SENECA - Lettere a Lucilio Libro III testo latino e traduzione

L. ANNAEI SENECAE EPISTULARUM MORALIUM AD LUCILIUM LETTERE A LUCILIO DI SENECA Opera integrale tradotta - testo latino e  traduzione
LIBER TERTIUS - LIBRO TERZO

Lettera ventiduesima 1-4


XXII. SENECA LUCILIO SUO SALUTEM
[1] Iam intellegis educendum esse te ex istis occupationibus speciosis et malis, sed quomodo id consequi possis quaeris. Quaedam non nisi a praesente monstrantur; non potest medicus per epistulas cibi aut balinei tempus eligere: vena tangenda est. Vetus proverbium est gladiatorem in harena capere consilium: aliquid adversarii vultus, aliquid manus mota, aliquid ipsa inclinatio corporis intuentem monet. [2] Quid fieri soleat, quid oporteat, in universum et mandari potest et scribi; tale consilium non tantum absentibus, etiam posteris datur: illud alterum, quando fieri debeat aut quemadmodum, ex longinquo nemo suadebit, cum rebus ipsis deliberandum est. [3] Non tantum praesentis sed vigilantis est occasionem observare properantem; itaque hanc circumspice, hanc si videris prende, et toto impetu, totis viribus id age ut te istis officiis exuas. Et quidem quam sententiam feram attende: censeo aut ex ista vita tibi aut e vita exeundum. Sed idem illud existimo, leni eundum via, ut quod male implicuisti solvas potius quam abrumpas, dummodo, si alia solvendi ratio non erit, vel abrumpas. Nemo tam timidus est ut malit semper pendere quam semel cadere. [4] Interim, quod primum est, impedire te noli; contentus esto negotiis in quae descendisti, vel, quod videri mavis, incidisti. Non est quod ad ulteriora nitaris, aut perdes excusationem et apparebit te non incidisse. Ista enim quae dici solent falsa sunt: 'non potui aliter. Quid si nollem? necesse erat.' Nulli necesse est felicitatem cursu sequi: est aliquid, etiam si non repugnare, subsistere nec instare fortunae ferenti.
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1 Tu ormai capisci che devi tirarti fuori da queste occupazioni belle e nocive; ma chiedi come puoi farlo. Certi suggerimenti li si può dare solo di persona; il medico non può scegliere per lettera l'ora del pranzo o del bagno: deve tastare il polso. Dice un vecchio proverbio che il gladiatore decide le sue mosse nell'arena: gliele suggeriscono il volto dell'avversario, i movimenti delle mani, l'inclinazione stessa del corpo, che egli studia attentamente. 2 Sulle consuetudini e le regole di condotta si possono rivolgere raccomandazioni sul piano generale per mezzo di qualcuno o per iscritto; consigli simili non si dànno solo agli assenti, ma addirittura ai posteri; ma sul tempo o sulle modalità delle azioni nessuno può consigliare da lontano: bisogna decidere sul posto. 3 Non basta essere presenti, bisogna avere gli occhi aperti per scorgere l'occasione propizia e fugace; devi cercare di scovarla, e se la vedi, devi coglierla al volo e mettere ogni slancio, ogni tua forza per liberarti di questi tuoi impegni. E ora ascolta bene il mio giudizio: io penso che da una vita come questa devi uscire, oppure uscire addirittura dalla vita. Ma penso anche che non devi farlo in maniera brusca: sciogli più che spezzare quei nodi in cui ti sei malamente impigliato, e tuttavia, se non ci sarà altro modo di scioglierli, spezzali. Nessuno è tanto pavido da preferire di stare sempre in bilico, piuttosto che di cadere una volta per tutte. 4 Frattanto, per prima cosa, non crearti altri impedimenti: bastano questi affari in cui ti sei cacciato o, come vorresti far credere, sei finito. Non devi cercartene altri o non avrai più scusanti: sarà chiaro che te li sei voluti. Le scuse che in genere si accampano sono pretestuose: "Non ho potuto fare diversamente. Che sarebbe accaduto se mi fossi rifiutato? Era necessario." Inseguire il successo non è indispensabile per nessuno: ma, se anche non vogliamo opporci, possiamo esercitare una resistenza passiva senza incalzare la fortuna che ci porta avanti.

 

Lettera ventiduesima 5-12

[5] Numquid offenderis si in consilium non venio tantum sed advoco, et quidem prudentiores quam ipse sum, ad quos soleo deferre si quid delibero? Epicuri epistulam ad hanc rem pertinentem lege, Idomeneo quae inscribitur, quem rogat ut quantum potest fugiat et properet, antequam aliqua vis maior interveniat et auferat libertatem recedendi. [6] Idem tamen subicit nihil esse temptandum nisi cum apte poterit tempestiveque temptari; sed cum illud tempus captatum diu venerit, exsiliendum ait. Dormitare de fuga cogitantem vetat et sperat salutarem etiam ex difficillimis exitum, si nec properemus ante tempus nec cessemus in tempore. [7] Puto, nunc et Stoicam sententiam quaeris. Non est quod quisquam illos apud te temeritatis infamet: cautiores quam fortiores sunt. Exspectas forsitan ut tibi haec dicant: 'turpe est cedere oneri; luctare cum officio quod semel recepisti. Non est vir fortis ac strenuus qui laborem fugit, nisi crescit illi animus ipsa rerum difficultate.' [8] Dicentur tibi ista, si operae pretium habebit perseverantia, si nihil indignum bono viro faciendum patiendumve erit; alioqui sordido se et contumelioso labore non conteret nec in negotiis erit negotii causa. Ne illud quidem quod existimas facturum eum faciet, ut ambitiosis rebus implicitus semper aestus earum ferat; sed cum viderit gravia in quibus volutatur, incerta, ancipitia, referet pedem, non vertet terga, sed sensim recedet in tutum. [9] Facile est autem, mi Lucili, occupationes evadere, si occupationum pretia contempseris; illa sunt quae nos morantur et detinent. 'Quid ergo? tam magnas spes relinquam? ab ipsa messe discedam? nudum erit latus, incomitata lectica, atrium vacuum?' Ab his ergo inviti homines recedunt et mercedem miseriarum amant, ipsas exsecrantur. Sic de ambitione quo modo de amica queruntur, id est, si verum affectum eorum inspicias, non oderunt sed litigant. Excute istos qui quae cupiere deplorant et de earum rerum loquuntur fuga quibus carere non possunt, videbis voluntariam esse illis in eo moram quod aegre ferre ipsos et misere loquuntur. Ita est, Lucili: paucos servitus, plures servitutem tenent. Sed si deponere illam in animo est et libertas bona fide placuit, in hoc autem unum advocationem petis, ut sine perpetua sollicitudine id tibi facere contingat, quidni tota te cohors Stoicorum probatura sit? omnes Zenones et Chrysippi moderata, honesta, tua suadebunt. Sed si propter hoc tergiversaris, ut circumaspicias quantum feras tecum et quam magna pecunia instruas otium, numquam exitum invenies: nemo cum sarcinis enatat. Emerge ad meliorem vitam propitiis diis, sed non sic quomodo istis propitii sunt quibus bono ac benigno vultu mala magnifica tribuerunt, ob hoc unum excusati, quod ista quae urunt, quae excruciant, optantibus data sunt.
5 Non avertela a male se i consigli non te li do io solo, ma ricorro anche ad altri, certo più saggi di me, ai quali di solito mi rivolgo, quando devo prendere una decisione. Leggi a questo proposito la lettera che Epicuro scrisse a Idomeneo: lo prega di fuggire il più in fretta possibile, prima che intervenga una forza maggiore e gli tolga la libertà di ritirarsi. 6 Occorre, però agire solo quando si potrà farlo in maniera adeguata, aggiunge, e al momento opportuno; ma quando si presenta l'occasione a lungo attesa, bisogna balzare su prontamente. Egli non ammette che sonnecchi chi pensa alla fuga, e pronostica un esito positivo anche nelle situazioni più difficili: basta non affrettarsi prima del tempo, e non ritirarsi al momento dell'azione. 7 A questo punto, credo, vorrai sentire anche l'opinione degli Stoici. Nessuno può accusarli di temerità: sono più cauti che coraggiosi. Ti aspetti forse che ti dicano: "È vergognoso cedere al peso; lotta con l'impegno che hai assunto. L'uomo che fugge la fatica e non dimostra un coraggio crescente di fronte alle difficoltà non è forte e valoroso." 8 Ti diranno così, se vale la pena di perseverare, se non si devono compiere o sopportare azioni indegne di un uomo onesto; altrimenti egli non si logorerà in fatiche spregevoli e infamanti, né vorrà mantenere delle occupazioni solo per essere occupato. L'uomo onesto non agirà neppure come pensi tu, disposto a sopportare, impelagato nelle ambizioni, gli affanni che ne derivano. Quando vedrà che la situazione in cui si dibatte è grave, incerta e ambigua, si ritirerà senza volgere le spalle, retrocedendo a poco a poco fino a mettersi al sicuro. 9 È facile, caro Lucilio, sbarazzarsi degli impegni, se ne disprezzi gli utili: sono proprio questi che ci fanno indugiare e ci trattengono. "E allora? Devo abbandonare tante grandi speranze? Rinunciare proprio al momento di raccogliere i frutti? Nessuno più al mio fianco, la mia lettiga senza accompagnatori, l'atrio della mia casa deserto?" A queste miserie gli uomini rinunciano malvolentieri e mentre le disprezzano si compiacciono delle gratificazioni che danno. 10 Si lamentano dell'ambizione come dell'amante: se guardi ai loro veri sentimenti, capisci che non lo fanno per odio, ma solo per attaccare briga. Esamina a fondo queste persone che deplorano quanto hanno desiderato e parlano di fuggire da quei beni per loro indispensabili; vedrai: indugiano volontariamente in quella situazione che dicono di sopportare a stento e con dolore. 11 È proprio così, Lucilio: pochi sono costretti alla schiavitù, la maggior parte si vincola da sé. Ma se hai intenzione di uscirne e cerchi davvero la libertà e chiedi un rinvio solo per mettere in atto le tue decisioni serenamente, perché non dovrebbe approvarti tutta la schiera degli Stoici? Tutti, da Zenone a Crisippo, ti esorteranno alla moderazione e all'onestà. 12 Ma se tergiversi per vedere quanto puoi portare con te e con quanto denaro puoi disporre convenientemente il tuo ritiro, non troverai mai una via d'uscita: nessuno può nuotare carico di bagagli. Elevati a una vita migliore col favore di dio, ma non quel favore che egli dimostra dispensando benignamente splendidi mali con una sola scusante: quei doni che bruciano, che tormentano, sono stati concessi su richiesta.

