Vita di Lucio Emilio Paolo

Vita di Emilio da Vite Parallele di Plutarco

[I] ἐμοὶ τῆς τῶν βίων ἅψασθαι μὲν γραφῆς συνέβη δι᾽ ἑτέρους, ἐπιμένειν δὲ καὶ φιλοχωρεῖν ἤδη καὶ δι᾽ ἐμαυτόν, ὥσπερ ἐν ἐσόπτρῳ τῇ ἱστορίᾳ πειρώμενον ἁμῶς γέ πως κοσμεῖν καὶ ἀφομοιοῦν πρὸς τὰς ἐκείνων ἀρετὰς τὸν βίον. οὐδὲν γὰρ ἀλλ᾽ ἢ συνδιαιτήσει καὶ συμβιώσει τὸ γινόμενον ἔοικεν, ὅταν ὥσπερ ἐπιξενούμενον ἕκαστον αὐτῶν ἐν μέρει διὰ τῆς ἱστορίας ὑποδεχόμενοι καὶ παραλαμβάνοντες ἀναθεωρῶμεν ‘ὅσσος ἔην οἷός τε,’ τὰ κυριώτατα καὶ κάλλιστα πρὸς γνῶσιν ἀπὸ τῶν πράξεων λαμβάνοντες. [2] φεῦ, φεῦ· τί τούτου χάρμα μεῖζον ἂν λάβοις καὶ πρὸς ἐπανόρθωσιν ἠθῶν ἐνεργότερον; Δημόκριτος μὲν γὰρ εὔχεσθαί φησι δεῖν ὅπως εὐλόγχων εἰδώλων τυγχάνωμεν, καὶ τὰ σύμφυλα καὶ τὰ χρηστὰ μᾶλλον ἡμῖν ἐκ τοῦ περιέχοντος ἢ τὰ φαῦλα καὶ τὰ σκαιὰ συμφέρηται, λόγον οὔτ᾽ ἀληθῆ καὶ πρὸς ἀπεράντους ἐκφέροντα δεισιδαιμονίας [3] εἰς φιλοσοφίαν καταβάλλων · ἡμεῖς δὲ τῇ περὶ τὴν ἱστορίαν διατριβῇ καὶ τῆς γραφῆς τῇ συνηθείᾳ παρασκευάζομεν ἑαυτούς, τὰς τῶν ἀρίστων καὶ δοκιμωτάτων μνήμας ὑποδεχομένους ἀεὶ ταῖς ψυχαῖς, εἴ τι φαῦλον ἢ κακόηθες ἢ ἀγεννὲς αἱ τῶν συνόντων ἐξ ἀνάγκης ὁμιλίαι προσβάλλουσιν, ἐκκρούειν καὶ διωθεῖσθαι, πρὸς τὰ κάλλιστα τῶν παραδειγμάτων ἵλεω καὶ πρᾳεῖαν ἀποστρέφοντες τὴν διάνοιαν. [4] ὧν ἐν τῷ παρόντι προκεχειρίσμεθά σοι τὸν Τιμολέοντος τοῦ Κορινθίου καὶ τὸν Αἰμιλίου Παύλου βίον, ἀνδρῶν οὐ μόνον ταῖς αἱρέσεσιν, ἀλλὰ καὶ ταῖς τύχαις ἀγαθαῖς ὁμοίως κεχρημένων ἐπὶ τὰ πράγματα, καὶ διαμφισβήτησιν παρεξόντων, πότερον εὐποτμίᾳ, μᾶλλον ἢ φρονήσει τὰ μέγιστα τῶν πεπραγμένων κατώρθωσαν.

[I] Il mio approccio al genere biografico è avvenuto per rendere un favore agli altri, ma poi ho continuato ed insistito nella scrittura per me stesso, tentando, tramite la Storia, come in uno specchio, di abbellire in qualche modo e conformare la mia vita alle virtù di quegli uomini illustri. Quanto accade infatti non è dissimile da una convivenza, quando in parte, attraverso il racconto, accogliendo e tenendo presso di noi come un ospite ciascuno di questi personaggi, possiamo osservare attentamente “quale e quanto grande sia stato”, prendendo dalle loro azioni ciò che vi è di più autorevole e bello a conoscersi. Oh, quale gioia più grande potresti ottenere  e più efficace nel rendere migliore il carattere ? Secondo Democrito infatti bisogna pregare gli dei di imbatterci in propizi simulacri e, dall’aria che ci circonda, in quello che è a noi connaturato ed utile, piuttosto che in realtà insignificanti e dannose; ma egli spinge nella filosofia una dottrina falsa e causa di infinite superstizioni.

Noi invece, con lo studio della storia e la consuetudine della scrittura, ci disponiamo, rendendoci pronti a ricevere sempre nel nostro animo il ricordo dei migliori e dei più degni, se la frequentazione forzata con chi ci è accanto propone qualcosa di inutile o di turpe o di ignobile, ad affrontarlo e a respingerlo, volgendo invece un mite e benevolo pensiero verso gli esempi più illustri.

Fra questi ho scelto ora per te la vita di Timoleonte corinzio e di Emilio Paolo, uomini che nelle loro azioni contarono in egual misura non soltanto su valide scelte, ma anche su valida sorte, e che per questo indurranno a chiedersi se nelle maggiori imprese ebbero successo in virtù della loro buona fortuna o della loro prudenza.

[II] τὸν Αἰμιλίων οἶκον ἐν Ῥώμῃ τῶν εὐπατριδῶν γεγονέναι καὶ παλαιῶν οἱ πλεῖστοι συγγραφεῖς ὁμολογοῦσιν. ὅτι δ᾽ ὁ πρῶτος αὐτῶν καὶ τῷ γένει τήν ἐπωνυμίαν ἀπολιπὼν Μάμερκος ἦν, Πυθαγόρου παῖς τοῦ σοφοῦ, δι᾽ αἱμυλίαν λόγου καὶ χάριν Αἰμίλιος προσαγορευθείς, εἰρήκασιν ἔνιοι τῶν Πυθαγόρᾳ τήν Νομᾶ τοῦ βασιλέως παίδευσιν ἀναθέντων. [2] οἱ μὲν οὖν πλεῖστοι τῶν εἰς δόξαν ἀπὸ τῆς οἰκίας ταύτης προελθόντων δι᾽ ἀρετὴν, ἣν ἐζήλωσαν, εὐτύχησαν, Λευκίου δὲ Παύλου τὸ περὶ Κάννας ἀτύχημα τήν τε φρόνησιν ἅμα καὶ τήν ἀνδρείαν ἔδειξεν. ὡς γὰρ οὐκ ἔπεισε τὸν συνάρχοντα κωλύων μάχεσθαι, τοῦ μὲν ἀγῶνος ἄκων μετέσχεν αὐτῷ, τῆς δὲ φυγῆς οὐκ ἐκοινώνησεν, ἀλλὰ τοῦ συνάψαντος τὸν κίνδυνον ἐγκαταλιπόντος αὐτὸς ἑστὼς καὶ μαχόμενος τοῖς πολεμίοις ἐτελεύτησε. [3] τούτου θυγάτηρ μὲν Αἰμιλία Σκηπίωνι τῷ μεγάλῳ συνῴκησεν, υἱὸς δὲ Παῦλος Αἰμίλιος, περὶ οὗ τάδε γράφεται, γεγονὼς ἐν ἡλικίᾳ κατὰ καιρὸν ἀνθοῦντα δόξαις καὶ ἀρεταῖς ἐπιφανεστάτων ἀνδρῶν καὶ μεγίστων, διέλαμψεν, οὐ ταὐτὰ τοῖς εὐδοκιμοῦσι τότε νέοις ἐπιτηδεύματα ζηλώσας, οὐδὲ τήν αὐτὴν ὁδὸν ἀπ᾽ ἀρχῆς πορευθείς. [4] οὔτε γὰρ λόγον ἤσκει περὶ δίκας, ἀσπασμούς τε καὶ δεξιώσεις καὶ φιλοφροσύνας, αἷς ὑποτρέχοντες οἱ πολλοὶ τὸν δῆμον ἐκτῶντο θεραπευτικοὶ καὶ σπουδαῖοι γενόμενοι, παντάπασιν ἐξέλιπε, πρὸς οὐδέτερον ἀφυῶς ἔχων, ὡς δ᾽ ἑκατέρου κρείττονα τήν ἀπ᾽ ἀνδρείας καὶ δικαιοσύνης καὶ πίστεως δόξαν αὑτῷ περιποιούμενος, οἷς εὐθὺς διέφερε τῶν καθ᾽ ἡλικίαν.

[II] La maggior parte degli storici è concorde nell’affermare che a Roma la famiglia degli Emili sia stata tra le più antiche del patriziato. Che il capostipite, e chi lasciò il nome gentilizio, fu Mamerco, figlio del saggio Pitagora, soprannominato Emilio per la dolcezza e la grazia della sua parola, lo hanno riferito alcuni fra quanti attribuirono a Pitagora l’educazione del re Numa. Moltissimi, di quelli che da questo casato raggiunsero la fama grazie al valore cui ambirono, ebbero successo, ma la sconfitta di Lucio Emilio presso Canne dimostrò insieme al coraggio anche saggezza. Difatti, poiché non riuscì a convincere il collega impedendogli di dare battaglia, contro la propria volontà prese parte con lui allo scontro, ma non ne condivise la fuga; quello che lo aveva esposto al pericolo lo abbandonò, ma egli rimase e morì combattendo il nemico. Sua figlia Emilia andò in sposa al grande Scipione, mentre il figlio Emilio Paolo, del quale viene narrata la vita, raggiunta la maturità in un momento in cui erano al culmine la gloria ed il valore degli uomini più potenti ed illustri, si distinse pur non avendo aspirato alla medesima educazione dei giovani che allora godevano di un buon nome, e senza aver intrapreso da principio la stessa loro strada. Non esercitò la parola nei processi, e tralasciò completamente i saluti, le lusinghe elettorali, le amichevoli accoglienze, insinuandosi sotto le quali molti, divenuti pieni di cure e di zelo, si guadagnavano il favore del popolo; e questo non perché non avesse disposizione per entrambe le cose, ma cercava piuttosto di ottenere una fama migliore rispetto all'una e all'altra ricorrendo al valore, alla giustizia e alla fedeltà, virtù per le quali si differenziò fin da subito dagli altri suoi coetanei.

[III] πρώτην γοῦν τῶν ἐπιφανῶν ἀρχῶν ἀγορανομίαν μετελθών, προεκρίθη δεκαδυοῖν ἀνδρῶν συναπογραψαμένων, οὓς ὕστερον ἅπαντας ὑπατεῦσαι λέγουσι. γενόμενος δ᾽ ἱερεὺς τῶν αὐγούρων προσαγορευομένων, οὓς τῆς ἀπ᾽ ὀρνίθων καὶ διοσημειῶν ἀποδεικνύουσι Ῥωμαῖοι μαντικῆς [2] ἐπισκόπους καὶ φύλακας, οὕτω προσέσχε τοῖς πατρῴοις ἔθεσι καὶ κατενόησε τὴν τῶν παλαιῶν περὶ τὸ θεῖον εὐλάβειαν ὥστε τιμήν τινα δοκοῦσαν εἶναι καὶ ζηλουμένην ἄλλως ἕνεκα δόξης τὴν ἱερωσύνην τῶν ἀκροτάτων μίαν ἀποφῆναι τεχνῶν, καὶ μαρτυρῆσαι τοῖς φιλοσόφοις, ὅσοι τὴν εὐσέβειαν ὡρίσαντο θεραπείας θεῶν ἐπιστήμην εἶναι. [3] πάντα γὰρ ἐδρᾶτο μετ᾽ ἐμπειρίας ὑπ᾽ αὐτοῦ καὶ σπουδῆς, σχολὴν τῶν ἄλλων ἄγοντος ὅτε γίγνοιτο πρὸς τούτῳ, καὶ παραλείποντος οὐδὲν οὐδὲ καινοτομοῦντος, ἀλλὰ καὶ τοῖς συνιερεῦσιν ἀεὶ καὶ περὶ τῶν μικρῶν διαφερομένου, καὶ διδάσκοντος ὡς εἰ τὸ θεῖον εὔκολόν τις ἡγεῖται καὶ ἀμεμφὲς εἶναι τῶν ἀμελειῶν, ἀλλὰ τῇ γε πόλει χαλεπὸν ἡ περὶ ταῦτα συγγνώμη καὶ παρόρασις · οὐδεὶς γὰρ ἐξ ἀρχῆς εὐθὺς μεγάλῳ παρανομήματι κινεῖ πολιτείαν, ἀλλὰ καὶ τὴν τῶν μειζόνων φρουρὰν καταλύουσιν οἱ προϊέμενοι τὴν ἐν τοῖς μικροῖς ἀκρίβειαν. [4] ὅμοιον δὲ καὶ τῶν στρατιωτικῶν ἐθῶν τε καὶ πατρίων ἐξεταστὴν καὶ φύλακα παρεῖχεν ἑαυτόν, οὐ δημαγωγῶν ἐν τῷ στρατηγεῖν, οὐδ᾽, ὥσπερ οἱ πλεῖστοι τότε, δευτέρας ἀρχὰς ταῖς πρώταις μνώμενος διὰ τοῦ χαρίζεσθαι καὶ πρᾷος εἶναι τοῖς ἀρχομένοις, ἀλλ᾽ ὥσπερ ἱερεὺς ἄλλων ὀργίων δεινῶν, τῶν περὶ τὰς στρατείας ἐθῶν ἐξηγούμενος ἕκαστα, καὶ φοβερὸς ὢν τοῖς ἀπειθοῦσι καὶ παραβαίνουσιν, ὤρθου τὴν πατρίδα, μικροῦ δεῖν πάρεργον ἡγούμενος τὸ νικᾶν τοὺς πολεμίους τοῦ παιδεύειν τοὺς πολίτας.

[III] Dopo aver dunque aspirato all’edilità, la prima fra le cariche importanti, fu eletto fra dodici candidati, i quali si dice che in seguito raggiunsero tutti il consolato. Divenuto sacerdote del collegio detto degli àuguri, indicati dai Romani quali depositari e custodi dell’arte divinatoria, dal volo degli uccelli o dai segni del cielo, pose attenzione ai costumi patrii e comprese l’antico cerimoniale religioso tanto da dimostrare che il sacerdozio, ritenuto una semplice onorificenza e ricercato non altrimenti che per la gloria, era invece fra le più alte attività, e che avevano ragione quanti tra i filosofi definivano la devozione come conoscenza del culto reso agli dei. Tutto era svolto da lui con perizia ed attenzione, tralasciando il resto quando era impegnato in tali attività, senza dimenticare alcunché o aggiungere nulla di nuovo, anzi discutendo sempre con i colleghi di sacerdozio anche per le piccole questioni e mostrando che, se si crede la divinità benevola e lenta nel censurare atti di trascuratezza, nondimeno è per la città un danno quando si è negligenti e si tollerano queste cose. All’inizio infatti nessuno turba lo Stato con grandi violazioni, ma quelli che tralasciano la precisione nelle piccole cose, annullano anche la cura messa in quelle più grandi. Uguale accuratezza mostrò nel valutare e custodire le usanze e le tradizioni militari, senza fare il demagogo durante la sua carica di comandante, né, come moltissimi a quei tempi, aspirando a seconde cariche mediante le prime con l’ingraziarsi e mostrarsi mite verso i sottoposti; piuttosto, come un sacerdote di riti sconosciuti e venerandi, egli, dando spiegazione di ciascuna delle consuetudini militari ed incutendo timore a chi disobbediva e commetteva trasgressioni, risollevò le tradizioni patrie, in quanto era convinto che la vittoria sui nemici fosse secondaria rispetto all’educazione dei cittadini.

[IV] συστάντος δὲ τοῦ πρὸς Ἀντίοχον τὸν μέγαν πολέμου τοῖς Ῥωμαίοις, καὶ τῶν ἡγεμονικωτάτων ἀνδρῶν τετραμμένων πρὸς ἐκεῖνον, ἄλλος ἀπὸ τῆς ἑσπέρας ἀνέστη πόλεμος, ἐν Ἰβηρίᾳ κινημάτων μεγάλων γενομένων. ἐπὶ τοῦτον ὁ Αἰμίλιος ἐξεπέμφθη στρατηγός, οὐχ ἓξ ἔχων πελέκεις, ὅσους ἔχουσιν οἱ στρατηγοῦντες, ἀλλὰ προσλαβὼν ἑτέρους τοσούτους, ὥστε τῆς ἀρχῆς ὑπατικὸν γενέσθαι τὸ ἀξίωμα. [2] μάχῃ μὲν οὖν δὶς ἐκ παρατάξεως ἐνίκησε τοὺς βαρβάρους, περὶ τρισμυρίους ἀνελών, καὶ δοκεῖ τὸ κατόρθωμα τῆς στρατηγίας περιφανῶς γενέσθαι, χωρίων εὐφυΐᾳ καὶ ποταμοῦ τινος διαβάσει ῥᾳστώνην παρασχόντος αὐτοῦ πρὸς τὸ νίκημα τοῖς στρατιώταις, πόλεις δὲ πεντήκοντα καὶ διακοσίας ἐχειρώσατο δεξαμένας αὐτὸν ἑκουσίως. [3] εἰρήνῃ δὲ καὶ πίστει συνηρμοσμένην ἀπολιπὼν τὴν ἐπαρχίαν εἰς Ῥώμην ἐπανῆλθεν, οὐδὲ δραχμῇ μιᾷ γεγονὼς εὐπορώτερος ἀπὸ τῆς στρατείας. ἦν δὲ καὶ περὶ τἆλλα χρηματιστὴς ἀργότερος, εὐδάπανος δὲ καὶ ἀφειδὴς ἐκ τῶν ὑπαρχόντων. οὐ πολλὰ δ᾽ ἦν, ἀλλὰ καὶ φερνῆς ὀφειλομένης τῇ γυναικὶ μετὰ τὸν θάνατον αὐτοῦ γλίσχρως ἐξήρκεσεν.

[IV] Iniziata da parte dei Romani la guerra contro Antioco il Grande, ed inviati a gestirla i comandanti più capaci, un altro conflitto scoppiò ad occidente, poiché in Iberia vi erano state grosse agitazioni. A fronteggiarlo fu inviato Emilio in qualità di pretore [191 a.C.], non con sei littori, quanti ne avevano coloro che ricoprivano tale carica, ma avendone presi in aggiunta altrettanti, così che la dignità della sua magistratura fosse quella di un console. Vinse per due volte i barbari in campo aperto uccidendone circa tremila – e pare che il successo fosse chiaramente dipeso dalla sua abilità strategica, in quanto tramite la buona posizione dei luoghi scelti e l’attraversamento di un fiume aveva facilitato la vittoria dei soldati – e s’impadronì anche di duecentocinquanta città che lo accolsero spontaneamente. Dopo aver lasciato il governo della provincia ordinato in pace e fedeltà, fece ritorno a Roma, senza essersi arricchito di una sola dracma dalla campagna militare. Anche per quanto riguardava il resto fu un uomo assai indifferente negli affari, prodigo e poco portato al risparmio di quanto possedeva: non era molto e addirittura, dopo la sua morte, bastò appena a risarcire la dote dovuta alla moglie.

[V] ἔγημε δὲ Παπιρίαν, ἀνδρὸς ὑπατικοῦ Μάσωνος θυγατέρα, καὶ χρόνον συνοικήσας πολὺν ἀφῆκε τὸν γάμον, καίπερ ἐξ αὐτῆς καλλιτεκνότατος γενόμενος · αὕτη γὰρ ἦν ἡ τὸν κλεινότατον αὐτῷ Σκηπίωνα τεκοῦσα καὶ Μάξιμον Φάβιον. αἰτία δὲ γεγραμμένη τῆς διαστάσεως οὐκ ἦλθεν εἰς ἡμᾶς, ἀλλ᾽ ἔοικεν ἀληθής τις εἶναι λόγος περὶ γάμου λύσεως γενόμενος, ὡς ἀνὴρ Ῥωμαῖος ἀπεπέμπετο γυναῖκα, τῶν δὲ φίλων νουθετούντων αὐτόν, [2] ‘οὐχὶ σώφρων; οὐκ εὔμορφος; οὐχὶ παιδοποιός;’ προτείνας τὸ ὑπόδημα (κάλτιον αὐτὸ Ῥωμαῖοι καλοῦσιν) εἶπεν ‘οὐκ εὐπρεπὴς οὗτος; οὐ νεουργής; ἀλλ᾽ οὐκ ἂν εἰδείη τις ὑμῶν καθ᾽ ὅ τι θλίβεται μέρος οὑμὸς πούς.’ τῷ γὰρ ὄντι μεγάλαι μὲν ἁμαρτίαι καὶ ἀναπεπταμέναι γυναῖκας ἀνδρῶν ἄλλας ἀπήλλαξαν, τὰ δ᾽ ἔκ τινος ἀηδίας καὶ δυσαρμοστίας ἠθῶν μικρὰ καὶ πυκνὰ προσκρούσματα, λανθάνοντα τοὺς ἄλλους, ἀπεργάζεται τὰς ἀνηκέστους ἐν ταῖς συμβιώσεσιν ἀλλοτριότητας. [3] ὁ δὲ οὖν Αἰμίλιος ἀπαλλαγεὶς τῆς Παπιρίας ἑτέραν ἠγάγετο, καὶ δύο παῖδας ἄρρενας τεκούσης, τούτους μὲν ἐπὶ τῆς οἰκίας εἶχε, τοὺς δὲ προτέρους εἰσεποίησεν οἴκοις τοῖς μεγίστοις καὶ γένεσι τοῖς ἐπιφανεστάτοις, τὸν μὲν πρεσβύτερον τῷ Μαξίμου Φαβίου τοῦ πεντάκις ὑπατεύσαντος, τὸν δὲ νεώτερον Ἀφρικανοῦ Σκηπίωνος υἱὸς ἀνεψιὸν ὄντα θέμενος Σκηπίωνα προσηγόρευσε. [4] τῶν δὲ θυγατέρων τῶν Αἰμιλίου τὴν μὲν ὁ Κάτωνος υἱὸς ἔγημε, τὴν δὲ Αἴλιος Τουβέρων, ἀνὴρ ἄριστος καὶ μεγαλοπρεπέστατα Ῥωμαίων πενίᾳ χρησάμενος. ἦσαν γὰρ ἑκκαίδεκα συγγενεῖς, Αἴλιοι πάντες, οἰκίδιον δὲ πάνυ μικρὸν ἦν αὐτοῖς, καὶ χωρίδιον ἓν ἤρκει πᾶσι, μίαν ἑστίαν νέμουσι μετὰ παίδων πολλῶν καὶ γυναικῶν. [5] ἐν αἷς καὶ ἡ Αἰμιλίου τοῦδε θυγάτηρ ἦν δὶς ὑπατεύσαντος καὶ δὶς θριαμβεύσαντος, οὐκ αἰσχυνομένη τὴν πενίαν τοῦ ἀνδρός, ἀλλὰ θαυμάζουσα τὴν ἀρετὴν δι᾽ ἣν πένης ἦν. οἱ δὲ νῦν ἀδελφοὶ καὶ συγγενεῖς, ἂν μὴ κλίμασι καὶ ποταμοῖς καὶ διατειχίσμασιν ὁρίσωσι τὰ κοινά καὶ πολλὴν εὐρυχωρίαν ἒν μέσῳ λάβωσιν ἀπ᾽ ἀλλήλων, οὐ παύονται διαφερόμενοι. ταῦτα μὲν οὖν ἡ ἱστορία λογίζεσθαι καὶ παρεπισκοπεῖν δίδωσι τοῖς σῴζεσθαι βουλομένοις.

[V] Sposò Papiria, figlia del consolare Masone e, dopo aver vissuto con questa per lungo tempo, la ripudiò, anche se da lei ebbe dei figli bellissimi. Ella infatti fu colei che gli diede il famosissimo Scipione e Fabio Massimo. Il motivo della separazione non ci è giunto per iscritto, ma pare vero un racconto detto a proposito dei divorzi: un Romano aveva ripudiato la moglie, ma gli amici lo rimproveravano domandandogli: “non è forse virtuosa ? Non è bella ? Non ti dà dei figli ?”. Ed egli, mostrato il sandalo – i Romani lo chiamano calceus – disse: “non ha un bell’aspetto ? Non è nuovo ? Ma nessuno di voi potrebbe sapere dove mi stringe il piede”. In realtà ad allontanare le mogli dai mariti sono mancanze gravi ed evidenti, ma i piccoli e continui attriti, derivanti da una certa avversione ed inconciliabilità di caratteri, pur rimanendo nascosti agli occhi degli altri, producono le più insanabili diversità all’interno della convivenza. Emilio dunque, separatosi da Papiria, sposò un’altra donna, ed avendo questa dato alla luce due figli maschi, li tenne con sé in casa, mentre i primi due li fece adottare dai casati più potenti e dalle famiglie più illustri, il maggiore dalla famiglia di Fabio Massimo, che era stato per cinque volte console, al minore invece, dopo avere adottato quello che era suo cugino, il figlio di Scipione l’Africano diede il nome di Scipione. Delle figlie di Emilio una la sposò il figlio di Catone, un’altra Elio Tuberone, personaggio ricco di virtù, e che più di tutti fra i Romani sopportava la povertà in modo degno di un grande uomo. Erano sedici parenti, tutti Eli, avevano una casetta assai modesta ed un solo campicello bastava a tutti, che dividevano un unico focolare insieme ai figli e alle spose. Fra loro vi era anche la figlia di quell’Emilio due volte console e due volte portato in trionfo, non provando alcuna vergogna della povertà del marito, ma ammirando la virtù che lo rendeva povero. Oggi invece fratelli e congiunti, se non delimitano ciò che è comune con terrazzamenti, canali e muraglie, e non mettono nel mezzo ampi spazi di terreno per separare gli uni dagli altri, non pongono fine alle loro contese. La Storia dunque su queste cose spinge a riflettere e dà modo di osservare a chi voglia conservarne l’esempio.

[VI] ὁ δὲ Αἰμίλιος ὕπατος ἀποδειχθεὶς ἐστράτευσεν ἐπὶ τοὺς παραλπίους Λίγυας, οὓς ἔνιοι καί Λιγυστίνους ὀνομάζουσι, μάχιμον καί θυμοειδὲς ἔθνος, ἐμπείρως δὲ πολεμεῖν διδασκόμενον ὑπὸ Ῥωμαίων διὰ τὴν γειτνίασιν. τὰ γὰρ ἔσχατα τῆς Ἰταλίας καί καταλήγοντα πρὸς τάς Ἄλπεις αὐτῶν τε τῶν Ἄλπεων τὰ κλυζόμενα τῷ Τυρρηνικῷ πελάγει καί πρὸς τὴν Λιβύην ἀνταίροντα νέμονται, μεμιγμένοι Γαλάταις καί τοῖς παραλίοις Ἰβήρων. [2] τότε δὲ καί τῆς θαλάττης ἁψάμενοι σκάφεσι πειρατικοῖς ἀφῃροῦντο καί περιέκοπτον τάς ἐμπορίας, ἄχρι στηλῶν Ἡρακλείων ἀναπλέοντες. ἐπιόντος οὖν τοῦ Αἰμιλίου, τετρακισμύριοι γενόμενοι τὸ πλῆθος ὑπέστησαν · ὁ δὲ τοὺς σύμπαντας ὀκτακισχιλίους ἔχων πενταπλασίοις οὖσιν αὐτοῖς συνέβαλε, καί τρεψάμενος καί κατακλείσας εἰς τὰ τείχη διέδωκε λόγον φιλάνθρωπον καί συμβατικόν · οὐ γὰρ ἦν βουλομένοις τοῖς Ῥωμαίοις παντάπασιν ἐκκόψαι τὸ Λιγύων ἔθνος, ὥσπερ ἕρκος ἢ πρόβολον ἐμποδὼν κείμενον τοῖς Γαλατικοῖς κινήμασιν ἐπαιωρουμένοις ἀεὶ περὶ τὴν Ἰταλίαν. [3] πιστεύσαντες οὖν τῷ Αἰμιλίῳ τάς τε ναῦς καί τάς πόλεις ἐνεχείρισαν. ὁ δὲ τάς μὲν πόλεις οὐδὲν ἀδικήσας ἢ μόνον τὰ τείχη περιελών ἀπέδωκε, τάς δὲ ναῦς ἁπάσας ἀφείλετο, καί πλοῖον οὐδὲν αὐτοῖς τρισκάλμου μεῖζον ἀπέλιπε · τοὺς δὲ ἡλωκότας ὑπ᾽ αὐτῶν κατὰ γῆν ἢ κατὰ θάλατταν ἀνεσώσατο πολλοὺς καί ξένους καὶ Ῥωμαίους εὑρεθέντας. ἐκείνη μὲν οὖν ἡ ὑπατεία τάς εἰρημένας πράξεις ἐπιφανεῖς ἔσχεν. [4] ὕστερον δὲ πολλάκις ποιήσας φανερὸν αὑτὸν αὖθις ὑπατεῦσαι βουλόμενον καί ποτε καί παραγγείλας, ὡς ἀπέτυχε καί παρώφθη, τὸ λοιπὸν ἡσυχίαν εἶχε, τῶν ἱερῶν ἐπιμελούμενος καί τοὺς παῖδας ἀσκῶν τὴν μὲν ἐπιχώριον παιδείαν καί πάτριον ὥσπερ αὐτὸς ἤσκητο, τὴν δὲ Ἑλληνικὴν φιλοτιμότερον. [5] οὐ γὰρ μόνον γραμματικοὶ καί σοφισταὶ καί ῥήτορες, ἀλλὰ καί πλάσται καί ζωγράφοι καί πώλων καί σκυλάκων ἐπιστάται καί διδάσκαλοι θήρας Ἕλληνες ἦσαν περὶ τοὺς νεανίσκους. ὁ δὲ πατήρ, εἰ μή τι δημόσιον ἐμποδὼν εἴη, παρῆν ἀεὶ μελετῶσι καί γυμναζομένοις, φιλοτεκνότατος Ῥωμαίων γενόμενος.

