Il prestigio della poesia

Inizio: Nemora et luci et secretum ipsum, quod Aper ... Fine: quam Lysiae aut Hyperidis includi.

Le foreste e i boschi come pure la stessa vita appartata, che Apro denigrava, mi recano una gioia così grande, da annoverare i principali vantaggi della poesia, il fatto che non si può comporre in mezzo al chiasso né mentre il cliente siede davanti all'ingresso in nostra attesa né in mezzo alle lacrime degli accusati miseramente vestiti, l'anima si apparta in luoghi incontaminati e puri e gusta la gioia di una sacra dimora. Questa è stata la culla della parola, questo il suo sacrario; in questa forma ed in tali condizioni per la prima volta, come vantaggio (ai) dei mortali la parola s'insinuò in quegli animi casti e non contaminati dai vizi: così parlavano gli oracoli. In effetti l'uso di questa eloquenza dedita al profitto e grondante di sangue è un fatto recente originato dal nostro malcostume e, come tu Apro sentenziavi, è stata escogitata in luogo di un'arma di offesa vera e propria.

Invece quel famoso e, per definirlo secondo il nostro costume, secolo d'oro, carente sia di oratori che di crimini, abbondava di poeti e di vati, per celebrare gli atti di virtù, e non per giustificare i misfatti. E a nessun'altro era dovuta una gloria maggiore o un prestigio più sublime, in primo luogo presso gli dei, e circa ai quali si diceva che proferissero responsi e fossero ospiti ai loro banchetti, e poi presso i re di origine divina e come tali sacri, in compagnia dei quali non ci risulta che ci sia stato alcun avvocato, bensì Orfeo e Lino o, se vogliamo guardare più addietro, lo stesso Apollo.

Ma se ciò ti sembra una leggenda troppo favolosa ed immaginaria, questo almeno mi concederai, Apro, che presso i posteri non si rende a Omero un onore minore che a Demostene, e che la fama di Euripide e di Sofocle non è confinata in limiti più angusti di quella di Lisia e di Iperide.

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