 

Lettera ventiduesima 13-17


[13] Iam imprimebam epistulae signum: resolvenda est, ut cum sollemni ad te munusculo veniat et aliquam magnificam vocem ferat secum; et occurrit mihi ecce nescio utrum verior an eloquentior. 'Cuius?' inquis. Epicuri; adhuc enim alienas Åsarcinas adoroÅ: 'nemo non ita exit e vita tamquam modo intraverit'. Quemcumque vis occupa, adulescentem, senem, medium: invenies aeque timidum mortis, aeque inscium vitae. Nemo quicquam habet facti; in futurum enim nostra distulimus. Nihil me magis in ista voce delectat quam quod exprobratur senibus infantia. 'Nemo' inquit 'aliter quam quomodo natus est exit e vita.' Falsum est: peiores morimur quam nascimur. Nostrum istud, non naturae vitium est. Illa nobiscum queri debet et dicere, 'quid hoc est? sine cupiditatibus vos genui, sine timoribus, sine superstitione, sine perfidia ceterisque pestibus: quales intrastis exite'. Percepit sapientiam, si quis tam securus moritur quam nascitur; nunc vero trepidamus cum periculum accessit, non animus nobis, non color constat, lacrimae nihil profuturae cadunt. Quid est turpius quam in ipso limine securitatis esse sollicitum? Causa autem haec est, quod inanes omnium bonorum sumus, vitae laboramus. Non enim apud nos pars eius ulla subsedit: transmissa est et effluxit. Nemo quam bene vivat sed quam diu curat, cum omnibus possit contingere ut bene vivant, ut diu nulli. Vale.
13 Già mettevo il sigillo alla lettera: ma devo riaprirla, perché ti arrivi col consueto piccolo dono e porti con sé una bella massima; me ne viene in mente una, non so se più vera o più eloquente. "Di chi è?" chiedi. Di Epicuro; ancora una volta faccio miei bagagli di altri: 14 "Tutti escono dalla vita come se vi fossero entrati da poco." Pensa a chi vuoi, giovani, vecchi, uomini maturi; li troverai ugualmente timorosi della morte, ugualmente ignari della vita. Nessuno ha concluso niente; rimandiamo sempre tutto al futuro. Quello che più mi piace di questa frase è che rimprovera ai vecchi di essere infantili. 15 "Nessuno," dice, "muore diverso da come è nato." È falso: moriamo peggiori di quando siamo nati. E la colpa è nostra, non della natura. Essa ha il diritto di lamentarsi con noi: "E allora?" dice, "vi ho generato senza desiderî, senza paure, senza superstizioni, senza perfidie, senza altri mali: uscite dalla vita quali siete entrati." 16 Chi muore sereno come è nato ha conquistato la saggezza; e invece, quando il pericolo ci è vicino, abbiamo paura, il coraggio se ne va, scoloriamo in volto, versiamo lacrime inutili. Che c'è di più vergognoso dell'essere turbati proprio alle soglie della serenità? 17 Il motivo è che siamo privi di ogni bene e soffriamo di aver sprecato la vita. Non ce n'è rimasto niente: è passata, scivolata via. Nessuno si preoccupa di vivere bene, ma di vivere a lungo; eppure tutti possono fare in modo di vivere bene, nessuno di vivere a lungo. Stammi bene.

 

Lettera ventitreesima 1-8
XXIII. SENECA LUCILIO SUO SALUTEM
[1] Putas me tibi scripturum quam humane nobiscum hiemps gerit, quae et remissa fuit et brevis, quam malignum ver sit, quam praeposterum frigus, et alias ineptias verba quaerentium? Ego vero aliquid quod et mihi et tibi prodesse possit scribam. Quid autem id erit nisi ut te exhorter ad bonam mentem? Huius fundamentum quod sit quaeris? ne gaudeas vanis. Fundamentum hoc esse dixi: culmen est. Ad summa pervenit qui scit quo gaudeat, qui felicitatem suam in aliena potestate non posuit; sollicitus est et incertus sui quem spes aliqua proritat, licet ad manum sit, licet non ex difficili petatur, licet numquam illum sperata deceperint. [3] Hoc ante omnia fac, mi Lucili: disce gaudere. Existimas nunc me detrahere tibi multas voluptates qui fortuita summoveo, qui spes, dulcissima oblectamenta, devitandas existimo? immo contra nolo tibi umquam deesse laetitiam. Volo illam tibi domi nasci: nascitur si modo intra te ipsum fit. Ceterae hilaritates non implent pectus; frontem remittunt, leves sunt, nisi forte tu iudicas eum gaudere qui ridet: animus esse debet alacer et fidens et supra omnia erectus. [4] Mihi crede, verum gaudium res severa est. An tu existimas quemquam soluto vultu et, ut isti delicati loquuntur, hilariculo mortem contemnere, paupertati domum aperire, voluptates tenere sub freno, meditari dolorum patientiam? Haec qui apud se versat in magno gaudio est, sed parum blando. In huius gaudii possessione esse te volo: numquam deficiet, cum semel unde petatur inveneris. [5] Levium metallorum fructus in summo est: illa opulentissima sunt quorum in alto latet vena assidue plenius responsura fodienti. Haec quibus delectatur vulgus tenuem habent ac perfusoriam voluptatem, et quodcumque invecticium gaudium est fundamento caret: hoc de quo loquor, ad quod te conor perducere, solidum est et quod plus pateat introrsus. [6] Fac, oro te, Lucili carissime, quod unum potest praestare felicem: dissice et conculca ista quae extrinsecus splendent, quae tibi promittuntur ab alio vel ex alio; ad verum bonum specta et de tuo gaude. Quid est autem hoc 'de tuo'? te ipso et tui optima parte. Corpusculum bonum esse credideris: veri boni aviditas tuta est. [7] Quod sit istud interrogas, aut unde subeat? Dicam: ex bona conscientia, ex honestis consiliis, ex rectis actionibus, ex contemptu fortuitorum, ex placido vitae et continuo tenore unam prementis viam. Nam illi qui ex aliis propositis in alia transiliunt aut ne transiliunt quidem sed casu quodam transmittuntur, quomodo habere quicquam certum mansurumve possunt suspensi et vagi? [8] Pauci sunt qui consilio se suaque disponant: ceteri, eorum more quae fluminibus innatant, non eunt sed feruntur; ex quibus alia lenior unda detinuit ac mollius vexit, alia vehementior rapuit, alia proxima ripae cursu languescente deposuit, alia torrens impetus in mare eiecit. Ideo constituendum est quid velimus et in eo perseverandum.
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1 Pensi che ti scriva quanto è stato benevolo con noi l'inverno, così mite e breve, quanto sia maligna la primavera, quanto fuori stagione il freddo e altre sciocchezze tipiche di chi non ha argomenti? Ti scriverò invece, qualcosa che possa essere utile a entrambi. E che altro se non esortarti alla saggezza? Chiedi quale ne sia il fondamento? Non compiacersi delle vanità. 2 Ho detto il fondamento: dovevo dire il culmine. E lo raggiunge chi sa di che cosa gioire, chi non mette la sua felicità nelle mani d'altri; è preoccupato e insicuro l'uomo che si lascia sedurre da una qualche speranza, anche se l'ha a portata di mano, anche se non è difficile a realizzarsi, anche se non è mai stato deluso nelle sue attese. 3 Impara innanzi tutto a gioire, Lucilio mio. Pensi davvero che ti voglia privare di molti piaceri perché allontano i beni fortuiti e ritengo che si debba evitare il dolce conforto della speranza? Anzi, al contrario, non voglio che ti manchi mai la gioia. Voglio, però che ti nasca in casa: e nasce, purché scaturisca dall'intimo. Le altre forme di contentezza non riempiono il cuore; rasserenano il volto, ma sono fugaci, a meno che tu non giudichi felice uno che ride: l'animo deve essere allegro e fiducioso ed ergersi al di sopra di tutto. 4 Credimi, la vera gioia è austera. Oppure ritieni che l'uomo sereno e, come dicono questi sdolcinati, gaio in volto, disprezzi la morte, apra la sua casa alla povertà, tenga a freno i piaceri, si prepari a sopportare i dolori? Chi medita su questi pensieri prova una grande gioia, anche se poco seducente. Questa gioia voglio che tu la possieda: non verrà mai meno, una volta che tu sappia da dove derivi. 5 I metalli vili si trovano in superficie: i più preziosi sono nascosti, invece, nelle viscere della terra, e procurano un compenso maggiore a chi ha la costanza di scavare. Quei beni di cui si compiace la massa dànno un piacere inconsistente e superficiale: ogni gioia che viene dall'esterno manca di fondamenta: questa, di cui ti parlo e alla quale cerco di condurti, è reale e si spiega più intensamente nell'intimo. 6 Ti prego, carissimo, fa' la sola cosa che può renderti felice: distruggi e calpesta questi beni splendidi solo esteriormente, che uno ti promette o che speri da un altro; aspira al vero bene e godi del tuo. Ma che cosa è "il tuo"? Te stesso e la parte migliore di te. Anche il corpo, povera cosa, benché non se ne possa fare a meno, stimalo necessario più che importante; ci procura piaceri vani, di breve durata, di cui necessariamente ci pentiamo e che, se non li frena una grande moderazione, hanno un esito opposto. Questo dico: il piacere sta sul filo, e si muta in dolore se non ha misura; ma è difficile tenere una giusta misura in quello che si crede un bene: solo il desiderio, anche intenso, del vero bene è senza pericoli. 7 Vuoi sapere che cosa sia il vero bene o da dove venga? Te lo dirò: dalla buona coscienza, dagli onesti propositi, dalle rette azioni, dal disprezzo del caso, dal tranquillo e costante tenore di vita di chi segue sempre lo stesso cammino. Quegli uomini che passano da un proposito all'altro o neppure passano, ma si lasciano portare dal caso, come possono avere sicurezza e stabilità se sono incerti e instabili? 8 Sono pochi quelli che decidono di sé e delle proprie cose a ragion veduta: gli altri, come gli oggetti che galleggiano nei fiumi, non avanzano: vengono trasportati: alcuni sono trattenuti e spostati più lentamente da una corrente più debole, altri trascinati con maggiore violenza, altri deposti vicino alla riva da una corrente meno forte, altri gettati in mare dall'impeto delle acque. Dobbiamo, perciò stabilire che cosa vogliamo e perseverare nei nostri propositi.