[VI] Eletto console Emilio condusse una spedizione militare contro i Liguri che abitano ai piedi delle Alpi [182 a.C.], e che alcuni chiamano Ligustini, popolo bellicoso e pieno di coraggio, istruito con perizia nel combattimento per via della vicinanza con i Romani. Abitano le parti estreme dell’Italia, quelle che confinano con le Alpi e delle Alpi i territori bagnati dal Tirreno e che si levano dinanzi all’Africa; essi vivono mescolati ai Galli e agli Iberi delle terre costiere. In quel tempo, raggiunto il mare, con navi piratesche ostacolavano ed intercettavano le rotte commerciali., spingendosi fino alle Colonne d’Ercole. Quando giunse Emilio lo affrontarono in quarantamila. Egli, disponendo in tutto di ottomila uomini, diede loro battaglia, che erano in un numero cinque volte superiore, e, dopo averli messi in fuga e rinchiusi nelle loro mura, offrì condizioni di pace benevole e concilianti. I Romani infatti non volevano distruggere interamente il popolo ligure, poiché rappresentava una difesa o un baluardo contro le turbolenze dei Galli, pronti sempre a minacciare l’Italia. Convinti consegnarono dunque ad Emilio le navi e le città. Quello, senza aver commesso alcuna ingiustizia nei loro confronti, ma avendone solo fatto abbattere le mura, le restituì; requisì invece tutte le navi e non lasciò loro imbarcazioni che avessero più di tre scalmi. Liberò quanti erano stati fatti prigionieri in terra o in mare, che erano molti, sia stranieri che Romani. Il consolato annoverò dunque le suddette imprese illustri. In seguito, pur avendo manifestato spesso il desiderio di essere rieletto console, ed essendosi una volta anche candidato, poiché non ebbe successo e non venne preso in considerazione, trascorse il resto del tempo in tranquillità, dedicandosi ai sacri rituali ed esercitando i figli nell’educazione tradizionale, secondo il costume romano, nella quale egli stesso si era esercitato, ma in maniera più ambiziosa in quella greca. Infatti non solamente i maestri, i filosofi, i retori, ma anche i grammatici, gli scultori, i pittori, gli addestratori di cavalli e di cani, i maestri di caccia posti accanto ai giovani erano greci. Il padre, se non lo impediva qualche impegno pubblico, presenziava sempre all’istruzione e alle esercitazioni, poiché tra tutti i Romani era il più amorevole verso i figli.

[VII] τῶν δὲ δημοσίων πράξεων καιρὸς ἦν ἐκεῖνος τότε καθ᾽ ὃν Περσεῖ τῷ Μακεδόνων βασιλεῖ πολεμοῦντες ἐν αἰτίαις τοὺς στρατηγοὺς εἶχον, ὡς δι᾽ ἀπειρίαν καὶ ἀτολμίαν αἰσχρῶς καὶ καταγελάστως τοῖς πράγμασι χρωμένους καὶ πάσχοντας κακῶς μᾶλλον ἢ ποιοῦντας. [2] ἄρτι μὲν γὰρ Ἀντίοχον τὸν ἐπικληθέντα μέγαν εἴξαντα τῆς ἄλλης Ἀσίας ὑπὲρ τὸν Ταῦρον ἐκβαλόντες καὶ κατακλείσαντες εἰς Συρίαν, ἐπὶ μυρίοις καὶ πεντακισχιλίοις ταλάντοις ἀγαπήσαντα τὰς διαλύσεις, ὀλίγῳ δὲ πρόσθεν ἐν Θεσσαλίᾳ συντρίψαντες Φίλιππον καὶ τοὺς Ἕλληνας ἀπὸ Μακεδόνων ἐλευθερώσαντες, ᾧ τε βασιλεὺς οὐδεὶς παραβλητὸς εἰς τόλμαν ἢ δύναμιν, Ἀννίβαν καταπολεμήσαντες, [3] οὐκ ἀνεκτὸν ἡγοῦντο Περσεῖ καθάπερ ἀντιπάλῳ τῆς Ῥώμης ἴσον φερόμενοι συμπεπλέχθαι πολὺν ἤδη χρόνον, ἀπὸ τῶν λειψάνων τῆς πατρῴας ἥττης πολεμοῦντι πρὸς αὐτούς, ἀγνοοῦντες ὅτι πολλῷ τὴν Μακεδόνων δύναμιν ἡττηθεὶς Φίλιππος ἐρρωμενεστέραν καὶ μαχιμωτέραν ἐποίησε. περὶ ὧν δίειμι βραχέως ἄνωθεν ἀρξάμενος.

[VII] In quel momento, per quanto riguardava gli affari pubblici, essendo in guerra contro il re dei Macedoni Perseo, i Romani accusavano i loro generali poiché per inesperienza e codardia gestivano il conflitto in modo vergognoso e ridicolo, subendo danni più che infliggerli. Dopo aver appena da poco respinto oltre la catena del Tauro Antioco detto il Grande, che aveva ceduto il resto dell’Asia, e rinchiusolo in Siria, avendo egli accettato le condizioni di pace dietro un’indennità di quindicimila talenti, dopo aver non molto tempo prima schiacciato Filippo in Tessaglia e liberato i Greci dai Macedoni, e dopo aver vinto definitivamente un personaggio rispetto al quale nessun re era paragonabile per audacia e potenza, Annibale, trovandosi costretti ed implicati, già da lungo tempo, in un conflitto alla pari con Perseo, come con un avversario degno di Roma, che portava avanti la guerra contro di loro contando sui resti della sconfitta paterna, lo giudicavano intollerabile, senza però aver saputo che, sebbene fosse stato sconfitto, Filippo aveva reso l’esercito macedone molto più forte e combattivo. In merito a questo argomento darò una breve spiegazione partendo dall’inizio.

[VIII] Ἀντίγονος μέγιστον δυνηθεὶς τῶν Ἀλεξάνδρου διαδόχων καὶ στρατηγῶν, κτησάμενος ἑαυτῷ καὶ γένει τὴν τοῦ βασιλέως προσηγορίαν, υἱόν ἔσχε Δημήτριον, οὗ παῖς Ἀντίγονος ἦν ὁ Γονατᾶς ἐπονομασθείς · τούτου δὲ Δημήτριος, ὃς αὐτός τε βασιλεύσας χρόνον οὐ πολύν, υἱόν τε παῖδα τὴν ἡλικίαν ἀπολιπὼν Φίλιππον ἐτελεύτησε. [2] δείσαντες δὲ τὴν ἀναρχίαν οἱ πρῶτοι Μακεδόνων Ἀντίγονον ἐπάγονται τοῦ τεθνηκότος ἀνεψιὸν ὄντα, καὶ συνοικίσαντες αὐτῷ τὴν μητέρα τοῦ Φιλίππου, πρῶτον μὲν ἐπίτροπον καὶ στρατηγόν, εἶτα πειρώμενοι μετρίου καὶ κοινωφελοῦς βασιλέα προσηγόρευσαν. ἐπεκλήθη δὲ Δώσων ὡς ἐπαγγελτικὸς, οὐ τελεσιουργὸς δὲ τῶν ὑποσχέσεων. [3] μετὰ τοῦτον βασιλεύσας ὁ Φίλιππος ἤνθησεν ἐν τοῖς μάλιστα τῶν βασιλέων ἔτι μειράκιον ὢν, καὶ δόξαν ἔσχεν ὡς ἀναστήσων Μακεδονίαν εἰς τὸ παλαιὸν ἀξίωμα καὶ μόνος ἐπὶ πάντας ἤδη τὴν Ῥωμαίων δύναμιν αἰρομένην καθέξων. ἡττηθεὶς δὲ μεγάλῃ μάχῃ περὶ Σκότουσσαν ὑπὸ Τίτου Φλαμινίνου τότε μὲν ἔπτηξε καὶ πάντα τὰ καθ᾽ ἑαυτὸν ἐπέτρεψε Ῥωμαίοις, καὶ τυχὼν ἐπιτιμήσεως μετρίας ἠγάπησεν. [4] ὕστερον δὲ βαρέως φέρων, καὶ τὸ βασιλεύειν χάριτι Ῥωμαίων ἡγούμενος αἰχμαλώτου τρυφὴν ἀγαπῶντος εἶναι μᾶλλον ἢ φρόνημα καὶ θυμὸν ἔχοντος ἀνδρός, ἐπεῖχε τῷ πολέμῳ τὴν γνώμην καὶ συνετάττετο λάθρα καὶ πανούργως. τῶν γὰρ πόλεων τὰς ἐνοδίους καὶ παραθαλαττίους ἀσθενεῖς γενομένας περιορῶν καὶ ὑπερήμους, ὡς καταφρονεῖσθαι, [5] πολλὴν ἄνω συνῆγε δύναμιν, καὶ τὰ μεσόγεια χωρία καὶ φρούρια καὶ πόλεις ὅπλων καὶ χρημάτων πολλῶν καὶ σωμάτων ἀκμαζόντων ἐμπεπληκώς ἐσωμάσκει τὸν πόλεμον καὶ συνεῖχεν ὥσπερ ἐγκεκρυμμένον ἀδήλως, ὅπλων μὲν γὰρ ἀργούντων ἀπέκειντο τρεῖς μυριάδες, ὀκτακόσιαι δὲ σίτου μεδίμνων ἦσαν ἐγκατῳκοδομημένου τοῖς τείχεσι, χρημάτων δὲ πλῆθος ὅσον ἤρκει μισθοφόρους ἔτη δέκα μυρίους τρέφειν προπολεμοῦντας τῆς χώρας. [6] ἀλλ᾽ ἐκεῖνος μὲν οὐκ ἔφθη ταῦτα κινῆσαι καὶ προαγαγεῖν εἰς ἔργον, ὑπὸ λύπης καὶ δυσθυμίας προέμενος τὸν βίον · ἔγνω γὰρ ἀδίκως τὸν ἕτερον τῶν υἱῶν Δημήτριον ἐκ διαβολῆς τοῦ χείρονος ἀνῃρηκώς: ὃ δὲ ἀπολειπόμενος υίὸς αὐτοῦ Περσεὺς ἅμα τῇ βασιλείᾳ διεδέξατο τὴν πρὸς Ῥωμαίους ἔχθραν, οὐκ ὢν ἐχέγγυος ἐνεγκεῖν διὰ μικρότητα καὶ μοχθηρίαν ἤθους, ἐν ᾧ παθῶν τε παντοδαπῶν καὶ νοσημάτων ἐνόντων ἐπρώτευεν ἡ φιλαργυρία. [7] λέγεται δὲ μηδὲ γνήσιος φῦναι, λαβεῖν δὲ αὐτὸν ἡ συνοικοῦσα τῷ Φιλίππῳ νεογνὸν ἀκεστρίας τινὸς Ἀργολικῆς Γναθαινίου τοὔνομα τεκούσης, καὶ λαθεῖν ὑποβαλομένη. δι᾽ ὃ καὶ μάλιστα δοκεῖ τὸν Δημήτριον φοβηθεὶς ἀποκτεῖναι, μὴ γνήσιον ἔχων ὃ οἶκος διάδοχον ἀποκαλύψῃ τὴν ἐκείνου νοθείαν.

[VIII] Antigono, divenuto potentissimo tra i successori e i generali di Alessandro, acquisito il titolo regale per sé stesso e la sua discendenza, ebbe un figlio, Demetrio, il cui figlio fu Antigono, soprannominato Gonata. Il figlio di costui, Demetrio, dopo aver regnato per non molto tempo ed aver lasciato il figlio Filippo ancora in giovane età, morì. Temendo l’anarchia i nobili macedoni chiamarono Antigono, che era il cugino del morto, ed avendogli data in sposa la madre di Filippo, da principio lo nominarono tutore e generale, in seguito, sperimentandone la modestia ed il bene che avrebbe potuto dare a tutti, gli conferirono il titolo di re. Fu soprannominato Dosone poiché prometteva con facilità, ma poi non realizzava quanto promesso. Dopo di lui Filippo, salito al trono, pur essendo ancora giovane, mostrò appieno le qualità proprie dei re, e nell’opinione comune fu ritenuto come colui che avrebbe risollevato la Macedonia all’antica dignità e, solo rispetto a tutti, avrebbe frenato l’ascesa della potenza romana. Tuttavia, sconfitto da Tito Flaminino in una grande battaglia presso Scotusa [197 a.C.], si piegò per la paura e consegnò tutti i suoi interessi nelle mani di Roma, e fu lieto d’aver ricevuto una modesta punizione. Eppur col passare del tempo, mal sopportando la situazione e ritenendo che regnare per benevolenza dei Romani fosse il comportamento di un prigioniero cui basta vivere nelle mollezze più che quello di un uomo con volontà e coraggio, pose mente alla guerra e fece preparativi clandestinamente, alla maniera di un astuto furfante. Infatti, lasciate le città lungo le strade e la costa deboli e desolate, così da non attirare sospetti, raccolse all’interno del paese un grande esercito e, dopo aver riempito i territori centrali, le fortezze e le città di armi, denaro e uomini nel pieno delle forze, si preparava alla guerra, ma la teneva celata in segreto. Vennero ammassate in riserva armi per trentamila uomini, stipati nelle mura vi erano otto milioni di medimni di frumento ed una quantità di denaro sufficiente a pagare per dieci anni mercenari in difesa del territorio. Ma Filippo non ebbe il tempo di mettere in moto e realizzare questo progetto, poiché si lasciò morire per il dolore e l’afflizione: venne infatti a conoscenza di aver fatto uccidere ingiustamente uno dei due figli, Demetrio, dietro l’accusa falsa dell’altro, che era il peggiore. Perseo, il figlio rimasto, insieme al regno ricevette in eredità anche l’inimicizia verso i Romani, senza però essere capace di sostenerla a causa della grettezza e della perversità del suo carattere nel quale, fra i mali e i difetti presenti, primeggiava l’avarizia. Si diceva che non fosse neppure figlio legittimo del re, ma che la sposa di Filippo lo avesse preso appena nato dalla madre, una cucitrice argolica di nome Gnatenio, e che furtivamente lo fece passare come suo. Pare che soprattutto per questo motivo Perseo timoroso fece uccidere Demetrio, perché il casato, avendo un erede legittimo, non rivelasse la sua origine bastarda.

[IX] οὐ μὴν ἀλλὰ, καίπερ ὢν ἀγεννὴς καὶ ταπεινός, ὑπὸ ῥώμης τῶν πραγμάτων ἀναφερόμενος πρὸς τὸν πόλεμον ἔστη καὶ διηρείσατο πολὺν χρόνον, ἡγεμόνας τε Ῥωμαίων ὑπατικοὺς καὶ στρατεύματα καὶ στόλους μεγάλους ἀποτριψάμενος, ἐνίων δὲ καὶ κρατήσας. [2] Πόπλιόν τε γὰρ Λικίννιον ἐμβαλόντα πρῶτον εἰς Μακεδονίαν τρεψάμενος ἱππομαχίᾳ δισχιλίους πεντακοσίους ἄνδρας ἀγαθοὺς ἀπέκτεινε καὶ ζῶντας ἄλλους ἑξακοσίους ἔλαβε, τοῦ τε ναυστάθμου περὶ Ὠρεὸν ὁρμοῦντος ἀπροσδόκητον ἐπίπλουν θέμενος εἴκοσι μὲν αὐτοφόρτους ὁλκάδας ἐχειρώσατο, τὰς δ᾽ ἄλλας σίτου γεμούσας κατέδυσεν. ἐκράτησε δὲ καὶ πεντηρικά τέσσαρα, [3] καὶ μάχην ἐπολέμησε τὸ δεύτερον, ἐν ᾗ τὸν ὑπατικὸν Ὁστίλιον ἀπεκρούσατο καταβιαζόμενον κατὰ τὰς Ἐλιμίας · λάθρα δὲ διὰ Θεσσαλίας ἐμβαλόντα προκαλούμενος εἰς μάχην ἐφόβησε. πάρεργον δὲ τοῦ πολέμου στρατείαν ἐπὶ Δαρδανεῖς θέμενος, ὡς δὴ τοὺς Ῥωμαίους ὑπερορῶν καὶ σχολάζων, μυρίους τῶν βαρβάρων κατέκοψε καὶ λείαν ἠλάσατο πολλήν. [4] ὑπεκίνει δὲ καὶ Γαλάτας τοὺς περὶ τὸν Ἴστρον ᾠκημένους, οἳ Βαστέρναι καλοῦνται, στρατὸν ἱππότην καὶ μάχιμον, Ἰλλυριούς τε διὰ Γενθίου τοῦ βασιλέως παρεκάλει συνεφάψασθαι τοῦ πολέμου. καὶ λόγος κατέσχεν ὡς τῶν βαρβάρων μισθῷ πεπεισμένων ὑπ᾽ αὐτοῦ διὰ τῆς κάτω Γαλατίας παρὰ τὸν Ἀδρίαν ἐμβαλεῖν εἰς τὴν ' Ἰταλίαν.

[IX] Ad ogni modo, pur essendo un personaggio ignobile e misero, condotto alla guerra sotto la spinta degli eventi, per lungo tempo resistette e si oppose fermamente, avendo respinto sia generali con dignità consolare che eserciti e grandi flotte, su alcuni riportando anche la vittoria. Difatti dopo aver messo in fuga in uno scontro equestre Publio Licinio, che per primo aveva attaccato la Macedonia, uccise duemilacinquecento uomini validi e ne catturò vivi altri seicento e, mentre la flotta romana era ancorata ad Oreo, con un attacco improvviso s’impadronì di venti navi mercantili insieme a tutto il carico, affondò altre stipate di grano e s'impadronì anche di quattro quinqueremi; combatté una seconda battaglia in cui respinse Ostilio, uno dei consolari che tentava di forzare il passaggio ad Elimie [170 a.C.]. Sfidandolo allo scontro, dopo che questi in segreto aveva portato un attacco attraverso la Tessaglia, lo mise in fuga terrorizzandolo. Avendo condotto, quale appendice, una spedizione contro i Dardani, poiché non si curava dei Romani ed aveva tempo a sua disposizione, uccise diecimila barbari e portò via molto bottino. Mise in agitazione i Galli stanziati lungo l’Istro, sono chiamati Basterni, un bellicoso esercito di cavalieri, ed invitò pure gli Illiri, attraverso il re Gentio, a partecipare alla guerra come alleati. Presto si diffuse la voce che i barbari dietro ricompensa erano stati da lui convinti a passare attraverso la Gallia inferiore, lungo le coste dell’Adriatico e a fare un’incursione in Italia.

[X] ταῦτα τοῖς Ῥωμαίοις πυνθανομένοις ἐδόκει τὰς τῶν στρατηγιώντων χάριτας καὶ παραγγελίας ἐάσαντας αὐτοὺς καλεῖν ἐπὶ τὴν ἡγεμονίαν ἄνδρα νοῦν ἔχοντα καὶ πράγμασι χρῆσθαι μεγάλοις ἐπιστάμενον. οὗτος ἦν Παῦλος Αἰμίλιος, ἡλικίας μὲν ἤδη πρόσω καὶ περὶ ἑξήκοντα γεγονὼς ἔτη, ῥώμῃ δὲ σώματος ἀκμάζων, πεφραγμένος δὲ κηδεσταῖς καὶ παισὶ νεανίαις καὶ φίλων πλήθει καὶ συγγενῶν μέγα δυναμένων, οἳ πάντες αὐτὸν ὑπακοῦσαι καλοῦντι τῷ δήμῳ πρὸς τὴν ὑπατείαν ἔπειθον. [2] ὁ δὲ κατ᾽ ἀρχὰς μὲν ἐθρύπτετο πρὸς τοὺς πολλούς καὶ διέκλινε τὴν φιλοτιμίαν αὐτῶν καὶ σπουδήν, ὡς μὴ δεόμενος τοῦ ἄρχειν, φοιτώντων δὲ καθ᾽ ἡμέραν ἐπὶ θύρας καὶ προκαλουμένων αὐτὸν εἰς ἀγορὰν καὶ καταβοώντων ἐπείσθη · καὶ φανεὶς εὐθὺς ἐν τοῖς μετιοῦσι τὴν ὑπατείαν ἔδοξεν οὐκ ἀρχὴν ληψόμενος, ἀλλὰ νίκην καὶ κράτος πολέμου κομίζων καὶ διδοὺς τοῖς πολίταις [3] καταβαίνειν εἰς τὸ πεδίον · μετὰ τοσαύτης ἐλπίδος καὶ προθυμίας ἐδέξαντο πάντες αὐτὸν καὶ κατέστησαν ὕπατον τὸ δεύτερον, οὐκ ἐάσαντες κλῆρον γενέσθαι, καθάπερ εἰώθει, περὶ τῶν ἐπαρχιῶν, ἀλλ᾽ εὐθὺς ἐκείνῳ ψηφισάμενοι τοῦ Μακεδονικοῦ πολέμου τὴν ἡγεμονίαν. λέγεται δ᾽ αὐτόν, ὡς ἀνηγορεύθη κατὰ τοῦ Περσέως στρατηγός, ὑπὸ τοῦ δήμου παντὸς οἴκαδε προπεμφθέντα λαμπρῶς εὑρεῖν τὸ θυγάτριον τὴν Τερτίαν [4] δεδακρυμένην ἔτι παιδίον οὖσαν · ἀσπαζόμενον οὖν αὐτὴν ἐρωτᾶν ἐφ᾽ ὅτῳ λελύπηται · τὴν δὲ περιβαλοῦσαν καὶ καταφιλοῦσαν, ‘οὐ γὰρ οἶσθα,’ εἰπεῖν, ‘ὦ πάτερ, ὅτι ἡμῖν ὁ Περσεὺς τέθνηκε ;’ λέγουσαν κυνίδιον σύντροφον οὕτω προσαγορευόμενον · καὶ τὸν Αἰμίλιον ‘ἀγαθῇ τύχῃ,’ φάναι, ‘ὦ θύγατερ, καὶ δέχομαι τὸν οἰωνόν.’ ταῦτα μὲν οὖν Κικέρων ὁ ῥήτωρ ἐν τοῖς περὶ μαντικῆς ἱστόρηκεν.

[X] Ai Romani, venuti a sapere queste cose, parve opportuno, lasciati da parte i favori e le promesse di quanti desideravano ricoprire il comando in guerra, chiamare alla guida un uomo che avesse intelligenza e che sapesse gestire affari di grande importanza. Quest’uomo era Emilio Paolo, già avanti negli anni e circa sessantenne, ma nel pieno del vigore fisico, circondato da generi e giovani figli e da una folla di amici e familiari assai potenti, i quali tutti insieme lo esortavano ad ascoltare la richiesta del popolo che lo voleva console. Egli in un primo tempo si schermiva con la maggior parte delle persone e rifiutava le loro richieste, poiché non desiderava ricoprire un incarico di comando. Ma dal momento che ogni giorno una folla si recava presso la sua porta, lo chiamava nel Foro e gridava a gran voce il suo nome, si convinse. E, messosi subito in evidenza fra quelli che correvano per il consolato, diede l’impressione di scendere al Campo non per prendere il potere, ma recando con sé e consegnando ai cittadini una forte vittoria in guerra. Con tale speranza ed entusiasmo tutti lo accolsero e lo elessero console per la seconda volta, senza aver consentito che vi fosse un sorteggio, come era d’abitudine in merito al governo delle province, ma decretandogli fin da subito con un voto il comando della guerra in Macedonia. Si racconta che, non appena venne proclamato comandante in capo della guerra contro Perseo, accompagnato a casa da tutto il popolo in uno splendido corteo, trovò la figlioletta Terzia, ancora bambina, in lacrime: salutandola le domandò per quale motivo fosse addolorata e quella abbracciatolo e baciandolo teneramente “non sai – rispose – padre, che il nostro Perseo è morto ?” alludendo ad un cagnolino che viveva con lei e che aveva questo nome. “Con buona sorte, figlia – esclamò allora Emilio – e faccio mio l’auspicio!”. Di tale episodio parla l’oratore Cicerone nell’opera sulla divinazione

[XI] εἰωθότων δὲ τῶν ὑπατείαν λαβόντων οἷον ἀνθομολογεῖσθαί τινα χάριν καὶ προσαγορεύειν φιλοφρόνως τὸν δῆμον ἀπὸ τοῦ βήματος, Αἰμίλιος εἰς ἐκκλησίαν συναγαγὼν τοὺς πολίτας τὴν μὲν προτέραν ὑπατείαν μετελθεῖν ἔφη αὐτὸς ἀρχῆς δεόμενος, τὴν δὲ δευτέραν ἐκείνων στρατηγοῦ δεομένων · [2] δι᾽ ὃ μηδεμίαν αὐτοῖς χάριν ἔχειν, ἀλλ᾽, εἰ νομίζουσι δι᾽ ἑτέρου βέλτιον ἕξειν τὰ κατὰ τὸν πόλεμον, ἐξίστασθαι τῆς ἡγεμονίας, εἰ δὲ πιστεύουσιν αὐτῷ, μὴ παραστρατηγεῖν μηδὲ λογοποιεῖν, ἀλλ᾽ ὑπουργεῖν σιωπῇ τὰ δέοντα πρὸς τὸν πόλεμον, ὡς, ἐὰν ἄρχοντος ἄρχειν ζητῶσιν, ἔτι μᾶλλον ἢ νῦν καταγελάστους ἐν ταῖς στρατείαις ἐσομένους. [3] ἀπὸ τούτων τῶν λόγων πολλὴν μὲν αἰδῶ πρὸς αὑτὸν ἐνεποίησε τοῖς πολίταις, μεγάλην δὲ προσδοκίαν τοῦ μέλλοντος, ἡδομένων ἁπάντων ὅτι τοὺς κολακεύοντας παρελθόντες εἵλοντο παρρησίαν ἔχοντα καὶ φρόνημα στρατηγόν. οὕτως ἐπὶ τῷ κρατεῖν καὶ μέγιστος εἶναι τῶν ἄλλων ἀρετῆς καὶ τοῦ καλοῦ δοῦλος ἦν ὁ Ῥωμαίων δῆμος.

[XI] Dato che chi otteneva il consolato era solito, in un certo modo, esprimere riconoscenza e salutare il popolo dalla tribuna, Emilio, convocati i cittadini in assemblea, disse di aver aspirato una prima volta al consolato perché desiderava una carica, la seconda volta perché essi avevano bisogno di un generale: non aveva dunque motivo di ringraziarli, ma, se credevano che la campagna militare avrebbe avuto maggiore successo per opera di qualcun altro, egli rinunciava al comando; se invece avevano fiducia in lui, allora non dovevano interferire nelle decisioni del generale, né mettere bocca, bensì occuparsi in silenzio di quanto era necessario per la guerra, perché, qualora avessero tentato di dare ordini a chi dava ordini, nelle campagne militari si sarebbero coperti di ridicolo più di quanto già lo fossero allora. Con queste parole infuse nell’animo del popolo un gran senso di rispetto nei suoi confronti ed una grandissima aspettativa degli eventi futuri, nell’unanime soddisfazione data dal fatto che, tralasciati quelli dediti alle lusinghe elettorali, avevano scelto un generale sincero ed orgoglioso. In questo modo il popolo Romano per poter dominare ed essere superiore a tutti gli altri si assoggettava alla virtù e all’onore di un solo uomo.

