanto più gradito quanto più coraggioso è colui da cui ci viene offerto. Ma non a simili imprese si volge l'occhio di Dio: questi sono giochetti puerili, passatempi dell'umana leggerezza. Ecco invece uno spettacolo degno di essere guardato da un Dio intento alla sua opera, ecco l'uguale, pari alla divinità: un uomo forte in lotta contro la sorte avversa, e meglio ancora se quella lotta l'ha provocata lui. Non so davvero quale spettacolo più bello potrebbe vedere Dio sulla terra, quando volesse volgervi lo sguardo, di quello di Catone, che a dispetto delle tante sconfitte subite dai suoi se ne sta dritto in mezzo alla generale rovina. Sembra che dica: "Pur se ogni cosa è caduta sotto il dominio di Cesare e ormai le sue legioni presidiano la terra e le sue flotte il mare e i suoi soldati battono alle porte, Catone ha come uscirne: con una sola mano saprà aprirsi la strada verso la libertà! Codesta spada, rimasta pura e innocente anche nella guerra civile, compirà finalmente una buona e nobile impresa: darà a Catone quella libertà che egli non potè dare alla patria. Esegui, animo mio, quel gesto già meditato da tempo, ritirati dalle vicende umane! Giuba e Petreio si sono già scontrati e son caduti l'uno per mano dell'altro: un patto di morte nobile e coraggioso, ma che non si addice alla grandezza di Catone: per lui sarebbe una vergogna chiedere ad altri la morte, come pure la vita". Sono certo che Dio avrà guardato con somma gioia la scena di quest'uomo così deciso in quel suo gesto liberatore, dopo aver atteso alla salvezza degli altri organizzandone la fuga, un uomo che dedicò allo studio anche l'ultima notte, e che alla fine s'immerse la spada nel petto immacolato aprendosi le viscere con le sue stesse mani, per liberare così la sua santissima anima che il contatto del ferro avrebbe indegnamente contaminato. Dio non si accontentò di vederlo morire d'una morte istantanea - e perciò la ferita prodotta dalla spada fu imprecisa e poco efficace - ma volle prolungare il suo coraggio perché quel gesto si ripetesse più volte, in una prova sempre più dura: il vero eroismo, infatti, non sta tanto nell'affrontare la morte quanto nel provocarla ripetutamente. E perché Dio non avrebbe dovuto compiacersi di guardare un figlio suo che se ne usciva dalla scena del mondo con una fine così esemplare e memorabile? Una simile morte consacra l'uomo all'immortalità, ed è lodata anche da coloro che ne hanno paura.

1. Sed iam procedente oratione ostendam quam non sint quae videntur mala: nunc illud dico, ista quae tu vocas aspera, quae adversa et abominanda, primum pro ipsis esse quibus accidunt, deinde pro universis, quorum maior dis cura quam singulorum est, post hoc volentibus accidere ac dignos malo esse si nolint. His adiciam fato ista sic ire et eadem lege bonis evenire qua sunt boni. Persuadebo deinde tibi ne umquam boni viri miserearis; potest enim miser dici, non potest esse. 2. Difficillimum ex omnibus quae proposui videtur quod primum dixi, pro ipsis esse quibus eveniunt ista quae horremus ac tremimus. 'Pro ipsis est' inquis 'in exilium proici, in egestatem deduci, liberos coniugem ecferre, ignominia adfici, debilitari?' Si miraris haec pro aliquo esse, miraberis quosdam ferro et igne curari, nec minus fame ac siti. Sed si cogitaveris tecum remedii causa quibusdam et radi ossa et legi et extrahi venas et quaedam amputari membra quae sine totius pernicie corporis haerere non poterant, hoc quoque patieris probari tibi, quaedam incommoda pro iis esse quibus accidunt, tam mehercules quam quaedam quae laudantur atque adpetuntur contra eos esse quos delectaverunt, simillima cruditatibus ebrietatibusque et ceteris quae necant per voluptatem. 3. Inter multa magnifica Demetri nostri et haec vox est, a qua recens sum; sonat adhuc et vibrat in auribus meis: 'nihil' inquit 'mihi videtur infelicius eo cui nihil umquam evenit aduersi.' Non licuit enim illi se experiri. Ut ex voto illi fluxerint omnia, ut ante votum, male tamen de illo di iudicaverunt: indignus visus est a quo vinceretur aliquando fortuna, quae ignavissimum quemque refugit, quasi dicat: 'quid ergo? istum mihi adversarium adsumam? Statim arma summittet; non opus est in illum tota potentia mea, levi comminatione pelletur, non potest sustinere vultum meum. Alius circumspiciatur cum quo conferre possimus manum: pudet congredi cum homine vinci parato.

 

Ma, proseguendo nel mio discorso, ti dimostrerò come e perchè quelli che noi chiamiamo mali siano tali solo all'aspetto. Per ora ti dico questo, che quegli eventi che tu definisci difficili, avversi e detestabili, sono utili in primo luogo a quelle stesse persone che li subiscono e poi anche all'umanità, alla quale Dio guarda più nell'insieme che nei suoi singoli componenti; inoltre, che essi capitano a coloro che sono disposti ad accettarli, ché se non fossero accettati, allora sì sarebbero veramente dei mali e come tali sarebbero meritati. A chiarimento di questa mia affermazione aggiungerò che tali eventi, regolati dal destino, toccano ai buoni proprio perchè sono buoni. Poi ti convincerò a non compiangere mai un uomo buono, giacché egli è compassionevole solo all'apparenza, a chi lo guardi superficialmente, ma in realtà non lo è. Di tutti i punti della questione il più difficile a comprendersi mi sembra il primo, il fatto, cioè, che degli avvenimenti spaventosi e tremendi possano giovare a chi li riceve. "È forse un bene", mi dirai, "essere cacciati in esilio, ridursi in povertà, veder morti i propri figli, la moglie, essere tacciati d'infamia, cadere ammalati?" Ascolta: se ti meravigli che simili accidenti possano giovare a qualcuno, devi anche stupirti del fatto che in certi casi i malati vengano curati col fuoco e col ferro, oppure con la fame e con la sete. Se poi pensi che ad alcuni , per guarirli, vengono raschiate od asportate ossa, sfilate vene e tolte delle membra, che restano attaccate al corpo lo ucciderebbero, devi convenire che anche certe disgrazie sono di vantaggio a chi le subisce, così come certi piaceri, che pur sono lodati e desiderati, finiscono per nuocere a chi li ha goduti, simili alle indigestioni, alle ubriacature e ad altre cose del genere che uccidono proprio attraverso il piacere. Fra i detti memorabili del mio amico Demetrio c'è anche questo, fresco fresco, che ancor più infelice che una felicità senza disgrazie". Chi infatti non ha mai messo alla prova la sua felicità non è propriamente felice. Dio non si fa buon concetto di un uomo a cui tutto fili liscio, secondo i suoi desideri o addirittura anticipandoli; non può ritenerlo degno se non ha affrontato e vinto almeno una volta le avversità della sorte, la quale fugge i vigliacchi, quasi dicesse: "Perchè dovrei scegliermi costui come rivale? Non c'è gusto : deporrebbe subito le armi. Non potrei sperimentare contro di lui tutte le mie forze, quando una mia semplice minaccia lo abbatterebbe. Non reggerebbe neppure il mio sguardo. È meglio che mi cerchi qualcun altro con cui attaccar battaglia. Mi vergogno di battermi con chi rinuncia alla lotta e si dichiara vinto in partenza".