 

Lettera ventitreesima 9-11
[9] Hic est locus solvendi aeris alieni. Possum enim tibi vocem Epicuri tui reddere et hanc epistulam liberare: 'molestum est semper vitam inchoare'; aut si hoc modo magis sensus potest exprimi, 'male vivunt qui semper vivere incipiunt'. [10] 'Quare?' inquis; desiderat enim explanationem ista vox. Quia semper illis imperfecta vita est; non potest autem stare paratus ad mortem qui modo incipit vivere. Id agendum est ut satis vixerimus: nemo hoc praestat qui orditur cum maxime vitam. [11] Non est quod existimes paucos.esse hos: propemodum omnes sunt. Quidam vero tunc incipiunt cum desinendum est. Si hoc iudicas mirum, adiciam quod magis admireris: quidam ante vivere desierunt quam inciperent. Vale.
9 È arrivato il momento di pagare il mio debito. Posso riferirti una frase del tuo Epicuro e adempiere al vincolo di questa lettera: "È penoso cominciare sempre la vita", oppure, se così il senso è più chiaro: "Vivono male quelle persone che cominciano sempre a vivere." 10 "Perché?" chiedi; difatti questa frase necessita di una spiegazione. Perché la loro vita è sempre incompleta; non può essere pronto alla morte chi proprio allora comincia a vivere. Dobbiamo fare in modo di aver vissuto abbastanza. Ma questo non lo fa chi è intento proprio allora a tessere la trama della sua esistenza. 11 Non pensare che uomini del genere siano pochi: sono quasi tutti così. Certi, poi, cominciano quando è tempo di smettere. Se ti pare strano, aggiungerò una cosa che ti sembrerà ancora più strana: certi uomini finiscono di vivere ancora prima di cominciare. Stammi bene.


Lettera ventiquattresima 1-5


XXIV. SENECA LUCILIO SUO SALUTEM
[1] Sollicitum esse te scribis de iudici eventu quod tibi furor inimici denuntiat; existimas me suasurum ut meliora tibi ipse proponas et acquiescas spei blandae. Quid enim necesse est mala accersere, satis cito patienda cum venerint praesumere, ac praesens tempus futuri metu perdere? Est sine dubio stultum, quia quandoque sis futurus miser, esse iam miserum. [2] Sed ego alia te ad securitatem via ducam: si vis omnem sollicitudinem exuere, quidquid vereris ne eveniat eventurum utique propone, et quodcumque est illud malum, tecum ipse metire ac timorem tuum taxa: intelleges profecto aut non magnum aut non longum esse quod metuis. [3] Nec diu exempla quibus confirmeris colligenda sunt: omnis illa aetas tulit. In quamcumque partem rerum vel civilium vel externarum memoriam miseris, occurrent tibi ingenia aut profectus aut impetus magni. Numquid accidere tibi, si damnaris, potest durius quam ut mittaris in exilium, ut ducaris in carcerem? Numquid ultra quicquam ulli timendum est quam ut uratur, quam ut pereat? Singula ista constitue et contemptores eorum cita, qui non quaerendi sed eligendi sunt. [4] Damnationem suam Rutilius sic tulit tamquam nihil illi molestum aliud esset quam quod male iudicaretur. Exilium Metellus fortiter tulit, Rutilius etiam libenter; alter ut rediret rei publicae praestitit, alter reditum suum Sullae negavit, cui nihil tunc negabatur. In carcere Socrates disputavit et exire, cum essent qui promitterent fugam, noluit remansitque, ut duarum rerum gravissimarum hominibus metum demeret, mortis et carceris. [5] Mucius ignibus manum imposuit. Acerbum est uri: quanto acerbius si id te faciente patiaris! Vides hominem non eruditum nec ullis praeceptis contra mortem aut dolorem subornatum, militari tantum robore instructum, poenas a se irriti conatus exigentem; spectator destillantis in hostili foculo dexterae stetit nec ante removit nudis ossibus fluentem manum quam ignis illi ab hoste subductus est. Facere aliquid in illis castris felicius potuit, nihil fortius. Vide quanto acrior sit ad occupanda pericula virtus quam crudelitas ad irroganda: facilius Porsina Mucio ignovit quod voluerat occidere quam sibi Mucius quod non occiderat.
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1 Mi scrivi di essere preoccupato per l'esito della causa che ti è stata intentata dal furore di un tuo nemico; e pensi che io ti esorti ad augurarti il meglio e a trovare conforto in speranze lusinghiere. Che necessità c'è, infatti, di chiamare i guai, di anticiparseli se, quando arriveranno, dovrai sopportarli già abbastanza presto; perché rovinarsi il presente per timore del futuro? Senza dubbio è da pazzi essere infelice oggi, perché un giorno o l'altro potresti essere infelice. 2 Ma io voglio condurti alla serenità per un'altra strada: se vuoi liberarti da ogni preoccupazione, pensa che avverrà senz'altro quello che temi e, qualunque sia quel male, misuralo con te stesso e poi valuta attentamente la tua paura: sicuramente ti renderai conto che il male temuto o non è grave o non durerà a lungo. 3 Non è difficile trovare esempi confortanti: ogni epoca ne ha. Richiama alla memoria un periodo qualsiasi della storia nazionale ed estera: ti si presenteranno uomini insigni o per i loro grandi progressi spirituali o per i nobili slanci. Se subirai una condanna, ti può capitare qualcosa di più penoso che l'esilio o il carcere? O qualcosa di più temibile che la tortura o la morte? Esamina questi mali uno per uno e rievoca gli uomini che li hanno disprezzati: non dovrai cercarli, ma solo operare una scelta. 4 Rutilio sopportò la sua condanna come se per lui la cosa più gravosa fosse una cattiva reputazione. Metello sostenne con coraggio l'esilio, Rutilio addirittura volentieri. L'uno assicurò allo stato il suo ritorno, l'altro rifiutò il ritorno concessogli da Silla: un uomo cui allora non si rifiutava niente. In carcere Socrate continuò a discutere di filosofia e non volle fuggire, pur essendoci chi gli assicurava la fuga; rimase per liberare gli uomini dalla paura delle due disgrazie ritenute più dure: la morte e il carcere. 5 Mucio mise la mano sul fuoco. È doloroso essere bruciati: quanto più doloroso è infliggersi volontariamente questa pena! Hai di fronte un uomo incolto, che non ha ricevuto nessun insegnamento contro la morte o la sofferenza, forte solo del suo valore militare e che esige da sé una pena per un tentativo andato a vuoto. Stette immobile a guardare la sua mano consumarsi sul braciere dei nemici e non la tolse, la lasciò bruciare fino all'osso: fu il nemico a portargli via il fuoco. Avrebbe potuto compiere in quell'accampamento un'impresa più fortunata, ma non più coraggiosa. Vedi, quanto più pronto sia il valore ad affrontare i pericoli che la crudeltà ad imporli. Porsenna perdonò più facilmente a Mucio di averlo voluto uccidere di quanto Mucio perdonò a se stesso di non averlo ucciso.

Lettera ventiquattresima 6-8


[6] 'Decantatae' inquis 'in omnibus scholis fabulae istae sunt; iam mihi, cum ad contemnendam mortem ventum fuerit, Catonem narrabis.' Quidni ego narrem ultima illa nocte Platonis librum legentem posito ad caput gladio? Duo haec in rebus extremis instrumenta prospexerat, alterum ut vellet mori, alterum ut posset. Compositis ergo rebus, utcumque componi fractae atque ultimae poterant, id agendum existimavit ne cui Catonem aut occidere liceret aut servare contingeret; [7] et stricto gladio quem usque in illum diem ab omni caede purum servaverat, 'nihil' inquit 'egisti, fortuna, omnibus conatibus meis obstando. Non pro mea adhuc sed pro patriae libertate pugnavi, nec agebam tanta pertinacia ut liber, sed ut inter liberos, viverem: nunc quoniam deploratae sunt res generis humani, Cato deducatur in tutum.' [8] Impressit deinde mortiferum corpori vulnus; quo obligato a medicis cum minus sanguinis haberet, minus virium, animi idem, iam non tantum Caesari sed sibi iratus nudas in vulnus manus egit et generosum illum contemptoremque omnis potentiae spiritum non emisit sed eiecit.

6 "Queste sono leggende," ribatti, "dette e ripetute in tutte le scuole; e ora quando si arriverà a parlare del disprezzo della morte, mi racconterai di Catone." E perché non dovrei raccontarti che in quella famosa ultima notte leggeva un libro di Platone con la spada posata vicino alla testa? Si era procurato in quel momento supremo questi due strumenti: uno che rafforzasse la sua decisione di morire, l'altro che la rendesse possibile. Disposte le sue cose come meglio poteva in quelle circostanze terribili ed estreme, decise di agire in modo che nessuno potesse uccidere Catone, o gli toccasse di salvarlo; 7 e afferrata la spada che fino a quel giorno non aveva mai macchiato di sangue, disse: "Fortuna, non hai ottenuto nulla contrastando i miei tentativi. Fino ad oggi non ho lottato per la mia libertà, ma per quella della patria e non agivo con tanta determinazione per vivere libero, ma per vivere tra uomini liberi: ora, poiché la condizione del genere umano è disperata, possa Catone mettersi al sicuro." 8 Poi si inferse la ferita mortale; quando i medici gliela suturarono, benché avesse perso sangue e forza, ma non coraggio, irato non tanto con Cesare quanto con se stesso, cacciò le mani nude nella ferita e non spirò ma scagliò via la sua anima generosa e sprezzante di ogni potenza.