[XII] Αἰμίλιον δὲ Παῦλον, ὡς ἐξώρμησεν ἐπὶ στρατείαν, πλοῦ μὲν εὐτυχίᾳ καὶ ῥᾳστώνῃ χρήσασθαι πορείας κατὰ δαίμονα τίθημι, σὺν τάχει καὶ μετ᾽ ἀσφαλείας εἰς τὸ στρατόπεδον κομισθέντα · τοῦ δὲ πολέμου καὶ τῆς στρατηγίας αὑτοῦ τὸ μὲν τόλμης ὀξύτητι, τὸ δὲ βουλεύμασι χρηστοῖς, τὸ δὲ φίλων ἐκθύμοις ὑπηρεσίαις, τὸ δὲ τῷ παρὰ τὰ δεινὰ θαρρεῖν καὶ χρῆσθαι λογισμοῖς ἀραρόσιν ὁρῶν διαπεπραγμένον, οὐκ ἔχω τῇ λεγομένῃ τοῦ ἀνδρὸς εὐτυχίᾳ λαμπρὸν ἀποδοῦναι καὶ διάσημον ἔργον οἷον ἑτέρων στρατηγῶν. [2] εἰ μή τις ἄρα τὴν Περσέως φιλαργυρίαν Αἰμιλίῳ τύχην ἀγαθὴν περὶ τὰ πράγματα γενέσθαι φησίν, ἣ λαμπρὰ καὶ μεγάλα πρὸς τὸν πόλεμον ἀρθέντα ταῖς ἐλπίσι τὰ Μακεδόνων ἀνέτρεψε καὶ κατέβαλε, πρὸς ἀργύριον ἀποδειλιάσαντος. ἧκον μὲν γὰρ αὐτῷ δεηθέντι Βαστέρναι, μύριοι μὲν ἱππεῖς, μύριοι δὲ παραβάται, μισθοφόροι πάντες, ἄνδρες οὐ γεωργεῖν εἰδότες, οὐ πλεῖν, οὐκ ἀπὸ ποιμνίων ζῆν νέμοντες, ἀλλ᾽ ἓν ἔργον καὶ μίαν τέχνην μελετῶντες ἀεὶ μάχεσθαι καὶ κρατεῖν τῶν ἀντιταττομένων. [3] ὡς δὲ περὶ τὴν Μαιδικὴν καταστρατοπεδεύσαντες ἐπεμίγνυντο τοῖς παρὰ τοῦ βασιλέως ἄνδρες ὑψηλοὶ μὲν τὰ σώματα, θαυμαστοὶ δὲ τὰς μελέτας, μεγάλαυχοι δὲ καὶ λαμπροὶ ταῖς κατὰ τῶν πολεμίων ἀπειλαῖς, θάρσος παρέστησαν τοῖς Μακεδόσι καὶ δόξαν ὡς τῶν Ῥωμαίων οὐχ ὑπομενούντων, ἀλλ᾽ ἐκπλαγησομένων τὴν ὄψιν αὐτὴν καὶ τὴν κίνησιν ἔκφυλον οὖσαν καὶ δυσπρόσοπτον. [4] οὕτω διαθεὶς τοὺς ἀνθρώπους ὁ Περσεύς καὶ τοιούτων ἐμπλήσας ἐλπίδων, αἰτούμενος καθ᾽ ἕκαστον ἡγεμόνα χιλίους, πρὸς τὸ γιγνόμενον τοῦ χρυσίου πλῆθος ἰλιγγιάσας καὶ παραφρονήσας ὑπὸ μικρολογίας ἀπείπατο καὶ προήκατο τὴν συμμαχίαν, ὥσπερ οἰκονομῶν, οὐ πολεμῶν Ῥωμαίοις, καὶ λογισμὸν ἀποδώσων ἀκριβῆ τῆς εἰς τὸν πόλεμον δαπάνης οἷς ἐπολέμει · καίτοι διδασκάλους εἶχεν ἐκείνους, οἷς ἄνευ τῆς ἄλλης παρασκευῆς στρατιωτῶν δέκα μυριάδες ἦσαν ἠθροισμέναι καὶ παρεστῶσαι ταῖς χρείαις. [5] ὁ δὲ πρὸς δύναμιν ἀνταίρων τηλικαύτην καὶ πόλεμον οὗ τοσοῦτον ἦν τὸ παρατρεφόμενον, διεμέτρει καὶ παρεσημαίνετο τὸ χρυσίον, ἅψασθαι δεδιὼς ὥσπερ ἀλλοτρίων. καὶ ταῦτ᾽ ἔπραττεν οὐ Λυδῶν τις οὐδὲ Φοινίκων γεγονώς, ἀλλὰ τῆς Ἀλεξάνδρου καὶ Φιλίππου κατὰ συγγένειαν ἀρετῆς μεταποιούμενος, οἳ τῷ τὰ πράγματα τῶν χρημάτων ὠνητά, μὴ τὰ χρήματα τῶν πραγμάτων ἡγεῖσθαι πάντων ἐκράτησαν. [6] ἐρρέθη γοῦν ὅτι τὰς πόλεις αἱρεῖ τῶν Ἑλλήνων οὐ Φίλιππος, ἀλλὰ τὸ Φιλίππου χρυσίον. Ἀλέξανδρος δὲ τῆς ἐπ᾽ Ἰνδοὺς στρατείας ἁπτόμενος, καὶ βαρὺν ὁρῶν καὶ δύσογκον ἤδη τὸν Περσικὸν ἐφελκομένους πλοῦτον τοὺς Μακεδόνας, πρώτας ὑπέπρησε τὰς βασιλικὰς ἁμάξας, εἶτα τοὺς ἄλλους ἔπεισε ταὐτὸ ποιήσαντας ἐλαφροὺς ἀναζεῦξαι πρὸς τὸν πόλεμον ὥσπερ λελυμένους. [7] Περσεύς δὲ τὸν χρυσὸν αὐτὸς αὑτοῦ καὶ τέκνων καὶ βασιλείας καταχεάμενος οὐκ ἠθέλησε δι᾽ ὀλίγων σωθῆναι χρημάτων, ἀλλὰ μετὰ πολλῶν κομισθεὶς ὁ πλούσιος αἰχμάλωτος ἐπιδείξασθαι Ῥωμαίοις ὅσα φεισάμενος ἐτήρησεν αὐτοῖς.

[XII] Il fatto che Emilio Paolo, non appena partì per la spedizione, poté contare su una navigazione favorevole e su un viaggio facile lo attribuisco alla volontà di un dio, essendo egli giunto all’accampamento in tempi brevi e in sicurezza. Ma vedendo che in merito alla guerra ed alla sua conduzione un episodio va ascritto alla sua acuta intraprendenza, uno a sagge decisioni, un altro al sostegno appassionato degli amici, un altro ancora al coraggio di fronte ai pericoli e all’uso di adeguate riflessioni, non posso assegnare l’evidente ed insigne successo alla sua celebrata fortuna, come per gli altri generali, a meno che qualcuno non indichi nell’avarizia di Perseo il motivo della buona sorte di Emilio in guerra, avarizia con la quale egli, temendo in maniera gretta per il proprio denaro, fece crollare le grandi e brillanti prospettive dei Macedoni legate alle speranze di vittoria. Erano infatti giunti in soccorso alle sue richieste i Basterni, diecimila cavalieri e diecimila armati alla leggera al loro fianco, tutti mercenari, uomini che non conoscevano l’agricoltura, né la navigazione e neppure vivevano di pastorizia, ma che si esercitavano sempre in una sola attività e disciplina: combattere e vincere chi si opponeva loro. E non appena ebbero posto l’accampamento nella Medica e si furono mescolati alle truppe regie, questi uomini dalla statura imponente, straordinari nell’addestramento, vanagloriosi e rinomati per le minacce che lanciavano ai nemici, diedero fiducia ai Macedoni e li convinsero che i Romani non avrebbero resistito, ma sarebbero rimasti terrorizzati dal loro aspetto ed incedere, che era sconosciuto ed orribile a vedersi. Ma Perseo, dopo aver disposto in tal modo l’animo degli uomini ed averli riempiti di speranze, quando per ciascun comandante dei mercenari gli venne chiesto un compenso di mille monete, egli preso dalle vertigini per la quantità di oro che veniva a pagare, e divenuto pazzo a causa della sua spilorceria, rinunciò all’alleanza e l’abbandonò, come se fosse l’amministratore e non l’avversario dei Romani, e dovesse rendere a coloro che combatteva una dettagliata contabilità delle spese sostenute per la guerra. Eppure gli stessi Romani gli avrebbero insegnato quello che doveva fare, essi avevano a disposizione, senz’altro equipaggiamento, non meno di centomila uomini radunati e pronti per le necessità. Egli invece, pur affrontando un tale esercito ed una guerra, il cui mantenimento era così dispendioso, contava l’oro e vi apponeva il proprio sigillo, temendo di toccarlo come se fosse d’altri. Si comportava in questo modo senza che fosse figlio di qualche lidio o fenicio, ma rivendicando in linea di parentela la grandezza di Alessandro e di Filippo, i quali avevano ottenuto un dominio assoluto proprio in quanto convinti che le ricchezze andassero spese in favore dello Stato, e non lo Stato sacrificato alle ricchezze. Si disse infatti che a conquistare le città greche non fu Filippo, ma l’oro di Filippo. Alessandro, quando intraprese la spedizione in India, vedendo che i Macedoni si trascinavano dietro a fatica ed oramai con ingombro le ricchezze sottratte ai Persiani, per prima cosa fece bruciare i carri reali, e poi convinse gli altri, fatta la stessa cosa, a levare il campo alleggeriti, come liberi da un impaccio. Perseo invece non volle salvarsi ad un prezzo esiguo, versando egli l'oro per sé stesso, i figli ed il regno, ma, portato in trionfo insieme a grandi tesori come un ricco prigioniero, mostrare ai Romani quanto, risparmiando, avesse messo da parte per loro.

[XIII] οὐ γὰρ μόνον ἀπέπεμψε τοὺς Γαλάτας ψευσάμενος, ἀλλὰ καὶ Γένθιον ἐπάρας τὸν Ἰλλυριὸν ἐπὶ τριακοσίοις ταλάντοις συνεφάψασθαι τοῦ πολέμου τὰ μὲν χρήματα τοῖς παρ᾽ αὐτοῦ πεμφθεῖσι προὔθηκεν ἠριθμημένα καὶ κατασημήνασθαι παρέσχεν ὡς δὲ πεισθεὶς ἔχειν ἃ ᾔτησεν ὁ Γένθιος ἔργον ἀσεβὲς καὶ δεινὸν ἔδρασε πρέσβεις γὰρ ἐλθόντας Ῥωμαίων πρὸς αὐτὸν [2] συνέλαβε καὶ κατέδησεν, ἡγούμενος ὁ Περσεὺς οὐδὲν ἔτι δεῖσθαι τῶν χρημάτων τὴν ἐκπολέμωσιν, ἄλυτα τοῦ Γενθίου προδεδωκότος ἔχθρας ἐνέχυρα καὶ διὰ τηλικαύτης ἀδικίας ἐμβεβληκότος ἑαυτὸν εἰς τὸν πόλεμον, ἀπεστέρησε τὸν κακοδαίμονα τῶν τριακοσίων ταλάντων, καὶ περιεῖδεν ὀλίγῳ χρόνῳ μετὰ τέκνων καὶ γυναικὸς ὡς ἀπὸ νεοττιᾶς ἀρθέντα τῆς βασιλείας ὑπὸ Λευκίου Ἀνικίου στρατηγοῦ πεμφθέντος ἐπ᾽ αὐτὸν μετὰ δυνάμεως. [3] ἐπὶ τοιοῦτον ἀντίπαλον ἐλθὼν ὁ Αἰμίλιος αὐτοῦ μὲν κατεφρόνει, τὴν δ᾽ ὑπ᾽ αὐτῷ παρασκευὴν καὶ δύναμιν ἐθαύμαζεν. ἦσαν γὰρ ἱππεῖς μὲν τετρακισχίλιοι, πεζοὶ δ᾽ εἰς φάλαγγα τετρακισμυρίων οὐ πολλοῖς ἀποδέοντες. ἱδρυμένος δὲ πρὸ τῆς θαλάττης παρὰ τὴν Ὀλυμπικὴν ὑπώρειαν ἐπὶ χωρίων οὐδαμόθεν προσαγωγὴν ἐχόντων καὶ πάντοθεν ὑπ᾽ αὐτοῦ διαπεφραγμένων ἐρύμασι καὶ προτειχίσμασι ξυλίνοις πολλὴν ἄδειαν ἦγεν, ἀποτρύσειν χρόνῳ καὶ χρημάτων δαπάνῃ τὸν Αἰμίλιον ἡγούμενος, [4] ὁ δὲ τῇ γνώμῃ μὲν ἦν ἐνεργός ἐπὶ πᾶν βούλευμα καὶ πᾶσαν τρεπόμενος πεῖραν, ὑπ᾽ ἀδείας δὲ τῆς πρόσθεν τὸν στρατὸν ὁρῶν δυσανασχετοῦντα καὶ λόγῳ πολλὰ διαστρατηγοῦντα τῶν ἀπράκτων, ἐπετίμησεν αὐτοῖς, καὶ παρήγγειλε μηδὲν πολυπραγμονεῖν μηδὲ φροντίζειν, ἀλλ᾽ ἢ τὸ σῶμα τὸ ἑαυτοῦ καὶ τὴν πανοπλίαν ἕκαστον ὅπως ἐνεργὸν παρέξει καὶ χρήσεται Ῥωμαϊκῶς τῇ μαχαίρᾳ, τὸν καιρὸν παραδόντος τοῦ στρατηγοῦ, [5] τὰς δὲ νυκτερινὰς ἐκέλευσε φυλακὰς ἄνευ λόγχης φυλάττειν, ὡς μᾶλλον προσέξοντας καὶ διαμαχουμένους πρὸς τὸν ὕπνον, ἂν ἀμύνασθαι τοὺς πολεμίους μὴ δύνωνται προσιόντας.

[XIII] Non solo rimandò indietro i Galli dopo averli ingannati, ma, persuaso anche il re illirico Gentio a partecipare alla guerra con la promessa di trecento talenti, pose il denaro contato davanti agli uomini da questo inviati ed acconsentì a che fosse sigillato: tuttavia, non appena Gentio, convinto di ottenere ciò che aveva richiesto, si rese colpevole di un’azione terribile e sacrilega – difatti aveva dato ordine di catturare e di mettere in catene gli ambasciatori romani giunti presso di lui – Perseo, ritenendo che non vi fosse più bisogno di denaro per spingerlo alle ostilità, visto che Gentio aveva dato una garanzia indissolubile di inimicizia contro Roma e con questo atto indegno si era lanciato nella guerra, privò lo sventurato dei trecento talenti e poco tempo dopo lasciò che fosse allontanato dal regno, come da un nido, assieme ai figli e alla moglie per opera del generale Lucio Anicio, inviato con un esercito a fronteggiarlo [primavera del 168 a.C.]. Emilio, giunto al confronto con un tale avversario, lo disprezzava, ma ne ammirava l’apparato bellico e l’esercito ai suoi ordini. Vi erano infatti quattromila cavalieri e i fanti che costituivano la falange erano poco meno di quarantamila. Accampatosi davanti al mare alle pendici dell’Olimpo, su di un terreno che non consentiva l’accesso da nessuna parte e circondato da lui stesso con baluardi e fortificazioni lignee, Perseo era molto tranquillo, credendo di logorare Emilio col passare del tempo in una guerra dispendiosa. Ma questo, che aveva una mente pronta ed energica, capace di volgersi verso ogni proposito e possibilità, vedendo che gli uomini, per via della precedente libertà di condotta, erano scontenti e a parole assumevano atteggiamenti da generale in merito a piani irrealizzabili, li rimproverò ed ordinò loro di non immischiarsi, di pensare a nient’altro che alla propria vita e alla propria armatura, e a tenersi preparati, ad impugnare la spada alla maniera romana, quando il generale ne avesse dato l’occasione. Ordinò anche che le sentinelle durante la notte vegliassero senza lancia, per guardarsi maggiormente dal sonno e combatterlo, se non erano in grado di respingere l’assalto del nemico.

[XIV] Ἐνοχλουμένων δὲ τῶν ἀνθρώπων μάλιστα περὶ τὴν τοῦ ποτοῦ χρείαν καὶ γὰρ ὀλίγον καὶ πονηρὸν ἐπίδυε καὶ συνελείβετο παρ᾽ αὐτὴν τὴν θάλατταν, ὁρῶν ὁ Αἰμίλιος μέγα καὶ κατηρεφὲς δένδρεσιν ὄρος τὸν Ὄλυμπον ἐπικείμενον, καὶ τεκμαιρόμενος τῇ χλωρότητι τῆς ὕλης ναμάτων ἔχειν ἀρχὰς διὰ βάθους ὑποφερομένων, ἀναπνοὰς αὐτοῖς καὶ φρέατα πολλὰ παρὰ τὴν ὑπώρειαν ὤρυττε. [2] τὰ δ᾽ εὐθὺς ἐπίμπλατο ῥευμάτων καθαρῶν, ἐπισυνδιδόντων ὁλκῇ καὶ φορᾷ τοῦ θλιβομένου πρὸς τὸ κενούμενον. καίτοι τινὲς οὔ φασιν ὑδάτων ἑτοίμων κεκρυμμένων πηγὰς ἐναποκεῖσθαι τοῖς τόποις ἐξ ὧν ῥέουσιν, οὐδ᾽ ἀποκάλυψιν οὐδὲ ῥῆξιν εἶναι τὴν ἐκβολὴν αὐτῶν, ἀλλὰ γένεσιν καὶ σύστασιν ἐνταῦθα τῆς ὕλης ἐξυγραινομένης · ἐξυγραίνεσθαι δὲ πυκνότητι καὶ ψυχρότητι τὴν νοτερὰν ἀναθυμίασιν, ὅταν ἐν βάθει καταθλιβεῖσα ῥευστικὴ γένηται. [3] καθάπερ γὰρ οἱ μαστοὶ τῶν γυναικῶν οὐχ ὥσπερ ἀγγεῖα πλήρεις εἰσὶν ἐπιρρέοντος ἑτοίμου γάλακτος, ἀλλὰ μεταβάλλοντες τὴν τροφὴν ἐν αὑτοῖς ἐργάζονται γάλα καὶ διηθοῦσιν, οὕτως οἱ περίψυκτοι καὶ πιδακώδεις τόποι τῆς γῆς ὕδωρ μὲν οὐκ ἔχουσι καλυπτόμενον, οὐδὲ κόλπους ῥεύματα καὶ βάθη ποταμῶν τοσούτων ἐξ ἑτοίμης καὶ ὑποκειμένης ἀφιέντας ἀρχῆς, τὸ δὲ πνεῦμα καὶ τὸν ἀέρα τῷ πιέζειν καὶ καταπυκνοῦν ἀποθλίβοντες εἰς ὕδωρ τρέπουσι. [4] τὰ γοῦν ὀρυττόμενα τῶν χωρίων μᾶλλον ἀναπιδύει καὶ διανάει πρὸς τὴν τοιαύτην ψηλάφησιν, ὥσπερ οἱ μαστοὶ τῶν γυναικῶν πρὸς τὸν θηλασμόν, ἀνυγραίνοντα καὶ μαλάττοντα τὴν ἀναθυμίασιν ὅσα δ᾽ ἀργὰ τῆς γῆς συμπέφρακται, τυφλὰ πρὸς γένεσιν ὑδάτων ἐστίν, οὐκ ἔχοντα τὴν ἐργαζομένην τὸ ὑγρὸν κίνησιν. [5] οἱ δὲ ταῦτα λέγοντες ἐπιχειρεῖν δεδώκασι τοῖς ἀπορητικοῖς, ὡς οὐδὲ τὸ αἷμα τοῖς ζῴοις ἔνεστιν, ἀλλὰ γεννᾶται πρὸς τὰ τραύματα πνεύματός τινος ἢ σαρκῶν μεταβολῇ, ῥύσιν ἀπεργασαμένῃ καὶ σύντηξιν. ἐλέγχονται δὲ τοῖς πρὸς τοὺς ὑπονόμους καὶ τὰς μεταλλείας ἀπαντῶσιν εἰς βάθη ποταμοῖς, οὐ κατ᾽ ὀλίγον συλλεγομένοις, ὥσπερ εἰκός ἐστιν εἰ γένεσιν ἐκ τοῦ παραχρῆμα κινουμένης τῆς γῆς λαμβάνουσιν, ἀλλ᾽ ἀθρόοις ἀναχεομένοις. ὁρῶν δὲ καὶ πέτρας πληγῇ ῥαγείσης ἐξεπήδησε ῥεῦμα λάβρον ὕδατος, εἶτα ἐπέλιπε. ταῦτα μὲν περὶ τούτων.

[XIV] Ma quando gli uomini furono in difficoltà per la mancanza d’acqua – poca e cattiva infatti ne sgorgava e scorreva nei pressi del mare – Emilio scorgendo l’altezza sovrastante del monte Olimpo e i boschi che lo ricoprivano, convinto che il verde della vegetazione testimoniasse la presenza in profondità di falde da cui scaturivano sorgenti sotterranee, fece scavare lungo le pendici del monte numerosi pozzi e condotti. Questi si riempirono immediatamente di correnti limpide, poiché l’acqua che stava compressa era convogliata verso il vuoto per forza d’attrazione ed era riportata verso l’alto. Eppure alcuni negano che sorgenti d’acqua nascoste e disponibili siano accumulate in quei luoghi da cui poi scaturiscono, e che la scaturigine non consista in una frattura né in una fuoriuscita, ma nella produzione e nella condensazione di un materiale, che in quel luogo passa allo stato liquido. Il vapore diviene acqua poiché si addensa e a causa della bassa temperatura, quando, dopo essere stato compresso in profondità, diventa fluido. Difatti come le mammelle delle donne non sono piene di latte pronto a fuoriuscire quali fossero vasi, ma, mutando il nutrimento al loro interno, producono latte e lo spremono, così i luoghi molto freddi e ricchi di sorgenti non possiedono acqua nascosta né cavità che da una scaturigine disponibile e sottostante mandino fuori profonde correnti di fiumi tanto grandi, piuttosto, schiacciando l’aria ed il vapore attraverso un’opera di compressione e condensazione, li trasformano in acqua. Dunque i luoghi dove si praticano degli scavi effondono maggiormente l’acqua e la fanno scorrere in conseguenza di questa palpazione, come le mammelle delle donne quando allattano, poiché rendono molle e liquido il vapore. Quei luoghi invece che sono chiusi non consentono il formarsi di acque poiché non sono soggetti a quel movimento che crea l’umido. Quanti affermano queste cose hanno però dato ai dubbiosi la possibilità di obiettare che neppure il sangue si trova all’interno degli animali, ma è generato, in conseguenza delle ferite, attraverso il mutamento di un certo vapore o delle carni, mutamento che produrrebbe una dissoluzione e un flusso di liquidi. Tuttavia costoro vengono contraddetti da quelli che, mettendo mine per le gallerie o per le miniere, incontrano in profondità fiumi i quali non si raccolgono in tempi lunghi, come sarebbe naturale se si venissero a formare all’istante per il sommovimento della terra, ma fluiscono tutti insieme. E dalla roccia fessurata con un colpo zampilla un violento getto d’acqua, e poi si asciuga. Questo è quanto concerne tali fatti.

[XV] ὁ δ᾽ Αἰμίλιος ἡμέρας μέν τινας ἠρέμει, καί φασι μήποτε τηλικούτων στρατοπέδων ἐγγὺς οὕτω συνελθόντων ἡσυχίαν γενέσθαι τοσαύτην. ἐπεὶ δὲ κινῶν ἅπαντα καὶ πειρώμενος ἐπυνθάνετο μίαν εἰσβολὴν ἔτι μόνον ἄφρουρον ἀπολείπεσθαι, τὴν διὰ Περραιβίας παρὰ τὸ Πύθιον καί τὴν Πέτραν, τῷ μὴ φυλάττεσθαι τὸν τόπον ἐλπίσας μᾶλλον ἢ δι᾽ ἣν οὐκ ἐφυλάττετο δυσχωρίαν καί τραχύτητα δείσας ἐβουλεύετο. [2] πρῶτος δὲ τῶν παρόντων ὁ Νασικᾶς ἐπικαλούμενος Σκηπίων, γαμβρὸς Ἀφρικανοῦ Σκηπίωνος, ὕστερον δὲ μέγιστον ἐν τῇ συγκλήτῳ δυνηθείς, ὑπεδέξατο τῆς κυκλώσεως ἡγεμὼν γενέσθαι, δεύτερος δὲ Φάβιος Μάξιμος, ὁ πρεσβύτατος τῶν Αἰμιλίου παίδων, ἔτι μειράκιον ὤν, ἀνέστη προθυμούμενος, [3] ἡσθεὶς οὖν ὁ Αἰμίλιος δίδωσιν αὐτοῖς οὐχ ὅσους Πολύβιος εἴρηκεν, ἀλλ᾽ ὅσους αὐτὸς ὁ Νασικᾶς λαβεῖν φησι, γεγραφὼς περὶ τῶν πράξεων τούτων ἐπιστόλιον πρός τινα τῶν βασιλέων, οἱ μέν ἐκτὸς τάξεως Ἰταλικοὶ τρισχίλιοι τὸ πλῆθος ἦσαν, τὸ δ᾽ εὐώνυμον κέρας εἰς πεντακισχιλίους, [4] τούτοις προσλαβὼν ὁ Νασικᾶς ἱππεῖς ἑκατὸν εἴκοσι καί τῶν παρ’ Ἁρπάλῳ Θρᾳκῶν καί Κρητῶν ἀναμεμιγμένων διακοσίους, ἐξώρμησε τῇ πρὸς θάλασσαν ὁδῷ, καί κατεστρατοπέδευσε παρὰ τὸ Ἡράκλειον, ὡς δὴ ταῖς ναυσὶ μέλλων ἐκπεριπλεῖν καί κυκλοῦσθαι τὸ στρατόπεδον τῶν πολεμίων, [5] ἐπεὶ δ᾽ ἐδείπνησαν οἱ στρατιῶται καί σκότος ἐγένετο, τοῖς ἡγεμόσι φράσας τὸ ἀληθὲς ἦγε διὰ νυκτὸς τὴν ἐναντίαν ἀπὸ θαλάττης, καί καταλύσας ἀνέπαυε τὴν στρατιὰν ὑπὸ τὸ Πύθιον. ἐνταῦθα τοῦ Ὀλύμπου τὸ ὕψος ἀνατείνει πλέον ἢ δέκα σταδίους: σημαίνεται δὲ ἐπιγράμματι τοῦ μετρήσαντος οὕτως · [6] Οὐλύμπου κορυφῆς ἐπὶ Πυθίου Ἀπόλλωνος ἱερὸν ὕψος ἔχει, πρός κάθετον δὲ μέτρον, πλήρη μέν δεκάδα σταδίων μίαν, αὐτὰρ ἐπ᾽ αὐτῇ πλέθρον τετραπέδῳ λειπόμενον μεγέθει. Εὐμήλου δέ μιν υἱὸς ἐθήκατο μέτρα κελεύθου Ξειναγόρης: σὺ δ᾽, ἄναξ, χαῖρε καί ἐσθλὰ δίδου. [7] καίτοι λέγουσιν οἱ γεωμετρικοὶ μήτε ὄρους ὕψος μήτε βάθος θαλάττης ὑπερβάλλειν δέκα σταδίους. ὁ μέντοι Ξεναγόρας οὐ παρέργως, ἀλλὰ μεθόδῳ καί δι᾽ ὀργάνων εἰληφέναι δοκεῖ τὴν μέτρησιν.