4. ' Ignominiam iudicat gladiator cum inferiore componi et scit eum sine gloria vinci qui sine periculo vincitur. Idem facit fortuna: fortissimos sibi pares quaerit, quosdam fastidio transit. Contumacissimum quemque et rectissimum adgreditur, adversus quem uim suam intendat: ignem experitur in Mucio, paupertatem in Fabricio, exilium in Rutilio, tormenta in Regulo, venenum in Socrate, mortem in Catone. Magnum exemplum nisi mala fortuna non invenit. 5. Infelix est Mucius quod dextra ignes hostium premit et ipse a se exigit erroris sui poenas, quod regem quem armata manu non potuit exusta fugat? Quid ergo? felicior esset, si in sinu amicae foveret manum? 6. Infelix est Fabricius quod rus suum, quantum a re publica vacauit, fodit? quod bellum tam cum Pyrrho quam cum diuitiis gerit? quod ad focum cenat illas ipsas radices et herbas quas in repurgando agro triumphalis senex vulsit? Quid ergo? felicior esset, si in ventrem suum longinqui litoris pisces et peregrina aucupia congereret, si conchyliis superi atque inferi maris pigritiam stomachi nausiantis erigeret, si ingenti pomorum strue cingeret primae formae feras, captas multa caede venantium? 7. Infelix est Rutilius quod qui illum damnauerunt cau sam dicent omnibus saeculis? quod aequiore animo passus est se patriae eripi quam sibi exilium? quod Sullae dictatori solus aliquid negavit et revocatus tantum non retro cessit et longius fugit? 'Viderint' inquit 'isti quos Romae deprehendit felicitas tua: videant largum in foro sanguinem et supra Seruilianum lacum (id enim proscriptionis Sullanae spoliarium est) senatorum capita et passim vagantis per urbem percussorum greges et multa milia ciuium Romanorum uno loco post fidem, immo per ipsam fidem trucidata; videant ista qui exulare non possunt.' 8. Quid ergo? felix est L. Sulla quod illi descendenti ad forum gladio summovetur, quod capita sibi consularium virorum patitur ostendi et pretium caedis per quaestorem ac tabulas publicas numerat? Et haec omnia facit ille, ille qui legem Corneliam tulit. 9. Veniamus ad Regulum: quid illi fortuna nocuit quod illum documentum fidei, documentum patientiae fecit? Figunt cutem claui et quocumque fatigatum corpus reclinavit, vulneri incumbit; in perpetuam vigiliam suspensa sunt lumina: quanto plus tormenti tanto plus erit gloriae. Vis scire quam non paeniteat hoc pretio aestimasse virtutem? refige illum et mitte in senatum: eandem sententiam dicet. 10. Feliciorem ergo tu Maecenatem putas, cui amoribus anxio et morosae uxoris cotidiana repudia deflenti somnus per symphoniarum cantum ex longinquo lene resonantium quaeritur? Mero se licet sopiat et aquarum fragoribus avocet et mille voluptatibus mentem anxiam fallat, tam vigilabit in pluma quam ille in cruce; sed illi solacium est pro honesto dura tolerare et ad causam a patientia respicit, hunc voluptatibus marcidum et felicitate nimia laborantem magis iis quae patitur vexat causa patiendi. 11. Non usque eo in possessionem generis humani vitia venerunt ut dubium sit an electione fati data plures nasci Reguli quam Maecenates velint; aut si quis fuerit qui audeat dicere Maecenatem se quam Regulum nasci maluisse, idem iste, taceat licet, nasci se Terentiam maluit. 12. Male tractatum Socratem iudicas quod illam potionem publice mixtam non aliter quam medicamentum inmortalitatis obduxit et de morte disputavit usque ad ipsam? Male cum illo actum est quod gelatus est sanguis ac paulatim frigore inducto venarum vigor constitit? 13. Quanto magis huic invidendum est quam illis quibus gemma ministratur, quibus exoletus omnia pati doctus exsectae virilitatis aut dubiae suspensam auro nivem diluit! Hi quidquid biberunt vomitu remetientur tristes et bilem suam regustantes, at ille venenum laetus et libens hauriet. 14. Quod ad Catonem pertinet, satis dictum est, summamque illi felicitatem contigisse consensus hominum fatebitur, quem sibi rerum natura delegit cum quo metuenda conlideret. 'Inimicitiae potentium graves sunt: opponatur simul Pompeio, Caesari, Crasso. Grave est a deterioribus honore anteiri: Vatinio postferatur. Graue est civilibus bellis interesse: toto terrarum orbe pro causa bona tam infeliciter quam pertinaciter militet. Grave est manus sibi adferre: faciat. Quid per haec consequar? ut omnes sciant non esse haec mala quibus ego dignum Catonem putavi