Lettera ventiquattresima 9-14


[9] Non in hoc exempla nunc congero ut ingenium exerceam, sed ut te adversus id quod maxime terribile videtur exhorter; facilius autem exhortabor, si ostendero non fortes tantum viros hoc momentum efflandae animae contempsisse sed quosdam ad alia ignavos in hac re aequasse animum fortissimorum, sicut illum Cn. Pompei socerum Scipionem, qui contrario in Africam vento relatus cum teneri navem suam vidisset ab hostibus, ferro se transverberavit et quaerentibus ubi imperator esset, 'imperator' inquit 'se bene habet'. [10] Vox haec illum parem maioribus fecit et fatalem Scipionibus in Africa gloriam non est interrumpi passa. Multum fuit Carthaginem vincere, sed amplius mortem. 'Imperator' inquit 'se bene habet': an aliter debebat imperator, et quidem Catonis, mori? [11] Non revoco te ad historias nec ex omnibus saeculis contemptores mortis, qui sunt plurimi, colligo; respice ad haec nostra tempora, de quorum languore ac delicis querimur: omnis ordinis homines suggerent, omnis fortunae, omnis aetatis, qui mala sua morte praeciderint. Mihi crede, Lucili, adeo mors timenda non est ut beneficio eius nihil timendum sit. [12] Securus itaque inimici minas audi; et quamvis conscientia tibi tua fiduciam faciat, tamen, quia multa extra causam valent, et quod aequissimum est spera et ad id te quod est iniquissimum compara. Illud autem ante omnia memento, demere rebus tumultum ac videre quid in quaque re sit: scies nihil esse in istis terribile nisi ipsum timorem. [13] Quod vides accidere pueris, hoc nobis quoque maiusculis pueris evenit: illi quos amant, quibus assueverunt, cum quibus ludunt, si personatos vident, expavescunt: non hominibus tantum sed rebus persona demenda est et reddenda facies sua. [14] Quid mihi gladios et ignes ostendis et turbam carnificum circa te frementem? Tolle istam pompam sub qua lates et stultos territas: mors es, quam nuper servus meus, quam ancilla contempsit. Quid tu rursus mihi flagella et eculeos magno apparatu explicas? quid singulis articulis singula machinamenta quibus extorqueantur aptata et mille alia instrumenta excarnificandi particulatim hominis? Pone ista quae nos obstupefaciunt; iube conticiscere gemitus et exclamationes et vocum inter lacerationem elisarum acerbitatem: nempe dolor es, quem podagricus ille contemnit, quem stomachicus ille in ipsis delicis perfert, quem in puerperio puella perpetitur. Levis es si ferre possum; brevis es si ferre non possum.
9 Non è mia intenzione raccogliere questi esempi per esercitare la mente, ma per farti coraggio contro il male ritenuto il peggiore; e riuscirò più facilmente nel mio proposito mostrandoti che non solo uomini coraggiosi hanno affrontato con sprezzo il momento della morte, ma che alcuni, vili in altre circostanze, in questa occasione hanno emulato il coraggio dei più forti; per esempio il famoso Scipione, suocero di G. Pompeo; egli, spinto sulle coste africane da venti contrari, vedendo che la sua nave era caduta in mano nemica, si trafisse con la spada, e a chi chiedeva dove fosse il generale: "Il generale sta bene", rispose. 10 Questa frase lo ha reso degno dei suoi antenati e ha perpetuato la fatale gloria degli Scipioni in Africa. Fu una grande impresa vincere Cartagine, ma ancora più grande fu vincere la morte. "Il generale sta bene"' doveva forse morire diversamente un generale e per di più il generale di Catone? 11 Non ti richiamo alle vicende storiche, e nemmeno voglio raccogliere da tutte le epoche quegli uomini, e sono numerosissimi, che hanno disprezzato la morte. Guarda a questi nostri tempi, di cui lamentiamo la rilassatezza e l'amore dei piaceri: vedrai persone di ogni ceto sociale, di ogni condizione, di ogni età, i quali hanno troncato i loro mali con la morte. Credimi, Lucilio, la morte è così poco temibile che proprio per merito suo non dobbiamo temere nulla. 12 Ascolta, perciò tranquillo le minacce del tuo nemico; la tua coscienza ti dà fiducia, ma, poiché hanno il loro peso anche fattori estranei al processo, spera, sì, in una sentenza veramente giusta, ma preparati anche a una totalmente ingiusta. E innanzi tutto ricordati di spogliare gli avvenimenti dal tumulto che li accompagna e di considerarli nella loro essenza: capirai che in essi non c'è niente di terribile se non la nostra paura. 13 Ciò che vedi succedere ai fanciulli, succede anche a noi che siamo solo dei fanciulli un po' più grandi: quando vedono mascherate le persone che amano e con le quali hanno una consuetudine di giochi e di vita, si spaventano: anche alle cose, come agli uomini, bisogna togliere la maschera e restituire loro il vero aspetto. 14 Perché mi mostri spade, fuoco e una turba di carnefici fremente intorno a te? Togli di mezzo questo apparato sotto il quale ti nascondi e atterrisci gli sciocchi: tu sei la morte, per te or ora un mio servo, una mia ancella, hanno mostrato disprezzo. Perché tu di nuovo mi spieghi davanti con grande messa in scena flagelli e strumenti di tortura? Perché mi mostri arnesi diversi per tormentare le varie articolazioni e mille altri macchinari per straziare un uomo brano a brano? Lascia da parte questi strumenti di terrore; fa' cessare i gemiti, le grida e gli urli lancinanti strappati con la tortura: tu sei il dolore che il podagroso disprezza, che l'ammalato di stomaco sopporta in mezzo ai piaceri del pranzo, che la giovane donna soffre con coraggio durante il parto. Se ti posso sopportare, sei leggero; se non posso, durerai poco.

Lettera ventiquattresima 15-17


[15] Haec in animo voluta, quae saepe audisti, saepe dixisti; sed an vere audieris, an vere dixeris, effectu proba; hoc enim turpissimum est quod nobis obici solet, verba nos philosophiae, non opera tractare. Quid? tu nunc primum tibi mortem imminere scisti, nunc exilium, nunc dolorem? in haec natus es; quidquid fieri potest quasi futurum cogitemus. [16] Quod facere te moneo scio certe fecisse: nunc admoneo ut animum tuum non mergas in istam sollicitudinem; hebetabitur enim et minus habebit vigoris cum exsurgendum erit. Abduc illum a privata causa ad publicam; dic mortale tibi et fragile corpusculum esse, cui non ex iniuria tantum aut ex potentioribus viribus denuntiabitur dolor: ipsae voluptates in tormenta vertuntur, epulae cruditatem afferunt, ebrietates nervorum torporem tremoremque, libidines pedum, manuum, articulorum omnium depravationes. [17] Pauper fiam: inter plures ero. Exul fiam: ibi me natum putabo quo mittar. Alligabor: quid enim? nunc solutus sum? ad hoc me natura grave corporis mei pondus adstrinxit. Moriar: hoc dicis, desinam aegrotare posse, desinam alligari posse, desinam mori posse.
15 Rifletti su queste parole che hai spesso udito e spesso pronunciato; prova ora coi fatti che hai ascoltato, che hai parlato con sincerità; sovente ci rinfacciano un comportamento davvero vergognoso: discutiamo di filosofia, ma non la mettiamo in pratica. Come? Che ti minaccia la morte, l'esilio, il dolore l'hai capito ora per la prima volta? Sei nato con questo destino; qualunque cosa possa accadere pensiamola come se fosse certa. 16 Hai sicuramente agito come ti suggerisco, lo so: ora, però ti esorto a non sommergere il tuo spirito in queste preoccupazioni; si indebolirà e avrà meno vigore al momento in cui dovrà levarsi a combattere. Volgilo dai tuoi problemi personali a quelli generali; ripetigli che hai un corpo mortale e fragile; sofferenze possono infliggergliene non solo la violenza o la forza dei più potenti; i piaceri stessi si volgono in tormenti: i pranzi provocano indigestioni, l'ubriachezza torpore e tremiti nervosi, la lussuria può deformare piedi, mani e tutte le articolazioni. 17 Diventerò povero: sarò tra i più. Andrò in esilio: penserò di esser nato là dove mi manderanno. Sarò incatenato: e allora? Sono forse libero adesso? La natura mi ha vincolato a questo grave peso: il corpo. Morirò: è come se tu dicessi: non correrò più il rischio di ammalarmi, di essere messo in catene, di morire.

Lettera ventiquattresima 18.21

[18] Non sum tam ineptus ut Epicuream cantilenam hoc loco persequar et dicam vanos esse inferorum metus, nec Ixionem rota volvi nec saxum umeris Sisyphi trudi in adversum nec ullius viscera et renasci posse cotidie et carpi: nemo tam puer est ut Cerberum timeat et tenebras et larvalem habitum nudis ossibus cohaerentium. Mors nos aut consumit aut exuit; emissis meliora restant onere detracto, consumptis nihil restat, bona pariter malaque summota sunt. [19] Permitte mihi hoc loco referre versum tuum, si prius admonuero ut te iudices non aliis scripsisse ista sed etiam tibi. Turpe est aliud loqui, aliud sentire: quanto turpius aliud scribere, aliud sentire! Memini te illum locum aliquando tractasse, non repente nos in mortem incidere sed minutatim procedere. [20] Cotidie morimur; cotidie enim demitur aliqua pars vitae, et tunc quoque cum crescimus vita decrescit. Infantiam amisimus, deinde pueritiam, deinde adulescentiam. Usque ad hesternum quidquid trans;t temporis perit; hunc ipsum quem agimus diem cum morte dividimus. Quemadmodum clepsydram non extremum stilicidium exhaurit sed quidquid ante defluxit, sic ultima hora qua esse desinimus non sola mortem facit sed sola consummat; tunc ad illam pervenimus, sed diu venimus. [21] Haec cum descripsisses quo soles ore, semper quidem magnus, numquam tamen acrior quam ubi veritati commodas verba, dixisti, mors non una venit, sed quae rapit ultima mors est. Malo te legas quam epistulam meam; apparebit enim tibi hanc quam timemus mortem extremam esse, non solam.
18 Non sono tanto ottuso da recitare a questo punto la litania epicurea e ripetere che sono falsi gli spauracchi dell'oltretomba; Issione non gira legato a una ruota, Sisifo non spinge con le spalle un masso su per una salita, a nessuno possono ogni giorno ricrescere ed essere divorate le viscere: non c'è uomo così infantile da temere Cerbero, le tenebre e gli spettri sotto forma di nudi scheletri. La morte o ci consuma o ci spoglia; se ci libera dal peso del corpo, rimane la parte migliore di noi; se ci consuma, di noi non resta niente; beni e mali scompaiono allo stesso modo. 19 Permettimi a questo punto di citare un tuo verso; bada, però: non lo hai scritto solo per gli altri, ma anche per te. È vergognoso dire una cosa e pensarne un'altra: ma scrivere una cosa e pensarne un'altra lo è ancòra di più. Ricordo che una volta hai trattato questo argomento: noi non precipitiamo all'improvviso nella morte, ma ci avviciniamo a poco a poco. 20 Moriamo ogni giorno: ogni giorno ci viene tolta una parte della vita e anche quando ancora cresciamo, la vita decresce. Abbiamo perduto l'infanzia, poi la fanciullezza, poi la giovinezza. Tutto il tempo trascorso fino a ieri è ormai perduto; anche questo giorno che stiamo vivendo lo dividiamo con la morte. Come la clessidra non la vuota l'ultima goccia d'acqua, ma tutta quella defluita prima, così l'ora estrema, che mette fine alla nostra vita, non provoca da sola la morte, ma da sola la compie; noi vi giungiamo in quel momento, da tempo, però, vi siamo diretti. 21 Dopo aver delineato questi concetti con il tuo solito linguaggio, sempre sostenuto e tuttavia mai più penetrante di quando metti le parole al servizio della verità, scrivi: La morte non viene una volta sola: quella che ci porta via è l'ultima morte. È meglio che tu legga te stesso invece della mia lettera; capirai che questa da noi temuta, è la morte estrema, non la sola.