[XV] Emilio rimase fermo per alcuni giorni e si dice che, pur stando accampati di fronte eserciti così imponenti, mai vi fu una tale quiete. Ad ogni modo, dopo che considerando ogni cosa e facendo ripetuti tentativi venne a sapere di un unico passo rimasto incustodito, quello attraverso la Perrebia nei pressi di Pitio e Petra, riposta fiducia nell’assenza di sorveglianza del luogo piuttosto che farsi prendere dal timore dell’impervia asprezza del terreno, per la quale il passo non era custodito, convocò un consiglio di guerra. Tra i presenti Scipione soprannominato Nasica, genero di Scipione l’Africano, divenuto in seguito assai potente all’interno del Senato, per primo accettò di guidare la manovra di aggiramento. Per secondo si alzò in piedi pieno di coraggio Fabio Massimo, il maggiore dei figli di Emilio, che era ancora un ragazzo. Emilio allora rallegratosi affidò loro non il numero di uomini riportato da Polibio, ma quello che lo stesso Nasica dice di aver ottenuto, visto che in merito a questi episodi scrisse una breve lettera ad un re. Gli Italici al di fuori delle legioni erano tremila, e l’ala sinistra era costituita da quindicimila uomini. Con questi Nasica, presi centoventi cavalieri oltre a duecento traci e cretesi mescolati tra loro al comando di Arpalo, si mise in viaggio lungo il sentiero diretto al mare e pose l’accampamento nei pressi del tempio di Eracle come per doppiare con le navi il nemico ed accerchiarlo. Ma, dopo che gli uomini ebbero mangiato e calò il buio, Nasica, esposto ai comandanti il vero motivo della spedizione, durante la notte guidò l’esercito in direzione opposta al mare e, sospesa in seguito la marcia, diede riposo all’esercito sotto il santuario di Apollo. Lì il monte Olimpo si erge per più di dieci stadi, e così viene indicato da un’iscrizione posta da chi ha compiuto la misura: l’altezza della sacra vetta dell’Olimpo sopra il santuario di Apollo Pitico raggiunge per intero una decade di stadi (la misura è presa lungo un lato perpendicolare) oltre ad un pletro mancante di quattro piedi. Senagora, il figlio di Eumelo, quest’iscrizione quale calcolo della distanza ha posto. A te, o Signore, il saluto e concedimi prosperità. Eppure chi è esperto di geometria afferma che né l’altezza di un monte né la profondità di un mare superi i dieci stadi. Ma pare che Senagora abbia compiuto la misurazione non in modo impreciso, bensì seguendo la regola e tramite una strumentazione.

[XVI] ὁ μὲν οὖν Νασικᾶς ἐνταῦθα διενυκτέρευσε · τῷ δὲ Περσεῖ τὸν Αἰμίλιον ἀτρεμοῦντα κατὰ χώραν ὁρῶντι καὶ μὴ λογιζομένῳ τὸ γινόμενον ἀποδρὰς ἐκ τῆς ὁδοῦ Κρὴς αὐτόμολος ἧκε μηνύων τὴν περίοδον τῶν Ῥωμαίων. ὁ δὲ συνταραχθείς τὸ μὲν στρατόπεδον οὐκ ἐκίνησε, μυρίους δὲ μισθοφόρους ξένους καὶ δισχιλίους Μακεδόνας Μίλωνι παραδοὺς ἐξαπέστειλε, παρακελευσάμενος ταχῦναι καὶ καταλαβεῖν τὰς ὑπερβολάς. [2] τούτοις ὁ μὲν Πολύβιός φησιν ἔτι κοιμωμένοις ἐπιπεσεῖν τοὺς Ῥωμαίους, ὁ δὲ Νασικᾶς ὀξὺν ἀγῶνα περὶ τοῖς ἄκροις γενέσθαι καὶ κίνδυνον, αὐτὸς δὲ Θρᾷκα μισθοφόρον εἰς χεῖρας συνδραμόντα τῷ ξυστῷ διὰ τοῦ στήθους πατάξας καταβαλεῖν, ἐκβιασθέντων δὲ τῶν πολεμίων, καὶ τοῦ Μίλωνος αἴσχιστα φεύγοντος ἄνευ τῶν ὅπλων μονοχίτωνος, ἀσφαλῶς ἀκολουθεῖν, ἅμα καταβιβάζων εἰς τὴν χώραν τὸ στράτευμα. [3] τούτων δὲ τῷ Περσεῖ προσπεσόντων κατὰ τάχος ἀναζεύξας ἦγεν ὀπίσω, περίφοβος γεγονὼς καὶ συγκεχυμένος ταῖς ἐλπίσιν. αὐτοῦ δ᾽ ὅμως πρὸ τῆς Πύδνης ὑπομένοντα πειρᾶσθαι μάχης ἀναγκαῖον ἦν, ἢ τῷ στρατῷ σκεδασθέντι περὶ τὰς πόλεις δέχεσθαι τὸν πόλεμον, ἐπείπερ ἅπαξ ἐμβέβηκε τῇ χώρᾳ, δίχα πολλοῦ φόνου καὶ νεκρῶν ἐκπεσεῖν μὴ δυνάμενον. [4] πλήθει μὲν οὖν ἀνδρῶν αὐτόθεν περιεῖναι, προθυμίαν δὲ πολλὴν ὑπάρχειν ἀμυνομένοις περὶ τέκνων καὶ γυναικῶν, ἐφορῶντος ἕκαστα τοῦ βασιλέως καὶ προκινδυνεύοντος. ἐκ τούτων ἐθάρσυνον οἱ φίλοι τὸν Περσέα · καὶ βαλόμενος στρατόπεδον συνετάττετο πρὸς μάχην, καὶ τὰ χωρία κατεσκοπεῖτο, καὶ διῄρει τὰς ἡγεμονίας, ὡς εὐθὺς ἐξ ἐφόδου τοῖς Ῥωμαίοις ἀπαντήσων. [5] ὁ δὲ τόπος καὶ πεδίον ἦν τῇ φάλαγγι βάσεως ἐπιπέδου καὶ χωρίων ὁμαλῶν δεομένῃ, καὶ λόφοι συνεχεῖς ἄλλος ἐξ ἄλλου τοῖς γυμνητεύουσι καὶ ψιλοῖς ἀναφυγὰς καὶ περιδρομὰς ἔχοντες, διὰ μέσου δὲ ποταμοὶ ῥέοντες Αἴσων καὶ Λεῦκος οὐ μάλα βαθεῖς τότε - θέρους γὰρ ἦν ὥρα φθίνοντος - ἐδόκουν τινὰ δυσεργίαν ὅμως τοῖς Ῥωμαίοις παρέξειν.

[XVI] Nasica dunque passò lì la notte. Ma da Perseo, il quale vedeva Emilio tranquillo nella pianura e non era al corrente di quanto accadeva, giunse, fuggito dalla marcia, un disertore cretese svelando la manovra di aggiramento dei Romani. Perseo, pur turbato, non mosse l’esercito, ma affidati a Milone diecimila mercenari stranieri e duemila Macedoni, l’inviò con l’ordine di affrettarsi ed occupare i passi. Polibio dice che i Romani piombarono su di loro mentre ancora dormivano, Nasica invece afferma che sopra le alture vi fu un aspro e pericoloso conflitto, egli stesso racconta di aver respinto un mercenario trace, che si era lanciato contro di lui, dopo avergli trapassato il petto con la punta dell’asta e cacciati i nemici, mentre Milone si dava vergognosamente alla fuga senz’armi e con indosso la sola tunica, li inseguì portando nel frattempo l’esercito verso la pianura. Abbattutesi su Perseo tali notizie, levato in fretta il campo condusse indietro l’esercito, preso dal timore e sconvolto nelle sue speranze. Si trovava tuttavia costretto o a tentare la battaglia rimanendo davanti a Pidna oppure attendere la guerra con l’esercito sparso nelle città, ma proprio per questo, una volta che la guerra fosse arrivata nel territorio, non poteva allontanarla senza un grande spargimento di sangue e perdite umane. In quanto a numero di uomini Perseo in quel momento era superiore, e chi combatteva in difesa delle mogli e dei figli possedeva molto coraggio, anche perché il re assisteva ad ogni cosa ed era pronto ad affrontare per primo il pericolo. Per questi motivi gli amici incoraggiavano Perseo ed egli, dopo aver mosso l’esercito, lo schierò per la battaglia, esplorò il terreno e suddivise i comandi, nell’intenzione di affrontare subito i Romani al primo contatto. Il luogo pareva molto adatto poiché vi era una spianata per la falange, che necessita di una andatura in piano e di terreni regolari, e delle colline, le une accanto alle altre, che offrivano possibilità di aggiramento e vie di fuga per gli schermagliatori e quelli armati alla leggera. I fiumi che scorrevano nel mezzo, l’Esone e il Leuco, non molto profondi in quel periodo dell’anno (si era al fine dell’estate), sembravano tuttavia in grado di arrecare ai Romani una qualche difficoltà di azione.

[XVII] ὁ δ᾽ Αἰμίλιος, ὡς εἰς ταὐτὸν συνέμιξε τῷ Νασικᾷ, κατέβαινε συντεταγμένος ἐπὶ τοὺς πολεμίους, ὡς δ᾽ εἶδε τὴν παράταξιν αὐτῶν καὶ τὸ πλῆθος, θαυμάσας ἐπέστησε τὴν πορείαν, αὐτός τι πρὸς ἑαυτὸν συλλογιζόμενος. οἱ δ᾽ ἡγεμονικοὶ νεανίσκοι προθυμούμενοι μάχεσθαι παρελαύνοντες ἐδέοντο μὴ μέλλειν, καὶ μάλιστα πάντων ὁ Νασικᾶς τῇ περὶ τὸν Ὄλυμπον εὐτυχίᾳ τεθαρρηκώς. [2] ὁ δ᾽ Αἰμίλιος, μειδιάσας, ‘εἴ γε τὴν σὴν,’ εἶπεν, ‘ἡλικίαν εἶχον αἱ δὲ πολλαί με νῖκαι διδάσκουσαι τὰ τῶν ἡττωμένων ἁμαρτήματα, κωλύουσιν ἐξ ὁδοῦ μάχην τίθεσθαι πρὸς φάλαγγα συντεταγμένην ἤδη καὶ συνεστῶσαν.’ ἐκ τούτου τὰ μὲν πρῶτα καὶ καταφανῆ πρὸς τοὺς πολεμίους ἐκέλευσεν εἰς σπείρας καθιστάμενα ποιεῖν σχῆμα παρατάξεως, τοὺς δ᾽ ἀπ᾽ οὐρᾶς στραφέντας ἐν χώρᾳ χάρακα βαλέσθαι καὶ στρατοπεδεύειν. [3] οὕτω δὲ τῶν συνεχῶν τοῖς τελευταίοις καθ᾽ ὑπαγωγὴν ἐξελιττομένων ἔλαθε τὴν παράταξιν ἀναλύσας καὶ καταστήσας ἀθορύβως εἰς τὸν χάρακα πάντας. ἐπεὶ δὲ νὺξ γεγόνει καὶ μετὰ δεῖπνον ἐτράποντο πρὸς ὕπνον καὶ ἀνάπαυσιν, αἰφνίδιον ἡ σελήνη πλήρης οὖσα καὶ μετέωρος ἐμελαίνετο καὶ τοῦ φωτὸς ἀπολιπόντος αὐτὴν χρόας ἀμείψασα παντοδαπὰς ἠφανίσθη. [4] τῶν δὲ Ῥωμαίων, ὥσπερ ἐστὶ νενομισμένον, χαλκοῦ τε πατάγοις ἀνακαλουμένων τὸ φῶς αὐτῆς καὶ πυρὰ πολλὰ δαλοῖς καὶ δᾳσὶν ἀνεχόντων πρὸς τὸν οὐρανόν, οὐδὲν ὅμοιον ἔπραττον οἱ Μακεδόνες, ἀλλὰ φρίκη καὶ θάμβος τὸ στρατόπεδον κατεῖχε καὶ λόγος ἡσυχῇ διὰ πολλῶν ἐχώρει, βασιλέως τὸ φάσμα σημαίνειν ἔκλειψιν. [5] ὁ δ᾽ Αἰμίλιος οὐκ ἦν μὲν ἀνήκοος οὐδ᾽ ἄπειρος παντάπασι τῶν ἐκλειπτικῶν ἀνωμαλιῶν, αἳ τὴν σελήνην περιφερομένην εἰς τὸ σκίασμα τῆς γῆς ἐμβάλλουσι τεταγμέναις περιόδοις καὶ ἀποκρύπτουσιν, ἄχρι οὗ παρελθοῦσα τὴν ἐπισκοτουμένην χώραν πάλιν ἐπιλάμψῃ πρὸς τὸν ἥλιον οὐ μὴν ἀλλὰ τῷ θείῳ πολὺ νέμων καὶ φιλοθύτης ὢν καὶ μαντικός, ὡς εἶδε πρῶτον τὴν σελήνην ἀποκαθαιρομένην, ἕνδεκα μόσχους αὐτῇ κατέθυσεν. [6] ἅμα δ᾽ ἡμέρᾳ τῷ Ἡρακλεῖ βουθυτῶν οὐκ ἐκαλλιέρει μέχρις εἴκοσι: τῷ δὲ πρώτῳ καὶ εἰκοστῷ παρῆν τὰ σημεῖα καὶ νίκην ἀμυνομένοις ἔφραζεν. εὐξάμενος οὖν κατὰ βοῶν ἑκατὸν καὶ ἀγῶνος ἱεροῦ τῷ θεῷ, προσέταξε διακοσμεῖν τοῖς ἡγεμόσι τὸν στρατὸν εἰς μάχην αὐτός δὲ τὴν ἀπόκλισιν καὶ περιφορὰν ἀναμένων τοῦ φωτός, ὅπως μὴ κατὰ προσώπου μαχομένοις αὐτοῖς ἕωθεν ἥλιος ἀντιλάμποι, παρῆγε τὸν χρόνον ἐν τῇ σκηνῇ καθεζόμενος ἀναπεπταμένῃ πρὸς τὸ πεδίον καὶ τὴν στρατοπεδείαν τῶν πολεμίων.

[XVII] Emilio, non appena si congiunse con Nasica, scese schierato contro il nemico. Tuttavia, come ne vide la disposizione in campo ed il numero, meravigliatosi fece sospendere la marcia, meditando fra sé. I giovani ufficiali pronti a combattere, passandogli accanto a cavallo, non sopportavano l’attesa, e più di tutti Nasica, incoraggiato dalla vittoria ottenuta presso il monte Olimpo. “Di sicuro attaccherei, se avessi la tua età – disse Emilio sorridendo – ma le numerose vittorie, dalle quali apprendo gli errori degli sconfitti, mi impediscono di ingaggiare battaglia appena terminata la marcia e contro una falange schierata, già serrata in posizione di battaglia”. Perciò diede ordine che la parte anteriore dell’esercito, quella ben visibile al nemico, dispiegandosi in manipoli, assumesse la formazione schierata, mentre gli altri, staccatisi indietro dalla retroguardia, piantassero una palizzata e tirassero su il campo. In questo modo mentre quelli vicini alla retroguardia si voltavano con un graduale movimento di ritirata, egli in segreto sciolse lo schieramento e senza rumore fece entrare tutti nella palizzata. Sopraggiunta la notte e dopo che tutti in seguito alla cena si volsero al sonno ed al riposo, d’improvviso la luna, che era piena ed alta nel cielo, si oscurò e mentre la luce la abbandonava, mutando ogni sorta di colore, scomparve. Ma, se da una parte i Romani, come è loro consuetudine, richiamavano la luce della luna percuotendo i bronzi e sollevando verso il cielo numerosi fuochi di torce e fiaccole, i Macedoni invece non facevano nulla di simile, piuttosto un terribile sgomento prendeva l’esercito ed una voce di nascosto si diffondeva tra molti, ovvero che il segno celeste indicava l’eclissarsi del re. Emilio invece non ignorava né era del tutto all’oscuro delle anomalie dovute alle eclissi, le quali in momenti stabiliti spingono la luna, nel suo passaggio, verso l’ombra della terra e la nascondono fino a che, superata la zona avvolta nel buio, torna a brillare al cospetto del sole. Ad ogni modo, poiché attribuiva un grande onore alla divinità, essendo interessato ai sacrifici rituali e un conoscitore dell’arte divinatoria, non appena vide la luna oscurarsi, le fece immolare undici vitelli. Nella medesima giornata, sacrificando buoi ad Eracle, non ottenne presagi favorevoli fino alla ventesima vittima, ma nella ventunesima si mostrarono dei segni ed indicavano la vittoria per chi si fosse difeso. Dopo aver dunque promesso al dio un sacrificio di cento buoi e sacre competizioni, fece preparare agli ufficiali l’esercito per la battaglia. Egli, attendendo che i raggi del sole superassero il mezzogiorno e declinassero, perché la luce da oriente non colpisse nel volto gli uomini che combattevano, trascorse il tempo seduto nella sua tenda, che era aperta verso la pianura e il campo dei nemici.

[XVIII] περὶ δὲ δείλην οἱ μὲν αὐτοῦ φασι τοῦ Αἰμιλίου τεχνάζοντος ἐκ τῶν πολεμίων γενέσθαι τὴν ἐπιχείρησιν, ἀχάλινον ἵππον ἐξελάσαντας ἐμβαλεῖν αὐτοῖς τοὺς Ῥωμαίους, καὶ τοῦτον ἀρχὴν μάχης διωκόμενον παρασχεῖν οἱ δὲ Ῥωμαϊκῶν ὑποζυγίων χορτάσματα παρακομιζόντων ἅπτεσθαι Θρᾷκας, ὧν Ἀλέξανδρος ἡγεῖτο, πρὸς δὲ τούτους ἐκδρομὴν ὀξεῖαν ἑπτακοσίων Λιγύων γενέσθαι: παραβοηθούντων δὲ πλειόνων ἑκατέροις οὕτω συνάπτεσθαι τὴν μάχην ἀμφοτέρων. [2] ὁ μὲν οὖν Αἰμίλιος ὥσπερ κυβερνήτης τῷ παρόντι σάλῳ καὶ κινήματι τῶν στρατοπέδων τεκμαιρόμενος τὸ μέγεθος τοῦ μέλλοντος ἀγῶνος, ἐκ τῆς σκηνῆς προῆλθε καὶ τὰ τάγματα τῶν ὁπλιτῶν ἐπιὼν παρεθάρρυνεν, ὁ δὲ Νασικᾶς ἐξιππασάμενος πρὸς τοὺς ἀκροβολιζομένους ὁρᾷ πάντας ὅσον οὔπω τοὺς πολεμίους ἐν χερσὶν ὄντας. [3] πρῶτοι δ᾽ οἱ Θρᾷκες ἐχώρουν, ὧν μάλιστά φησιν ἐκπλαγῆναι τὴν ὄψιν, ἄνδρες ὑψηλοὶ τὰ σώματα, λευκῷ καὶ περιλάμποντι θυρεῶν καὶ περικνημίδων ὁπλισμῷ μέλανας ὑπενδεδυμένοι χιτῶνας, ὀρθὰς δὲ ῥομφαίας βαρυσιδήρους ἀπὸ τῶν δεξιῶν ὤμων ἐπισείοντες, παρὰ δὲ τοὺς Θρᾷκας οἱ μισθοφόροι παρενέβαλλον, ὧν σκευαί τε παντοδαπαὶ, καὶ μεμιγμένοι Παίονες ἦσαν ἐπὶ δὲ τούτοις ἄγημα τρίτον οἱ λογάδες, αὐτῶν Μακεδόνων ἀρετῇ καὶ ἡλικίᾳ τὸ καθαρώτατον, ἀστράπτοντες ἐπιχρύσοις ὅπλοις καὶ νεουργοῖς φοινικίσιν. [4] οἷς καθισταμένοις εἰς τάξιν αἱ τῶν χαλκασπίδων ἐπανατέλλουσαι φάλαγγες ἐκ τοῦ χάρακος ἐνέπλησαν αὐγῆς σιδήρου καὶ λαμπηδόνος χαλκοῦ τὸ πεδίον, κραυγῆς δὲ καὶ θορύβου παρακελευομένων τὴν ὀρεινήν. οὕτω δὲ θρασέως καὶ μετὰ τάχους ἐπῄεσαν ὥστε τοὺς πρώτους νεκροὺς ἀπὸ δυεῖν σταδίων τοῦ Ῥωμαϊκοῦ χάρακος καταπεσεῖν.

[XVIII] Alcuni dicono che nel pomeriggio, per un artificio escogitato dallo stesso Emilio in modo da far muovere a battaglia per primi i nemici, spinto innanzi un cavallo senza briglie i Romani lo lanciarono contro di loro, e l’inseguimento del cavallo diede inizio all’attacco: secondo altri invece i Traci, di cui era al comando Alessandro, attaccarono le bestie da soma dei Romani mentre trasportavano foraggio ed in risposta vi fu l’immediata carica di settecento Liguri. In questo modo dunque, poiché un numero sempre maggiore di uomini veniva in soccorso dell’uno e dell’altro gruppo, s’ingaggiò battaglia da entrambi gli schieramenti. Emilio, deducendo come un nocchiero dall’ondeggiare e dall’agitarsi in quel momento degli eserciti la grandezza dell’imminente scontro, uscì dalla tenda ed avvicinandosi alle schiere dei soldati li incoraggiò. Nasica, uscito a cavallo verso gli schermagliatori, vede che l’intero esercito nemico non è ancora schierato. Per primi marciavano i Traci, alla cui vista più di tutto egli dice di essere rimasto sbigottito, uomini di alta statura, che indossavano tuniche nere sotto l’equipaggiamento bianco e scintillante degli scudi oblunghi e degli schinieri, che dalla spalla destra brandivano dritte e lunghe spade dalla lama di ferro pesante. Dietro i Traci muovevano schierati i mercenari, il cui armamento era vario, ed a questi erano mescolati quelli della Peonia. Oltre a loro, in terza fila, venivano le truppe scelte, la parte migliore dell’esercito macedone per valore ed età, sfolgoranti nelle loro armature ricoperte d’oro e nei mantelli color porpora di recente lavorazione. Dietro a questi, che si disponevano in formazione, le falangi degli scudi bronzei, uscendo fuori dal campo, riempirono la pianura di bagliori e di riflessi di bronzo, e le colline con grida e clamore di quanti si esortavano a vicenda. Si avvicinarono con così grande velocità ed audacia che i primi morti caddero alla distanza di due stadi dall’accampamento romano.

[XIX] γιγνομένης δὲ τῆς ἐφόδου παρῆν ὁ Αἰμίλιος, καὶ κατελάμβανεν ἤδη τοὺς ἐν τοῖς ἀγήμασι Μακεδόνας ἄκρας τάς σαρίσας προσερηρεικότας τοῖς θυρεοῖς τῶν Ῥωμαίων καὶ μὴ προσιεμένους εἰς ἐφικτὸν αὐτῶν τάς μαχαίρας, ἐπεὶ δὲ καὶ τῶν ἄλλων Μακεδόνων τάς τε πέλτας ἐξ ὤμου περισπασάντων καὶ ταῖς σαρίσαις ἀφ᾽ ἑνὸς συνθήματος κλιθείσαις ὑποστάντων τοὺς θυρεοφόρους εἶδε τήν τε ῥώμην τοῦ συνασπισμοῦ καὶ τήν τραχύτητα τῆς προβολῆς, ἔκπληξις αὐτὸν ἔσχε καὶ δέος, ὡς οὐδὲν ἰδόντα πώποτε θέαμα φοβερώτερον · [2] καὶ πολλάκις ὕστερον ἐμέμνητο τοῦ πάθους ἐκείνου καὶ τῆς ὄψεως, τότε δὲ πρὸς τοὺς μαχομένους ἐπιδεικνύμενος ἵλεω καὶ φαιδρὸν ἑαυτόν ἄνευ κράνους καὶ θώρακος ἵππῳ παρήλαυνεν. ὁ δὲ τῶν Μακεδόνων βασιλεύς, ὥς φησι Πολύβιος, τῆς μάχης ἀρχὴν λαμβανούσης ἀποδειλιάσας εἰς πόλιν ἀφιππάσατο, σκηψάμενος Ἡρακλεῖ θύειν, δειλὰ παρὰ δειλῶν ἱερὰ μὴ δεχομένῳ μηδ᾽ εὐχὰς ἀθεμίτους ἐπιτελοῦντι. [3] θεμιτὸν γὰρ οὐκ ἔστιν οὔτε τόν μὴ βάλλοντα κατευστοχεῖν οὔτε τόν μὴ μένοντα κρατεῖν οὔθ᾽ ὅλως τόν ἄπρακτον εὐπραγεῖν οὔτε τόν κακὸν εὐδαιμονεῖν. ἀλλὰ ταῖς Αἰμιλίου παρῆν εὐχαῖς ὁ θεός · εὔχετο γὰρ κράτος πολέμου καὶ νίκην δόρυ κρατῶν, καὶ μαχόμενος παρεκάλει σύμμαχον τόν θεόν. [4] οὐ μὴν ἀλλὰ Ποσειδώνιός τις ἐν ἐκείνοις τοῖς χρόνοις καὶ ταῖς πράξεσι γεγονέναι λέγων, ἱστορίαν δὲ γεγραφὼς περὶ Περσέως ἐν πλείοσι βιβλίοις, φησὶν αὐτὸν οὐχ ὑπὸ δειλίας οὐδὲ τήν θυσίαν ποιησάμενον αἰτίαν ἀπελθεῖν, ἀλλὰ τῇ προτέρᾳ τῆς μάχης τυχεῖν λελακτισμένον ὑφ᾽ ἵππου τὸ σκέλος · ἐν δὲ τῇ μάχῃ, καίπερ ἔχοντα δυσχρήστως καὶ κωλυόμενον ὑπὸ τῶν φίλων, ἵππον αὑτῷ κελεῦσαι τῶν φορέων προσαγαγεῖν καὶ περιβάντα συμμῖξαι τοῖς ἐπὶ τῆς φάλαγγος [5] ἀθωράκιστον. φερομένων δὲ παντοδαπῶν ἑκατέρωθεν βελῶν, παλτὸν ἐμπεσεῖν ὁλοσίδηρον αὐτῷ, καὶ τῇ μὲν ἀκμῇ μὴ θιγεῖν, ἀλλὰ πλάγιον παρὰ τήν ἀριστερὰν πλευρὰν παραδραμεῖν, ῥύμῃ δὲ τῆς παρόδου τόν τε χιτῶνα διακόψαι καὶ τήν σάρκα φοινίξαι τυφλῷ μώλωπι, πολὺν χρόνον διαφυλάξαντι τόν τύπον, ταῦτα μὲν οὖν ὁ Ποσειδώνιος ὑπὲρ τοῦ Περσέως ἀπολογεῖται.

[XIX] Durante l’attacco Emilio era presente e s’accorse che i Macedoni schierati avevano già piantato la punta delle aste negli scudi romani e non consentivano ai gladi di avvicinarsi. Ma, nel momento in cui, mentre gli altri Macedoni, tirata giù dalle spalle la pelta, con le aste abbassate ad un unico segnale si opponevano ai portatori di scudi, egli vide sia la resistenza di quell’ordine compatto che l’asprezza di quel baluardo, un timore lo prese lasciandolo sbigottito, poiché mai aveva assistito ad uno spettacolo più spaventoso, e spesso anche in seguito ricordava quell’emozione e quanto aveva visto. Allora però, mostrandosi agli uomini che combattevano sereno ed imperturbato, passò a cavallo accanto a loro senza elmo né corazza. Il re dei Macedoni invece, come dice Polibio [29, 18], iniziata la battaglia, assalito dal terrore, si allontanò a cavallo verso la città, con il pretesto di andare a sacrificare ad Eracle, il quale però non accoglie dai vili offerte vili e neppure esaudisce preghiere inique. Non è giusto infatti né che chi non colpisce vada a segno, né che chi fugge vinca, né che, insomma, l’indolente prosperi e che al malvagio arrida la fortuna. Ma il dio assisteva le preghiere di Emilio: brandendo la lancia pregò per ottenere superiorità e vittoria in battaglia, e combattendo invocò il dio come alleato. Tuttavia un certo Posidonio, che dice di essere vissuto in quei tempi e di aver assistito a quegli eventi, avendo composto un’opera storiografica in molti libri riguardanti Perseo , afferma che questo non si allontanò per viltà, né avendo preso come scusa il sacrificio, ma il giorno prima della battaglia in un incidente venne colpito da un cavallo alla gamba, ed anzi in battaglia, nonostante avesse difficoltà e fosse trattenuto dagli amici, ordinò che gli portassero un cavallo di quelli da soma e, salito in sella, si unì alla falange senza alcuna protezione: e, mentre da una parte e dall’altra volava ogni sorta di proiettile, un giavellotto di ferro pieno lo colpì, non lo ferì con la punta, gli passò accanto obliquo lungo il fianco sinistro, ma per il violento attrito provocato dal passaggio squarciò la tunica e fece arrossare la pelle con una livida vescica, che a lungo mantenne il segno del colpo ricevuto. Questo scrive Posidonio a giustificazione di Perseo.