Il gladiatore considera disonorevole l'essere messo di fronte ad un avversario meno forte di lui, perché sa che non c'è glorai in una vittoria senza rischi. Così fa pure la sorte: cerca rivali degni di lei. Certi uomini li guarda con disprezzo e passa oltre, assale solo i più decisi ed ostinati contro cui poter dirigere tutta la sua forza: usa il fuoco con Muzio, la povertà con Fabrizio, l'esilio con Rutilio, la torttura con Regolo, il veleno con Socrate, il suicidio con Catone. i grandi esempi sono possibili solo nella sventura. è forse infelice Muzio perchè impone la destra sul fuoco nemico punendola egli stesso per lo sbaglio commesso? Quella mano che armata non seppe uccidere il re e che ora, bruciata, riesce a metterlo in fuga? Sarebbe stato più lieto se quella mano l'avesse riscaldata nel seno dell'amante? È forse infelice Fabrizio quando vanga il suo campicello?, in quel tanto di libertà che gli rimane dagli affari di Stato? O perchè muove guerra contro Pirro e al tempo stesso contro le ricchezze? O perchè, seduto accanto al fuoco, si ciba di quelle stesse erbe e radici che di sua mano ha raccolto nel pulire il suo orto, lui, vecchio e glorioso trionfatore? Sarebbe forse stato più felice se si fosse rimpinzato di pesci provenienti dai lidi più lontani o di uccelli forestieri, se avesse stuzzicato il suo stomaco pigro e riluttante con le ostriche dell'Adriatico e del Tirreno, o guarnito con montagne di frutta la pregevole selvaggina catturata con tanta strage dai cacciatori? È infelice Rutilio, quando i giudici che gli hanno inflitto quella condanna dovranno risponderne alla Storia per tutti i secoli futuri? Lui, che ha sofferto di essere strappato alla patria con più serenità che se fosse scampato all'esilio? Infelice per aver lui solo risposto no al dittatore, quando, pur richiamato da Silla, non soltanto non ritornò ma fuggì ancora più lontano? "Se la sbrighino", gli disse, "quei disgraziati che in Roma sono rimasti abbindolatidalla tua felicità, quella felicità di cui usurpasti il nome, facendoti chiamare, per la tua era, Felice. Guardino i fiumi di sangue nel foro, le teste mozze dei senatori sulla fontana di Servilio, covo di assassini delle tue proscrizioni, le squadracce dei tuoi sicari sparpagliati per la città e le tante migliaia di romani trucidati in massa, dopo il pegno d'incolumità che gli era stato dato, anzi proprio per questo. Se lo guardi un tale spettacolo chi non ha il privilegio dell'esilio!" Ed è forse felice lo stesso Silla, quando, recandosi al foro, deve aprirsi la strada a colpi di spada, o quando gli si mostrano le teste dei consolari e fa segnare dal questore sui registri dello Stato le taglie da pagare per quelle stragi? Ed è lui che fa tutto questo, proprio lui che ha emanato la legge Cornelia contro i sicari e gli avvelenatori! Veniamo a Regolo, ora: quale danno gli fece mai la sorte?, quando lo assunse a modello di lealtà e di coraggio? I chiodi gli si conficcano nelle carni, dovunque si appoggi, il suo corpo straziato riceve ferite su ferite, i suoi occhi sono sospesi in una veglia senza fine; ma quanto più nero è lo strazio tanto più luminosa risplende la sua gloria. Vuoi sapere se si è pentito di aver pagato a questo prezzo la sua lealtà? Risucitalo e rimandalo in Senato: sarà sempre dello stesso parere. E ancora: credi tu più felice Mecenate, quando, eccitato dalle sue voglie amorose e mortificato dai quotidiani rifiuti di una moglie lunatica e capricciosa, cerca di conciliarsi il sonno al dolce suono di melodie lontane? Si stordisca pure col vino, si distragga allo scroscio fragoroso delle acque, inganni pure con mille piaceri il suo animo esulcerato: resterà sveglio sul suo letto di piume come Regolo sulla sua croce. Ma Regolo almeno ha il conforto di aver patito tale strazio in nome della sua lealtà, quando da quella sofferenza volge lo sguardo alla causa, nobilissima, che l'ha generata; Mecenate, invece, snervato dai piaceri e schiavo della troppa felicità, è tormentato più dalla causa della sua pena che dalla pena stessa. I vizi non sono ancora così padroni del mondo da far dubitare che se potessimo scegliere il nostro destino vi sarebbero più Regoli che Mecenati, o addirittura che se uno ardisse confessare di preferire a Regolo Mecenate, in realtà vorrebbe essere Terenia. Pensi che Socrate sia stato trattato male da Dio, quando bevve, come se fosse un filtro per l'immortalità, il veleno fornitogli dallo Stato e disputò sulla morte sino a che questa non lo ghermì? Che male gliene venne quando il sangue gli si gelò e, diffondendosi il freddo a poco a poco, la vita gli si spense nelle vene? Quanto più invidiabili è lui di fronte a chi beve nettari prelibati sentro coppe ingemmate, mentre magari un giovane lascivo, rotto ad ogni libidine, evirato o di sesso ambiguo, gli versa neve disciolta da un calice dorato! Uomini siffatti vomiteranno tutto ciò che han bevuto, sentendone il più totale disgusto nel riguardo della loro bile, mentre Socrate bevve lieto e tranquillo il suo veleno. Quanto a Catone se n'è già detto abbastanza, e tutti saranno concordi nel riconoscere che gli è toccato il massimo della felicità, visto che la natura lo ha scelto quale oggetto delle sue più terribili prove: "È pericoloso avere nemici potenti? Mettiamolo allora di fronte a Pompeo, a Cesare e a Crasso contemporaneamente. È umiliante essere scavalcati dai peggiori nelle cariche pubbliche? Posponiamolo a Vatinio. È duro trovarsi in mezzo ad una guerra civile? Combatta allora in tutto il mondo per una buona causa e con tanto insuccesso quanta è la sua ostinazione. È duro darsi la morte? lo faccia. A che pro tutto questo? Perchè gli uomini sappiano che non sono mali codesti, se ho giudicato Catone degno di simili prove".

 

 

1. Prosperae res et in plebem ac vilia ingenia deveniunt; at calamitates terroresque mortalium sub iugum mittereproprium magni viri est. Semper vero esse felicem et sine morsu animi transire vitam ignorare est rerum naturae alteram partem. 2. Magnus vir es: sed unde scio, si tibi fortuna non dat facultatem exhibendae virtutis? Descendisti ad Olympia, sed nemo praeter te: coronam habes, victoriam non habes; non gratulor tamquam viro forti, sed tamquam consulatum praeturamue adepto: honore auctus es. 3. Idem dicere et bono viro possum, si illi nullam occasionem difficilior casus dedit in qua [una] vim animi sui ostenderet: 'miserum te iudico, quod numquam fuisti miser. Transisti sine aduersario uitam; nemo sciet quid potueris, ne tu quidem ipse.' Opus est enim ad notitiam sui experimento; quid quisque posset nisi temptando non didicit. Itaque quidam ipsi ultro se cessantibus malis optulerunt et virtuti iturae in obscurum occasionem per quam enitesceret quaesierunt. 4. Gaudent, inquam, magni viri aliquando rebusaduersis, non aliter quam fortes milites bello; Triumphum ego murmillonem sub Ti. Caesare de raritate munerum audivi querentem: 'quam bella' inquit 'aetas perit!' Avida est periculi virtus et quo tendat, non quid passura sit cogitat, quoniam etiam quod passura est gloriae pars est. Militares viri gloriantur vulneribus, laeti fluentem meliori casu sanguinem ostentant: idem licet fecerint qui integri revertuntur ex acie, magis spectatur qui saucius redit. 5. Ipsis, inquam, deus consulit quos esse quam honestissimos cupit, quotiens illis materiam praebet aliquid animose fortiterque faciendi, ad quam rem opus est aliqua rerum difficultate: gubernatorem in tempestate, in acie militem intellegas. Unde possum scire quantum adversus paupertatem tibi animi sit, si divitiis diffluis? Unde possum scire quantum adversus ignominiam et infamiam odiumque populare constantiae habeas, si inter plausus senescis, si te inexpugnabilis et inclinatione quadam mentium pronus fauor sequitur? Unde scio quam aequo animo laturus sis orbitatem, si quoscumque sustulisti vides? Audivi te, cum alios consolareris: tunc conspexissem, si te ipse consolatus esses, si te ipse dolere vetuisses. 6. Nolite, obsecro uos, expavescere ista quae di inmortales velut stimulos admovent animis: calamitas virtutis occasio est. Illos merito quis dixerit miseros qui nimia felicitate torpescunt, quos velut in mari lento tranquillitas iners detinet: quidquid illis inciderit, nouum veniet. 7. Magis urgent saeua inexpertos, grave est tenerae ceruici iugum; ad suspicionem vulneris tiro pallescit, audacter veteranus cruorem suum spectat, qui scit se saepe vicisse post sanguinem. Hos itaque deus quos probat, quos amat, indurat recognoscit exercet; eos autem quibus indulgere videtur, quibus parcere, molles venturis malis servat. Erratis enim si quem iudicatis exceptum: veniet et ad illum diu felicem sua portio; quisquis videtur dimissus esse dilatus est. 8. Quare deus optimum quemque aut mala valetudine aut luctu aut aliis incommodis adficit? quia in castris quoque periculosa fortissimis imperantur: dux lectissimos mittit qui nocturnis hostes adgrediantur insidiis aut explorent iter aut praesidium loco deiciant. Nemo eorum qui exeunt dicit 'male de me imperator meruit', sed 'bene iudicavit'. Idem dicant quicumque iubentur pati timidis ignauisque flebilia: 'digni visi sumus deo in quibus experiretur quantum humana natura posset pati.'

