La notizia della sconfitta giunge a Roma

La notizia della sconfitta giunge a Roma Versione latino Livio

Iam et Romae sua infamis clades erat. Obsessos primum audierunt; tristior deinde ignominiosae pacis magis quam periculi nuntius fuit.

Ad famam obsidionis dilectus haberi coeptus erat; dimissus deinde auxiliorum apparatus, postquam deditionem tam foede factam acceperunt; extemploque sine ulla publica auctoritate consensum in omnem formam luctus est. Tabernae circa forum clausae iustitiumque in foro sua sponte coeptum prius quam indictum;

lati claui, anuli aurei positi; paene maestior exercitu ipso ciuitas esse; nec ducibus solum atque auctoribus sponsoribusque pacis irasci sed innoxios etiam milites odisse et negare urbe tectisue accipiendos.

Quam concitationem animorum fregit aduentus exercitus etiam iratis miserabilis. Non enim tamquam in patriam reuertentes ex insperato incolumes sed captorum habitu uoltuque ingressi sero in urbem ita se in suis quisque tectis abdiderunt, ut postero atque insequentibus diebus nemo eorum forum aut publicum aspicere vellet.

Traduzione La notizia della grave disfatta era già arrivata anche a Roma.

In un primo tempo si era venuti a sapere che erano stati circondati. Poi, ben più doloroso di quello relativo al pericolo corso, era arrivato l'annuncio della vergognosa pace. Alla notizia dell'accerchiamento, erano state avviate le pratiche della leva militare. Quando però si venne a sapere che era stata stipulata una pace tanto infamante, venne interrotto l'allestimento di rinforzi. E subito, senza aspettare alcuna decisione ufficiale, il popolo tutto si era abbandonato a ogni forma di lutto.

I negozi intorno al foro vennero chiusi, sospesi spontaneamente i pubblici affari prima ancora che arrivasse l'ordine relativo. Vennero deposte le toghe orlate di porpora e gli anelli d'oro. I cittadini erano quasi più addolorati dello stesso esercito; il loro risentimento non toccava soltanto i comandanti e i responsabili e garanti della pace, ma anche gli innocenti soldati: sostenevano che non li si dovesse accogliere in città né all'interno delle case.

Il rancore venne però piegato dall'arrivo dell'esercito, che suscitò compassione anche negli animi più esacerbati. Entrati infatti in città a tarda sera, non come uomini che tornavano sani e salvi in patria contro ogni speranza, ma con l'aspetto e l'espressione di prigionieri, si rinchiusero nelle loro case e nessuno di essi volle vedere il foro o la pubblica via, né l'indomani né i giorni successivi.

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