[XX] τῶν δὲ Ῥωμαίων, ὡς ἀντέστησαν τῇ φάλαγγι, μὴ δυναμένων βιάζεσθαι, Σάλουιος ὁ τῶν Πελιγνῶν ἡγούμενος ἁρπάσας τὸ σημεῖον τῶν ὑφ᾽ αὑτὸν εἰς τοὺς πολεμίους ἔρριψε. τῶν δὲ Πελιγνῶν οὐ γάρ ἐστιν Ἰταλοῖς θεμιτὸν οὐδ᾽ ὅσιον ἐγκαταλιπεῖν σημεῖον ἐπιδραμόντων πρὸς ἐκεῖνον τὸν τόπον ἔργα δεινὰ καὶ πάθη παρ᾽ ἀμφοτέρων ἀπήντα συμπεσόντων. [2] οἱ μὲν γὰρ ἐκκρούειν τε τοῖς ξίφεσι τὰς σαρίσας ἐπειρῶντο καὶ πιέζειν τοῖς θυρεοῖς καὶ ταῖς χερσὶν αὐταῖς ἀντιλαμβανόμενοι παραφέρειν, οἱ δὲ τὴν προβολὴν κρατυνάμενοι δι᾽ ἀμφοτέρων καὶ τοὺς προσπίπτοντας αὐτοῖς ὅπλοις διελαύνοντες, οὔτε θυρεοῦ στέγοντος οὔτε θώρακος τὴν βίαν τῆς σαρίσης, ἀνερρίπτουν ὑπὲρ κεφαλὴν τὰ σώματα τῶν Πελιγνῶν καὶ Μαρρουκινῶν, κατ᾽ οὐδένα λογισμὸν, ἀλλὰ θυμῷ θηριώδει, πρὸς ἐναντίας πληγὰς καὶ προὖπτον ὠθουμένων θάνατον. [3] οὕτω δὲ τῶν προμάχων διαφθαρέντων ἀνεκόπησαν οἱ κατόπιν αὐτῶν ἐπιτεταγμένοι: καὶ φυγὴ μὲν οὐκ ἦν, ἀναχώρησις δὲ πρὸς ὄρος τὸ καλούμενον Ὀλόκρον, ὥστε καὶ τὸν Αἰμίλιον ἰδόντα φησὶν ὁ Ποσειδώνιος καταρρήξασθαι τὸν χιτῶνα, τούτων μὲν ἐνδιδόντων, τῶν δ᾽ ἄλλων Ῥωμαίων διατρεπομένων τὴν φάλαγγα προσβολὴν οὐκ ἔχουσαν, ἀλλ᾽ ὥσπερ χαρακώματι τῷ πυκνώματι τῶν σαρισῶν ὑπαντιάζουσαν πάντοθεν ἀπρόσμαχον. [4] ἐπεὶ δὲ τῶν τε χωρίων ἀνωμάλων ὄντων, καὶ διὰ τὸ μῆκος τῆς παρατάξεως οὐ φυλαττούσης ἀραρότα τὸν συνασπισμόν, κατεῖδε τὴν φάλαγγα τῶν Μακεδόνων κλάσεις τε πολλὰς καὶ διασπάσματα λαμβάνουσαν, ὡς εἰκὸς ἐν μεγάλοις στρατοῖς καὶ ποικίλαις ὁρμαῖς τῶν μαχομένων, τοῖς μὲν ἐκθλιβομένην μέρεσι, τοῖς δὲ προπίπτουσαν, ἐπιὼν ὀξέως καὶ διαιρῶν τὰς σπείρας ἐκέλευεν εἰς τὰ διαλείμματα καὶ κενώματα τῆς τῶν πολεμίων τάξεως παρεμπίπτοντας καὶ συμπλεκομένους μὴ μίαν πρὸς ἅπαντας, ἀλλὰ πολλὰς καὶ μεμιγμένας κατά μέρος τὰς μάχας τίθεσθαι. [5] ταῦτα τοῦ μὲν Αἰμιλίου τοὺς ἡγεμόνας, τῶν δ᾽ ἡγεμόνων τοὺς στρατιώτας διδασκόντων, ὡς πρῶτον ὑπέδυσαν καὶ διέσχον εἴσω τῶν ὅπλων, τοῖς μὲν ἐκ πλαγίου κατὰ γυμνὰ προσφερόμενοι, τοὺς δὲ ταῖς περιδρομαῖς ἀπολαμβάνοντες, ἡ μὲν ἰσχὺς καὶ τὸ κοινὸν ἔργον εὐθὺς ἀπωλώλει τῆς φάλαγγος ἀναρρηγνυμένης, ἐν δὲ ταῖς καθ᾽ ἕνα καὶ κατ᾽ ὀλίγους συστάσεσιν οἱ Μακεδόνες μικροῖς μὲν ἐγχειριδίοις στερεοὺς καὶ ποδήρεις θυρεοὺς νύσσοντες, ἐλαφροῖς δὲ πελταρίοις πρὸς τὰς ἐκείνων μαχαίρας ὑπὸ βάρους καὶ καταφορᾶς διὰ παντὸς ὅπλου χωρούσας ἐπὶ τὰ σώματα, κακῶς ἀντέχοντες ἐτράποντο.

[XX] Poiché i Romani, venuti a contatto con la falange, non riuscivano a forzarla, Salvio a capo dei Peligni, strappata l’insegna dei suoi, la gettò in mezzo ai nemici. Dal momento in cui i Peligni si furono lanciati in corsa in quella direzione – infatti agli Italici non è consentito ed è ritenuto sacrilego abbandonare l’insegna – avvennero, da parte dell’uno e dall’altro schieramento venuto allo scontro, terribili azioni e sofferenze. Gli uni infatti tentavano di respingere le aste con i gladi, di schiacciarle con gli scudi e di deviarle afferrandole a mani nude. Gli altri invece, rafforzando la posizione di difesa con entrambe le mani e respingendo quanti si lanciavano all’attacco anche se indossavano l’armatura, perché né lo scudo né la corazza resistevano all’impatto dell’asta, rovesciarono a testa in giù i Peligni e i Marrucini che, sconsideratamente e come belve furiose, si lanciavano verso le aste protese e la certezza della morte. Caduti in questo modo i combattenti in prima fila, quelli che erano schierati dietro di loro si arrestarono, ma non ci fu una fuga, piuttosto una ritirata verso il monte chiamato Olocro, tanto che lo stesso Emilio, riferisce Posidonio si stracciò la tunica, poiché questi cedevano e gli altri Romani si tenevano lontani dalla falange, che non si lasciava penetrare, ma, inespugnabile da ogni parte, avanzava con la sua massa compatta di lance simile ad una palizzata. Tuttavia, poiché il terreno presentava delle irregolarità e, a causa della sua lunghezza, lo schieramento non manteneva la linea compatta di battaglia, dopo aver osservato la falange macedone rompersi ed aprirsi in numerosi punti, come accade spesso nelle grandi armate e nei diversi modi di avanzare dei combattenti, schiacciandosi in alcune parti, in altre venendo avanti, Emilio, giungendo prontamente e suddividendo i manipoli, diede ordine che, insinuandosi fra gli intervalli e gli spazi vuoti dello schieramento nemico, implicandosi ad esso, non ingaggiassero una sola battaglia contro tutti i nemici insieme, ma molte e singole battaglie nello stesso tempo. In base agli ordini che Emilio dava agli ufficiali e gli ufficiali agli uomini, non appena si insinuarono ed aprirono un varco nello schieramento, attaccando alcuni di lato sulle parti scoperte, sorprendendo altri alle spalle, nel momento in cui la falange si aprì, venne immediatamente meno la sua forza e la sua efficienza unitaria; negli scontri corpo a corpo e in quelli a gruppi i Macedoni, poiché colpivano con piccoli pugnali scudi compatti, che coprivano il corpo fino ai piedi, e d’altra parte resistevano con difficoltà con scudi piccoli e leggeri ai gladi romani, sotto il peso e i fendenti che raggiungevano il corpo penetrando l’intera armatura, si volsero alla fuga.

[XXI] κατὰ τούτους δὲ μέγας ἦν ἀγών, ἔνθα δὴ καὶ Μᾶρκος ὁ Κάτωνος υἱός, Αἰμιλίου δὲ γαμβρός, πᾶσαν ἀλκὴν ἐπιδεικνύμενος ἀπέβαλε τὸ ξίφος, οἷα δὲ νεανίας ἐντεθραμμένος πλείστοις παιδεύμασι καὶ μεγάλῳ πατρὶ μεγάλης ἀρετῆς ἀποδείξεις ὀφείλων, οὐ βιωτὸν ἡγησάμενος εἶναι προεμένῳ σκῦλον αὑτοῦ ζῶντος τοῖς πολεμίοις ἐπέδραμε τὴν μάχην, εἴ τινά που φίλον καὶ συνήθη κατίδοι, φράζων τὸ συμπεσὸν αὐτῷ καὶ δεόμενος βοηθεῖν, [2] οἱ δὲ πολλοὶ καὶ ἀγαθοὶ γενόμενοι καὶ διασχόντες ὁρμῇ μιᾷ τοὺς ἄλλους, περὶ αὐτὸν ὑφηγούμενον ἐμβάλλουσι τοῖς ἐναντίοις, μεγάλῳ δ᾽ ἀγῶνι καὶ φόνῳ πολλῷ καὶ τραύμασιν ὤσαντες ἐκ χώρας καὶ τόπον ἔρημον καὶ γυμνὸν κατασχόντες ἐπὶ ζήτησιν ἐτράποντο τοῦ ξίφους, ὡς δὲ μόλις ἐν πολλοῖς ὅπλοις καὶ πτώμασι νεκρῶν κεκρυμμένον ἀνευρέθη, περιχαρεῖς γενόμενοι καὶ παιανίσαντες ἔτι λαμπρότερον ἐνέκειντο τοῖς συνεστῶσιν ἔτι τῶν πολεμίων, [3] καὶ τέλος οἱ τρισχίλιοι λογάδες ἐν τάξει μένοντες καὶ μαχόμενοι κατεκόπησαν ἅπαντες· τῶν δ᾽ ἄλλων φευγόντων πολὺς ἦν ὁ φόνος, ὥστε τὸ μὲν πεδίον καὶ τὴν ὑπώρειαν καταπεπλῆσθαι νεκρῶν, τοῦ δὲ Λεύκου ποταμοῦ τὸ ῥεῦμα τοὺς Ῥωμαίους τῇ μετὰ τὴν μάχην ἡμέρᾳ διελθεῖν ἔτι μεμιγμένον αἵματι. λέγονται γὰρ ὑπὲρ δισμυρίους πεντακισχιλίους ἀποθανεῖν. τῶν δὲ Ῥωμαίων ἔπεσον, ὡς μὲν Ποσειδώνιός φησιν, ἑκατόν, ὡς δὲ Νασικᾶς, ὀγδοήκοντα.

[XXI] Attorno alla falange grande era lo scontro. Là Marco, il figlio di Catone e genero di Emilio, pur mostrando tutto il suo coraggio, perse la spada. Giovane educato con insegnamenti nobilissimi e chiamato a dimostrare nei confronti di un grande padre prove di grande valore, ritenuto che fosse indegna l’esistenza per chi avesse abbandonato al nemico le spoglie delle proprie armi mentre egli stesso era ancora in vita, cominciò a correre tra i ranghi, nel caso scorgesse qualche amico o familiare, spiegando quanto gli era accaduto e cercando aiuto. Questi, uomini validi ed in gran numero, facendosi largo fra gli altri tutti insieme sotto la sua guida, si lanciarono contro gli avversari. Avendoli allontanati dal luogo del combattimento con una grande lotta e con numerose uccisioni e ferimenti, dopo aver occupato il posto abbandonato ed indifeso, si volsero alla ricerca della spada. Quando con fatica fu ritrovata, nascosta sotto cataste di armi e di corpi caduti a terra, presi dalla gioia ed intonati peana di vittoria, incalzavano con più forza quanti fra i nemici ancora resistevano compatti. Alla fine i tremila Macedoni delle truppe scelte che rimanevano nelle fila e continuavano il combattimento furono interamente decimati. E degli altri che si davano alla fuga grande fu la strage, così grande che la pianura e le pendici del monte si riempirono di cadaveri ed il giorno successivo alla battaglia i Romani attraversarono la corrente del fiume Leuco ancora tinta di sangue. Si racconta infatti che morirono oltre venticinquemila Macedoni, fra i Romani invece i caduti, come narra Posidonio  furono cento, secondo Nasica  ottanta.

[XXII] καὶ κρίσιν μὲν ὀξυτάτην μέγιστος ἀγὼν οὗτός ἔσχεν ἐνάτης γὰρ ὥρας ἀρξάμενοι μάχεσθαι πρὸ δεκάτης ἐνίκησαν τῷ δὲ λειπομένῳ τῆς ἡμέρας χρησάμενοι πρὸς τὴν δίωξιν καὶ μέχρι σταδίων ἑκατὸν καὶ εἴκοσι διώξαντες ἑσπέρας ἤδη βαθείας ἀπετράποντο. καὶ τοὺς μὲν ἄλλους οἱ θεράποντες ὑπὸ λαμπάδων ἀπαντῶντες μετὰ χαρᾶς καὶ βοῆς ἀπῆγον ἐπὶ τὰς σκηνάς φωτὶ λαμπομένας καὶ κεκοσμημένας κιττοῦ καὶ δάφνης στεφάνοις: αὐτὸν δὲ τὸν στρατηγὸν μέγα πένθος εἶχε. [2] δυεῖν γὰρ υἱῶν αὐτοῦ στρατευομένων ὁ νεώτερος οὐδαμοῦ φανερὸς ἦν, ὃν ἐφίλει τε μάλιστα καὶ πλεῖστον εἰς ἀρετὴν φύσει προὔχοντα τῶν ἀδελφῶν ἑώρα. θυμοειδῆ δὲ καὶ φιλότιμον ὄντα τὴν ψυχήν, ἔτι δ᾽ ἀντίπαιδα τὴν ἡλικίαν, παντάπασιν ἀπολωλέναι κατεδόξαζεν, ὑπ᾽ ἀπειρίας ἀναμιχθέντα τοῖς πολεμίοις μαχομένοις. [3] ἀπορουμένου δὲ αὐτοῦ καὶ περιπαθοῦντος ᾔσθετο πᾶν τὸ στράτευμα, καὶ μεταξὺ δειπνοῦντες ἀνεπήδων καὶ διέθεον μετὰ λαμπάδων, πολλοὶ μὲν ἐπὶ τὴν σκηνὴν τοῦ Αἰμιλίου, πολλοὶ δὲ πρὸ τοῦ χάρακος ἐν τοῖς πρώτοις νεκροῖς ζητοῦντες. κατήφεια δὲ τὸ στρατόπεδον καὶ κραυγὴ τὸ πεδίον κατεῖχεν ἀνακαλουμένων τὸν Σκηπίωνα. πᾶσι γὰρ ἀγαστὸς ἦν εὐθὺς ἐξ ἀρχῆς, πρὸς ἡγεμονίαν καὶ πολιτείαν ὡς ἄλλος οὐδεὶς τῶν συγγενῶν κεκραμένος τὸ ἦθος. [4] ὀψὲ δ᾽ οὖν ἤδη σχεδὸν ἀπεγνωσμένος ἐκ τῆς διώξεως προσῄει μετὰ δύο ἢ τριῶν ἑταίρων, αἵματος καὶ φόνου πολεμίων ἀνάπλεως, ὥσπερ σκύλαξ γενναῖος, ὑφ᾽ ἡδονῆς ἀκρατῶς τῇ νίκῃ συνεξενεχθείς. οὗτός ἐστι Σκηπίων ὁ τοῖς ἱκνουμένοις χρόνοις Καρχηδόνα καὶ Νομαντίαν κατασκάψας καὶ πολὺ πρῶτος ἀρετῇ τῶν τότε Ῥωμαίων γενόμενος καὶ δυνηθεὶς μέγιστον. Αἰμιλίῳ μὲν οὖν τὴν τοῦ κατορθώματος νέμεσιν εἰς ἕτερον ἡ τύχη καιρὸν ὑπερβαλλομένη τότε παντελῆ τὴν ἡδονὴν ἀπεδίδου τῆς νίκης.

[XXII] Ed assai rapida risoluzione ebbe questa grandissima battaglia. Iniziato il combattimento all’ora nona, riportarono la vittoria prima della decima. Dopo aver utilizzato il tempo che rimaneva della giornata per l’inseguimento dei nemici, ed avendo protratto l’inseguimento stesso fino ad una distanza di centoventi stadi, tornarono indietro a sera ormai inoltrata. I servi facendosi incontro agli altri sotto la luce delle fiaccole, li ricondussero tra grida di gioia alle tende illuminate ed adornate con corone d’alloro ed edera. Ma un grande dolore colpì proprio il generale: infatti il più giovane dei suoi due figli arruolati nell’esercito era scomparso, quello che egli amava moltissimo e che, tra i fratelli, vedeva più di tutti, per disposizione naturale, eccellere in virtù. Pieno d’ardimento ed ambizioso di suo, ma ancora poco più che un ragazzo, il padre credeva fosse morto, finito per inesperienza tra i nemici in mezzo alla battaglia. Tutto l’esercito percepiva la sua preoccupazione ed angoscia e, nel mentre cenavano, scattarono in piedi e corsero portando fiaccole, alcuni cercando verso la tenda di Emilio, altri davanti la palizzata del campo fra i primi caduti. Una tristezza piombò sull’accampamento e la pianura si riempì delle grida di quanti chiamavano ripetutamente il nome di Scipione. Era ammirato da tutti perché nel suo carattere univa, come nessun altro della sua famiglia, doti di comando e di politica. Ma dopo già molto tempo, dato ormai per perduto, si presentò di ritorno dall’inseguimento insieme a due o tre compagni, intriso di sangue e di strage nemica, come un giovane e nobile cucciolo fattosi trascinare dall’eccessiva gioia della vittoria. Questo è lo Scipione che in seguito rase al suolo Numanzia e Cartagine e per virtù primeggiò di molto fra i Romani del suo tempo e divenne potentissimo. La sorte dunque rimandando ad altra occasione lo sdegno risentito per il successo ottenuto, concesse in quel momento ad Emilio la completa gioia della vittoria.

[XXIII] Περσεὺς δὲ φυγῇ μέν ἐκ Πύδνης εἰς Πέλλαν ἀπεχώρει, τῶν ἱππέων ἐπιεικῶς πάντων ἀπὸ τῆς μάχης διασεσῳσμένων. ἐπεὶ δὲ καταλαμβάνοντες οἱ πεζοὶ τοὺς ἱππεῖς ὡς ἀνάνδρους καὶ προδεδωκότας λοιδοροῦντες ἀπὸ τῶν ἵππων ὤθουν καὶ πληγὰς ἐδίδοσαν, δείσας τὸν θόρυβον ἐκ τῆς ὁδοῦ παρέκλινε τὸν ἵππον, καὶ τὴν πορφύραν, ὡς μὴ διάσημος εἴη, περισπάσας ἔθετο πρόσθεν αὐτοῦ, καὶ τὸ διάδημα διὰ χειρῶν εἶχεν. [2] ὡς δὲ καὶ προσδιαλέγοιτο τοῖς ἑταίροις ἅμα βαδίζων, καταβὰς ἐφείλκετο τὸν ἵππον. τῶν δὲ ὁ μέν τις ὑπόδημα προσποιούμενος λελυμένον συνάπτειν, ὁ δ᾽ ἵππον ἄρδειν, ὁ δὲ ποτοῦ χρῄζειν, ὑπολειπόμενοι κατὰ μικρὸν ἀπεδίδρασκον, οὐχ οὕτω τοὺς πολεμίους, ὡς τὴν ἐκείνου χαλεπότητα δεδοικότες. κεχαραγμένος γὰρ ὑπὸ τῶν κακῶν εἰς πάντας ἐζήτει τρέπειν ἀφ᾽ αὐτοῦ τὴν αἰτίαν τῆς ἥττης. [3] ἐπεὶ δὲ νυκτὸς εἰς Πέλλαν εἰσελθὼν Εὖκτον καὶ Εὔλαιον, τοὺς ἐπὶ τοῦ νομίσματος, ἀπαντήσαντας αὐτῷ καὶ τὰ μέν ἐγκαλοῦντας περὶ τῶν γεγονότων, τὰ δὲ παρρησιαζομένους ἀκαίρως καὶ συμβουλεύοντας ὀργισθεὶς ἀπέκτεινεν, αὐτὸς τῷ ξιφιδίῳ παίων ἀμφοτέρους, οὐδεὶς παρέμεινεν αὐτῷ πάρεξ Εὐάνδρου τε τοῦ Κρητὸς καὶ Ἀρχεδάμου τοῦ Αἰτωλοῦ καὶ τοῦ Βοιωτοῦ Νέωνος. [4] τῶν δὲ στρατιωτῶν ἐπηκολούθησαν οἱ Κρῆτες, οὐ δι᾽ εὔνοιαν, ἀλλὰ τοῖς χρήμασιν, ὥσπερ κηρίοις μέλιτται, προσλιπαροῦντες. πάμπολλα γὰρ ἐπήγετο, καὶ προὔθηκεν ἐξ αὐτῶν διαρπάσαι τοῖς Κρησὶν ἐκπώματα καὶ κρατῆρας καὶ τὴν ἄλλην ἐν ἀργύρῳ καὶ χρυσῷ κατασκευὴν εἰς πεντήκοντα ταλάντων λόγον. [5] γενόμενος δ᾽ ἐν Ἀμφιπόλει πρῶτον, εἶτ᾽ ἐκεῖθεν ἐν Γαληψῷ, καὶ τοῦ φόβου μικρὸν ὑπανέντος, εἰς τὸ συγγενὲς καὶ πρεσβύτατον αὐτοῦ τῶν νοσημάτων, τὴν μικρολογίαν, αὖθις ὑπενεχθείς ὠδύρετο πρὸς τοὺς φίλους ὡς τῶν Ἀλεξάνδρου τοῦ μεγάλου χρυσωμάτων ἔνια τοῖς Κρησὶ διερριφὼς ὑπ᾽ ἀγνοίας, καὶ παρεκάλει τοὺς ἔχοντας ἀντιβολῶν καὶ δακρύων ἀμείψασθαι πρὸς νόμισμα. [6] τοὺς μέν οὖν ἐπισταμένους ἀκριβῶς αὐτὸν οὐκ ἔλαθε κρητίζων πρὸς Κρῆτας, οἱ δὲ πεισθέντες καὶ ἀποδόντες ἀπεστερήθησαν. οὐ γὰρ ἀπέδωκε τἀργύριον, ἀλλὰ τριάκοντα τάλαντα κερδάνας ἀπὸ τῶν φίλων, ἃ μικρὸν ὕστερον ἔμελλον οἱ πολέμιοι λήψεσθαι, μετ᾽ αὐτῶν διέπλευσεν εἰς Σαμοθρᾴκην καὶ διαφεύγων ἐπὶ τοὺς Διοσκούρους ἱκέτευεν.

[XXIII] Perseo intanto si allontanò fuggendo da Pidna verso Pella, rimasta praticamente intatta l’intera cavalleria. Poiché i fanti fermando gli uomini a cavallo ed insultandoli come codardi e traditori li disarcionavano e li picchiavano violentemente, egli nella paura del tumulto deviò il cavallo fuori dalla strada e, strappatosi la veste di porpora per non essere riconosciuto, se la pose innanzi e tenne la corona fra le mani. Per poter parlare con i compagni ed insieme continuare il percorso, sceso dalla cavalcatura, la trascinava per le redini. Ma fra questi, chi fingendo di stringere il sandalo sciolto, chi di abbeverare il cavallo, chi ancora di andare in cerca d’acqua, rimasti indietro mano a mano si diedero alla fuga, temendo i nemici non quanto l’asprezza del suo carattere. Segnato dalle sventure cercava infatti di stornare da sé la responsabilità della sconfitta e di farla ricadere su tutti gli altri. Quando, giunto durante la notte a Pella, Eucto ed Euleo, ministri del tesoro, che lo avevano affrontato, sia perché gli muovevano rimproveri riguardo a quanto accaduto, sia perché tentavano di dare consigli con eccessiva libertà di parola e nel momento sbagliato, li uccise in uno scatto d’ira colpendoli entrambi egli stesso con un pugnale, nessuno più gli rimase accanto, eccetto il cretese Euandro, l’etolo Archedamo ed il Beota Neone. Fra le truppe gli vennero dietro i Cretesi, non tanto per benevolenza, quanto per le sue ricchezze, come le api attorno ai favi. Difatti ne recava con sé moltissime e concesse ai Cretesi di spartirsi vasi e crateri ed il resto delle suppellettili in oro ed argento per un valore di circa cinquanta talenti. Ma arrivato prima ad Anfipoli, poi da lì a Galepso, e passata un poco la paura, tornato alla più vecchia e connaturata delle sue malattie, la spilorceria, si lamentava con gli amici di aver abbandonato per errore ai Cretesi alcune suppellettili d’oro di Alessandro il Grande, e con suppliche e lacrime implorava quelli che ne possedevano di scambiarle dietro una garanzia in denaro. Non riuscì però ad ingannare chi lo conosceva bene, facendo il cretese con i Cretesi: altri invece, lasciatisi convincere e concesso l’oro, non se lo videro più restituire. Difatti non diede in cambio il denaro, ma ottenuti trenta talenti dai compagni, somma che poco dopo sarebbe venuta in mano ai nemici, con questa salpò verso l’isola di Samotracia e fuggendo si rifugiò presso i Cabiri.

[XXIV] ἀεὶ μὲν οὖν λέγονται φιλοβασίλειοι Μακεδόνες, τότε δ᾽ ὡς ἐρείσματι κεκλασμένῳ πάντων ἅμα συμπεσόντων ἐγχειρίζοντες αὑτοὺς τῷ Αἰμιλίῳ δύο ἡμέραις ὅλης κύριον αὐτὸν κατέστησαν Μακεδονίας, καὶ δοκεῖ τοῦτο μαρτυρεῖν τοῖς εὐτυχίᾳ τινὶ τὰς πράξεις ἐκείνας γεγονέναι φάσκουσιν. ἔτι δὲ καὶ τὸ περὶ τὴν θυσίαν σύμπτωμα δαιμόνιον ἦν ἐν Ἀμφιπόλει θύοντος τοῦ Αἰμιλίου καὶ τῶν ἱερῶν ἐνηργμένων κεραυνὸς ἐνσκήψας εἰς τὸν βωμὸν ἐπέφλεξε καὶ συγκαθήγισε τὴν ἱερουργίαν. [2] ὑπερβάλλει δὲ θειότητι πάντως καὶ τύχῃ τὰ τῆς φήμης, ἦν μὲν γὰρ ἡμέρα τετάρτη νενικημένῳ Περσεῖ περὶ Πύδναν, ἐν δὲ τῇ Ῥώμῃ τοῦ δήμου θεωροῦντος ἱππικοὺς ἀγῶνας ἐξαίφνης ἐνέπεσε λόγος εἰς τὸ πρῶτον τοῦ θεάτρου μέρος ὡς Αἰμίλιος μεγάλῃ μάχῃ νενικηκὼς Περσέα καταστρέφοιτο σύμπασαν Μακεδονίαν. [3] ἐκ δὲ τούτου ταχὺ τῆς φήμης ἀναχεομένης εἰς τὸ πλῆθος ἐξέλαμψε χαρὰ μετὰ κρότου καὶ βοῆς τὴν ἡμέραν ἐκείνην κατασχοῦσα τὴν πόλιν. εἶτα, ὡς ὁ λόγος οὐκ εἶχεν εἰς ἀρχὴν ἀνελθεῖν βέβαιον, ἀλλ᾽ ἐν πᾶσιν ὁμοίως ἐφαίνετο πλανώμενος, τότε μὲν ἐσκεδάσθη καὶ διερρύη τὰ τῆς φήμης, ὀλίγαις δ᾽ ὕστερον ἡμέραις πυθόμενοι σαφῶς ἐθαύμαζον τὴν προδραμοῦσαν ἀγγελίαν, ὡς ἐν τῷ ψεύδει τὸ ἀληθὲς εἶχε.

