Roma et Alba Mettii perfidia ac supplicium - LIngua latina versione latino Livio

Roma et Alba Mettii perfidia ac supplicium versione latino Livio traduzione dal libro lingua latina per se illustrata

Nec diu pax Albana mansit. Ira vulgi Albani, quod tribus militibus fortuna publica commissa erat, ingenium dictatoris corrupit, et quoniam recta consilia haud bene evenerant, pravis consiliis reconciliare popularium animos coepit.

Igitur, ut prius in bello pacem, sic in pace bellum quaerens, quia suae civitati vires deesse carnebat, ad bellum palam gerendum alios concitat populos, ipse clam proditionem parat. Fidenates, cum Mettius se ad eos transiturum promisisset, ad bellum incitantur et aperte a sociis Romanis ad Veientes hostes deficiunt. Tullus - Mettio exercituque eius Alba arcessito - contra hostes ducit. Ubi Anienem fluvium transiit, ad confluentes collocat castra. Inter eum locum et Fidenas Veientium exercitus Tiberim transierat. Hi in acie prope flumen tenuere dextrum cornu; in sinistro Fidenates proprius montes consistunt. Tullus adversus Veientem hostem dirigit suos, Albanos contra legionem Fidenatium collocat. Mettio non plus animi erat quam fidei. Nec manere ergo nec aperte ad hostes transire ausus, exercitum Albanum sensim ad montes abducere coepit; inde, ubi satis sese subiisse ratus est, totam aciem in loco superiore instruxit. Consilium erat cum iis se iungere quibus fortuna victoriam daret. Primo Romani qui Albanis proximi steterant mirabantur, cur socii a lateribus suis digrerentur. inde eques citato equo nuntiat regi 'abire Albanos!' Tullus equitem clara increpans voce, ut hostes exaudirent, redire in proelium iubet: 'nihil trepidatione opus esse; suo iussu circumduci Albanum exercitum, ut Fidenatium nuda terga invadat!'Terror ad hostes transit: et audiverant clara voce dictum, et magna pars Fidenatium Latine sciebant.

Itaque, ne subito impetu Albanorum intercluderentur ab oppido, terga vertunt. Instat Tullus, fusoque Fidenatium cornu, in Veientes alieno pavore perculsos ferocior redit. Nec illi tulere impetum, sed ab effusa fuga flumen obiectum a tergo arcebat. Quo postquam fugientes devenerunt, alii arma foede iactantes in aquam caeci ruebant, alii dum cunctantur in ripa inter fugae pugnaeque consilium oppressi sunt. Non alia ante Romana pugna atrocior fuit. Tum Albanus exercitus, spectator certaminis, in campos deductus est. Mettius Tullo de victoria gratulatur. Contra Tullus Mettium benigne aloquitur; Albanos castra sua Romanis castris iungere iubet; sacrificium in diem posterum parat.
Ubi illuxit, paratis omnibus ut solet, vocari ad contionem utrumque exercitum iubet. Albani, ut regem Romanum contionantem audirent, proximi constitere. Eos circumsistit armata Romana legio. Tum ita Tullus orditur: "Romani" Si umquam ullo in bello fuit quod primum dis immortalibus gratias ageretis, deinde vestrae ipsorum virtuti, hesternum id proelium fuit.

Dimicatum est enim non magis cum hostibus quam - quae dimicatio maior atque periculosior est - cum proditione ac perfidia sociorum. Nam iniussu meo Albani subiere ad montes! Nec ea culpa omnium Albanorum est: ducem secuti sunt, ut et vos, si ego inde agmen abducere voluissem, fecissetis. Mettius ille est ductor itineris huius, Mettius idem huius auctor belli, Mettius foederis Romani Albanique ruptor!"
Centuriones armati Mettium circumsistunt. Rex cetera ut orsus erat paragit: "Quod bonum, faustum felixque sit populo Romano ac mihi vobisque, Albani: populum omnem Albanum Romam traducere in animo mihi est, unam urbem, unam rem publicam facere. Ut ex uno quondam in duos populos divisa Albana res est, sic nunc in unum redeat!" Ad haec Albana iuventus, inermis ab armatis saepta, silentium tenet. Tum Tullus: "Metti Fufeti!" inquit, "Si ipse discere posses fidem ac foedera servare, vivum te id docuisem. Nunc, quoniam tuum insanabile ingenium est, at tu tuo supplicio doce humanum genus ea sancta credere quae a te violata sunt! Ut igitur paulo ante animum inter Fidenatem Romanamque rem ancipitem gessisti, ita iam corpus in duas partes distrahendum dabis!"Duabus admotis quadrigis, in currus earum ligat Mettium. Deinde in diversas partes equi concitati sunt laceratum in utroque curru corpus et membra portantes. Avertere omnes ab tanta foeditate spectaculi oculos.

La pace Albana non durò a lungo. L'ira del popolo Albano, poiché la pubblica sorte era stata affidata a tre soldati, corruppe l'animo del dittatore, e poiché le giuste decisioni non avevano avuto buon fine, prese a riconciliarsi il favore degli animi dei popolari con cattivi propositi.