 

Considera ora questo: la buona fortuna può capitare anche ad un plebeo o ad una persona spregevole, ma è solo dell'uomo grande vincere le disgrazie e le paure. Inoltre l'essere sempre felici, il passare indenni la vita significa ignorarne l'altra metà. Come fai a sapere che sei un grand'uomo, se la sorte non t'offre l'occasione di dimostrare il tuo valore? Se scendi nell'arena dei giochi olimpici e ci sei solo tu a misurati puoi prenderti la corona ma non la vittoria, ed io non posso congratularmi con te come si fa con un uomo forte, posso solo stringerti la mano, come ad uno che ha conseguito la pretura o il consolato: un'onorificenza, niente di più. Lo stesso potrei dire ad un uomo buono se nessuna difficoltà di un certo rilievo gli ha mai dato modo di dimostrare la sua forza d'animo. "Ti giudico infelice perchè non sei mai stato infelice", così gli direi. "Hai passato la vita intera senza mai misurarti con qualcuno o qualcosa che ti contrastasse. Nessuno potrà mai sapere quanto vali in realtà, nemmeno tu stesso." Per conoscersi, infatti, bisogna dar prova di sé, le proprie forze non si apprendono se non sperimentandole. Per questo alcuni, invece di aspettarle, visto che quelle tardano a venire, vanno incontro alle disgrazie volontariamente e cercano loro l'occasione per mettere in luce una virtù che diversamente resterebbe nell'ombra. Gli uomini forti talvolta si rallegrano delle avversità come della guerra i soldati valorosi. Al tempo dell'imperatore Tiberio il gladiatore Trionfo - come io stesso ho potuto sentire - si lamentava della scarsezza di quelle competizioni: "un'età sprecata!", diceva. La virtù è avida di pericoli e guarda dritto alla meta, non a quel che devepatire, perché sa che anche le sofferenze fanno parte della gloria. I soldati valorosi sono fieri delle loro ferite e mostrano con gioioso orgoglio il sangue che cola dalla corrazza: anche se chi esce illeso da una battaglia ha compiuto le stesse imprese, la nostra ammirazione è maggiore per chi ne torna ferito. Dio, ripeto, si prende cura di quegli uomini che vuole perfetti, offrendo loro l'occasione di agire con coraggio e con fermezza, ma ciò comporta delle difficoltà: un buon timoniere lo si vede nella tempesta, come un buon soldato nella battaglia. Se nuoti nella ricchezza non posso sapere di quanta forza d'animo tu disponga per affrontare la povertà. Allo stesso modo come posso conoscere la tua fermezza di fronte all'infamia, al disonore e all'odio popolare, se invecchi fra gli applausi, se ti accompagna sempre un consenso generale che non conosce crolli e oscillazioni perchè dovuto a un moto di simpatia spontanea verso di te? Come posso sapere con quale animo sei in grado si sopportare la perdita di uno dei tuoi figli, se quelli che hai generato li hai tutti vivi e presenti davanti a te? So, per averti sentito, che sei bravo a consolare gli altri, ma sarestti capace di fare altrettanto con te, anzi, di non soffrire per niente? In nome di Dio, non abbiate timore di tutti questi mali, che sono solo degli stimoli per provare l'animo umano! La sventura non è che un pretesto per mettere a nudo la virtù. Si possono dire infelici, e giustamente, quelli che ipigriscono in un'eccessiva felicità, a cui un'inerzia stagnante impedisce persino di muoversi, come non ci si muove su un mare liscio e tranquillo non intaccato dal vento. Sono infelici perchè non solamente i mali ma qualunque cosa gli accada li troverà impreparati: le disgrazie infatti fanno più male a chi non le ha mai provate. Il giogo, insomma, pesa sui colli delicati, la recluta si sbianca al solo pensiero di una ferita, il veterano, invece, guarda impassibile il proprio sangue in quanto sa che a questo deve le sue vittorie. Perciò Dio mette alla prova, irrobustisce e tiene in esercizio quelli che ama ed apprezza, mentre lascia indifesi di fronte alle disgrazie proprio quelli che sembra prediligere e risparmiare. Ma poi nessuno è completamente immune dai mali: anche chi è stato a lungo felice avrà la sua parte d'ìinfelicità, sarà solo una proroga, non un'esclusione. "Perchè allora", mi dirai, "tante malattie, tanti lutti, tanti guai capitano proprio ai migliori?" Per la stessa ragione per cui in guerra le imprese più rischiose sono assegnate ai più forti. Come un generale sceglie i soldati più abili per le sortite notturne contro il nemico, per esplorare la strada o togliere di mezzo un avamposto - e nessuno di quelli pensa di essere malvisto dal comandante ma al contrario ciascuno è convinto di essere nelle sue grazie - così da Dio, e così devono dire coloro ch'Egli chiama alla sventura, di fronte alla quale si arrendano soltanto i timidi e i vigliacchi: "Dio ci ha prescelti per mostrare al mondo quanto sia forte la natura umana".