[XXIV] Si racconta che i Macedoni siano stati sempre affezionati alla corona, ma in quel momento, venuto giù tutto insieme come per la rottura di un puntello, consegnandosi nelle mani di Emilio, in due giorni lo resero padrone dell’intera Macedonia. E questo sembra rendere testimonianza favorevole a quanti affermano che quegli eventi avvennero per la benignità della sorte. Ma anche quello che avvenne in occasione di un sacrificio ebbe del miracoloso. Infatti, mentre Emilio compiva un sacrificio ad Anfipoli ed il rituale era iniziato, un fulmine abbattutosi sull’altare lo incendiò, ed insieme ad esso bruciò anche l’offerta. Ma quanto a favore divino e della sorte il diffondersi della notizia della vittoria supera davvero ogni cosa. Era infatti il quarto giorno dopo che Perseo era stato vinto a Pidna, il popolo assisteva a delle gare ippiche, d’improvviso nel primo settore del teatro giunse la voce che Emilio, dopo aver sconfitto Perseo in una grande battaglia, aveva assoggettato l’intera Macedonia. Da qui riversandosi rapidamente la notizia tra la folla, si udirono in modo distinto grida di gioia ed applausi, riempiendo in quel giorno la città. In seguito, dato che la notizia non ebbe modo di trovare una fonte sicura, ma sembrava vagare senza distinzione da una persona ad un’altra, la fama si disperse e si smorzò. Ma dopo pochi giorni la popolazione, venuta chiaramente a conoscenza dell’episodio, si meravigliò della notizia giunta in anticipo, perché, seppur infondata, affermava la verità.

[XXV] λέγεται δὲ καὶ τῆς ἐπὶ Σάγρᾳ ποταμῷ μάχης Ἰταλιωτῶν αὐθημερὸν ἐν Πελοποννήσῳ λόγον γενέσθαι, καὶ Πλαταιᾶσι τῆς ἐν Μυκάλῃ πρὸς Μήδους. ἣν δὲ Ῥωμαῖοι Ταρκυνίους μετὰ Λατίνων ἐπιστρατεύσαντας ἐνίκησαν, αὐτάγγελοι φράζοντες ὤφθησαν ἀπὸ τοῦ στρατοῦ μικρὸν ὕστερον ἄνδρες δύο καλοὶ καὶ μεγάλοι, τούτους εἴκασαν εἶναι Διοσκούρους. [2] ὁ δ᾽ ἐντυχὼν πρῶτος αὐτοῖς κατ᾽ ἀγορὰν πρὸ τῆς κρήνης, ἀναψύχουσι τοὺς ἵππους ἱδρῶτι πολλῷ περιρρεομένους, ἐθαύμαζε τὸν περὶ τῆς νίκης λόγον. εἶθ᾽ οἱ μὲν ἐπιψαῦσαι λέγονται τῆς ὑπήνης αὐτοῦ τοῖν χεροῖν ἀτρέμα μειδιῶντες · ἡ δὲ εὐθὺς ἐκ μελαίνης τριχὸς εἰς πυρρὰν μεταβαλοῦσα τῷ μὲν λόγῳ πίστιν, τῷ δ᾽ ἀνδρὶ παρασχεῖν ἐπίκλησιν τὸν Ἀηνόβαρβον, ὅπερ ἐστὶ χαλκοπώγωνα. πᾶσι δὲ τούτοις τὸ καθ᾽ ἡμᾶς γενόμενον πίστιν παρέσχεν. [3] ὅτε γὰρ Ἀντώνιος ἀπέστη Δομετιανοῦ καὶ πολὺς πόλεμος ἀπὸ Γερμανίας προσεδοκᾶτο, τῆς Ῥώμης ταραττομένης ἄφνω καὶ αὐτομάτως ὁ δῆμος ἐξ αὑτοῦ φήμην ἀνέδωκε νίκης, καὶ τὴν Ῥώμην ἐπέδραμε λόγος αὐτόν τε τὸν Ἀντώνιον ἀνῃρῆσθαι καὶ τοῦ σὺν αὐτῷ στρατεύματος ἡττημένου μηδὲν μέρος λελεῖφθαι. τοσαύτην δὲ λαμπρότητα καὶ ῥύμην ἡ πίστις ἔσχεν ὥστε καὶ θῦσαι τῶν ἐν τέλει πολλούς, [4] ζητουμένου δὲ τοῦ πρώτου φράσαντος, ὡς οὐδεὶς ἦν, ἀλλ᾽ ο λόγος εἰς ἄλλον ἐξ ἄλλου διωκόμενος ἀνέφευγε, καὶ τέλος καταδὺς ὥσπερ εἰς πέλαγος ἀχανὲς τὸν ἄπειρον ὄχλον ἐφάνη μηδεμίαν ἀρχὴν ἔχων βέβαιον, αὕτη μὲν ἡ φήμη ταχὺ τῆς πόλεως ἐξερρύη, πορευομένῳ δὲ τῷ Δομετιανῷ μετὰ δυνάμεως ἐπὶ τὸν πόλεμον ἤδη καθ᾽ ὁδὸν ἀγγελία καὶ γράμματα φράζοντα τὴν νίκην ἀπήντησεν. ἡ δ᾽ αὐτοῦ τοῦ κατορθώματος ἡμέρα καὶ τῆς φήμης ἐγίνετο, ἐπὶ πλέον ἢ δισμυρίους σταδίους τῶν τόπων διεστώτων. ταῦτα μὲν οὐδεὶς ἀγνοεῖ τῶν καθ᾽ ἡμᾶς.

[XXV] Si racconta che anche la notizia della battaglia degli Italioti presso il fiume Sagra si diffuse nello medesimo giorno nel Peloponneso, e così a Platea quella riguardante la battaglia di Micale. E dello scontro vinto dai Romani sui Tarquini, che avevano mosso guerra insieme ai Latini, furono visti dare l’annuncio diretto dopo poco tempo due uomini imponenti e belli giunti dall’accampamento. Pensarono che questi fossero i Dioscuri. Quello che per primo li incontrò in una piazza davanti ad un fontanile, mentre rinfrescavano i cavalli grondanti copioso sudore, restò stupito alla notizia della vittoria. Si narra che quelli allora sfiorarono la sua barba con le mani, sorridendo placidamente. E la barba, mutando subito il colore dei peli da nero in rosso, diede fede al racconto, e a quell’uomo il soprannome di Enobarbo, che vuol dire “dalla barba di bronzo”. Ma a tutto ciò attribuì credibilità un episodio avvenuto durante la nostra epoca. Difatti quando Antonio si ribellò a Domiziano e ci si attendeva una grande guerra dalla Germania, nel mentre Roma era sconvolta d’improvviso il popolo diffuse da sé la notizia della vittoria e per tutta la città corse la notizia che lo stesso Antonio era stato ucciso e che nulla era rimasto del suo esercito sconfitto. La convinzione fu così evidente ed ebbe tanta forza che addirittura molti magistrati fecero sacrifici di ringraziamento. Poiché, pur cercando quello che per primo aveva diffuso la notizia, non fu trovato nessuno, ed anzi la voce, passando da uno ad un altro s’allontanava ed immergendosi tra la folla indistinta come in un mare immenso sembrò in ultimo non avere alcun fondamento sicuro, questa notizia velocemente si dileguò fuori dalla città, e tuttavia a Domiziano, che muoveva con l’esercito alla guerra, già lungo la strada pervennero annunci e lettere indicanti la vittoria. E la giornata del successo fu anche quella della notizia che lo annunciava, sebbene i luoghi siano distanti più di ventimila stadi. A nessuno dei contemporanei sono ignote queste cose.

[XXVI] Γναῖος δὲ Ὀκτάβιος ὁ ναυαρχῶν Αἰμιλίῳ προσορμισάμενος τῇ Σαμοθρᾴκῃ τὴν μὲν ἀσυλίαν παρεῖχε τῷ Περσεῖ διὰ τοὺς θεούς, ἔκπλου δὲ καὶ φυγῆς εἶργεν. οὐ μὴν ἀλλὰ λανθάνει πως ὁ Περσεὺς Ὀροάνδην τινὰ Κρῆτα λέμβον ἔχοντα συμπείσας μετὰ χρημάτων ἀναλαβεῖν αὐτόν. [2] ὁ δὲ κρητισμῷ χρησάμενος τὰ μὲν χρήματα νύκτωρ ἀνέλαβεν, ἐκεῖνον δὲ τῆς ἑτέρας νυκτὸς ἥκειν κελεύσας ἐπὶ τὸν πρὸς τῷ Δημητρίῳ λιμένα μετὰ τῶν τέκνων καὶ θεραπείας ἀναγκαίας, εὐθὺς ἀφ᾽ ἑσπέρας ἀπέπλευσεν. ὁ δὲ Περσεὺς οἰκτρὰ μὲν ἔπασχε διὰ στενῆς θυρίδος παρὰ τὸ τεῖχος ἐκμηρυόμενος αὑτὸν καὶ παιδία καὶ γυναῖκα πόνων καὶ πλάνης ἀπείρους, οἰκτρότατον δὲ στεναγμὸν ἀφῆκεν, ὥς τις αὐτῷ πλανωμένῳ παρὰ τὸν αἰγιαλὸν ἤδη πελάγιον τὸν Ὀροάνδην θέοντα κατιδὼν ἔφρασεν. [3] ὑπέλαμπε γὰρ ἡμέρα, καὶ πάσης ἐλπίδος ἔρημος ὑπεχώρει φυγῇ πρὸς τὸ τεῖχος, οὐ λαθὼν μέν, ὑποφθάσας δὲ τοὺς Ῥωμαίους, μετὰ τῆς γυναικός. τὰ δὲ παιδία συλλαβὼν αὐτοῖς Ἴων ἐνεχείρισεν, ὃς πάλαι μὲν ἐρώμενος ἦν τοῦ Περσέως, τότε δὲ προδότης γενόμενος αἰτίαν παρέσχε τὴν μάλιστα συναναγκάσασαν τὸν ἄνθρωπον, ὡς θηρίον ἁλισκομένων τῶν τέκνων, εἰς χεῖρας ἐλθεῖν καὶ παραδοῦναι τὸ σῶμα τοῖς ἐκείνων κρατοῦσιν. [4] ἐπίστευε μὲν οὖν μάλιστα τῷ Νασικᾷ, κἀκεῖνον ἐκάλει· μὴ παρόντος δὲ κατακλαύσας τὴν τύχην καὶ τὴν ἀνάγκην περισκεψάμενος ἔδωκεν αὑτὸν ὑποχείριον τῷ Γναίῳ, τότε μάλιστα ποιήσας φανερόν ὅτι τῆς φιλαργυρίας ἦν ἐν αὐτῷ τι κακὸν ἀγεννέστερον ἡ φιλοψυχία, δι᾽ ἥν, ὃ μόνον ἡ τύχη τῶν ἐπταικότων οὐκ ἀφαιρεῖται, τὸν ἔλεον, ἀπεστέρησεν ἑαυτοῦ. [5] δεηθεὶς γὰρ ἀχθῆναι πρὸς τὸν Αἰμίλιον, ὁ μὲν ὡς ἀνδρὶ μεγάλῳ πεπτωκότι πτῶμα νεμεσητὸν καὶ δυστυχὲς ἐξαναστὰς ὑπήντα μετὰ τῶν φίλων δεδακρυμένος, ὁ δ᾽, αἴσχιστον θέαμα, προβαλὼν αὑτὸν ἐπὶ στόμα καὶ γονάτων δραξάμενος ἀνεβάλλετο φωνὰς ἀγεννεῖς [6] καὶ δεήσεις, ἃς οὐχ ὑπέμεινεν οὐδ᾽ ἤκουσεν ὁ Αἰμίλιος, ἀλλὰ προσβλέψας αὑτὸν ἀλγοῦντι καὶ λελυπημένῳ τῷ προσώπῳ, ‘τί τῆς τύχης,’ εἶπεν, ‘ὦ ταλαίπωρε, τὸ μέγιστον ἀφαιρεῖς τῶν ἐγκλημάτων, ταῦτα πράττων ἀφ᾽ ὧν δόξεις οὐ παρ᾽ ἀξίαν ἀτυχεῖν, οὐδὲ τοῦ νῦν, ἀλλὰ τοῦ πάλαι δαίμονος ἀνάξιος γεγονέναι; τί δέ μου καταβάλλεις τὴν νίκην, καὶ τὸ κατόρθωμα ποιεῖς μικρόν, ἐπιδεικνύμενος ἑαυτὸν οὐ γενναῖον οὐδὲ πρέποντα Ῥωμαίων ἀνταγωνιστήν; ἀρετή τοι δυστυχοῦσι μεγάλην ἔχει μοῖραν αἰδοῦς καὶ παρὰ πολεμίοις, δειλία δὲ Ῥωμαίοις, κἂν εὐποτμῇ, πάντη ἀτιμότατον.’

[XXVI] Gneo Ottavio, comandante della flotta di Emilio, gettata l’àncora a largo di Samotracia, per rispetto degli dei lasciò che Perseo si rifugiasse nel tempio, ma gli impedì di fuggire per mare. Tuttavia Perseo in qualche modo riuscì a convincere segretamente un certo Oroande cretese, che possedeva una piccola barca, a prenderlo a bordo con i tesori. Ma costui, avendo escogitato un tranello alla maniera cretese, imbarcò durante la notte i tesori e, detto a Perseo di presentarsi la notte successiva al porto davanti al tempio di Demetra insieme ai figli ed alla servitù necessaria, salpò immediatamente quella sera stessa. Perseo soffrì dolori degni di commiserazione trascinandosi oltre le mura attraverso una stretta porticina con i figli e la moglie, ignari delle fatiche di chi va errando, ma innalzò un lamento ancor più doloroso quando un tale, mentre vagava lungo la spiaggia, gli disse di aver visto Oroande che già correva a largo con la nave. Il giorno iniziava a splendere e, rimasto privo di ogni speranza, tornò indietro verso le mura, non di nascosto, ma nell’intenzione di anticipare insieme alla moglie i Romani. Tuttavia ricevutili in custodia, Ione consegnò loro i figli, Ione che in precedenza era stato l’amante di Perseo, ma che in quel momento, divenuto un traditore, diede all’uomo, come ad una belva, catturati i figli, la motivazione che più di tutto lo spinse a consegnarsi nelle mani di quelli che li tenevano prigionieri. Si fidava soprattutto di Nasica e lo mandò a chiamare. Dato che Nasica non era presente, pianta la sua sorte e la necessità che lo stringeva, si consegnò nelle mani di Gneo, avendo rivelato in quel momento in modo assai manifesto che in lui vi era un male più indegno della spilorceria, l’attaccamento alla vita, a causa del quale, la sola cosa che la sorte non può sottrarre a chi è prostrato, la pietà, egli se ne privò. Avendo infatti richiesto di essere condotto presso Emilio, questo, alzatosi e con le lacrime agli occhi fra gli amici, gli andò incontro come si va incontro ad un grande uomo la cui caduta sia stata determinata dall’odio divino e dalla cattiva sorte, egli invece, uno spettacolo vergognoso, gettatosi bocconi a terra ed afferrate le ginocchia di Emilio, lasciò andare pianti ignobili e suppliche, che Emilio non rimase ad ascoltare, ma, guardatolo con il volto pieno di pena e di dolore, “perché – disse – sciagurato, comportandoti in questo modo privi la sorte della più grande fra le accuse così da sembrare degno di subire tali sventure, ed indegno non del presente destino, ma di quello passato ? Perché abbassi la mia vittoria e sminuisci il mio successo mostrandoti avversario ignobile e non all’altezza di Roma ? Di certo per chi è caduto nella sventura il valore merita una grande parte di rispetto anche presso il nemico, ma la viltà per i Romani, seppure godesse di una fortuna favorevole, resta il disonore più grande”.

[XXVII] οὐ μὴν ἀλλὰ τοῦτον μὲν ἀναστήσας καὶ δεξιωσάμενος Τουβέρωνι παρέδωκεν, αὐτὸς δὲ τοὺς παῖδας καὶ τοὺς γαμβροὺς καὶ τῶν ἄλλων ἡγεμονικῶν μάλιστα τοὺς νεωτέρους ἔσω τῆς σκηνῆς ἐπισπασάμενος πολὺν χρόνον ἦν πρὸς αὑτῷ σιωπῇ καθήμενος, ὥστε θαυμάζειν ἅπαντας. ὁρμήσας δὲ περὶ τῆς τύχης καὶ τῶν ἀνθρωπίνων διαλέγεσθαι πραγμάτων, ‘ἆρά γε,’ εἶπεν, ‘ἄξιον εὐπραγίας παρούσης ἄνθρωπον ὄντα θρασύνεσθαι καὶ μέγα φρονεῖν ἔθνος ἢ πόλιν ἢ βασιλείαν [2] καταστρεψάμενον, ἢ τὴν μεταβολὴν ταύτην ἡ τύχη παράδειγμα τῷ πολεμοῦντι κοινῆς ἀσθενείας προθεῖσα παιδεύει μηδὲν ὡς μόνιμον καὶ βέβαιον διανοεῖσθαι; ποῖος γὰρ ἀνθρώποις τοῦ θαρρεῖν καιρός, ὅταν τὸ κρατεῖν ἑτέρων μάλιστα δεδοικέναι τὴν τύχην ἀναγκάζῃ, καὶ τῷ χαίροντι δυσθυμίαν ἐπάγῃ τοσαύτην ὁ τῆς περιφερομένης καὶ προσισταμένης ἄλλοτ᾽ ἄλλοις εἱμαρμένης λογισμός; [3] ἢ τὴν Ἀλεξάνδρου διαδοχήν, ὃς ἐπὶ πλεῖστον ἤρθη δυνάμεως καὶ μέγιστον ἔσχε κράτος, ὥρας μιᾶς μορίῳ πεσοῦσαν ὑπὸ πόδας θέμενοι, καὶ τοὺς ἄρτι μυριάσι πεζῶν καὶ χιλιάσιν ἱππέων τοσαύταις ὁπλοφορουμένους βασιλεῖς ὁρῶντες ἐκ τῶν πολεμίων χειρῶν ἐφήμερα σιτία καὶ ποτὰ λαμβάνοντας, οἴεσθε τὰ καθ᾽ ἡμᾶς ἔχειν τινὰ βεβαιότητα τύχης διαρκῆ πρὸς τὸν χρόνον; [4] οὐ καταβαλόντες ὑμεῖς οἱ νέοι τὸ κενὸν φρύαγμα τοῦτο καὶ γαυρίαμα τῆς νίκης ταπεινοὶ καταπτήξετε πρὸς τὸ μέλλον, ἀεὶ καραδοκοῦντες εἰς ὅ τι κατασκήψει τέλος ἑκάστῳ τὴν τῆς παρούσης εὐπραγίας ὁ δαίμων νέμεσιν;’ τοιαῦτά φασι πολλὰ διαλεχθέντα τὸν Αἰμίλιον ἀποπέμψαι τοὺς νέους εὖ μάλα τὸ καύχημα καὶ τὴν ὕβριν, ὥσπερ χαλινῷ, τῷ λόγῳ κόπτοντι κεκολασμένους.

[XXVII] Ad ogni modo, dopo averlo fatto alzare e salutatolo dandogli la destra, lo affidò a Tuberone, ma chiamati dentro la tenda i figli, i generi, e fra gli altri ufficiali soprattutto i più giovani, rimase seduto per molto tempo in silenzio con sé stesso, tanto che tutti si stupirono. Iniziato allora a parlare in merito alla fortuna e alle vicende umane “forse è cosa degna – disse – che quando la fortuna è favorevole, un uomo si mostri arrogante e superbo per aver sottomesso un popolo, una città, un regno, o forse la fortuna, posto innanzi a chi combatte questo cambiamento quale esempio della comune debolezza, insegna a non considerare nulla come unico e sicuro ? In quale occasione infatti gli uomini dovrebbero mostrare audacia, se, quando si pensa al dominio esercitato sugli altri, si è costretti a temere più che mai la fortuna e, quando si riflette sull’instabile volgersi della sorte, che ora tocca l’uno ora l’altro, così tanta tristezza è data a chi si rallegra ? Oppure, dopo aver messo sotto i vostri piedi, crollata nello spazio di una sola ora, l’eredità di Alessandro, che fu innalzato al massimo della potenza ed ebbe un dominio grandissimo, e vedendo i re, un tempo scortati da miriadi di fanti e migliaia di cavalieri, ricevere dalle mani dei nemici il pasto quotidiano e l’acqua, credete forse che, per quanto ci riguarda, la fortuna sia sufficientemente durevole nel tempo ? Deposta dunque questa vuota arroganza ed il vanto per la vittoria, non vi inchinerete umiliati dinanzi a quello che accadrà in futuro, guardando sempre con ansia a quanto il destino farà infine precipitare su ognuno vendicandosi del successo di cui ora si gode ?” Dicono che, dopo aver fatto molti discorsi di tal genere, Emilio congedò i giovani, castigati in modo degno nella loro superbia ed arroganza con parole taglienti, come domati da una briglia.

[XXVIII] ἐκ τούτου τὴν μὲν στρατιὰν πρὸς ἀνάπαυσιν, αὑτὸν δὲ πρὸς θέαν τῆς Ἑλλάδος ἔτρεψε καὶ διαγωγὴν ἔνδοξον ἅμα καὶ φιλάνθρωπον. ἐπιὼν γὰρ ἀνελάμβανε τοὺς δήμους καὶ τὰ πολιτεύματα καθίστατο, καὶ δωρεὰς ἐδίδου, ταῖς μὲν σῖτον ἐκ τοῦ βασιλικοῦ, ταὶς δ᾽ ἔλαιον. τοσοῦτον γὰρ εὑρεθῆναί φασιν ἀποκείμενον ὥστε τοὺς λαμβάνοντας καὶ δεομένους ἐπιλιπεῖν πρότερον ἢ καταναλωθῆναι τὸ πλῆθος τῶν εὑρεθέντων. [2] ἐν δὲ Δελφοῖς ἰδὼν κίονα μέγαν τετράγωνον ἐκ λίθων λευκῶν συνηρμοσμένον, ἐφ᾽ οὗ Περσέως ἔμελλε χρυσοῦς ἀνδριὰς τίθεσθαι, προσέταξε τὸν αὐτοῦ τεθῆναι · τοὺς γὰρ ἡττημένους τοῖς νικῶσιν ἐξίστασθαι χώρας προσήκειν. ἐν δ᾽ Ὀλυμπίᾳ, τοῦτο δὴ τὸ πολυθρύλητον ἐκεῖνόν ἀναφθέγξασθαί φασιν, ὡς τὸν Ὁμήρου Δία Φειδίας ἀποπλάσαιτο. [3] τῶν δὲ δέκα πρέσβεων ἐκ Ῥώμης ἀφικομένων Μακεδόσι μὲν ἀπέδωκε τὴν χώραν καὶ τὰς πόλεις ἐλευθέρας οἰκεῖν καὶ αὐτονόμους, ἑκατὸν δὲ τάλαντα Ῥωμαίοις ὑποτελεῖν, οὗ πλέον ἢ διπλάσιον τοῖς βασιλεῦσιν εἰσέφερον. θέας δὲ παντοδαπῶν ἀγώνων καὶ θυσίας ἐπιτελῶν τοῖς θεοῖς ἑστιάσεις καὶ δεῖπνα προὔθετο, χορηγίᾳ [4] μὲν ἐκ τῶν βασιλικῶν ἀφθόνῳ χρώμενος, τάξιν δὲ καὶ κόσμον καὶ κατακλίσεις καὶ δεξιώσεις καὶ τὴν πρὸς ἕκαστον αὑτοῦ τῆς κατ᾽ ἀξίαν τιμῆς καὶ φιλοφροσύνης αἴσθησιν οὕτως ἀκριβῆ καὶ πεφροντισμένην ἐνδεικνύμενος ὥστε θαυμάζειν τοὺς Ἕλληνας, εἰ μηδὲ τὴν παιδιὰν ἄμοιρον ἀπολείπει σπουδῆς, ἀλλὰ τηλικαῦτα πράττων ἀνὴρ πράγματα καὶ τοῖς μικροῖς τὸ πρέπον ἀποδίδωσιν. [5] ὁ δὲ καὶ τούτοις ἔχαιρεν, ὅτι πολλῶν παρεσκευασμένων καὶ λαμπρῶν τὸ ἥδιστον αὐτὸς ἦν ἀπόλαυσμα καὶ θέαμα τοῖς παροῦσι, καὶ πρὸς τοὺς θαυμάζοντας τὴν ἐπιμέλειαν ἔλεγε τῆς αὐτῆς εἶναι ψυχῆς παρατάξεώς τε προστῆναι καλῶς καὶ συμποσίου, τῆς μὲν, ὅπως φοβερωτάτη τοῖς πολεμίοις, τοῦ δ᾽, ὡς εὐχαριστότατον ᾖ τοῖς συνοῦσιν. [6] οὐδενὸς δ᾽ ἧττον αὐτοῦ τὴν ἐλευθεριότητα καὶ τὴν μεγαλοψυχίαν ἐπῄνουν οἱ ἄνθρωποι, πολὺ μὲν ἀργύριον, πολὺ δὲ χρυσίον ἐκ τῶν βασιλικῶν ἠθροισμένον οὐδ᾽ ἰδεῖν ἐθελήσαντος, ἀλλὰ τοῖς ταμίαις εἰς τὸ δημόσιον παραδόντος. μόνα τὰ βιβλία τοῦ βασιλέως φιλογραμματοῦσι τοῖς υἱέσιν ἐπέτρεψεν ἐξελέσθαι, καὶ διανέμων ἀριστεῖα τῆς μάχης Αἰλίῳ Τουβέρωνι τῷ γαμβρῷ φιάλην ἔδωκε πέντε λιτρῶν ὁλκήν. [7] οὗτός ἐστι Τουβέρων ὃν ἔφαμεν μετὰ συγγενῶν οἰκεῖν ἑκκαιδέκατον, ἀπὸ γηδίου μικροῦ διατρεφομένων ἁπάντων. καὶ πρῶτον ἄργυρον ἐκεῖνόν φασιν εἰς τὸν Αἰλίων οἶκον εἰσελθεῖν, ὑπ᾽ ἀρετῆς καὶ τιμῆς εἰσαγόμενον, τὸν δ᾽ ἄλλον χρόνον οὔτ᾽ αὐτοὺς οὔτε τὰς γυναῖκας ἀργυρίου χρῄζειν ἢ χρυσοῦ.

[XXVIII] Successivamente mandò l’esercito a riposo e si avviò ad una visita della Grecia, un’occasione di viaggio piena di onori e allo stesso tempo di azioni filantropiche. Giungendo nel territorio infatti risollevò le popolazioni, ristabilì gli ordinamenti politici e distribuì in dono ad alcuni grano, prelevato dai magazzini reali, ad altri olio. Così tanto, dicono, se ne trovò che la fila per prenderlo e riceverlo finì prima che fosse esaurita l’intera quantità dei prodotti rinvenuti. A Delfi quando vide una grande colonna a quattro angoli connessa con pietre bianche, sopra la quale avrebbe dovuto collocarsi una effige aurea di Perseo, ordinò che vi fosse collocata la propria: chi perde doveva fare spazio a chi vince. Ad Olimpia invece dicono che pronunciò quella frase ben nota, ovvero che Fidia aveva dato forma allo Zeus di Omero. Giunti da Roma dieci ambasciatori, egli concesse ai Macedoni di abitare nel territorio e nelle città liberi e con leggi proprie, pagando però ai Romani cento talenti: ai re pagavano più del doppio, Offrendo in ringraziamento agli dei sacrifici e spettacoli con ogni sorta di gara, diede pranzi e banchetti, facendo uso delle abbondanti forniture regali, ma nel disporli, nell’ordinarli, nel ricevere, nel far sedere gli ospiti e nel dare a ciascuno quel grado di onore e di attenzione che gli era dovuta, egli mostrò una sensibilità tanto precisa ed accurata che i Greci ne restarono meravigliati, se metteva impegno persino nei divertimenti e, benché fosse un uomo dedito a questioni di così grande rilievo, attribuiva la dovuta cura anche alle cose di poco conto. Pure di questo si compiaceva, che, nonostante la ricchezza e lo splendore delle cose da lui preparate, egli fosse lo spettacolo ed il godimento più gradevole per i presenti, e a chi ne ammirava la cura rispondeva che è proprio dello stesso animo disporre in modo adeguato un esercito ed un simposio, l’uno perché sia più che mai temibile per i nemici, l’altro perché risulti più che mai gradito agli ospiti. Non di meno gli uomini lodavano la sua generosità e magnanimità, poiché non aveva voluto vedere la gran massa d’argento e d’oro raccolto dai tesori reali, ma lo aveva consegnato ai questori per le spese pubbliche. Per i soli libri della biblioteca reale concesse ai figli di scegliere, in quanto appassionati di letteratura, e, suddividendo i premi per il valore dimostrato in battaglia, diede al genero Elio Tuberone una coppa da cinque litri. Questo è il Tuberone che, dicevamo prima, abitava come sedicesimo figlio insieme agli altri familiari, tutti sostenuti dai proventi di un piccolo appezzamento di terra. Dicono che quello fu il primo oggetto in argento che entrò nella casa degli Elii, introdotto per la virtù e l’onore, in precedenza né essi né le mogli facevano uso di argento o d’oro.

