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Cicerone e la riconoscenza verso la cultura greca (Versione latino)

Versioni di Latino - traduzioni brani classici - Versioni di Cicerone

 

 

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Cicerone e la riconoscenza verso la cultura greca

versione di latino di Cicerone

 

Non enim me hoc iam dicere pudebit, praesertim in ea vita atque iis rebus gestis, in quibus non potest residere inertiae aut levitatis ulla suspicio, nos ea, quae consecuti sumus iis studiis et artibus esse adeptos, quae sint nobis Graeciae monumentis disciplinisque tradita. Quare praeter communem fidem, quae omnibus debetur, praeterea nos isti hominum generi praecipue debere videmur, ut, quorum praeceptis sumus eruditi, apud eos ipsos, quod ab iis didicerimus, velimus expromere. Atque ille quidem princeps ingenii et doctrinae Plato tum denique fore beatas res publicas putavit, si aut docti et sapientes homines eas regere coepissent aut ii, qui regerent, omne suum studium in doctrina et sapientia collocassent: hanc coniunctionem videlicet potestatis et sapientiae saluti censuit civitatibus esse posse; quod fortasse aliquando universae rei publicae nostrae, nunc quidem profecto isti provinciae contigit, ut is in eam summam potestatem haberet, cui in doctrina, cui in virtute atque humanitate percipienda plurimum a pueritia studii fuisset et temporis.

 

traduzione

Ora come ora, non mi vergognerò di affermare quanto segue [lett. hoc], soprattutto in riferimento ad una condotta di vita [in ea vita atque iis rebus gestis] (come la nostra) sulla quale non può gravare alcun sospetto di inattività e frivolezza: (ovvero che) tutte le nostre conquiste [ea, quae consecuti sumus] (socio-culturali) le abbiamo ottenute per mezzo di studi e arti retaggio della cultura greca [quae sint nobis Graeciae monumentis disciplinisque tradita]. Per la qual cosa, ad eccezione della fede comune, che si deve a(ll'apporto di) tutti, per il resto è lapalissiano che dobbiamo molto a codesta civiltà [isti hominum generi], sebbene [ut, concessivo] pretendiamo [velimus, è congiuntivo] di sfoggiare [expromere] nei loro stessi confronti [apud eos ipsos], (per quanto) ci siamo formati alla loro scuola [quorum praeceptis sumus eruditi, con gli insegnamenti dei quali…], ciò che [quod] da essi (appunto) abbiamo appreso.
Ad esempio, già a suo tempo, Platone - mente filosofica eccelsa [princeps ingenii et doctrinae] - ha reputato floridi quegli stati [lett. che sarebbero stati felici quegli stati] o retti da filosofi (veri e propri) [lett. se uomini… li avessero retti…; possiamo considerare il "coeperunt" come pleonastico] o i cui reggitori [ii, qui regerent (prop. consec., col cong.)] si fossero (comunque) dedicati esclusivamente a coltivare la saggezza filosofica [collocassent omne suum studium in doctrina et sapientia]. Ciò vale a dire [videlicet] ch'egli reputò questo rapporto "sponsale" tra sapere e potere [coniunctionem potestatis et sapientiae] come imprescindibile per un buon assetto statale [trad. un po' a senso, tuttavia chiaro: posse esse saluti civitatibus]; condizione che, forse, talvolta si è verificata [contigit] a Roma [universae rei publicae nostrae], ma che ora, senza dubbio, si è verificata in codesta provincia [costruzione contingo + ut + cong.], se è vero ch'è governata da un uomo [Cicerone si sta rivolgendo al fratello Quinto, ch'era al governo della provincia d'Asia] che, (fin) dalla fanciullezza, ha dedicato tutta la sua vita [cui studii fuisset et temporis] nell'apprendere (il valore della) filosofia, (dell')etica [virtute] e (dell')humanitas [lascio intradotto il termine per preservarne la profondità semantica].

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