Lettera ventiquattresima 22-26


[22] Video quo spectes: quaeris quid huic epistulae infulserim, quod dictum alicuius animosum, quod praeceptum utile. Ex hac ipsa materia quae in manibus fuit mittetur aliquid. Obiurgat Epicurus non minus eos qui mortem concupiscunt quam eos qui timent, et ait: 'ridiculum est currere ad mortem taedio vitae, cum genere vitae ut currendum ad mortem esset effeceris'. [23] Item alio loco dicit: 'quid tam ridiculum quam appetere mortem, cum vitam inquietam tibi feceris metu mortis?' His adicias et illud eiusdem notae licet, tantam hominum imprudentiam esse, immo dementiam, ut quidam timore mortis cogantur ad mortem. [24] Quidquid horum tractaveris, confirmabis animum vel ad mortis vel ad vitae patientiam; [at] in utrumque enim monendi ac firmandi sumus, et ne nimis amemus vitam et ne nimis oderimus. Etiam cum ratio suadet finire se, non temere nec cum procursu capiendus est impetus. [25] Vir fortis ac sapiens non fugere debet e vita sed exire; et ante omnia ille quoque vitetur affectus qui multos occupavit, libido moriendi. Est enim, mi Lucili, ut ad alia, sic etiam ad moriendum inconsulta animi inclinatio, quae saepe generosos atque acerrimae indolis viros corripit, saepe ignavos iacentesque: illi contemnunt vitam, hi gravantur. [26] Quosdam subit eadem faciendi videndique satietas et vitae non odium sed fastidium, in quod prolabimur ipsa impellente philosophia, dum dicimus 'quousque eadem? nempe ex pergiscar dormiam, esuriam, algebo aestuabo. Nullius rei finis est, sed in orbem nexa sunt omnia, fugiunt ac sequuntur; diem nox premit, dies noctem, aestas in autumnum desinit, autumno hiemps instat, quae vere compescitur; omnia sic transeunt ut revertantur. Nihil novi facio, nihil novi video: fit aliquando et huius rei nausia.' Multi sunt qui non acerbum iudicent vivere sed supervacuum. Vale.
22 So dove guardi: cerchi che cosa ho inserito in questa lettera, che massima coraggiosa, che insegnamento utile di un qualche autore. Ti manderò dei pensieri sull'argomento in questione. Epicuro biasima chi brama la morte non meno di chi la teme e afferma: "È ridicolo correre verso la morte per stanchezza della vita, quando è il tuo sistema di vita che ti fa correre incontro alla morte." 23 E ancòra in un altro passo: "Che c'è di tanto ridicolo quanto cercare la morte, se proprio per paura della morte ti sei reso la vita impossibile?" Aggiungi anche un'altra considerazione simile: è tanta la stupidità, anzi la follia degli uomini, che alcuni sono spinti alla morte dal timore della morte. 24 Medita su uno qualsiasi di questi pensieri, rafforzerai il tuo animo a sopportare o la morte o la vita; dobbiamo essere consigliati e incoraggiati sia a non amare troppo la vita, sia a non odiarla troppo. Anche quando la ragione ci spinge a farla finita, non prendiamo risoluzioni sconsiderate e avventate. 25 L'uomo forte e saggio non deve fuggire dalla vita, ma uscirne: e soprattutto eviti uno stato d'animo comune a molti: la smania di morire. Lucilio mio, come per altre cose, anche per la morte c'è una propensione inconsulta: spesso assale gli uomini generosi e impavidi, spesso gli ignavi e i deboli: gli uni sprezzano la vita, gli altri ne sono gravati. 26 In certi si insinua la sazietà di fare e di vedere sempre le stesse cose, e non l'odio, ma il disgusto della vita; vi scivoliamo spinti dalla filosofia stessa e ci chiediamo: "Fino a quando le medesime cose? Mi sveglierò dormirò mangerò avrò fame, avrò freddo, avrò caldo. Niente finisce, ogni cosa è concatenata in un circolo chiuso; fugge e insegue; la notte incalza il giorno, il giorno la notte, l'estate finisce nell'autunno, l'autunno è inseguito dall'inverno, che è chiuso dalla primavera; tutto passa per ritornare. Non faccio niente di nuovo, non vedo niente di nuovo e un bel giorno tutto questo viene a nausea." Ci sono molti che la vita non la giudicano penosa, ma superflua. Stammi bene.

Lettera venticinquesima 1-3

XXV. SENECA LUCILIO SUO SALUTEM
[1] Quod ad duos amicos nostros pertinet, diversa via eundum est; alterius enim vitia emendanda, alterius frangenda sunt. Utar libertate tota: non amo illum nisi offendo. 'Quid ergo?' inquis 'quadragenarium pupillum cogitas sub tutela tua continere? Respice aetatem eius iam duram et intractabilem: non potest reformari; tenera finguntur.' [2] An profecturus sim nescio: malo successum mihi quam fidem deesse. Nec desperaveris etiam diutinos aegros posse sanari, si contra intemperantiam steteris, si multa invitos et facere coegeris et pati. Ne de altero quidem satis fiduciae habeo, excepto eo quod adhuc peccare erubescit; nutriendus est hic pudor, qui quamdiu in animo eius duraverit, aliquis erit bonae spei locus. Cum hoc veterano parcius agendum puto, ne in desperationem sui veniat; [3] nec ullum tempus aggrediendi fuit melius quam hoc, dum interquiescit, dum emendato similis est. Aliis haec intermissio eius imposuit, mihi verba non dat: exspecto cum magno fenore vitia reditura, quae nunc scio cessare, non deesse. Impendam huic rei dies et utrum possit aliquid agi an non possit experiar.
25
1 Riguardo ai nostri due amici, bisogna seguire una strada diversa: correggere i vizi dell'uno, stroncare quelli dell'altro. Sarò molto franco: non gli vorrei bene, se non lo trattassi con asprezza. "Come?" dici. "Pensi di tenere sotto la tua tutela un pupillo di quarant'anni? Considera la sua età: è ormai incallito e indocile: non lo puoi cambiare; solo i materiali duttili si modellano." 2 Non so se ci riuscirò: certo preferisco l'insuccesso al disimpegno. Non bisogna disperare: anche gli ammalati cronici possono guarire, se ti opponi alle loro intemperanze e li costringi a fare e a sopportare molte cose contro la loro volontà. Neppure nell'altro avrei molta fiducia, se non arrossisse ancòra dei suoi peccati; bisogna alimentare questo pudore: fino a quando durerà nel suo animo, ci sarà posto per la speranza. Con questo peccatore di vecchia data, secondo me, occorre agire con più tatto, perché non arrivi a disperare di se stesso; 3 e per tentare, nessun momento era migliore di questo, mentre ha un periodo di quiete, mentre sembra che si sia corretto. Questa interruzione può ingannare altri, non me: mi aspetto che i vizi ritornino e con gli interessi. Ora non compaiono, lo so, ma non sono stati eliminati del tutto. Dedicherò qualche giorno a questo problema e vedrò se si può fare o no qualcosa.

Lettera venticinquesima 4-7


[4] Tu nobis te, ut facis, fortem praesta et sarcinas contrahe; nihil ex his quae habemus necessarium est. Ad legem naturae revertamur; divitiae paratae sunt. Aut gratuitum est quo egemus, aut vile: panem et aquam natura desiderat. Nemo ad haec pauper est, intra quae quisquis desiderium suum clusit cum ipso Iove de felicitate contendat, ut ait Epicurus, cuius aliquam vocem huic epistulae involvam. [5] 'Sic fac' inquit 'omnia tamquam spectet Epicurus.' Prodest sine dubio custodem sibi imposuisse et habere quem respicias, quem interesse cogitationibus tuis iudices. Hoc quidem longe magnificentius est, sic vivere tamquam sub alicuius boni viri ac semper praesentis oculis, sed ego etiam hoc contentus sum, ut sic facias quaecumque facies tamquam spectet aliquis: omnia nobis mala solitudo persuadet. [6] Cum iam profeceris tantum ut sit tibi etiam tui reverentia, licebit dimittas paedagogum: interim aliquorum te auctoritate custodi - aut Cato ille sit aut Scipio aut Laelius aut alius cuius interventu perditi quoque homines vitia supprimerent, dum te efficis eum cum quo peccare non audeas. Cum hoc effeceris et aliqua coeperit apud te tui esse dignatio, incipiam tibi permittere quod idem suadet Epicurus: 'tunc praecipue in te ipse secede cum esse cogeris in turba'. [7] Dissimilem te fieri multis oportet, dum tibi tutum [non] sit ad te recedere. Circumspice singulos: nemo est cui non satius sit cum quolibet esse quam secum. 'Tunc praecipue in te ipse secede cum esse cogeris in turba' - si bonus vir , si quietus, si temperans. Alioquin in turbam tibi a te recedendum est: istic malo viro propius es. Vale.
4 Tu dimostrati forte, come fai, e diminuisci i tuoi bagagli; di ciò che possediamo niente è necessario. Ritorniamo alla legge di natura; la ricchezza è a portata di mano. Ciò di cui abbiamo necessità o è gratuito o costa poco: la natura ha bisogno solo di pane e acqua. Nessuno è troppo povero per procurarseli e se uno limita qui le sue esigenze, può competere in felicità con Giove stesso, come dice Epicuro di cui voglio inserire una frase in questa lettera. 5 "Agisci sempre," dice, "come se Epicuro ti vedesse." Senza dubbio serve imporsi un custode, avere un uomo cui guardare, saperlo partecipe dei tuoi pensieri. È molto meglio vivere come se si fosse sempre sotto gli occhi di un uomo virtuoso; ma se tu agisci come se ti osservasse uno qualsiasi, mi basta. La solitudine ci spinge ad ogni genere di mali. 6 Quando avrai fatto progressi tali da avere soggezione anche di te stesso, potrai congedare il tuo pedagogo: intanto fatti controllare da un uomo autorevole - sia pure il famoso Catone o Scipione o Lelio o un altro alla cui presenza anche uomini corrotti cercherebbero di soffocare i loro vizi - finché ti renderai tale che non oserai peccare di fronte a te stesso. Quando avrai realizzato questo e comincerai ad avere rispetto di te, ti permetterò quanto consiglia lo stesso Epicuro: "Ritirati in te soprattutto quando sei costretto a stare tra la folla." 7 Bisogna che tu diventi diverso dalla massa, per poterti ritirare in te senza pericolo. Guarda uno per uno quelli che ti circondano: non c'è nessuno per cui non sarebbe preferibile stare col primo venuto piuttosto che con se stesso. "Ritirati in te soprattutto quando sei costretto a stare tra la folla", se sei un uomo onesto, tranquillo, temperante. Altrimenti devi sfuggire da te e andare tra la gente: nello stato in cui versi sei più vicino a un uomo disonesto. Stammi bene.