[XXIX] διῳκημένων δὲ πάντων αὐτῷ καλῶς ἀσπασάμενος τοὺς Ἕλληνας, καὶ παρακαλέσας τοὺς Μακεδόνας μεμνῆσθαι τῆς δεδομένης ὑπὸ Ῥωμαίων ἐλευθερίας σῴζοντας αὐτὴν δι᾽ εὐνομίας καὶ ὁμονοίας, ἀνέζευξεν ἐπὶ τὴν Ἤπειρον, ἔχων δόγμα συγκλήτου τοὺς συμμεμαχημένους αὐτῷ τὴν πρὸς Περσέα μάχην στρατιώτας ἀπὸ τῶν ἐκεῖ πόλεων ὠφελῆσαι. [2] βουλόμενος δὲ πᾶσιν ἅμα καὶ μηδενὸς προσδοκῶντος, ἀλλ᾽ ἐξαίφνης ἐπιπεσεῖν, μετεπέμψατο τοὺς πρώτους ἐξ ἑκάστης πόλεως ἄνδρας δέκα, καὶ προσέταξεν αὐτοῖς, ὅσος ἄργυρός ἐστι καὶ χρυσὸς ἐν οἰκίαις καὶ ἱεροῖς, ἡμέρᾳ ῥητῇ καταφέρειν. ἑκάστοις δὲ συνέπεμψεν ὡς ἐπ᾽ αὐτὸ δὴ τοῦτο φρουρὰν στρατιωτῶν καὶ ταξίαρχον προσποιούμενον ζητεῖν καὶ παραλαμβάνειν τὸ χρυσίον. [3] ἐνστάσης δὲ τῆς ἡμέρας, ὑφ᾽ ἕνα καὶ τὸν αὐτὸν ἅμα καιρὸν ὁρμήσαντες ἐτράποντο πρὸς καταδρομὴν καὶ διαρπαγὴν τῶν πόλεων, ὥστε ὥρᾳ μιᾷ πεντεκαίδεκα ἀνθρώπων ἐξανδραποδισθῆναι μυριάδας, ἑβδομήκοντα δὲ πόλεις πορθηθῆναι, γενέσθαι δ᾽ ἀπὸ τοσαύτης φθορᾶς καὶ πανωλεθρίας ἑκάστῳ στρατιώτῃ τὴν δόσιν οὐ μείζον᾽ ἕνδεκα δραχμῶν, φρῖξαι δὲ πάντας ἀνθρώπους τὸ τοῦ πολέμου τέλος, εἰς μικρὸν οὕτω τὸ καθ᾽ ἕκαστον λῆμμα καὶ κέρδος ἔθνους ὅλου κατακερματισθέντος.

[XXIX] Sistemata ogni cosa in modo adeguato, salutati i Greci ed esortati i Macedoni a ricordarsi della libertà concessa dai Romani, conservandola con il buon governo e la concordia, Emilio levò il campo dirigendosi in Epiro, avendo l’ordine da parte del Senato che quanti avevano combattuto insieme a lui la battaglia contro Perseo facessero bottino depredando le città di quel territorio. Volendo attaccare tutti gli abitanti insieme senza che nessuno se lo aspettasse ma d’improvviso, mandò a chiamare da ciascuna città dieci fra i personaggi più in vista ed ordinò loro di portare nel giorno stabilito tutto l’oro e l’argento che vi fosse nelle case e nei templi. Fece accompagnare ognuno, come fosse destinata a questo compito, una scorta di soldati ed un centurione, che fingesse di cercare e prendere l’oro. Ma, al sopraggiungere del giorno prestabilito, lanciatisi tutti insieme nello stesso momento si volsero all’assalto e al saccheggio delle città, così che in una sola ora vennero fatti prigionieri centocinquantamila uomini, e settanta città vennero rase al suolo, ma da tanta strage e distruzione ad ogni soldato toccò un bottino non superiore ad undici dracme e tutti temettero la fine della guerra, ridotto a pezzi un intero popolo perché ciascuno ne ricavasse un guadagno ed un profitto così esigui.

[XXX] Αἰμίλιος μὲν οὖν τοῦτο πράξας μάλιστα παρὰ τὴν αὑτοῦ φύσιν ἐπιεικῆ καὶ χρηστὴν οὖσαν εἰς Ὠρικὸν κατέβη, κἀκεῖθεν εἰς Ἰταλίαν μετὰ τῶν δυνάμεων περαιωθείς ἀνέπλει τὸν Θύβριν ποταμὸν ἐπὶ τῆς βασιλικῆς ἑκκαιδεκήρους κατεσκευασμένης εἰς κόσμον ὅπλοις αἰχμαλώτοις καὶ φοινικίσι καὶ πορφύραις, (ὡς καὶ πανηγυρίζειν ἔξωθεν καθάπερ εἰς τινὰ θριαμβικῆς θέαν πομπῆς) καὶ προαπολαύειν τοὺς Ῥωμαίους, τῷ ῥοθίῳ σχέδην ὑπάγοντι τὴν ναῦν ἀντιπαρεξάγοντας. [2] οἱ δὲ στρατιῶται τοῖς βασιλικοῖς χρήμασιν ἐποφθαλμίσαντες, ὡς οὐχ ὅσων ἠξίουν ἔτυχον, ὠργίζοντο μὲν ἀδήλως διὰ τοῦτο καὶ χαλεπῶς εἶχον πρὸς τὸν Αἰμίλιον, αἰτιώμενοι δὲ φανερῶς ὅτι βαρὺς γένοιτο καὶ δεσποτικὸς αὐτοῖς ἄρχων, οὐ πάνυ προθύμως ἐπὶ τὴν ὑπὲρ τοῦ θριάμβου σπουδὴν ἀπήντησαν. [3] αἰσθόμενος δὲ τοῦτο Σέρβιος Γάλβας, ἐχθρὸς Αἰμιλίου, γεγονὼς δὲ τῶν ὑπ᾽ αὐτὸν χιλιάρχων, ἐθάρρησεν ἀναφανδὸν εἰπεῖν ὡς οὐ δοτέον εἴη τὸν θρίαμβον. ἐνεὶς δὲ πολλὰς τῷ στρατιωτικῷ πλήθει διαβολὰς κατὰ τοῦ στρατηγοῦ καὶ τὴν οὖσαν ὀργὴν ἔτι μᾶλλον ἐξερεθίσας ᾐτεῖτο παρὰ τῶν δημάρχων ἄλλην ἡμέραν · ἐκείνην γὰρ οὐκ ἐξαρκεῖν τῇ κατηγορίᾳ, τέσσαρας ἔτι λοιπὰς ὥρας ἔχουσαν. [4] τῶν δὲ δημάρχων λέγειν αὐτὸν, εἴ τι βούλεται, κελευόντων, ἀρξάμενος μακρῷ καὶ βλασφημίας ἔχοντι παντοδαπὰς χρῆσθαι λόγῳ τὸν χρόνον ἀνήλωσε τῆς ἡμέρας · καὶ γενομένου σκότους οἱ μὲν δήμαρχοι τὴν ἐκκλησίαν ἀφῆκαν, πρὸς δὲ τὸν Γάλβαν οἱ στρατιῶται συνέδραμον θρασύτεροι γεγονότες, καὶ συγκροτήσαντες αὑτοὺς περὶ τὸν ὄρθρον αὖθις καταλαμβάνονται τὸ Καπετώλιον · ἐκεῖ γὰρ οἱ δήμαρχοι τὴν ἐκκλησίαν ἔμελλον ἄξειν.

[XXX] Emilio dunque, dopo aver compiuto questa azione molto al di là della sua natura, che era invece mite ed equa, scese verso Orico e da lì, condotto per mare in Italia insieme all’esercito, risalì il Tevere sull’imbarcazione regale a sedici remi, adornata dall’esterno con le armi sottratte ai nemici, drappi rossi e stoffe di porpora così splendidamente e fastosamente che i Romani godettero in anticipo come di un corteo trionfale, seguendo a piedi lungo le rive il fragore dei remi sulle onde che conducevano lentamente la nave. I soldati però, messo l’occhio bramoso sulle ricchezze regali, non avendo ottenuto quanto si aspettavano, in segreto si adirarono per questo motivo e si mostravano insofferenti verso Emilio, e, accusandolo apertamente di essere un generale duro e dispotico nei loro confronti, non gli vennero incontro con molto entusiasmo nel suo interesse di celebrare il trionfo. Resosi conto di ciò Servio Galba, nemico di Emilio, anche se era stato uno dei tribuni ai suoi ordini, ebbe il coraggio di affermare pubblicamente che non andava concesso il trionfo. Insinuando tra la massa dell’esercito molte calunnie contro il generale ed accendendo ancora di più l’odio già esistente, chiese ai tribuni della plebe un altro giorno: quello infatti non era sufficiente per l’accusa, in quanto restavano ancora quattro ore. Dato che i tribuni gli ordinarono di parlare, nel caso volesse dire qualcosa, egli, iniziato un lungo discorso pieno di maldicenze di ogni sorta, spese tutto il tempo della giornata. Calata l’oscurità i tribuni sciolsero l’assemblea, ma i soldati divenuti più spavaldi si unirono a Galba e radunatisi in una fazione al mattino occuparono poi il Campidoglio: lì infatti i tribuni avrebbero convocato l’assemblea.

[XXXI] ἅμα δ᾽ ἡμέρᾳ τῆς ψήφου δοθείσης ἥ τε πρώτη φυλὴ τὸν θρίαμβον ἀπεψηφίζετο, καὶ τοῦ πράγματος αἴσθησις εἰς τὸν ἀλλον δῆμον καὶ τὴν σύγκλητον κατῄει. καὶ τὸ μὲν πλῆθος ὑπεραλγοῦν τῷ προπηλακίζεσθαι τὸν Αἰμίλιον ἐν φωναῖς ἦν ἀπράκτοις, οἱ δὲ γνωριμώτατοι τῶν ἀπὸ βουλῆς δεινὸν εἶναι τὸ γινόμενον βοῶντες ἀλλήλους παρεκάλουν ἐπιλαβέσθαι τῆς τῶν στρατιωτῶν ἀσελγείας καὶ θρασύτητος, ἐπὶ πᾶν ἀφιξομένης ἄνομον ἔργον καὶ βίαιον, εἰ μηδὲν ἐμποδὼν αὐτοῖς γένοιτο Παῦλον Αἰμίλιον ἀφελέσθαι τῶν ἐπινικίων τιμῶν. [2] ὠσάμενοι δὲ τὸν ὄχλον καὶ ἀναβάντες ἁθρόοι τοῖς δημάρχοις ἔλεγον ἐπισχεῖν τὴν ψηφοφορίαν, ἄχρι ἂν διαέλθωσιν ἃ βούλονται πρὸς τὸ πλῆθος. ἐπισχόντων δὲ πάντων καὶ γενομένης σιωπῆς ἀνελθὼν ἀνὴρ ὑπατικὸς καὶ πολεμίους εἴκοσι καὶ τρεῖς ἐκ προκλήσεως ἀνῃρηκώς, Μᾶρκος Σερβίλιος, Αἰμίλιον μὲν ἔφη Παῦλον, ἡλίκος αὐτοκράτωρ γένοιτο νῦν [3] μάλιστα γινώσκειν, ὁρῶν ὅσης ἀπειθείας γέμοντι καὶ κακίας στρατεύματι χρώμενος οὕτω καλὰς κατώρθωσε καὶ μεγάλας πράξεις· θαυμάζειν δὲ τὸν δῆμον εἰ τοῖς ἀπ᾽ Ἰλλυριῶν καὶ Λιγύων ἀγαλλόμενος θριάμβοις αὑτῷ φθονεῖ τὸν Μακεδόνων βασιλέα ζῶντα καὶ τὴν Ἀλεξάνδρου καὶ Φιλίππου δόξαν ἐπιδεῖν ὑπὸ τοῖς Ῥωμαίων ὅπλοις ἀγομένην αἰχμάλωτον. [4] ‘πῶς γὰρ οὐ δεινὸν,’ εἶπεν, ‘εἰ, φήμης περὶ νίκης ἀβεβαίου πρότερον εἰς τὴν πόλιν ἐμπεσούσης, ἐθύσατε τοῖς θεοῖς εὐχόμενοι τοῦ λόγου τούτου ταχέως ἀπολαβεῖν τὴν ὄψιν, ἥκοντος δὲ τοῦ στρατηγοῦ μετὰ τῆς ἀληθινῆς νίκης ἀφαιρεῖσθε τῶν μὲν θεῶν τὴν τιμήν, αὑτῶν δὲ τὴν χαράν, ὡς φοβούμενοι θεάσασθαι τὸ μέγεθος τῶν κατορθωμάτων ἢ φειδόμενοι τοῦ πολεμίου βασιλέως · καίτοι κρεῖττον ἦν τῷ πρὸς ἐκεῖνον ἐλέῳ, μὴ τῷ πρὸς αὐτοκράτορα φθόνῳ λυθῆναι τὸν θρίαμβον. [5] ἀλλ᾽ εἰς τοσαύτην,’ ἔφη, ‘τὸ κακόηθες ἐξουσίαν προάγεται δι᾽ ὑμῶν ὥστε περὶ στρατηγίας καὶ θριάμβου τολμᾷ λέγειν ἄνθρωπος ἄτρωτος καὶ τῷ σώματι στίλβων ὑπὸ λειότητος καὶ σκιατραφίας πρὸς ἡμᾶς τοὺς τοσούτοις τραύμασι πεπαιδευμένους ἀρετὰς καὶ κακίας κρίνειν στρατηγῶν.’ ἅμα δὲ τῆς ἐσθῆτος διασχών ἐξέφηνε κατὰ τῶν στέρνων ὠτειλὰς ἀπίστους τὸ πλῆθος. [6] εἶτα μεταστραφεὶς ἔνια τῶν οὐκ εὐπρεπῶς ἐν ὄχλῳ γυμνοῦσθαι δοκούντων τοῦ σώματος ἀνεκάλυψε, καὶ πρὸς τὸν Γάλβαν ἐπιστρέψας, ‘σὺ μὲν,’ ἔφη, ‘γελᾷς ἐπὶ τούτοις, ἐγὼ δὲ σεμνύνομαι πρὸς τοὺς πολίτας · ὑπὲρ τούτων γὰρ ἡμέραν καὶ νύκτα συνεχῶς ἱππασάμενος ταῦτ᾽ ἔσχον. ἀλλ᾽ ἄγε λαβὼν αὐτοὺς ἐπὶ τὴν ψῆφον · ἐγὼ δὲ καταβὰς παρακολουθήσω πᾶσι, καὶ γνώσομαι τοὺς κακοὺς καὶ ἀχαρίστους καὶ δημαγωγεῖσθαι μᾶλλον ἐν τοῖς πολέμοις ἢ στρατηγεῖσθαι βουλομένους.’

[XXXI] Svoltasi la votazione non appena si fece giorno, la prima tribù espresse un voto contrario al trionfo, e la notizia del fatto si diffuse tra il resto del popolo ed il Senato. E la folla pur dolendosi che Emilio venisse oltraggiato, si lamentava inutilmente, mentre i più conosciuti fra quelli che prendevano parte al consiglio, gridando che quanto accadeva era indegno, si esortavano l’un l’altro per fermare l’insolenza e l’arrogante condotta dei soldati, la quale sarebbe infine arrivata ad azioni contrarie alla legge e violente, se non si fosse impedita la loro volontà di togliere ad Emilio gli onori derivanti dalla vittoria. Respinta la folla e saliti tutti insieme sul Campidoglio, chiesero ai tribuni di interrompere le operazioni di voto, fino a che non avessero riferito al popolo quello che intendevano dire. Dato l’ordine di interrompere la votazione e calato il silenzio, salito sulla tribuna un uomo con dignità consolare, che aveva sfidato ed ucciso ventitré nemici, Marco Servilio, disse che proprio allora comprendeva la grandezza di Emilio Paolo come generale, ora che vedeva di quanta perversità e disobbedienza fosse carico l’esercito con cui Emilio aveva ottenuto così grandi e splendidi successi: e disse di meravigliarsi del popolo, se questo, esaltandosi per i trionfi sugli Illiri e sui Liguri, per invidia rinunciava ad assistere allo spettacolo del re dei Macedoni preso vivo e della gloria di Alessandro e Filippo condotta prigioniera sotto le armi romane. “Come – egli disse – non sarebbe indegno, se, diffusasi in precedenza per la città la notizia non del tutto sicura della vittoria, voi avete offerto sacrifici agli dei, pregando di vedere al più presto quanto si raccontava, ed ora invece, giunto il generale recando con sé la vera vittoria, private gli dei degli onori, e voi stessi della gioia, come se foste timorosi di contemplare la grandezza dei successi o desiderosi di risparmiare il nemico ? Eppure sarebbe meglio che il trionfo venisse annullato per pietà verso il vinto, non per odio verso il generale vittorioso. Ma – egli aggiunse – per opera vostra la malignità si è spinta ad una tale licenza che ha il coraggio di parlarci di comandi e di trionfo un uomo senza ferite, con la pelle levigata e splendente per la vita sedentaria, a noi che abbiamo imparato da ferite così profonde a distinguere il valore e la cattiva condotta dei comandanti”. E, mentre parlava, stracciatasi la veste, mostrò un numero incredibile di cicatrici sul proprio petto. Poi voltatosi svelò alcune di quelle parti del corpo che non sembra conveniente denudare tra la folla e rivolgendosi a Galba “tu ridi – disse- per questo, ma io ne vado fiero davanti ai cittadini. Per loro infatti me le sono procurate cavalcando di continuo, giorno e notte. Avanti, portali a votare ! Io sceso tra la folla, seguirò ognuno e conoscerò i malevoli e gli ingrati e quanti in guerra desiderano essere guidati da un capopopolo piuttosto che da un comandante”.

[XXXII] οὕτω φασὶν ὑπὸ τῶν λόγων τούτων ἀνακοπῆναι καὶ μεταβαλεῖν τὸ στρατιωτικόν ὥστε πάσαις ταῖς φυλαῖς ἐπικυρωθῆναι τῷ Αἰμιλίῳ τὸν θρίαμβον. πεμφθῆναι δ᾽ αὐτὸν οὕτω λέγουσιν. ὁ μὲν δῆμος ἔν τε τοῖς ἱππικοῖς θεάτροις, ἃ κίρκους καλοῦσι, περί τε τήν ἀγορὰν ἰκρία πηξάμενοι, καὶ τἆλλα τῆς πόλεως μέρη καταλαβόντες, ὡς ἕκαστα παρεῖχε τῆς πομπῆς ἔποψιν, ἐθεῶντο καθαραῖς ἐσθῆσι κεκοσμημένοι. [2] πᾶς δὲ ναὸς ἀνέῳκτο καὶ στεφάνων καὶ θυμιαμάτων ἦν πλήρης, ὑπηρέται τε πολλοὶ καὶ ῥαβδονόμοι τοὺς ἀτάκτως συρρέοντας εἰς τὸ μέσον καὶ διαθέοντας ἐξείργοντες ἀναπεπταμένας τὰς ὁδοὺς καὶ καθαρὰς παρεῖχον. τῆς δὲ πομπῆς εἰς ἡμέρας τρεῖς νενεμημένης, ἡ μὲν πρώτη μόλις ἐξαρκέσασα τοῖς αἰχμαλώτοις ἀνδριάσι καὶ γραφαῖς καὶ κολοσσοῖς ἐπὶ ζευγῶν πεντήκοντα καὶ διακοσίων κομιζομένοις τούτων ἔσχε θέαν. [3] τῇ δ᾽ ὑστεραίᾳ τὰ κάλλιστα καὶ πολυτελέστατα τῶν Μακεδονικῶν ὅπλων ἐπέμπετο πολλαῖς ἁμάξαις, αὐτά τε μαρμαίροντα χαλκῷ νεοσμήκτῳ καὶ σιδήρῳ, τήν τε θέσιν ἐκ τέχνης καὶ συναρμογῆς ὡς ἂν μάλιστα συμπεφορημένοις χύδην καὶ αὐτομάτως ἐοίκοι πεποιημένα, κράνη πρὸς ἀσπίσι καὶ θώρακες ἐπὶ κνημῖσι, [4] καὶ Κρητικαὶ πέλται καὶ Θρᾴκια γέρρα καὶ φαρέτραι μετὰ ἱππικῶν ἀναμεμιγμέναι χαλινῶν, καὶ ξίφη γυμνὰ διὰ τούτων παρανίσχοντα καὶ σάρισαι παραπεπηγυῖαι, σύμμετρον ἐχόντων χάλασμα τῶν ὅπλων, ὥστε τήν πρὸς ἄλληλα κροῦσιν ἐν τῷ διαφέρεσθαι τραχὺ καὶ φοβερὸν ὑπηχεῖν, καὶ μηδὲ νενικημένων ἄφοβον εἶναι τήν ὄψιν. [5] μετὰ δὲ τὰς ὁπλοφόρους ἁμάξας ἄνδρες ἐπἐπορεύοντο τρισχίλιοι νόμισμα φέροντες ἀργυροῦν ἐν ἀγγείοις ἑπτακοσίοις πεντήκοντα τριταλάντοις, ὧν ἕκαστον ἀνὰ τέσσαρες ἐκόμιζον ἄλλοι δὲ κρατῆρας ἀργυροῦς καὶ κέρατα καὶ φιάλας καὶ κύλικας, εὖ διακεκοσμημένα πρὸς θέαν ἕκαστα καὶ περιττὰ τῷ μεγέθει καὶ τῇ παχύτητι τῆς τορείας.

[XXXII] L’esercito, dicono, rimase colpito da queste parole e mutò opinione tanto che ad Emilio venne ratificato il trionfo con il voto di tutte le tribù. E si svolse in tal modo. Il popolo, avendo fissato dei sedili sia nei teatri ippici, che chiamano circhi, sia attorno al Foro, e occupato le restanti parti della città, a seconda di come ciascuna offriva la vista dall’alto del corteo, assistevano allo spettacolo con indosso vesti candide. Ogni tempio era stato aperto, era pieno di corone e profumava d’incenso, un gran numero di servi e di littori tenevano lontani quanti confluivano disordinatamente correndo qua e là, facevano largo e liberavano le strade. Dato che il corteo era stato suddiviso in tre giornate, nella prima, che bastò a fatica per le statue, i dipinti e i colossi, trasportati su duecentocinquanta cocchi, si assistette allo spettacolo di tutte queste cose. Il giorno successivo invece sfilarono in processione su numerosi carri le più belle e ricche armature macedoni, brillavano di bronzo appena lucidato e di ferro, ed erano disposte ad arte e con ordine, perché assomigliassero in ogni modo ad armi raccolte alla rinfusa e casualmente, elmi davanti agli scudi, corazze sopra gli schinieri, scudi cretesi e scudi ovali traci e faretre mescolate assieme alle briglie dei cavalli, e nel mezzo spade sguainate che spuntavano accanto, e sarisse piantate vicino a queste, con le armi che erano disposte ad intervalli regolari, così che, quando collidevano l’una con l’altra nel mentre venivano trasportate, risuonavano in maniera terribile ed aspra, e pure lo spettacolo dei vinti non era privo di terrore. Dietro i carri che trasportavano le armi venivano tremila uomini, che recavano monete d’argento in settecentocinquanta vasi dal peso di tre talenti, ciascuno dei quali era sostenuto da quattro uomini: altri portavano crateri d’argento, corni per bere, tazze e coppe, tutti oggetti disposti con cura alla vista, straordinari per la grandezza e per lo spessore del lavoro a sbalzo.

[XXXIII] τῆς δὲ τρίτης ἡμέρας ἕωθεν μὲν εὐθὺς ἐπορεύοντο σαλπιγκταί μέλος οὐ προσόδιον καὶ πομπικόν, ἀλλ᾽ οἵῳ μαχομένους ἐποτρύνουσιν αὑτοὺς Ῥωμαῖοι, προσεγκελευόμενοι. μετὰ δὲ τούτους ἤγοντο χρυσόκερῳ τροφίαι βοῦς ἑκατὸν εἴκοσι, μίτραις ἠσκημένοι καὶ στέμμασιν. οἱ δ᾽ ἄγοντες αὑτοὺς νεανίσκοι περιζώμασιν εὐπαρύφοις ἐσταλμένοι πρὸς ἱερουργίαν ἐχώρουν, καὶ παῖδες ἀργυρᾶ λοιβεῖα καὶ χρυσᾶ κομίζοντες, [2] εἶτα μετὰ τούτους οἱ τὸ χρυσοῦν νόμισμα φέροντες, εἰς ἀγγεῖα τριταλαντιαῖα μεμερισμένον ὁμοίως τῷ ἀργυρίῷ. τὸ δὲ πλῆθος ἦν τῶν ἀγγείων ὀγδοήκοντα τριῶν δέοντα. τούτοις ἐπέβαλλον οἵ τε τὴν ἱερὰν φιάλην ἀνέχοντες, ἦν ὁ Αἰμίλιος ἐκ χρυσοῦ δέκα ταλάντων διὰ λίθων κατεσκεύασεν, οἵ τε τὰς Ἀντιγονίδας καὶ Σελευκίδας καὶ Θηρικλείους καὶ ὅσα περὶ δεῖπνον χρυσώματα τοῦ Περσέως ἐπιδεικνύμενοι. [3] τούτοις ἐπέβαλλε τὸ ἅρμα τοῦ Περσέως καὶ τὰ ὅπλα καὶ τὸ διάδημα τοῖς ὅπλοις ἐπικείμενον. εἶτα μικροῦ διαλείμματος ὄντος ἤδη τὰ τέκνα τοῦ βασιλέως ἤγετο δοῦλα, καὶ σὺν αὐτοῖς τροφέων καὶ διδασκάλων καὶ παιδαγωγῶν δεδακρυμένων ὄχλος, αὐτῶν τε τὰς χεῖρας ὀρεγόντων εἰς τοὺς θεατάς καὶ τὰ παιδία δεῖσθαι καὶ λιτανεύειν διδασκόντων. [4] ἦν δ᾽ ἄρρενα μὲν δύο, θῆλυ δὲ ἕν, οὐ πάνυ συμφρονοῦντα τῶν κακῶν τὸ μέγεθος διὰ τὴν ἡλικίαν · ᾗ καὶ μᾶλλον ἐλεεινὰ πρὸς τὴν μεταβολὴν τῆς ἀναισθησίας ἦν, ὥστε μικροῦ τὸν Περσέα βαδίζειν παρορώμενον · οὕτως ὑπ᾽ οἴκτου τοῖς νηπίοις προσεῖχον τὰς ὄψεις οἱ Ῥωμαῖοι, καὶ δάκρυα πολλοῖς ἐκβάλλειν συνέβη, πᾶσι δὲ μεμιγμένην ἀλγηδόνι καὶ χάριτι τὴν θέαν εἶναι μέχρι οὗ τὰ παιδία παρῆλθεν.

[XXXIII] Nella terza giornata al mattino giunsero subito i trombettieri suonando non una musica di solenne processione, bensì una di quelle con cui i Romani incitano sé stessi quando combattono. Dietro di loro venivano condotti centoventi buoi d’allevamento con corna ricoperte d’oro per il sacrificio, adornati con bende e ghirlande. I giovinetti che li conducevano, abbigliati con grembiuli dall’orlo purpureo, procedevano verso il rito sacrificale, assieme a loro fanciulli recanti tazze d’oro e d’argento per le libagioni. A seguire quelli che recavano le monete d’oro, distribuite in vasi da tre talenti ciascuno, in modo simile a quelle d’argento. Il numero dei vasi era settantasette. A questi si aggiunsero sia quanti tenevano sollevata la sacra coppa che Emilio aveva fatto realizzare, ornata con pietre preziose, da dieci talenti d’oro, sia quelli che mostravano le tazze dette Antigonide, Seleucide e Teraclea, e tutti gli oggetti d’oro che Perseo utilizzava per i banchetti. Ed ancora si aggiungeva il carro di Perseo, le armi e la corona posta sopra le armi. Dopo un breve intervallo venivano infine condotti come schiavi i figli del re, ed insieme a loro una moltitudine di tutori, maestri e pedagoghi in lacrime, che stendevano essi stessi le mani verso gli spettatori ed insegnavano ai bambini a chiedere e a supplicare con preghiere. Erano i figli due maschi ed una femmina, non pienamente in grado di comprendere, per via della giovane età, la grandezza dei loro mali. E per questo suscitavano un più profondo sentimento di pietà, pensando a quando l’inconsapevolezza di quei fanciulli sarebbe cessata, tanto che Perseo, mentre avanzava, era quasi trascurato. Così per compassione i Romani volgevano lo sguardo verso di loro e a molti accadde di versare lacrime, ma a tutti di assistere ad uno spettacolo in cui si mescolavano pena e gioia, fino a che i bambini non passarono oltre.