E così mentre da principio cercava la pace nella guerra, così cercava la guerra nella pace, perché comprendeva (cernebat) che alla sua città venivano meno le forze, istiga le altre genti apertamente a fare la guerra, ma egli stesso prepara di nascosto il tradimento. I Fidenati, quando Mettio aveva promesso che sarebbe passato dalla loro parte, sono spinti alla guerra ed apertamente passano da alleati Romani ai nemici Veientani. Tulio - mandato a chiamare Mettio ed il suo esercito ad Alba - lo guida contro i nemici. Quando attraversa il fiume Aniene, sistema gli accampamenti presso la confluenza [con il Tevere]. L'esercito dei Veientani aveva attraversato il Tevere fra quel luogo e Fidene. Costoro tennero l'ala destra nel campo prossimo al Tevere; sulla sinistra i Fidenati si fermano più vicino ai monti. Tulio dirige i suoi contro il nemico Veientano, schiera gli Albani contro la legione dei Fidenati. Mettio non aveva più coraggio che rettitudine. Non osando dunque né restare né passare apertamente ai nemici, prese ad allontanare piano piano l'esercito Albano verso i monti; poi, quando ritenne di essersi allontanato a sufficienza, spiegò tutto lo schieramento in un luogo più elevato. Il proposito era di congiungersi con coloro ai quali la sorte dava la vittoria. Dapprima i Romani che erano più vicini agli Albani si meravigliavano del perché gli alleati si erano allontanati dai loro fianchi. Indi un cavaliere, spronato il cavallo, annuncia al re "Gli Albani scappano!". Tulio, rimproverando ad alta voce il cavaliere, perché i nemici sentano bene, gli ordina di tornare al combattimento: "Non c'è nessun motivo di agitazione; l'esercito Albano ha compiuto un aggiramento su suo ordine, per colpire le terga sguarnite dei Fidenati!"Il terrore passò ai nemici: e avevano udito ciò che era stato detto ad alta voce e gran parte dei Fidenati capiva il latino.

E così per non essere tagliati fuori dalla città da un improvviso attacco degli Albani, volgono le terga (fuggono). Tulio incalza e, sbaragliata l'ala dei Fidenati, torna con maggior ferocia contro i Veientani scossi dalla paura provocata da altri (la falsa notizia propalata da Tulio). E quelli non reggono l'assalto, ma il fiume posto sul retro impediva la fuga. Quando poi ad esso arrivarono i fuggiaschi, alcuni, gettate vergognosamente le armi, precipitavano alla cieca in acqua, altri mentre esitavano sulla riva fra la scelta di combattere o di fuggire furono uccisi. Nessun altro combattimento Romano era mai stato in precedenza più atroce. Allora l'esercito Albano, spettatore della lotta, fu condotto sul campo. Mettio si rallegra con Tulio per la vittoria. Al contrario Tulio parla benevolmente a Mettio; ordina che gli Albani uniscano i loro accampamenti a quelli Romani; prepara un sacrificio per il giorno dopo. Appena fece giorno, preparato tutto come al solito, ordina di convocare l'adunata di ambedue gli eserciti. Gli Albani, per ascoltare l'allocuzione del re dei Romani, si misero più vicini. Li circonda in armi la legione Romana. Allora così Tulio comincia a parlare: "Romani, se è mai accaduto in alcuna guerra che abbiate dapprima ringraziato gli dei immortali, poi il vostro valore, ciò accadde per una battaglia esterna.

Si è combattuto infatti non più con nemici, quanto - la quale battaglia è più grande e più pericolosa - con il tradimento e la perfidia degli alleati. Infatti gli Albani si sono allontanati verso i monti senza il mio ordine! E quella colpa non è di tutti gli Albani: hanno seguito il comandante, come anche voi, se avessi voluto allontanare da lì lo schieramento, avreste fatto. Quel Mettio è il conduttore di questo percorso, proprio Mettio l'autore di questa guerra, Mettio colui che ha infranto il patto fra Romani ed Albani!"Centurioni armati circondano Mettio. Il re aggiunge (peragit) altro a ciò che aveva appena detto: "Ciò che è bene, fausto e felice per il popolo Romano e per me e per voi, oh Albani: ho in animo di trasferire a Roma tutto il popolo Albano, creare una sola città ed un solo stato. Come una volta fu divisa in due popoli l'unità Albana, così ora ritorni una sola!". A queste parole la gioventù Albana, inerme e separata (inframmezzata) da armati, mantiene il silenzio. Allora Tulio: "Mettio Fufeto" disse "se tu stesso puoi imparare a mantenere la parola data ed i patti, te l'ho insegnato da vivo. Ora, dato che la tua indole è inemendabile, insegna tu, con la tua condanna a morte, al genere umano a credere che è sacro ciò che da te è stato violato! Come dunque poco fa hai mantenuto un atteggiamento equidistante fra i Fidenati e lo stato Romano, così ora offrirai il tuo corpo affinché sia diviso in due parti!". Preparate due quadrighe, fa legare Mettio fra i loro carri. Poi i cavalli sono spronati in direzioni opposte ed il corpo lacerato e le membra sono portati dall'uno e dall'altro carro. Tutti distolsero gli occhi da uno spettacolo di così grande crudeltà. .

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