Lettera ventiseesima 1-7

XXVI. SENECA LUCILIO SUO SALUTEM
[1] Modo dicebam tibi in conspectu esse me senectutis: iam vereor ne senectutem post me reliquerim. Aliud iam his annis, certe huic corpori, vocabulum convenit, quoniam quidem senectus lassae aetatis, non fractae nomen est: inter decrepitos me numera et extrema tangentis. [2] Gratias tamen mihi apud te ago: non sentio in animo aetatis iniuriam, cum sentiam in corpore. Tantum vitia et vitiorum ministeria senuerunt: viget animus et gaudet non multum sibi esse cum corpore; magnam partem oneris sui posuit. Exsultat et mihi facit controversiam de senectute: hunc ait esse florem suum. Credamus illi: bono suo utatur. [3] Ire in cogitationem iubet et dispicere quid ex hac tranquillitate ac modestia morum sapientiae debeam, quid aetati, et diligenter excutere quae non possim facere, quae nolim, proinde habiturus atque si nolim quidquid non posse me gaudeo: quae enim querela est, quod incommodum, si quidquid debebat desinere defecit? [4] 'Incommodum summum est' inquis 'minui et deperire et, ut proprie dicam, liquescere. Non enim subito impulsi ac prostrati sumus: carpimur, singuli dies aliquid subtrahunt viribus.' Ecquis exitus est melior quam in finem suum natura solvente dilabi? non quia aliquid mali ictus et e vita repentinus excessus, sed quia lenis haec est via, subduci. Ego certe, velut appropinquet experimentum et ille laturus sententiam de omnibus annis meis dies venerit, ita me observo et alloquor: [5] 'nihil est' inquam 'adhuc quod aut rebus aut verbis exhibuimus; levia sunt ista et fallacia pignora animi multisque involuta lenociniis: quid profecerim morti crediturus sum. Non timide itaque componor ad illum diem quo remotis strophis ac fucis de me iudicaturus sum, utrum loquar fortia an sentiam, numquid simulatio fuerit et mimus quidquid contra fortunam iactavi verborum contumacium. [6] Remove existimationem hominum: dubia semper est et in partem utramque dividitur. Remove studia tota vita tractata: mors de te pronuntiatura est. Ita dico: disputationes et litterata colloquia et ex praeceptis sapientium verba collecta et eruditus sermo non ostendunt verum robur animi; est enim oratio etiam timidissimis audax. Quid egeris tunc apparebit cum animam ages. Accipio condicionem, non reformido iudicium.' [7] Haec mecum loquor, sed tecum quoque me locutum puta. Iuvenior es: quid refert? non dinumerantur anni. Incertum est quo loco te mors exspectet; itaque tu illam omni loco exspecta.
26
1 Poco fa ti dicevo di essere in cospetto della vecchiaia: ora temo di essermela già lasciata alle spalle. Ai miei anni e a questo mio fisico conviene ormai un altro termine; vecchiaia indica un'età stanca, ma non priva di forze; mettimi, invece, nel numero degli uomini decrepiti, vicini alla fine. 2 Posso, tuttavia, dirti che sono grato a me stesso: i danni dell'età, benché li avverta nel corpo, non li sento nello spirito. Solo i vizi e gli strumenti dei vizi sono invecchiati: lo spirito è forte e gioisce di non aver molto in comune con il corpo: ha ormai deposto gran parte del suo peso. Esulta e discute con me sulla vecchiaia: dice che questo è il suo fiore. Crediamogli: si goda il suo bene. 3 Mi esorta a pensare e a individuare quanto di questa tranquillità e moderazione di costumi io debba alla saggezza, quanto all'età, e ad esaminare con attenzione quello che non posso e quello che non voglio fare, e io mi compiaccio di considerare quello che non posso fare, come se non lo volessi: quale motivo di lagnarsi, quale danno c'è, se sono venute a mancare cose destinate a finire? 4 "Ma è un danno gravissimo," dici, "consumarsi, deperire o, meglio, sfarsi. Non siamo colpiti e abbattuti all'improvviso: ci logoriamo a poco a poco e ogni giorno ci toglie un po' delle nostre forze." C'è una conclusione migliore che scivolare verso la propria fine perché il fisico si dissolve naturalmente? Non che un attacco e un decesso improvviso siano un male, ma è dolce questo modo di essere portati via a poco a poco. Come se si avvicinasse la prova e giungesse il giorno fatale che dovrà giudicare di tutti i miei anni, mi osservo e dico a me stesso: 5 "Fino a oggi non è niente quello che ho dimostrato a fatti o a parole; l'animo ha dato pegni fallaci e di poco conto, avviluppati in mille ornamenti esteriori: alla morte mi affiderò per giudicare i miei progressi. Con coraggio mi preparo a quel giorno in cui, deposto ogni artificio e ogni inganno, giudicherò di me stesso: se sono forte a parole o nell'intimo; se furono simulazione e farsa le parole sprezzanti scagliate contro la sorte. 6 Lascia da parte i giudizi degli uomini: sono sempre incerti e ambigui. Lascia da parte gli studi fatti durante tutta la vita: ti giudicherà la morte. La vera forza d'animo non la mettono in luce le dispute filosofiche e le conversazioni letterarie, le parole raccolte dall'insegnamento dei saggi e i discorsi eruditi: anche gli uomini più vili sono capaci di parole coraggiose. Quanto hai fatto sarà evidente solo in punto di morte. Accetto questa condizione, non temo il giudizio." 7 Così dico a me stesso, ma è come se parlassi anche con te. Tu sei più giovane: che importa? Gli anni non contano. Non puoi sapere dove ti attenda la morte; perciò aspettala dovunque.

Lettera ventiseesima 8-10


[8] Desinere iam volebam et manus spectabat ad clausulam, sed conficienda sunt aera et huic epistulae viaticum dandum est. Puta me non dicere unde sumpturus sim mutuum: scis cuius arca utar. Exspecta me pusillum, et de domo fiet numeratio; interim commodabit Epicurus, qui ait 'meditare mortem', vel si commodius sic transire ad nos hic potest sensus: 'egregia res est mortem condiscere'. [9] Supervacuum forsitan putas id discere quod semel utendum est. Hoc est ipsum quare meditari debeamus: semper discendum est quod an sciamus experiri non possumus. [10] 'Meditare mortem': qui hoc dicit meditari libertatem iubet. Qui mori didicit servire dedidicit; supra omnem potentiam est, certe extra omnem. Quid ad illum carcer et custodia et claustra? liberum ostium habet. Una est catena quae nos alligatos tenet, amor vitae, qui ut non est abiciendus, ita minuendus est, ut si quando res exiget, nihil nos detineat nec impediat quominus parati simus quod quandoque faciendum est statim facere. Vale.
8 Volevo ormai finire e già mi accingevo a concludere, ma devo preparare il denaro e darlo come viatico a questa lettera. Non ti dico da chi prenderò il prestito: tu sai a quale forziere ricorro. Aspetta ancòra un poco ed effettuerò il pagamento con i miei averi; intanto mi farà un prestito Epicuro; scrive: "Pensa alla morte." Oppure, se così il senso è più chiaro: "È cosa egregia imparare a morire." 9 Forse ritieni superfluo imparare una cosa di cui dobbiamo servirci una volta sola. Proprio per questo motivo si deve pensare alla morte: bisogna sempre imparare ciò che non possiamo esser certi di conoscere bene. 10 "Pensa alla morte": chi dice queste parole ci esorta a riflettere sulla libertà. Chi ha imparato a morire, ha disimparato a essere schiavo: è superiore a ogni umana potenza o, almeno, ne è al di fuori. Che gli importa del carcere, delle guardie, delle catene? Ha sempre la porta aperta. Una sola è la catena che ci vincola, l'amore per la vita: non dobbiamo soffocarlo, ma ridurlo, così che, se le circostanze lo richiedono, niente ci trattenga, né ci impedisca di essere pronti a compiere subito un passo che presto o tardi bisogna compiere. Stammi bene.


Lettera ventisettesima 1-9

XXVII. SENECA LUCILIO SUO SALUTEM
[1] 'Tu me' inquis 'mones? iam enim te ipse monuisti, iam correxisti? ideo aliorum emendationi vacas?' Non sum tam improbus ut curationes aeger obeam, sed, tamquam in eodem valetudinario iaceam, de communi tecum malo colloquor et remedia communico. Sic itaque me audi tamquam mecum loquar; in secretum te meum admitto et te adhibito mecum exigo. [2] Clamo mihi ipse, 'numera annos tuos, et pudebit eadem velle quae volueras puer, eadem parare. Hoc denique tibi circa mortis diem praesta: moriantur ante te vitia. Dimitte istas voluptates turbidas, magno luendas: non venturae tantum sed praeteritae nocent. Quemadmodum scelera etiam si non sunt deprehensa cum fierent, sollicitudo non cum ipsis abit, ita improbarum voluptatum etiam post ipsas paenitentia est. Non sunt solidae, non sunt fideles; etiam si non nocent, fugiunt. [3] Aliquod potius bonum mansurum circumspice; nullum autem est nisi quod animus ex se sibi invenit. Sola virtus praestat gaudium perpetuum, securum; etiam si quid obstat, nubium modo intervenit, quae infra feruntur nec umquam diem vincunt.' [4] Quando ad hoc gaudium pervenire continget? non quidem cessatur adhuc, sed festinetur. Multum restat operis, in quod ipse necesse est vigiliam, ipse laborem tuum impendas, si effici cupis; delegationem res ista non recipit. [5] Aliud litterarum genus adiutorium admittit Calvisius Sabinus memoria nostra fuit dives; et patrimonium habebat libertini et ingenium; numquam vidi hominem beatum indecentius. Huic memoria tam mala erat ut illi nomen modo Ulixis excideret, modo Achillis, modo Priami, quos tam bene noverat quam paedagogos nostros novimus. Nemo vetulus nomenclator, qui nomina non reddit sed imponit, tam perperam tribus quam ille Troianos et Achivos persalutabat. [6] Nihilominus eruditus volebat videri. Hanc itaque compendiariam excogitavit: magna summa emit servos, unum qui Homerum teneret, alterum qui Hesiodum; novem praeterea lyricis singulos assignavit. Magno emisse illum non est quod mireris: non invenerat, faciendos locavit. Postquam haec familia illi comparata est, coepit convivas suos inquietare. Habebat ad pedes hos, a quibus subinde cum peteret versus quos referret, saepe in medio verbo excidebat. [7] Suasit illi Satellius Quadratus, stultorum divitum arrosor et, quod sequitur, arrisor, et, quod duobus his adiunctum est, derisor, ut grammaticos haberet analectas. Cum dixisset Sabinus centenis millibus sibi constare singulos servos, 'minoris' inquit 'totidem scrinia emisses'. Ille tamen in ea opinione erat ut putaret se scire quod quisquam in domo sua sciret. [8] Idem Satellius illum hortari coepit ut luctaretur, hominem aegrum, pallidum, gracilem. Cum Sabinus respondisset, 'et quomodo possum? vix vivo', 'noli, obsecro te' inquit 'istuc dicere: non vides quam multos servos valentissimos habeas?' Bona mens nec commodatur nec emitur; et puto, si venalis esset, non haberet emptorem: at mala cotidie emitur.
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1 "Tu mi dai consigli?" potresti dire. "Li hai già dati a te stesso, ti sei corretto? Perciò ti dedichi a correggere gli altri?" Non sono così impudente da volere assumermi, io malato, la cura del prossimo; ma come se mi trovassi nel medesimo ospedale, ti parlo della comune malattia e divido con te le medicine. Perciò ascoltami come se parlassi con me stesso. Ti faccio entrare nel segreto della mia anima e davanti a te mi giudico. 2 Grido a me stesso: "Conta i tuoi anni e ti vergognerai di avere i medesimi desideri di quando eri fanciullo, di cercare le medesime cose. Si avvicina il giorno della morte, garantisciti che i tuoi vizi muoiano prima di te. Allontana questi torbidi piaceri, che devi scontare a caro prezzo: non nuocciono solo quelli futuri, ma anche quelli passati. Anche se i delitti non sono scoperti, rimane sempre il rimorso, così il pentimento che nasce dai piaceri disonesti non finisce con loro. Non sono reali, né costanti; se pure non danneggiano, svaniscono. 3 Cerca piuttosto un bene duraturo; ma è duraturo solo quel bene che l'animo trova in sé. Soltanto la virtù procura una gioia stabile e sicura; anche se c'è un ostacolo, fa' come le nubi, che si frappongono, ma non vincono mai la luce del giorno." 4 Quando si potrà raggiungere questa gioia? Finora non siamo rimasti inoperosi, dobbiamo, però affrettarci. Resta ancora molto lavoro ed è necessario che vigili, che fatichi proprio tu, se vuoi portarlo a termine; in altri tipi di studio si può ricevere un aiuto, qui non sono ammesse deleghe. 5 Ai miei tempi viveva Calvisio Sabino, un riccone, che aveva patrimonio e indole da liberto; non ho mai visto un uomo agiato in modo più indecente. Costui aveva una memoria così debole che dimenticava il nome di Ulisse, di Achille, o di Priamo: eppure li conosceva bene quanto noi conosciamo i nostri maestri. Nessun vecchio schiavo nomenclatore, il quale anziché riferire i nomi esatti, li inventi di sana pianta, ha mai salutato i cittadini confondendoli tanto quanto lui confondeva i Troiani e gli Achei. 6 E tuttavia voleva apparire erudito. Escogitò perciò questo espediente: spese una grande somma per comprare dei servi: uno che ricordasse a memoria Omero, un altro Esiodo; assegnò inoltre uno schiavo a ciascuno dei nove lirici. Non c'è da stupirsi che avesse speso tanto: non avendone trovati già istruiti, pagò per farli preparare. Dopo essersi procurato questa servitù, cominciò a molestare i suoi ospiti. Teneva ai suoi piedi questi schiavi e a essi di volta in volta chiedeva i versi da recitare, e tuttavia spesso si interrompeva a metà di una parola. 7 Satellio Quadrato, uno sfruttatore di ricchi insensati, e di conseguenza adulatore e, caratteristica legata a queste due, schernitore, gli consigliò di assumere dei letterati per raccattare gli avanzi della mensa. Quando Sabino disse che ogni servo gli costava centomila sesterzi, ribatté: "A minor prezzo avresti comprato altrettante casse di libri." Egli, tuttavia, riteneva di saperne più di qualunque altro in casa sua. 8 Questo stesso Satellio cominciò a incitarlo a praticare la lotta, benché fosse malato, pallido e gracile. E quando Sabino gli rispose: "E in che modo potrei farlo? A stento mi reggo in piedi." "Non dire così, ti prego," gli disse, "non vedi quanti servi forti hai?" La saggezza non si prende in prestito, e nemmeno si compra; e ritengo che se anche fosse in vendita, non si troverebbero compratori: la stupidità, invece, si compra quotidianamente.

