La morte di Agrippina - Versione latino di Tacito

La morte di Agrippina Versione di latino di Tacito
Annales libro XIV

Testo latino Interim vulgato Agrippinae periculo, quasi casu evenisset, ut quisque acceperat, decurrere ad litus.

Hi molium obiectus, hi proximas scaphas scandere; alii, quantum corpus sinebat, vadere in mare; quidam manus protendere. Questibus votis clamore diversa rogitantium aut incerta respondentium omnis ora compleri; adfluere ingens multitudo cum luminibus, atque ubi incolumem esse pernotuit, ut ad gratandum sese expedire, donec adspectu armati et minitantis agminis deiecti sunt. Anicetus villam statione circumdat refractaque ianua obvios servorum abripit, donec ad fores cubiculi veniret; cui pauci adstabant, ceteris terrore inrumpentium exterritis.

cubiculo modicum lumen inerat et ancillarum una, magis ac magis anxia Agrippina, quod nemo a filio ac ne Agermus quidem: aliam fore laetae rei faciem; nunc solitudinem ac repentinos strepitus et extremi mali indicia.

Abeunte dehinc ancilla, "tu quoque me deseris?" prolocuta respicit Anicetum, trierarcho Herculeio et Obarito centurione classiario comitatum: ac si ad visendum venisset, refotam nuntiaret, sin facinus patraturus, nihil se de filio credere; non imperatum parricidium. Circumsistunt lectum percussores et prior trierarchus fusti caput eius adflixit. Iam [in] morte[m] centurioni ferrum destringenti protendens uterum "ventrem feri" exclamavit multisque vulneribus confecta est.

Così divulgata la notizia del pericolo di Agrippina, come se fosse avvenuto per caso, chiunque quando lo veniva a sapere, accorreva verso la spiaggia.

Alcuni salivano sulle sporgenze dei moli, altri sulle vicine navi, altri, per quanto lo consentiva la natura, si spingevano in mare, qualcuno protendeva le mani. Tutti riempivano la spiaggia di lamenti, di auguri e della confusione di persone che rivolgevano domande disparate o rispondevano notizie confuse. Si stava riversando un’ingente moltitudine alla luce delle torce e quando si seppe per certo che lei era incolume, si affrettavano come per felicitarsi con lei, finché furono disperse dalla comparsa di un drappello armato e minaccioso. Aniceto circondò la villa con un corpo di guardie e sfondata la porta trascinò via quelli fra gli schiavi che gli si facevano incontro, finché non giunse alla porta della camera; davanti alla porta stavano in pochi, gli altri erano fuggiti atterriti dalla paura degli assalitori.

Nella camera c’era un debole lume ed una delle ancelle, Agrippina era sempre più in ansia, poiché non veniva nessuno da parte di Nerone o lo stesso Agermo, inoltre pensava che una cosa lieta avesse un aspetto diverso mentre ora c’erano la solitudine e i rumori improvvisi e gli indizi che presagivano la fine estrema.

Quindi, dopo che l’ancella si era allontanata e dopo aver detto: “Anche tu mi abbandoni?” si volse e vide Aniceto, accompagnato dal comandante di un trireme Erculeio e dall’ufficiale dei soldati imbarcati sulle navi Obarito e disse, se era venuto per farle visita, riferisse che si era ristabilita, se invece era venuto per commettere un delitto, non credeva per conto del figlio, egli non poteva aver ordinato il matricidio. I sicari circondarono il letto e prima il comandante abbatté sulla testa di quella un bastone. Protendendo il ventre verso il centurione che già aveva sguainato la spada per ucciderla urlò: “Colpisci il ventre” e fu finita da molte ferite.

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