9. Fugite delicias, fugite enervantem felicitatem qua animi permadescunt et, nisi aliquid intervenit quod humanae sortis admoneat, marcent velut perpetua ebrietate sopiti. Quem specularia semper ab adflatu uindicaverunt, cuius pedes inter fomenta subinde mutata tepuerunt, cuius cenationes subditus et parietibus circumfusus calor temperauit, hunc levis aura non sine periculo stringet. 10. Cum omnia quae excesserunt modum noceant, periculosissima felicitatis intemperantia est: movet cerebrum, in vanas mentem imagines euocat, multum inter falsum ac verum mediae caliginis fundit. Quidni satius sit perpetuam infelicitatem advocata virtute sustinere quam infinitis atque inmodicis bonis rumpi? lenior ieiunio mors est, cruditate dissiliunt. 11. Hanc itaque rationem di sequuntur in bonis viris quam in discipulis suis praeceptores, qui plus laboris ab iis exigunt in quibus certior spes est. Numquid tu invisos esse Lacedaemoniis liberos suos credis, quorum experiuntur indolem publice verberibus admotis? Ipsi illos patres adhortantur ut ictus flagellorum fortiter perferant, et laceros ac semianimes rogant, perseverent vulnera praebere vulneribus. 12. Quid mirum, si dure generosos spiritus deus temptat? numquam virtutis molle documentum est. Verberat nos et lacerat fortuna: patiamur. Non est saevitia, certamen est, quod <quo> saepius adierimus, fortiores erimus: solidissima corporis pars est quam frequens usus agitavit. Praebendi fortunae sumus, ut contra illam ab ipsa duremur: paulatim nos sibi pares faciet, contemptum periculorum adsiduitas periclitandi dabit. 13. Sic sunt nauticis corpora ferendo mari dura, agricolis manus tritae, ad excutienda tela militares lacerti valent, agilia sunt membra cursoribus: id in quoque solidissimum est quod exercuit. Ad contemnendam patientiam malorum animus patientia pervenit; quae quid in nobis efficere possit scies, si aspexeris quantum nationibus nudis et inopia fortioribus labor praestet. 14. Omnes considera gentes in quibus Romana pax desinit, Germanos dico et quidquid circa Histrum vagarum gentium occursat: perpetua illos hiemps, triste caelum premit, maligne solum sterile sustentat; imbrem culmo aut fronde defendunt, super durata glacie stagna persultant, in alimentum feras captant. 15. Miseri tibi videntur? nihil miserum est quod in naturam consuetudo perduxit; paulatim enim voluptati sunt quae necessitate coeperunt. Nulla illis domicilia nullaeque sedes sunt nisi quas lassitudo in diem posuit; uilis et hic quaerendus manu victus, horrenda iniquitas caeli, intecta corpora: hoc quod tibi calamitas videtur tot gentium vita est. 16. Quid miraris bonos viros, ut confirmentur, concuti? non est arbor solida nec fortis nisi in quam frequens ventus incursat; ipsa enim vexatione constringitur et radices certius figit: fragiles sunt quae in aprica valle creverunt. Pro ipsis ergo bonis viris est, ut esse interriti possint, multum inter formidolosa versari et aequo animo ferre quae non sunt mala nisi male sustinenti.

 

Così parlano costoro. Fuggite, o uomini, i piaceri, fuggite la molle prosperità che svigorisce l'animo, stordito come in un'eterna ebbrezza, se non s'imbatte in qualcosa che lo risvegli, che lo faccia riflettere sulla fragilità del nostro destino mortale! Chi tiene sempre chiusi i vetri delle finestre perché non passi un filo d'aria, chi si ripara i piedi dal freddo con pannicelli o scaldini rinnovati continuamente e pranza in sale riscaldate da tubature che passano sulle pareti e sotto il pavimento, è fatale che si ammali al minimo soffio di vento. Come ogni eccesso nuoce, così anche una smodata felicità è dannosissima: fa infatti girare la testa, evoca nella mente fantasie strane, frammette una diffusa nebbia tra il falso e il vero. Meglio sopportare un'infelicità senza fine sostenuti dalla virtù, piuttosto che schiattare tra infiniti e sfrenati piaceri. Meglio morire di fame che non d'indigestione. Dio si comporta con i buoni come un maestro con i suoi scolari: pretende di più da coloro qui quali conta di più. Non è certo per odio che gli Spartani fanno frustare pubblicamente i loro figliuoli, ma per temprarne il carattere. E i padri stessi, del resto, li esortano a sopportare le nerbate con forza e con coraggio, e anche quando i loro corpi sono già pieni di piaghe e come privi di vita li persuadono a nuovi colpi e a nuove ferite. Che c'è di strano, dunque, se Dio tenta con dure prove gli animi generosi? Non è facile dar segno della propria virtù. Sopportiamo le piaghe della sorte, quando essa ci assale e ci flagella, non per masochismo, ma perché si tratta di una battaglia, e saremo tanto più forti quanto più spesso la sosterremo. La parte più robusta del nostro corpo è quella sottoposta a stimoli maggiori e più frequenti. Dobbiamo esporci agli assalti della cattiva sorte per uscire rafforzati dalle sue stesse percosse: sarà lei a poco a poco a farci uguali a sè e la continua familiarità col rischio ce ne darà anche il disprezzo.È cosí che il fisico dei marinai s'incallisce alla rigida vita del mare e le mani dei contadini s'induriscono al lavoro. Non c'è disprezzo del male se prima non lo si sopporta, e se si vuole avere un'idea di quanta pazienza sia capace l'uomo si guardi quanto renda la fatica a quei popoli che sono privi di ogni cosa e fatti duri dal bisogno. Osserva tutte quelle genti a cui si è spinta la pace romana, intendo dire i Germani e quanti altri s'incontrano errabondi nella regione dell'Istro: un inverno continuo, interminabile, un cielo grigio li opprime, una terra infeconda li nutre a malapena; si riparano dalla pioggia in capanne di paglia e di rami, camminano su acque stagnanti indurite dal gelo e vanno a caccia di belve, loro unico cibo. Ti sembrano infelici? No, non c'è infelicità in ciò che l'abitudine ha trasformato in una condizione di vita naturale, tanto che quel che s'è cominciato a fare per necessità a poco a poco diventa persino piacevole. Quei nomadi non hanno altra casa, altra dimora che quella occasionale in cui li porta di giorno in giorno, per riposarsi, il loro spostarsi continuo e senza meta. Perdipiù vanno a corpo nudo, in un clima così rigidamente ostile, mangiano poco e quel poco devono procurarselo con le proprie mani. Ebbene, questa che a te sembra una disgrazia, per tanti popoli è la vita. Non ti stupire, dunque, se gli uomini buoni sono così tartassati, in ciò sta appunto la loro forza. Un albero non diventa solido e robusto se non è continuamente investito dal vento e sono queste raffiche che ne fanno il fusto compatto e ne rinsaldano le radici, che si abbarbicano con maggior forza al terreno; fragili sono invece quegli alberi che crescono in una valle tranquilla, esposta solo ai raggi del sole. Perciò nel loro stesso interesse, affinchè nulla possa atterrirli, è necessario che i buoni attraversino spesso esperienze dolorose, sopportando con animo sereno ciò che non è di per se stesso un male ma che diventa tale solo per chi non è disposto a sopportarlo.