Lettera ventisettesima 9


[9] Sed accipe iam quod debeo et vale. 'Divitiae sunt ad legem naturae composita paupertas.' Hoc saepe dicit Epicurus aliter atque aliter, sed numquam nimis dicitur quod num quam satis discitur; quisbusdam remedia monstranda, quibusdam inculcanda sunt. Vale.
9 Ma prendi ormai quanto ti devo e arrivederci. "La povertà regolata secondo le leggi della natura è ricchezza." Lo dice spesso Epicuro ora in un modo, ora nell'altro, ma non si ripete mai troppo quello che non si impara mai abbastanza; a qualcuno bisogna indicare i rimedi, ad altri bisogna inculcarli. Stammi bene.


Lettera ventottesima 1-3


XXVIII. SENECA LUCILIO SUO SALUTEM
[1] Hoc tibi soli putas accidisse et admiraris quasi rem novam quod peregrinatione tam longa et tot locorum varietatibus non discussisti tristitiam gravitatemque mentis? Animum debes mutare, non caelum. Licet vastum traieceris mare, licet, ut ait Vergilius noster, terraeque urbesque recedant, sequentur te quocumque perveneris vitia. [2] Hoc idem querenti cuidam Socrates ait, 'quid miraris nihil tibi peregrinationes prodesse, cum te circumferas? premit te eadem causa quae expulit'. Quid terrarum iuvare novitas potest? quid cognitio urbium aut locorum? in irritum cedit ista iactatio. Quaeris quare te fuga ista non adiuvet? tecum fugis. Onus animi deponendum est: non ante tibi ullus placebit locus. [3] Talem nunc esse habitum tuum cogita qualem Vergilius noster vatis inducit iam concitatae et instigatae multumque habentis se spiritus non sui: bacchatur vates, magnum si pectore possit excussisse deum.
Pensi che sia capitato solo a te e ti stupisci come di un fatto inaudito, perché, pur avendo viaggiato a lungo e in tanti posti diversi, non ti sei scrollato di dosso la tua tristezza e il tuo malessere spirituale? Devi cambiare animo, non cielo. Attraversa pure il mare, lascia, come dice il nostro Virgilio, che Scompaiano terre e città, all'orizzonte, i tuoi vizi ti seguiranno dovunque andrai. 2 Socrate, a un tale che si lagnava per la stessa ragione, disse: "Perché ti stupisci se viaggiare non ti serve? Porti in giro te stesso. Ti perseguitano i medesimi motivi che ti hanno fatto fuggire". A che possono giovare nuove terre? A che la conoscenza di città e posti diversi? Tutto questo agitarsi è vano. Chiedi perché questa fuga non ti sia di aiuto? Tu fuggi con te stesso. Deponi il peso dell'anima: prima di allora non ti andrà a genio nessun luogo. 3 Pensa che la tua condizione è simile a quella che il nostro Virgilio rappresenta nella profetessa esaltata, spronata e invasata da uno spirito non suo: La profetessa si dimena tentando di scacciare il dio dalla sua anima.

Lettera ventottesima 4-8


Vadis huc illuc ut excutias insidens pondus quod ipsa iactatione incommodius fit, sicut in navi onera immota minus urgent, inaequaliter convoluta citius eam partem in quam incubuere demergunt. Quidquid facis, contra te facis et motu ipso noces tibi; aegrum enim concutis. [4] At cum istuc exemeris malum, omnis mutatio loci iucunda fiet; in ultimas expellaris terras licebit, in quolibet barbariae angulo colloceris, hospitalis tibi illa qualiscumque sedes erit. Magis quis veneris quam quo interest, et ideo nulli loco addicere debemus animum. Cum hac persuasione vivendum est: 'non sum uni angulo natus, patria mea totus hic mundus est'. [5] Quod si liqueret tibi, non admirareris nil adiuvari te regionum varietatibus in quas subinde priorum taedio migras; prima enim quaeque placuisset si omnem tuam crederes. Nunc peregrinaris sed erras et ageris ac locum ex loco mutas, cum illud quod quaeris, bene vivere, omni loco positum sit. [6] Num quid tam turbidum fieri potest quam forum? ibi quoque licet quiete vivere, si necesse sit. Sed si liceat disponere se, conspectum quoque et viciniam fori procul fugiam; nam ut loca gravia etiam firmissimam valetudinem temptant, ita bonae quoque menti necdum adhuc perfectae et convalescenti sunt aliqua parum salubria. [7] Dissentio ab his qui in fluctus medios eunt et tumultuosam probantes vitam cotidie cum difficultatibus rerum magno animo colluctantur. Sapiens feret ista, non eliget, et malet in pace esse quam in pugna; non multum prodest vitia sua proiecisse, si cum alienis rixandum est. [8] 'Triginta' inquit 'tyranni Socraten circumsteterunt nec potuerunt animum eius infringere.' Quid interest quot domini sint? servitus una est; hanc qui contempsit in quanta libet turba dominantium liber est.
Vai di qua e di là per scuoterti di dosso il peso che ti opprime e che diventa più gravoso proprio per questa tua agitazione; così in una nave il carico stabile grava di meno, mentre, se è sballottato qua e là in maniera diseguale, fa affondare il fianco su cui pesa. Qualunque cosa fai, si risolve in un danno per te e gli stessi continui spostamenti ti nuocciono: tu muovi un ammalato. 4 Ma quando avrai rimosso questo male, ogni cambiamento di sede diventerà piacevole. Anche se verrai esiliato in terre lontanissime o sarai trasferito in un qualsiasi paese barbaro, quel posto, comunque sia, ti sembrerà ospitale. Conta più lo stato d'animo che il luogo dove arrivi, perciò l'animo non va reso schiavo di nessun posto. Bisogna vivere con questa convinzione: non sono nato per un solo cantuccio, la mia patria è il mondo intero. 5 Se ti fosse chiaro questo concetto, non ti stupiresti che non ti serva a niente cambiare continuamente regione, perché sei stanco delle precedenti; ti sarebbe piaciuta già la prima, se le considerassi tutte come tue. Ora non viaggi, vai errando e ti lasci condurre e ti sposti da un luogo a un altro, mentre quello che cerchi, vivere serenamente, si trova dovunque. 6 C'è forse un posto più turbolento del foro? Anche qui, se è necessario, si può vivere tranquilli. Ma se potessimo decidere di noi stessi, fuggirei lontano anche dalla vista e dalla vicinanza del foro; come i luoghi insalubri minano anche una salute di ferro, così per uno spirito sano, ma non ancora perfetto e vigoroso, ci sono posti malsani. 7 Non sono d'accordo con quelli che si spingono in mezzo alle onde e prediligono una vita agitata e lottano ogni giorno animosamente con mille difficoltà. Il saggio dovrà sopportarle, non andarsele a cercare, e preferire la tranquillità alla lotta; non giova a molto essersi liberati dai propri vizi per poi combattere con quelli degli altri. 8 "Trenta tiranni," ribatti, "fecero pressione su Socrate, ma non poterono fiaccarne lo spirito." Che importa quanti siano i padroni? La schiavitù è una sola; se uno la disprezza, per quanti padroni abbia, è libero.

Lettera ventottesima 9


[9] Tempus est desinere, sed si prius portorium solvero. 'Initium est salutis notitia peccati.' Egregie mihi hoc dixisse videtur Epicurus; nam qui peccare se nescit corrigi non vult; deprehendas te oportet antequam emendes. [10] Quidam vitiis gloriantur: tu existimas aliquid de remedio cogitare qui mala sua virtutum loco numerant? Ideo quantum potes te ipse coargue, inquire in te; accusatoris primum partibus fungere, deinde iudicis, novissime deprecatoris; aliquando te offende. Vale.
9 È tempo di finire, purché prima io paghi il pedaggio. "Aver coscienza delle proprie colpe è il primo passo verso la salvezza." A me pare che Epicuro abbia espresso un concetto molto giusto: se uno non sa di sbagliare, non vuole correggersi; devi coglierti in fallo, prima di correggerti. 10 Certi si gloriano dei propri vizi: e tu pensi che cerchi un rimedio chi considera virtù i suoi vizi? Perciò per quanto puoi, accùsati, fa' un esame di coscienza; assumi prima il ruolo di accusatore, poi di giudice, da ultimo quello di intercessore; e talvolta punisciti. Stammi bene.

