La cicala e la formica - Fedro versione latino Cotidie discere

Versione dal libro COTIDIE DISCERE

Humanitati qui se non accommodat, Plerumque poenas oppetit superbiae. Cicada acerbum noctuae convicium Faciebat, solitae victum in tenebris quaerere Cavoque ramo capere somnum interdiu. Rogata est ut taceret. Multo validius Clamare occepit. Rursus admota prece Accensa magis est. Noctua ut vidit sibi Nullum esse auxilium et verba contemni sua, Hac est aggressa garrulam fallacia: "Dormire quia me non sinunt cantus tui, Sonare citharam quos putes Apollinis, Potare est animus nectar, quod Pallas mihi Nuper donavit; si non fastidis, veni; Una bibamus". Illa, quae arebat siti, Simul cognovit vocem laudari suam, Cupide advolavit. Noctua egressa e cavo Trepidantem consectata est et leto dedit. Sic viva quod negarat tribuit mortua cicada

Traduzione

Chi non si adatta a vivere rispettando gli altri, per lo più paga il fio della propria arroganza. La cicala faceva un baccano che dava fastidio alla civetta, solita a cercare cibo di notte e a dormire nel cavo di un albero di giorno. Fu pregata di tacere. Ma prese a sgolarsi molto più forte. Le fu rivolta di nuovo la stessa preghiera, ma lei si scaldò ancora di più. La civetta, come vide che non c'era scampo e che le sue parole non erano tenute in alcun conto, si rivolse contro la strillona con questo tranello: "Dato che il tuo canto non mi lascia dormire - lo si direbbe uscito dalla cetra di Apollo - mi è venuta voglia di bere il nettare che, or non è molto, mi donò Pallade; se non lo disdegni, vieni; beviamolo insieme". Quella, che ardeva di sete, non appena sentì che si lodava la sua voce, si slanciò a volo bramosa. La civetta uscì dal suo buco, si gettò sulla cicala atterrita e tremante, e la uccise. Così, da morta, le concesse quello che le aveva rifiutato da viva.

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