1. Adice nunc quod pro omnibus est optimum quemque, ut ita dicam, militare et edere operas. Hoc est propositum deo quod sapienti viro, ostendere haec quae vulgus adpetit, quae reformidat, nec bona esse nec mala; apparebit autem bona esse, si illa non nisi bonis uiris tribuerit, et mala esse, si tantum malis inrogauerit. 2. Detestabilis erit caecitas, si nemo oculos perdiderit nisi cui eruendi sunt; itaque careant luce Appius et Metellus. Non sunt diuitiae bonum; itaque habeat illas et Elius leno, ut homines pecuniam, cum in templis consecrauerint, uideant et in fornice. Nullo modo magis potest deus concupita traducere quam si illa ad turpissimos defert, ab optimis abigit. 3. 'At iniquum est uirum bonum debilitari aut configi aut alligari, malos integris corporibus solutos ac delicatos incedere.' Quid porro? non est iniquum fortes uiros arma sumere et in castris pernoctare et pro uallo obligatis stare uulneribus, interim in urbe securos esse praecisos et professos inpudicitiam? Quid porro? non est iniquum nobilissimas uirgines ad sacra facienda noctibus excitari, altissimo somno inquinatas frui? 4. Labor optimos citat: senatus per totum diem saepe consulitur, cum illo tempore uilissimus quisque aut in campo otium suum oblectet aut in popina lateat aut tempus in aliquo circulo terat. Idem in hac magna re publica fit: boni uiri laborant, inpendunt, inpenduntur, et uolentes quidem; non trahuntur a fortuna, sequuntur illam et aequant gradus; si scissent, antecessissent. 5. Hanc quoque animosam Demetri fortissimi uiri uocem audisse me memini: 'hoc unum' inquit 'de uobis, di inmortales, queri possum, quod non ante mihi notam uoluntatem uestram fecistis; prior enim ad ista uenissem ad quae nunc uocatus adsum. Vultis liberos sumere? uobisillos sustuli. Vultis aliquam partem corporis? sumite: non magnam rem promitto, cito totum relinquam. Vultis spiritum? quidni nullam moram faciam quo minus recipiatis quod dedisti? A uolente feretis quidquid petieritis. Quid ergo est? maluissem offerre quam tradere. Quid opus fuit auferre? accipere potuistis; sed ne nunc quidem auferetis, quia nihil eripitur nisi retinenti


 

Va poi considerato un altro fatto: è nell'interesse di tutti che i migliori siano, per così dire, sempre sotto le armi. Il fine di Dio, che poi è anche quello dell'uomo saggio, è di dimostrare che tutto ciò che si desidera o si teme non è né buono né cattivo, di per sé. Dovrebbe essere un bene ciò che Dio concede solo ai buoni e un male ciò che assegna solamente ai cattivi, ma noi detesteremo la cecità se perdessero gli occhi soltanto quelli che lo meritano, quindi è necessario che perdano la vista anche un Appio e un Metello. Le ricchezze non sono un bene e perciò le possiede pure un magnaccia come Elio, così gli uomini che hanno consacrato il denaro nei templi possono vederlo anche nel postribolo. Dio non avrebbe potuto inventare un espediente migliore per togliere valore alle cose desiderate dagli uomini che dandole ai peggiori e negandole ai migliori. "Ma non è giusto", mi dirai, "che un uomo buono perda una gamba, sia storpiato, trafitto o incatenato, e i cattivi invece se ne vadano in giro col corpo integro e sano, tutti sciolti e schizzinosi." Ah no? E allora è giusto che uomini forti prendano le armi, passino le notti negli accampamenti e montino di vedetta con le ferite ancora fasciate, mentre in città i pervertiti se ne stanno al sicuro esercitando il loro sporco mestiere? È giusto che delle nobili vergini si alzino di notte per compiere riti sacri mentre le provergini si alzino di notte per compiere riti sacri mentre le prostitute se la dormono saporitamente? La fatica chiama i migliori. Il Senato passa spesso in sedute l'intera giornata e intanto gli sfaccendati nel Campo Marzio si trastullano col loro dolce gli sfaccendati nel Campo Marzio si trastullano col loro dolce far niente, si chiudono in una bettola o consumano il tempo in qualche circolo. Lo stesso accade in questo grande Stato che è l'umana società, dove sono i buoni a faticare, ad impegnarsi, a lasciarsi impegnare, e lo fanno anche volentieri. Non subiscono la sorte passivamente ma le vanno dietro e si mettono al passo con lei; la precederebbero pure, se conoscessero la strada. Mi ricordo di avere udito da quel fortissimo uomo di Demetrio anche queste ardite parole: "Dio immortale, di una sola cosa ti rimprovero, di non avermi fatto conoscere in anticipo la tua volontà: mi sarei infatti mosso io per primo a quella prova a cui tu ora mi chiami. Vuoi qualche pezzo del mio corpo? Prendilo: non posso darti molto ma presto te lo restituirò tutto intero. Lo vuoi subito? Sia: perché dovrei indugiare a rimettere nelle tue mani ciò che tu m'hai prestato? Sono pronto a restituirti, e di buon grado, tutto ciò che vorrai chiedermi. Questo solo mi dispiace, che avrei preferito offrirti tutte queste cose come beni miei personali, che non si trattasse, cioè, di una restituzione. Con me non avevi bisogno di riprendertele, quando io te le donavo spontaneamente. Ma anche così, dopotutto, non me le porti via, perchè si porta via una cosa solo a chi vuole tenersela".

6. Nihil cogor, nihil patior inuitus, nec seruio deo sed assentior, eo quidem magis quod scio omnia certa et in aeternum dicta lege decurrere. 7. Fata nos ducunt et quantum cuique temporis restat prima nascentium hora disposuit. Causa pendet ex causa, priuata ac publica longus ordo rerum trahit: ideo fortiter omne patiendum est quia non, ut putamus, incidunt cuncta sed ueniunt. Olim constitutum est quid gaudeas, quid fleas, et quamuis magna uideatur uarietate singulorum uita distingui, summa in unum uenit: accipimus peritura perituri. 8. Quid itaque indignamur? quid querimur? ad hoc parati sumus. Vtatur ut uult suis natura corporibus: nos laeti ad omnia et fortes cogitemus nihil perire de nostro. Quid est boni uiri? praebere se fato. Grande solacium est cum uniuerso rapi; quidquid est quod nos sic uiuere, sic mori iussit, eadem necessitate et deos alligat. Inreuocabilis humana pariter ac diuina cursus uehit: ille ipse omnium conditor et rector scripsit quidem fata, sed sequitur; semper paret, semel iussit. 9. 'Quare tamen deus tam iniquus in distributione fati fuit ut bonis uiris paupertatem et uulnera et acerba funera adscriberet?' Non potest artifex mutare materiam: ~hoc passa est~. Quaedam separari a quibusdam non possunt, cohaerent, indiuidua sunt. Languida ingenia et in somnum itura aut in uigiliam somno simillimam inertibus nectuntur elementis: ut efficiatur uir cum cura dicendus, fortiore fato opus est. Non erit illi planum iter: sursum oportet ac deorsum eat, fluctuetur ac nauigium in turbido regat. Contra fortunam illi tenendus est cursus; multa accident dura, aspera, sed quae molliat et conplanet ipse. Ignis aurum probat, miseria fortes uiros. 10. Vide quam alte escendere debeat uirtus: scies illi non per secura uadendum. Ardua prima uia est et quam uix mane recentes enituntur equi; medio est altissima caelo, unde mare et terras ipsi mihi saepe uidere sit timor et pauida trepidet formidine pectus.ultima prona uia est et eget moderamine certo;tunc etiam quae me subiectis excipit undis,ne ferar in praeceps, Tethys solet ima uereri. 11. Haec cum audisset ille generosus adulescens, 'placet' inquit 'uia, escendo; est tanti per ista ire casuro.' Non desinit acrem animum metu territare:utque uiam teneas nulloque errore traharis,per tamen aduersi gradieris cornua auri Haemoniosque arcus uiolentique ora leonis.Post haec ait: 'iunge datos currus: his quibus deterreri me putas incitor; libet illic stare ubi ipse Sol trepidat.' Humilis et inertis est tuta sectari: per alta uirtus it.

