Dialogus de oratoribus 28 e 29

Nam pridem suus cuique filius, ex casta parente natus, non in cellula emptae nutricis, sed gremio ac sine matris educabatur, cuius praecipua laus erat tueri domum et inservire liberis.

Eligebatur autem maior aliqua natu propinqua, cuius probatis spectatisque moribus omnis eiusdem familiae subdoles committeretur; coram qua neque dicere fas erat quod turpe dictu, neque facere quod inhonestum factu videretur. Ac non studia modo curasque, sed remissiones etiam lususque puerorum sanctitate quadam ac verecundia temperabat.

Sic Corneliam Gracchorum, sic Aureliam Caesaris, sic Atiam Augusti (matrem) praefuisse educationibus ac produxisse principes liberos accepimus. [...] At nunc natus infans delegatur Graeculae alicui ancillae, cui adiungitur unus aut alter ex omnibus servis, plerumque vilissimus nec cuiquam serio ministerio adcommodatus.

Horum fabulis et erroribus (et) virides (teneri) statim et rudes animi imbuuntur; nec quisquam in tota domo pensi habet, quid coram infante domino aut dicat aut faciat. Quin etiam ipsi parentes non probitati neque modestiae parvulos adsuefaciunt, sed lasciviae et dicacitati, per quae paulatim impudentia inrepit et sui alienique contemptus

Negli antichi tempi ognuno faceva allevare i propri figli, nati da una sposa casta, non nella stanza di una schiava nutrice, ma nel grembo e tra le braccia della madre, la cui massima lode era  custodire la casa e badare ai figli.

Ad una parente anziana di ottimi e specchiati costumi si affidavano tutti i bambini di una stessa famiglia, alla cui presenza nessuno osava pronunciare parole turpi o fare gesti che sembrassero sconvenienti. Col rispetto che ispirava, ella non solo regolava gli studi e le occupazioni serie dei fanciulli, ma anche i loro svaghi e giochi.

Così Cornelia, madre dei Gracchi, Aurelia di Cesare, Azia di Augusto allevarono i loro figli e li educarono al loro destino di grandi uomini. [...] Ma ora i bambini si affidano appena nati ad una ancella greca, cui s’aggiungono a caso uno o due servi, spesso i peggiori e meno adatti ad occupazioni serie, che imbevono di favole e pregiudizi i loro animi teneri e ignari;

né alcuno in tutta la casa si preoccupa di ciò che dicono o fanno alla presenza del bambino. Gli stessi genitori non abituano i loro figliuoli all’onestà e alla moderazione, ma alla petulanza e alla mordacità, per cui a poco a poco l’impudenza ed il disprezzo di sé e degli altri si insinuano negli animi.

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