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Cicerone e la morte della figlia - Versione di Cicerone

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Cicerone e la morte della figlia

Autore: Cicerone

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Quantum tu ipse doleas mortem Tulliolae meae, facile ex litteris tuis intelligo. Me autem non oratio tua solum et societas aegritudinis meae, sed etiam auctoritas consolatur. Turpe enim esse existimo me tam diu maerere casum meum, quem tu, tali sapientia praeditus, levius ferendum esse putas. Sed opprimor interdum, nec facere possum quin filiolam mean acerbissime lugeam. Ea solacia me deficiunt, quae ceteris simili in fortuna non defuerunt. nam et Q. Maximus, qui filium consularem amisit, et L. Paullus, qui septem diebus duos amisit, et M. Cato, qui filium summa virtute praeditum perdidit, iis temporibus vixerunt ut eorum luctum ipsorum dignitas consolaretur. Ego vero queri debeo eodem tempore detrimentum eorum ornamentorum, quae maximis laboribus adeptus eram, atque orbitatem filiae

 

Quanto tu stesso ti duoli per la morte della mia Tullia facilmente lo comprendo dalla tua lettera. Mi consola tuttavia la tua orazione, l'unione della mia tristezza ma anche la tua autorità. Ritengo infatti turpe che io soffra a lungo il mio motivo quanto te. Consapevole di questa cosa, pensa di dover tollerare un pochino. Ma ogni tanto soffro, nè posso fare qualcosa per la mia figliola morta assai prematuramente. Ni mancano quei sollievi che ad altri non mancarono in una condizione simile. E infatti, sia Q. Fabio Massimo il Temporeggiatore, che perse un figlio di rango consolare, al culmine di una gloriosa carriera; sia L. Emilio Paolo il vincitore di Pidua, che nel giro di sette giorni ne perse due; sia il vostro avo Sulpicio Gallo, sia Marco Catone il Censore, a cui scomparve un figlio dalle virtù eccelse e di grande rigore morale, vissero in tempi tali che la loro disgrazia poté trovare ideale compenso nella posizione onorevole che occupavano in seno allo stato. Ma io devo chiedere danno al tempo dei loro ornamenti, che con grandi fatiche ero stato adepto per la perdita della figlia

 

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