 

Io non mi sento né sono costretto ad alcunché da niente e da nessuno, nulla patisco o faccio contro la mia volontà inquanto il mio volere è il volere di Dio, con cui concordo pienamente e di cui quindi non sono schiavo, perché so che tutto si svolge secondo una legge ben precisa e progettata per l'eternità. È il destino che ci guida e tutta la nostra vita è stata già stabilita, sin dal momento della nascita, tutte le cause, tutte le situazioni, umane e non umane, sono interdipendenti, concatenate, l'una legata all'altra, in una lunga serie che determina i fatti, sia pubblici che privati. Bisogna dunque accettare tutto con coraggio, giacché, contrariamente a quel che noi crediamo, le cose non capitano a caso ma vengono tutte da una causa. Fin dal tempo dei tempi è stabilito di che uno goda o pianga e benché le vite dei singoli individui siano all'apparenza così diverse fra loro la conclusione, nell'insieme, è una sola: tutto è mortale, noi come le cosse che ci sono date. Perché dunque indignarsi? Perché lamentarsi? Siamo nati alla morte: la natura disponga dunque a suo piacimento di queste vite materiali che appartengono a lei, ma ciò ch'è nostro - l'anima, voglio dire - non morirà, ed è questa convinzione che deve renderci forti e sereni di fronte a tutto. L'uomo buono s'affida al destino: è un grande conforto, e anche un risarcimento, sentirsi trascinati con l'intero universo, suoi compartecipi in tutto. Consoliamoci, pensando come a quella legge di necessità, quale che essa sia, che ha stabilito per noi questa vita e questa morte, sia soggetto Dio stesso: un corso irrevocabile trascina con sé, parimenti, le cose umane e le cose divine. Dio, padre e reggitore di tutto il creato e di tutti i destini, non può non seguire le leggi ch'egli stesso ha fissato: una volta che le ha ordinate deve rispettarle sino alla fine. "Ma Dio", tu mi chiedi, "nel distribuire agli uomini le varie sorti, ha assegnato ai buoni povertà, ferite e morti premature: non è ingiustizia questa?" Ti rispondo subito. Il punto fondamentale è questo: l'artefice non può cambiare la materia, che per essere tale è soggetta a delle leggi precise, in virtù delle quali certe cose non si possono separare da altre, ma formano insieme ad esse come un tutt'uno, organico e indivisibile. Così, ad esempio, nell'uomo i caratteri deboli, portati al sonno, o ad una veglia molto simile ad esso, sono costituiti, necessariamente, da elementi inerti; per un uomo forte, invece, e degno di rispetto, ci vuole un tessuto più solido, giacché per lui è previsto un cammino difficile, dovrà salire, scendere, essere sballottato dalle onde, reggere la nave nella burrasca, mantenere dritta la rotta contro la sorte avversa, dovrà affrontare molti ostacoli, molti pericoli, ch'egli stesso però riuscirà a rimuovere e ad appianare, proprio perché tale è la sua costituzione. Come il fuoco prova l'oro, così la sventura gli uomini fortti. Ascolta sino a che punto il valore dell'uomo sia destinato a salire e vedrai perché il suo cammino non può andare per vie sicure e tranquille. Ardua è la strada all'inizio e tale che al primo mattino, anche se freschi, già stanchi sono i cavalli. La cima splende nel cielo più alto tanto ch'io stesso, se appena guardo la terra e il mare, son preso da un vile terrore. L'ultimo tratto discende, ma vuole una guida sicura: Teti, anche lei, nel profondo del mare che sempre m'accoglie palpita allora per me, temendo ch'io possa cadere. Quando quel valoroso giovinetto udì queste parole: "Salgo", esclamò: "mi piace questo cammino; vale la pena di farlo anche a costo di cadere". Ma il padre non cessò d'intimorire quell'animo ardimentoso: Quando tu voglia tenere, senza sbagliare, la strada, tieni diritto il corso conntro le corna del Toro, sino all'arco di Emonio, alle fauci del truce Leone. A queste parole: "Aggioga il carro", fece il giovinetto. "Ciò che dici per spaventarmi mi eccita ancora di più. Voglio salire là, dove lo stesso Sole si sgomenta." Lasciamo ai pigri e ai vili le vie piane e sicure: i valorosi salgono alle vette.

1. 'Quare tamen bonis uiris patitur aliquid mali deus fieri?' Ille uero non patitur. Omnia mala ab illis remouit, scelera et flagitia et cogitationes inprobas et auida consilia et libidinem caecam et alieno imminentem auaritiam; ipsos tuetur ac uindicat: numquid hoc quoque aliquis a deo exigit, ut bonorum uirorum etiam sarcinas seruet? Remittunt ipsi hanc deo curam: externa contemnunt. 2. Democritus diuitias proiecit, onus illas bonae mentis existimans: quid ergo miraris, si id deus bono uiro accidere patitur quod uir bonus aliquando uult sibi accidere? Filios amittunt uiri boni: quidni, cum aliquando et occidant? In exilium mittuntur: quidni, cum aliquando ipsi patriam non repetituri relinquant? Occiduntur: quidni, cum aliquando ipsi sibi manus adferant? 3. Quare quaedam dura patiuntur? ut alios pati doceant; nati sunt in exemplar. Puta itaque deum dicere: 'quid habetis quod de me queri possitis, uos quibus recta placuerunt? Aliis bona falsa circumdedi et animos inanes uelut longo fallacique somnio lusi: auro illos et argento et ebore adornaui, intus boni nihil est. 4. Isti quos pro felicibus aspicis, si non qua occurrunt sed qua latent uideris, miseri sunt, sordidi turpes, ad similitudinem parietum suorum extrinsecus culti; non est ista solida et sincera felicitas: crusta est et quidem tenuis. Itaque dum illis licet stare et ad arbitrium suum ostendi, nitent et inponunt; cum aliquid incidit quod disturbet ac detegat, tunc apparet quantum altae ac uerae foeditatis alienus splendor absconderit. 5. Vobis dedi bona certa mansura, quanto magis uersauerit aliquis et undique inspexerit, meliora maioraque; permisi uobis metuenda contemnere, cupiditates fastidire; non fulgetis extrinsecus, bona uestra introrsus obuersa sunt. Sic mundus exteriora contempsit spectaculo sui laetus. Intus omne posui bonum; non egere felicitate felicitas uestra est. 6. "At multa incidunt tristia horrenda, dura toleratu." Quia non poteram uos istis subducere, animos uestros aduersus omnia armaui: ferte fortiter. Hoc est quo deum antecedatis: ille extra patientiam malorum est, uos supra patientiam. Contemnite paupertatem: nemo tam pauper uiuit quam natus est. Contemnite dolorem: aut soluetur aut soluet. Contemnite mortem: quae uos aut finit aut transfert. Contemnite fortunam: nullum illi telum quo feriret animum dedi.