Lettera Ventinovesima 1-3


XXIX. SENECA LUCILIO SUO SALUTEM
[1] De Marcellino nostro quaeris et vis scire quid agat. Raro ad nos venit, non ulla alia ex causa quam quod audire verum timet, a quo periculo iam abest; nulli enim nisi audituro dicendum est. Ideo de Diogene nec minus de aliis Cynicis qui libertate promiscua usi sunt et obvios monuerunt dubitari solet an hoc facere debuerint. Quid enim, si quis surdos obiurget aut natura morbove mutos? [2] 'Quare' inquis 'verbis parcam? gratuita sunt. Non possum scire an ei profuturus sim quem admoneo: illud scio, alicui me profuturum, si multos admonuero. Spargenda manus est: non potest fieri ut non aliquando succedat multa temptanti.' [3] Hoc, mi Lucili, non existimo magno viro faciendum: diluitur eius auctoritas nec habet apud eos satis ponderis quos posset minus obsolefacta corrigere. Sagittarius non aliquando ferire debet, sed aliquando deerrare; non est ars quae ad effectum casu venit. Sapientia ars est: certum petat, eligat profecturos, ab iis quos desperavit recedat, non tamen cito relinquat et in ipsa desperatione extrema remedia temptet.
1 Mi chiedi notizie del nostro Marcellino e vuoi sapere che fa. Viene di rado a trovarmi, unicamente perché teme di sentirsi dire la verità; ma non corre questo pericolo; la verità bisogna dirla solo a chi è disposto ad ascoltarla. Perciò in genere ci si chiede se fosse giusto il comportamento di Diogene e degli altri Cinici che usavano una libertà indiscriminata e ammonivano chiunque capitasse a tiro. Che giova rimproverare le persone sorde o mute per natura o per malattia? 2 "Ma perché", ribatti, "dovrei risparmiare le parole? Non costano niente. Non posso sapere se gioverò all'individuo che ammonisco: so, però che se ammonisco molti potrò essere utile a qualcuno. Bisogna sempre tendere la mano: chi fa molti tentativi, prima o poi riesce a qualcosa." 3 Non credo, Lucilio mio, che un grande uomo debba agire così: la sua autorità diminuisce e non ha sufficiente peso su coloro che potrebbe correggere se fosse meno svilita. L'arciere non deve colpire il bersaglio di quando in quando, ma deve sbagliare solo di quando in quando; non è un'arte quella che arriva allo scopo per caso. La saggezza è un'arte: miri al sicuro, scelga chi può fare progressi, si allontani da quelli su cui non ha speranze, e tuttavia non rinunci sùbito e, anche in casi disperati, tenti rimedi estremi.

Lettera ventinovesima 4-8


[4] Marcellinum nostrum ego nondum despero; etiam nunc servari potest, sed si cito illi manus porrigitur. Est quidem periculum ne porrigentem trahat; magna in illo ingeni vis est, sed iam tendentis in pravum. Nihilominus adibo hoc periculum et audebo illi mala sua ostendere. [5] Faciet quod solet: advocabit illas facetias quae risum evocare lugentibus possunt, et in se primum, deinde in nos iocabitur; omnia quae dicturus sum occupabit. Scrutabitur scholas nostras et obiciet philosophis congiaria, amicas, gulam; [6] ostendet mihi alium in adulterio, alium in popina, alium in aula; ostendet mihi lepidum philosophum Aristonem, qui in gestatione disserebat - hoc enim ad edendas operas tempus exceperat. De cuius secta cum quaereretur, Scaurus ait 'utique Peripateticus non est'. De eodem cum consuleretur Iulius Graecinus, vir egregius, quid sentiret, 'non possum' inquit Œtibi dicere; nescio enim quid de gradu faciat', tamquam de essedario interrogaretur. [7] Hos mihi circulatores qui philosophiam honestius neglexissent quam vendunt in faciem ingeret. Constitui tamen contumelias perpeti: moveat ille mihi risum, ego fortasse illi lacrimas movebo, aut si ridere perseverabit, gaudebo tamquam in malis quod illi genus insaniae hilare contigerit. Sed non est ista hilaritas longa: observa, videbis eosdem intra exiguum tempus acerrime ridere et acerrime rabere. [8] Propositum est aggredi illum et ostendere quanto pluris fuerit cum multis minoris videretur. Vitia eius etiam si non excidero, inhibebo; non desinent, sed intermittent fortasse autem et desinent, si intermittendi consuetudinem fecerint. Non est hoc ipsum fastidiendum, quoniam quidem graviter affectis sanitatis loco est bona remissio.


4 Ancora non dispero del nostro Marcellino; ancora si può salvare, purché gli si tenda sùbito la mano. C'è, però il pericolo che trascini con sé chi gliela porge; ha una grande forza d'ingegno, ma già rivolta al male. Correrò tuttavia, questo pericolo e mi arrischierò a mostrargli i suoi vizi. 5 Farà come al solito: ricorrerà a quelle facezie che riescono a far ridere anche chi sta piangendo e scherzerà dapprima su di sé, poi su di noi; anticiperà tutto quello che intendo dirgli. Frugherà nelle nostre scuole e rinfaccerà ai filosofi le elargizioni ricevute, le amanti, la ghiottoneria. 6 Mi mostrerà che uno ha commesso adulterio, un altro si è dato al bere, un terzo è a corte; mi segnalerà l'arguto filosofo Aristone, che dissertava di filosofia in lettiga - aveva scelto questo momento per svolgere il suo lavoro. Scauro, interrogato sulla sua setta di appartenenza, rispose: "Certo non è un peripatetico"; e Giulio Grecino, uomo insigne, cui fu chiesto cosa ne pensasse, disse: "Non posso risponderti perché non so come se la cavi a piedi", quasi gli avessero domandato un parere su un gladiatore che combatte dal carro. 7 Marcellino mi getterà in faccia questi ciarlatani che sarebbero stati più onesti se quella filosofia di cui fanno mercato l'avessero tralasciata. Ho, però deciso di sopportare le sue ingiurie: mi faccia pure ridere, io forse lo farò piangere, oppure, se continuerà a ridere, ne sarò contento, come si può esserlo di un male: almeno gli è capitato un genere di pazzia ilare. Ma questa ilarità non può durare a lungo: facci caso, vedrai le medesime persone ridere sfrenatamente e sfrenatamente andare in collera in breve tempo. 8 È mia intenzione avvicinarlo e mostrargli quanto varrebbe di più se valesse meno agli occhi della massa. Anche se non riuscirò a estirpare i suoi vizi, vi metterò un freno; non scompariranno del tutto, ma almeno cesseranno a intervalli; e forse potranno addirittura scomparire, se gli intervalli diventeranno un'abitudine. Non è un risultato da disdegnare: per gli ammalati gravi una pausa della malattia è quasi una guarigione.

Lettera ventinovesima 9


[9] Dum me illi paro, tu interim, qui potes, qui intellegis unde quo evaseris et ex eo suspicaris quousque sis evasurus, compone mores tuos, attolle animum, adversus formidata consiste; numerare eos noli qui tibi metum faciunt. Nonne videatur stultus, si quis multitudinem eo loco timeat per quem transitus singulis est? aeque ad tuam mortem multis aditus non est licet illam multi minentur. Sic istuc natura disposuit: spiritum tibi tam unus eripiet quam unus dedit.
9 Mentre io mi preparo a curarmi di lui, frattanto, tu che puoi, che sai da che cosa ti sei tirato fuori e quindi sei in grado di capire dove potrai arrivare, regola le tue abitudini, innalza lo spirito, stai saldo contro ciò che temi; non metterti a considerare quanti ti fanno paura. Se uno temesse la folla in un punto dove può passare solo una persona per volta non sembrerebbe stupido? Ugualmente non sono molti a poterti dare la morte, anche se molti te la minacciano. È una legge di natura: una sola persona ti ha dato la vita, una sola te la toglierà.

 

Lettera ventinovesima 10-12
[10] Si pudorem haberes, ultimam mihi pensionem remisisses; sed ne ego quidem me sordide geram in finem aeris alieni et tibi quod debeo impingam. ŒNumquam volui populo placere; nam quae ego scio non probat populus, quae probat populus ego nescio.' [11] ŒQuis hoc?' inquis, tamquam nescias cui imperem. Epicurus; sed idem hoc omnes tibi ex omni domo conclamabunt, Peripatetici, Academici, Stoici, Cynici. Quis enim placere populo potest cui placet virtus? malis artibus popularis favor quaeritur. Similem te illis facias oportet: non probabunt nisi agnoverint. Multo autem ad rem magis pertinet qualis tibi videaris quam aliis; conciliari nisi turpi ratione amor turpium non potest. [12] Quid ergo illa laudata et omnibus praeferenda artibus rebusque philosophia praestabit? scilicet ut malis tibi placere quam populo, ut aestimes iudicia, non numeres, ut sine metu deorum hominumque vivas, ut aut vincas mala aut finias. Ceterum, si te videro celebrem secundis vocibus vulgi, si intrante te clamor et plausus, pantomimica ornamenta, obstrepuerint, si tota civitate te feminae puerique laudaverint, quidni ego tui miserear, cum sciam quae via ad istum favorem ferat? Vale.
10 Se avessi un po' di rispetto, mi avresti condonato l'ultima rata; ma neppure io, arrivato alla fine dei miei debiti, voglio comportarmi da avaro e ti darò per forza quanto ti devo. "Non ho mai voluto piacere al popolo: il popolo non apprezza le cose che io so, e io non so le cose che apprezza il popolo." 11 "Chi ha scritto questa frase?" chiedi, come se non sapessi a chi do l'ordine di pagare. Epicuro; ma questo stesso concetto te lo esprimeranno a gran voce tutti insieme i filosofi di ogni scuola, peripatetici, accademici, stoici, cinici: se uno ama la virtù, come può piacere al popolo? Il favore popolare si ottiene con mezzi loschi. Devi renderti simile a loro: non ti apprezzeranno, se non ti riconosceranno uguale. Ma l'opinione che hai di te stesso è molto più importante dell'opinione altrui; solo con sistemi disonesti ci si può accattivare il favore dei disonesti. 12 Che cosa, dunque, ti potrà insegnare quella filosofia tanto lodata e preferibile a tutte le arti e a tutti i beni? Naturalmente a voler piacere a te stesso più che al popolo, a valutare i giudizi, ma non in base al numero, a vivere senza paura degli dèi e degli uomini, a vincere i mali o a mettervi un limite. Ma se vedrò che sei famoso per i giudizi favorevoli del popolo, se al tuo ingresso risuoneranno grida e applausi, onori da pantomimi, se in tutta la città faranno le tue lodi donne e ragazzi, perché non dovrei avere compassione di te? So qual è la strada che porta a questo genere di favore. Stammi bene.

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