Ora, quanto alla domanda perché mai Dio permette che ai buoni accada qualcosa di male, concluderò dicendo che in realtà non lo permette, che Egli, anzi, dal male li tiene lontani: essi infatti non compaiono delitti, non commettono infamie, non hanno pensieri malvegi, ambizioni smodate, la lussuria che accieca, l'avidità sembre bramosa dei beni altrui. Dio si prende cura dei buoni e li difende, ma si può mai pretendere che ne sorvegli pure i bagagli? Essi stessi del resto, lo dispensano dal far questo, quando non danno alcuna importanza a quei bagagli, voglio dire, alle cose sensibili e materiali. Democrito non si sbarazzò forse delle ricchezze, ritenendole un peso alla virtù? Perché dunque ti meravigli se Dio lascia che accada ad un uomo bono ciò ch'egli stesso vuole che gli accada? Gli uomini buoni perdono i propri figli. Ma se sono essi stessi che li uccidono, a volte? Sono cacciati in esilio. Ma se spesso sono loro a lasciare la patria per non farvi più ritorno? Vengono uccisi. E che? Non si tolgono forse essi stessi la vita, certe volte? Ma perché devono sopportare delle prove così dure? Per insegnare a sopportarle agli altri: "Cos'avete da rimproverarmi, voi che avete scelto la retta via? Gli altri li ho circondati di beni falsi, avvolgendo e illudendo le loro povere menti come in un lungo e ingannevole sogno, li ho rivestiti d'oro e d'argento, ma dentro non hanno niente che valga. Guardateli nell'intimo, non nel loro aspetto esteriore, quelli che chiamate felici,e vedrete quanto siano meschini, squallidi e turpi. Come le belle pareti delle loro case: così sono fuori, ma dentro!... La loro non è una vera felicità, è soltanto una crosta, e perdipiù sottile. Per questo, finché riescono a tenersi in piedi e a mostrarsi come gli piace, abbagliano e infinocchiano gli altri, ma appena barcollano o si scoprono per qualche improvviso accidente, allora si vede quanta reale ed estesa sporcizia si nascondeva sotto quello splendore artificiale. A voi buoni ho dato dei beni sicuri, durevoli, che quanto più si girano e si rigirano per guardarli da tutte le parti tanto più risultano splendidi e grandi; a voi ho concesso di non tenere in alcun conto le cose che agli altri fanno paura, di disprezzare le passioni. La luce vostra è di dentro, è lì che sono i vostri beni. Così l'universo non ha cura e non gioisce del suo aspetto esteriore, ma della sua intima essenza. Ogni mio bene io l'ho riposto in voi. La vostra felicità sta nel non aver bisogno di felicità. "Ma sono tanti i mali che ci colpiscono, dolorosi, terribili e duri a sopportarsi." Ed io, dal momento che non potevo privarvi di essi, vi ho dato le armi per combatterli. Sopportateli dunque con coraggio: in questo potete superare lo stesso Dio, perché Lui è al di fuori di ogni sopportazione, voi ne siete al di sopra. Disprezzate il dolore: o riuscirete a liberarvene o sarà lui a liberare voi. Disprezzate la morte: non è che una fine o un passaggio, per voi. Disprezzate la sorte: non le ho dato alcuna arma che possa colpire voi.

Ante omnia caui ne quis uos teneret inuitos; patet exitus: si pugnare non uultis, licet fugere. Ideo ex omnibus rebus quas esse uobis necessarias uolui nihil feci facilius quam mori. Prono animam loco posui: ~trahitur~ adtendite modo et uidebitis quam breuis ad libertatem et quam expedita ducat uia. Non tam longas in exitu uobis quam intrantibus moras posui; alioqui magnum in uos regnum fortuna tenuisset, si homo tam tarde moreretur quam nascitur. 8. Omne tempus, omnis uos locus doceat quam facile sit renuntiare naturae et munus illi suum inpingere; inter ipsa altaria et sollemnes sacrificantium ritus, dum optatur uita, mortem condiscite. Corpora opima taurorum exiguo concidunt uulnere et magnarum uirium animalia humanae manus ictus inpellit; tenui ferro commissura ceruicis abrumpitur, et cum articulus ille qui caput collumque committit incisus est, tanta illa moles corruit. 9. Non in alto latet spiritus nec utique ferro eruendus est; non sunt uulnere penitus inpresso scrutanda praecordia: in proximo mors est. Non certum ad hos ictus destinaui locum: quacumque uis peruium est. Ipsum illud quod uocatur mori, quo anima discedit a corpore, breuius est quam ut sentiri tanta uelocitas possit: siue fauces nodus elisit, siue spiramentum aqua praeclusit, siue in caput lapsos subiacentis soli duritia comminuit, siue haustus ignis cursum animae remeantis interscidit, quidquid est, properat. Ecquid erubescitis? quod tam cito fit timetis diu!'

 

Ma soprattutto ho disposto che nessuno al mondo possa costringervi ad alcunché contro il vostro volere. Per voi sempre aperta è l'uscita verso la libertà: se ritiene di non dover combattere, servitevene. Per questo fra tutte le prove necessarie a cui ho voluto sottoporvi non ne ho fatta nessuna più facile della morte. Ho posto la vostra anima come in un pendìo, sì che, volendo, invece di salire essa possa discendere ed andarsene via. Vi basta poco per capire quanto sia breve e spedita la strada che conduce alla libertà: non ho messo all'uscita della vita tante remore quante ne ho poste invece all'ingresso, giacché troppo grande sarebbe su di voi il potere della sorte se per morire occorresse tanto tempo quanto quello che ci vuole per nascere. Ogni momento, ogni luogo v'insegni quanto sia facile ricusare la natura, sbattendole in faccia il suo dono. Proprio là dove s'implora la vita, fra gli altari e i solenni riti sacrificali, imparate a conoscere la morte. Vedete come basti una piccola ferita per far piombare a terra un grosso toro e come un uomo con un solo colpo di mano riesca ad abbattere animali di grande forza, come una lama sottilissima sia sufficiente a spezzare la giuntura del collo e una volta recisa l'articolazione che lo connette alla testa l'intera mole del corpo precipiti giù. non è nel profondo che si cela la vita, noon c'è bisogno di alcun pugnale per estirparla, non serve esplorarne i precordi con una lunga ferita per ritrovarne il nodo: la morte è a portata di mano, non ho designato un punto fisso e preciso ai colpi che possono provocarla, qualunque strada le è aperta. Ed è così rapido l'istante in cui la morte si realizza, quando l'anima si stacca dal corpo, ch'è impossibile coglierne la velocità. Che un cappio vi strozzi la gola, che vi soffochi l'acqua, vi si fracassi la testa sopra la dura terra o il fumo di un incendio vi blocchi il ritmo del respiro, in qualunque modo la morte si affretta verso di voi. Ed è vergogna temere per tutto il corso della vita ciò che si compie in un fiat".

 

 

 

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