[XXXIV] αὐτὸς δὲ τῶν τέκνων ὁ Περσεὺς καὶ τῆς περὶ αὐτὰ θεραπείας κατόπιν ἐπορεύετο, φαιὸν μὲν ἱμάτιον ἀμπεχόμενος καὶ κρηπῖδας ἔχων ἐπιχωρίους, ὑπὸ δὲ μεγέθους τῶν κακῶν πάντα θαμβοῦντι καὶ παραπεπληγμένῳ μάλιστα τὸν λογισμὸν ἐοικώς. καὶ τούτῳ δ᾽ εἵπετο χορὸς φίλων καὶ συνήθων, βεβαρημένων τὰ πρόσωπα πένθει, καὶ τῷ πρὸς Περσέα βλέπειν ἀεὶ καὶ δακρύειν ἔννοιαν παριστάντων τοῖς θεωμένοις ὅτι τὴν ἐκείνου τύχην ὀλοφύρονται τῶν καθ᾽ ἑαυτοὺς ἐλάχιστα φροντίζοντες. [2] καίτοι προσέπεμψε τῷ Αἰμιλίῳ δεόμενος μὴ πομπευθῆναι καὶ παραιτούμενος τὸν θρίαμβον. ὁ δὲ τῆς ἀνανδρίας αὑτοῦ καὶ φιλοψυχίας, ὡς ἔοικε, καταγελῶν, ‘ἀλλὰ τοῦτό γ᾽,’ εἶπε, ‘καὶ πρότερον ἦν ἐπ᾽ αὐτῷ καὶ νῦν ἐστιν, ἂν βούληται’ δηλῶν τὸν πρὸ αἰσχύνης θάνατον, ὃν οὐχ ὑπομείνας ὁ δείλαιος, ἀλλ᾽ ὑπ᾽ ἐλπίδων τινῶν ἀπομαλακισθείς ἐγεγόνει μέρος τῶν αὑτοῦ λαφύρων. [3] ἐφεξῆς δὲ τούτοις ἐκομίζοντο χρυσοῖ στέφανοι τετρακόσιοι τὸ πλῆθος, οὓς αἱ πόλεις ἀριστεῖα τῆς νίκης τῷ Αἰμιλίῳ μετὰ πρεσβειῶν ἔπεμψαν. εἶτ᾽ αὐτὸς ἐπέβαλλεν ἅρματι κεκοσμημένῳ διαπρεπῶς ἐπιβεβηκώς, ἀνὴρ καὶ δίχα τοσαύτης ἐξουσίας ἀξιοθέατος, ἁλουργίδα χρυσόπαστον ἀμπεχόμενος καὶ δάφνης κλῶνα τῇ δεξιᾷ προτείνων. [4] ἐδαφνηφόρει δὲ καὶ σύμπας ὁ στρατός, τῷ μὲν ἅρματι τοῦ στρατηγοῦ κατὰ λόχους καὶ τάξεις ἑπόμενος, ᾁδων δὲ τὰ μὲν ᾠδάς τινας πατρίους ἀναμεμιγμένας γέλωτι, τὰ δὲ παιᾶνας ἐπινικίους καὶ τῶν διαπεπραγμένων ἐπαίνους εἰς τὸν Αἰμίλιον περίβλεπτον ὄντα καὶ ζηλωτὸν ὑπὸ πάντων, οὐδενὶ δὲ τῶν ἀγαθῶν ἐπίφθονον πλὴν εἴ τι δαιμόνιον ἄρα τῶν μεγάλων καὶ ὑπερόγκων εἴληχεν εὐτυχιῶν ἀπαρύτειν καὶ μιγνύναι τὸν ἀνθρώπινον βίον, ὅπως μηδενὶ κακῶν ἄκρατος εἴη καὶ καθαρός, ἀλλὰ καθ᾽ Ὅμηρον ἄριστα δοκῶσι πράττειν οἷς αἱ τύχαι τροπὴν ἐπ᾽ ἀμφότερα τῶν πραγμάτων ἔχουσιν.

[XXXIV] Perseo veniva dietro ai figli e a loro seguito di servi. Avvolto in un mantello grigio e con dei calzari del suo paese ai piedi, mostrando l’aspetto, a causa dell’enorme sventura, di un uomo del tutto sbigottito e che ha perduto completamente la ragione. Lo seguiva un gruppo di amici e di familiari, col volto gravato dalla sofferenza, che davano l’impressione a chi osservava, col volgersi a guardare continuamente Perseo e a compiangerlo, di compatire la sua sorte, tenendo in pochissimo conto la loro. Eppure si era rivolto ad Emilio, chiedendo di non essere condotto in processione e scongiurando con preghiere il trionfo. Emilio, come pare, ridendo della sua codardia e del suo attaccamento alla vita “questo – disse – gli era possibile anche prima, come pure adesso, se lo desidera” indicando, piuttosto che la vergogna, la morte, non avendo, da vile, affrontato la quale, mostratosi debole in virtù di qualche speranza, era divenuto parte delle sue stesse spoglie di guerra. A seguire venivano portate quattrocento corone d’oro, che le città, assieme agli ambasciatori, avevano inviato ad Emilio come premio per la vittoria. E poi veniva Emilio stesso, sopra un carro adornato splendidamente, un uomo che meritava di essere osservato anche se non gli fosse stato concesso un potere così grande, avvolto in una veste purpurea ricamata d’oro, mentre tendeva innanzi con la mano destra un ramo d’alloro. Portava rami d’alloro anche l’intero esercito, che seguiva il carro del generale schierato in compagnie e reparti, chi intonando canti tradizionali, mescolati a battute di spirito, chi peana di vittoria e lodi delle azioni compiute rivolti ad Emilio, ammirato e visto da tutti con rispetto, ma non esposto all’invidia di alcuno, fra le persone d’animo nobile; eppure è destino che un dio tolga qualcosa, se questo eccede in misura troppo larga la grandezza dei successi, e confonda, mescolandole tra loro, le vicende umane, perché nessuno vivendo possieda un’ esistenza immune e scevra dai mali, ma come afferma Omero , sembrino raggiungere la piena prosperità quelli la cui sorte inclina verso entrambe le condizioni, la gioia e il dolore.

[XXXV] ἦσαν γὰρ αὐτῷ τέσσαρες υἱοί, δύο μὲν εἰς ἑτέρας ἀπῳκισμένοι συγγενείας, ὡς ἤδη λέλεκται, Σκηπίων καὶ Φάβιος, δύο δὲ παῖδες ἔτι τὴν ἡλικίαν, οὓς ἐπὶ τῆς οἰκίας εἶχε τῆς ἑαυτοῦ γεγονότας ἐξ ἑτέρας γυναικός. [2] ὧν ὁ μὲν ἡμέραις πέντε πρὸ τοῦ θριαμβεύειν τὸν Αἰμίλιον ἐτελεύτησε τεσσαρεσκαιδεκέτης, ὁ δὲ δωδεκέτης μετὰ τρεῖς ἡμέρας θριαμβεύσαντος ἐπαπέθανεν, ὥστε μηδένα γενέσθαι Ῥωμαίων τοῦ πάθους ἀνάλγητον, ἀλλὰ φρῖξαι τὴν ὠμότητα τῆς τύχης ἅπαντας, ὡς οὐκ ᾐδέσατο πένθος τοσοῦτον εἰς οἰκίαν ζήλου καὶ χαρᾶς καὶ θυσιῶν γέμουσαν εἰσάγουσα, καὶ καταμιγνύουσα θρήνους καὶ δάκρυα παιᾶσιν ἐπινικίοις καὶ θριάμβοις.

[XXXV] Emilio aveva quattro figli, due, Scipione e Fabio, adottati in altre famiglie, come si è già detto, due ancora in giovane età, che egli teneva in casa propria, nati dalla seconda moglie. Di questi uno morì all’età di quattordici anni, cinque giorni prima che Emilio trionfasse, l’altro, di dodici anni, venne meno anch’egli tre giorni dopo il trionfo, tanto che nessun cittadino di Roma rimase insensibile al dolore per quanto accaduto, ma tutti inorridirono davanti alla crudeltà della sorte, poiché non aveva avuto riguardo ad introdurre una così grande sofferenza in una dimora dove c’era gloria, felicità e dove si celebravano sacrifici in onore degli dei, e a mescolare lamenti e lacrime a peana di vittoria e alla gioia per il trionfo.

[XXXVI] οὐ μὴν ἀλλ᾽ ὁ Αἰμίλιος ὀρθῶς λογιζόμενος ἀνδρείας καὶ θαρραλεότητος ἀνθρώποις οὐ πρὸς ὅπλα καὶ σαρίσας χρῆσιν εἶναι μόνον, ἀλλὰ πρὸς πᾶσαν ὁμαλῶς τύχης ἀντίστασιν, οὕτως ἡρμόσατο καὶ κατεκόσμησε τὴν τῶν παρόντων σύγκρασιν ὥστε τοῖς ἀγαθοῖς τὰ φαῦλα καὶ τὰ οἰκεῖα τοῖς δημοσίοις ἐναφανισθέντα μὴ ταπεινῶσαι τὸ μέγεθος μηδὲ καθυβρίσαι τὸ ἀξίωμα τῆς νίκης. [2] τὸν μέν γε πρότερον τῶν παίδων ἀποθανόντα θάψας εὐθὺς ἐθριάμβευσεν, ὡς λέλεκται· τοῦ δὲ δευτέρου μετὰ τὸν θρίαμβον τελευτήσαντος συναγαγὼν εἰς ἐκκλησίαν τὸν Ῥωμαίων δῆμον ἐχρήσατο λόγοις ἀνδρὸς οὐ δεομένου παραμυθίας, ἀλλὰ παραμυθουμένου τοὺς πολίτας δυσπαθοῦντας ἐφ᾽ οἷς ἐκεῖνος ἐδυστύχησεν. ἔφη γάρ ὅτι τῶν ἀνθρωπίνων οὐδὲν οὐδέποτε δείσας, τῶν δὲ θείων ὡς ἀπιστότατον καὶ ποικιλώτατον πρᾶγμα τὴν [3] τύχην ἀεὶ φοβηθείς, μάλιστα περὶ τοῦτον αὐτῆς τὸν πόλεμον, ὥσπερ πνεύματος λαμπροῦ, ταῖς πράξεσι παρούσης, διατελοίη μεταβολήν τινα καὶ παλίρροιαν προσδεχόμενος. ‘μιᾷ μὲν γὰρ,’ εἶπεν, ‘ἡμέρᾳ τὸν Ἰόνιον ἀπὸ Βρεντεσίου περάσας εἰς Κέρκυραν κατήχθην πεμπταῖος δ᾽ ἐκεῖθεν ἐν Δελφοῖς τῷ θεῷ θύσας, ἑτέραις αὖθις αὖ πέντε τὴν δύναμιν ἐν Μακεδονίᾳ παρέλαβον, καὶ τὸν εἰωθότα συντελέσας καθαρμὸν αὐτῆς καὶ τῶν πράξεων εὐθὺς ἐναρξάμενος ἐν ἡμέραις ἄλλαις πεντεκαίδεκα τὸ κάλλιστον ἐπέθηκα τῷ πολέμῳ τέλος. [4] ἀπιστῶν δὲ τῇ Τύχῃ διὰ τὴν εὔροιαν τῶν πραγμάτων, ὡς ἄδεια πολλὴ καὶ κίνδυνος οὐδεὶς ἦν ἀπὸ τῶν πολεμίων, μάλιστα κατὰ πλοῦν ἐδεδίειν τὴν μεταβολὴν τοῦ δαίμονος ἐπ᾽ εὐτυχίᾳ, τοσοῦτον στρατὸν νενικηκότα καὶ λάφυρα καὶ βασιλεῖς αἰχμαλώτους κομίζων. οὐ μὴν ἀλλὰ καὶ σωθεὶς πρὸς ὑμᾶς καὶ τὴν πόλιν ὁρῶν εὐφροσύνης καὶ ζήλου καὶ θυσιῶν γέμουσαν, ἔτι τὴν Τύχην δι᾽ ὑποψίας εἶχον, εἰδὼς οὐδὲν εἰλικρινὲς οὐδ᾽ ἀνεμέσητον ἀνθρώποις τῶν μεγάλων χαριζομένην. [5] καὶ τοῦτον οὐ πρότερον ἡ ψυχὴ τὸν φόβον ὠδίνουσα καὶ περισκοπουμένη τό μέλλον ὑπὲρ τῆς πόλεως ἀφῆκεν ἢ τηλικαύτῃ με προσπταῖσαι δυστυχίᾳ περὶ τὸν οἶκον, υἱῶν ἀρίστων, οὓς ἐμαυτῷ μόνους ἐλιπόμην διαδόχους, ταφὰς ἐπαλλήλους ἐν ἡμέραις ἱεραῖς μεταχειρισάμενον. [6] νῦν οὖν ἀκίνδυνός εἰμι τὰ μέγιστα καὶ θαρρῶ, καὶ νομίζω τὴν Τύχην ὑμῖν παραμενεῖν ἀβλαβῆ καὶ βέβαιον. ἱκανῶς γὰρ ἐμοὶ καὶ τοῖς ἐμοῖς κακοῖς εἰς τὴν τῶν κατωρθωμένων ἀποκέχρηται νέμεσιν, οὐκ ἀφανέστερον ἔχουσα παράδειγμα τῆς ἀνθρωπίνης ἀσθενείας τοῦ θριαμβευομένου τὸν θριαμβεύοντα πλὴν ὅτι Περσεὺς μὲν ἔχει καὶ νενικημένος τοὺς παῖδας, Αἰμίλιος δὲ τοὺς αὑτοῦ νικήσας ἀπέβαλεν.’

[XXXVI] Emilio tuttavia, pensando giustamente che il coraggio ed il valore andasse usato dagli uomini non solo contro le armi o le sarisse, ma allo stesso modo contro ogni avversità della sorte, ricompose e mise in ordine la mescolanza indistinta di quanto accadeva in quel momento, così che le cose di poco conto, annullate in quelle più degne, e le vicende domestiche, svanite negli affari pubblici, non sminuissero la grandezza e non oltraggiassero la dignità della vittoria. Difatti, dopo aver seppellito il figlio morto per primo, subito celebrò il trionfo, come è stato detto. Morto il secondo figlio dopo il trionfo, egli, raccolto il popolo romano in assemblea, usò parole di un uomo che non aveva bisogno di conforto, ma che piuttosto confortava i cittadini, addolorati per la sua sventura. Diceva che, non avendo mai temuto nulla delle realtà umane, ma, fra quelle divine, essendo stato sempre timoroso della Fortuna, come della cosa più infida e mutevole, soprattutto perché in questa guerra la sua presenza era stata simile ad un vento favorevole ed impetuoso che soffiando sospinge gli eventi, non aveva mai smesso di aspettarsi qualche mutamento e rovescio. “In una sola giornata infatti – egli disse – attraversato lo Ionio partito da Brindisi, sbarcai a Corcira. Avendo sacrificato al dio di Delfi cinque giorni dopo la partenza da lì, dopo altri cinque giorni ho assunto il comando dell’esercito in Macedonia e, dopo aver compiuto il consueto rituale purificatorio dell’esercito stesso e dato immediatamente inizio alle operazioni, in altri quindici giorni ho portato a termine la guerra nella maniera migliore. Dando poca fiducia alla Fortuna per via della facile vittoria, poiché non vi era alcun timore e pericolo dato dai nemici, temevo, soprattutto durante la traversata di ritorno, il mutamento del dio rispetto a tutti questi successi mentre riconducevo un così grande esercito vittorioso e così largo bottino e re fatti prigionieri. Nonostante tutto, anche dopo che giunsi salvo fra di voi e vedendo la città piena di gioia, di ammirazione, e che tutta offriva sacrifici agli dei, guardavo ancora con sospetto la Fortuna, consapevole che questa nulla concede di grande agli uomini che sia integro ed esente dal risentimento dei numi. E l’animo, travagliato ed intento a scrutare quello che sarebbe stato della città, non ha abbandonato tali paure prima che io cadessi in questa grande sventura abbattutasi sulla mia casa, dopo aver composto, nei giorni dedicati alla festa, le esequie ravvicinate di figli nobilissimi, che avevo lasciato come miei soli eredi. Ora dunque per me non c’è più pericolo, non ho timore, e credo che la Fortuna sarà per voi sicura ed innocua. In maniera sufficiente si è servita di me e dei miei mali per vendicare i successi, mostrando quale esempio non meno evidente dell’impotenza umana il trionfatore rispetto a chi è trascinato nel trionfo, eccetto che Perseo, anche se vinto, possiede ancora i figli, Emilio invece, dopo aver riportato la vittoria, li ha perduti”.

[XXXVII] οὕτω μὲν εὐγενεῖς καὶ μεγάλους λόγους τὸν Αἰμίλιον ἐξ ἀπλάστου καὶ ἀληθινοῦ φρονήματος ἐν τῷ δήμῳ διαλεχθῆναι λέγουσι. τῷ δὲ Περσεῖ, καίπερ οἰκτείρας τὴν μεταβολὴν καὶ μάλα βοηθῆσαι προθυμηθείς, οὐδὲν εὕρετο πλὴν μεταστάσεως ἐκ τοῦ καλουμένου κάρκερε παρ᾽ αὐτοῖς εἰς τόπον καθαρὸν καὶ φιλανθρωποτέραν δίαιταν, [2] ὅπου φρουρούμενος, ὡς μὲν οἱ πλεῖστοι γεγράφασιν, ἀπεκαρτέρησεν, ἔνιοι δὲ τῆς τελευτῆς ἴδιόν τινα καὶ παρηλλαγμένον τρόπον ἱστοροῦσι. μεμψαμένους γάρ τι καὶ θυμωθέντας αὐτῷ τοὺς περὶ τὸ σῶμα στρατιώτας, ὡς ἕτερον οὐδὲν ἠδύναντο λυπεῖν καὶ κακοῦν αὐτόν, ἐξείργειν τῶν ὕπνων, καὶ προσέχοντας ἀκριβῶς ἐνίστασθαι ταῖς καταφοραῖς καὶ συνέχειν ἐγρηγορότα πάσῃ μηχανῇ, μέχρι οὗ τοῦτον τὸν τρόπον ἐκπονηθεὶς ἐτελεύτησεν. [3] ἐτελεύτησε δὲ καὶ τῶν παιδίων τὰ δύο. τὸν δὲ τρίτον, Ἀλέξανδρον, εὐφυᾶ μὲν ἐν τῷ τορεύειν καὶ λεπτουργεῖν γενέσθαι φασίν, ἐκμαθόντα δὲ τὰ Ῥωμαϊκὰ γράμματα καὶ τὴν διάλεκτον ὑπογραμματεύειν τοῖς ἄρχουσιν, ἐπιδέξιον καὶ χαρίεντα περὶ ταύτην τὴν ὑπηρεσίαν ἐξεταζόμενον.

[XXXVII] Un così nobile discorso dicono che Emilio proferì tra il popolo da un orgoglio non artefatto, ma sincero. Eppure nei confronti di Perseo, anche se ne commiserava la fortuna mutata ed era ben disposto ad aiutarlo, non trovò altro rimedio se non il trasferimento da quello che i Romani chiamano carcer in un luogo pulito e in una dimora più umana dove, sotto sorveglianza, come per la maggior parte è stato scritto, si lascio morire d’inedia; alcuni invece danno un racconto particolare e diverso della sua fine: gli uomini che lo sorvegliavano, lamentandosi di lui per qualcosa e presi dall’ira nei suoi confronti, dato che non potevano affliggerlo e maltrattarlo in altro modo, gli impedivano il sonno, facendo particolare attenzione ad ostacolare i momenti in cui si abbandonava al riposo e a tenerlo continuamente sveglio con ogni mezzo, fintanto che stremato da questa condotta morì. Morirono anche due dei figli. Dicono che il terzo, Alessandro, fosse invece abile a lavorare a sbalzo e nell’intaglio, e che, avendo imparato a leggere e a parlare latino, ricoprì il ruolo di segretario dei magistrati, in quanto era valutato capace e bravo in questo tipo di servizio.

[XXXVIII] ταῖς δὲ Μακεδονικαῖς πράξεσι τοῦ Αἰμιλίου δημοτικωτάτην προσγράφουσι χάριν ὑπὲρ τῶν πολλῶν, ὡς τοσούτων εἰς τὸ δημόσιον τότε χρημάτων ὑπ᾽ αὐτοῦ τεθέντων ὥστε μηκέτι δεῆσαι τὸν δῆμον εἰσενεγκεῖν ἄχρι τῶν Ἱρτίου καὶ Πάνσα χρόνων, οἳ περὶ τὸν πρῶτον Ἀντωνίου καὶ Καίσαρος πόλεμον ὑπάτευσαν. [2] κἀκεῖνο δ᾽ ἴδιον καὶ περιττὸν τοῦ Αἰμιλίου, τὸ σπουδαζόμενον ὑπὸ τοῦ δήμου καὶ τιμώμενον διαφερόντως ἐπὶ τῆς ἀριστοκρατικῆς μεῖναι προαιρέσεως, καὶ μηδὲν εἰπεῖν μηδὲ πρᾶξαι χάριτι τῶν πολλῶν, ἀλλὰ τοῖς πρώτοις καὶ κρατίστοις ἀεὶ συνεξετάζεσθαι περὶ τὴν πολιτείαν. ὃ καὶ χρόνοις ὕστερον Ἄππιος ὠνείδισεν Ἀφρικανῷ Σκηπίωνι. [3] μέγιστοι γὰρ ὄντες ἐν τῇ πόλει τότε τὴν τιμητικὴν ἀρχὴν μετῄεσαν, ὁ μὲν τὴν βουλὴν ἔχων καὶ τοὺς ἀρίστους περὶ αὑτόν (αὕτη γὰρ Ἀππίοις ἡ πολιτεία πάτριος), ὁ δὲ μέγας μὲν ὢν ἐφ᾽ ἑαυτοῦ, μεγάλῃ δ᾽ ἀεὶ τῇ παρὰ τοῦ δήμου χάριτι καὶ σπουδῇ κεχρημένος. ὡς οὖν ἐμβάλλοντος εἰς ἀγορὰν τοῦ Σκηπίωνος κατεῖδε παρὰ πλευρὰν ὁ Ἄππιος ἀνθρώπους ἀγεννεῖς καὶ δεδουλευκότας, ἀγοραίους δὲ καὶ δυναμένους ὄχλον συναγαγεῖν καὶ σπουδαρχίᾳ καὶ κραυγῇ πάντα πράγματα βιάσασθαι, μέγα βοήσας [4] ‘ὦ Παῦλε,’ εἶπεν, ‘Αἰμίλιε, στέναξον ὑπὸ γῆς αἰσθόμενος ὅτι σου τὸν υἱὸν Αἰμίλιος ὁ κῆρυξ καὶ Λικίννιος Φιλόνεικος ἐπὶ τιμητείαν κατάγουσιν.’ ἀλλὰ Σκηπίων μὲν αὔξων τὰ πλεῖστα τὸν δῆμον εὔνουν εἶχεν, Αἰμίλιος δέ, καίπερ ὢν ἀριστοκρατικὸς, οὐδὲν ἧττον ὑπὸ τῶν πολλῶν ἠγαπᾶτο τοῦ μάλιστα δημαγωγεῖν καὶ πρός χάριν ὁμιλεῖν τοῖς πολλοῖς δοκοῦντος. [5] ἐδήλωσαν δὲ μετὰ τῶν ἄλλων καλῶν καὶ τιμητείας αὐτὸν ἀξιώσαντες, ἥτις ἐστὶν ἀρχὴ πασῶν ἱερωτάτη καὶ δυναμένη μέγα πρός τε τἆλλα καὶ πρός ἐξέτασιν βίων. ἐκβαλεῖν τε γὰρ ἔξεστι συγκλήτου τὸν ἀπρεπῶς ζῶντα τοῖς τιμηταῖς, καὶ προγράψαι τὸν ἄριστον, ἵππου τ᾽ ἀφαιρέσει τῶν νέων ἀτιμάσαι τὸν ἀκολασταίνοντα. καὶ τῶν οὐσιῶν οὗτοι τὰ τιμήματα καὶ τὰς ἀπογραφὰς ἐπισκοποῦσιν. [6] ἀπεγράψαντο μὲν οὖν κατ᾽ αὐτὸν μυριάδες ἀνθρώπων τριάκοντα τρεῖς, ἔτι δ᾽ ἑπτακισχίλιοι τετρακόσιοι πεντήκοντα δύο, τῆς δὲ βουλῆς προέγραψε μὲν Μᾶρκον Αἰμίλιον Λέπιδον, ἤδη τετράκις καρπούμενον ταύτην τὴν προεδρίαν, ἐξέβαλε δὲ τρεῖς συγκλητικοὺς οὐ τῶν ἐπιφανῶν, καὶ περὶ τὴν τῶν ἱππέων ἐξέτασιν ὁμοίως ἐμετρίασεν αὐτός τε καὶ Μάρκιος Φίλιππος ὁ συνάρχων αὐτοῦ.

[XXXVIII] Alle imprese Macedoni di Emilio riportano l’ampia popolarità che ebbe tra le masse, in quanto per opera sua venne allora assegnata all’erario una cifra così consistente, che il popolo non fu più necessitato a versare tributi fino al tempo di Irzio e Pansa, che furono consoli durante la prima guerra fra Antonio e Cesare Augusto [43 a.C.]. E quello rappresentava proprio la sua peculiare eccezionalità, pur essendo rispettato dal popolo ed onorato, rimanere sulla linea politica dell’aristocrazia e non dire né fare nulla per ingraziarsi le masse, ma, in merito alle azioni di governo, parteggiare sempre per i più ragguardevoli. Cosa che anche in seguito Appio rimproverò a Scipione Africano (Emiliano). Potentissimi in quei tempi a Roma, aspiravano entrambi alla censura, l’uno avendo attorno a sé il senato e i nobili (questa era infatti la politica tradizionale degli Appi), l’altro essendo potente di suo, ma contando sempre sul favore e l’appoggio del popolo. Poiché dunque Appio, mentre Scipione si dirigeva verso il Foro, vide al suo fianco uomini di basso rango e di origine servile, ma pratici della piazza e capaci di radunare la folla e di forzare violentemente ogni cosa con grida e sollecitazioni, “o Paolo Emilio – esclamò a gran voce – alza un lamento da sotto la terra, dopo aver sentito che Emilio il banditore e Licinnio Filonico conducono tuo figlio alla censura !”. Eppure, mentre Scipione ebbe dalla sua parte il popolo in quanto ne sosteneva il più possibile il potere, Emilio, anche se appartenente all’aristocrazia, era amato dalla plebe non meno di chi sembrava agire da capopopolo ed occuparsi delle folle per ottenerne i favori. E manifestarono questo affetto avendolo reso degno, insieme alle altre cariche, anche della censura, che è la magistratura più sacra fra tutte e che esercita in generale un grande potere, ma specialmente nell’esaminare la condotta dei cittadini. Ai censori infatti è consentito espellere dal Senato chi vive in modo indecoroso, designare al primo posto il migliore e revocare gli onori, con la sottrazione del titolo, a chi fra i giovani cavalieri si dimostri intemperante. Questi magistrati sono anche preposti alla valutazione delle proprietà e stilano le liste dei cittadini in base alle loro ricchezze. Durante la magistratura di Emilio vennero censiti trecentotrentasettemila e quattrocentocinquantadue uomini, ed egli designò princeps Senatus Marco Emilio Lepido, che già per la quarta volta godeva di tale privilegio, allontanò tre senatori non fra quelli illustri e, in merito all’esame dei cavalieri, conservò la moderazione, e come lui pure il suo collega Marcio Filippo.

[XXXIX] διῳκημένων δὲ τῶν πλείστων καὶ μεγίστων ἐνόσησε νόσον ἐν ἀρχῇ μὲν ἐπισφαλῆ, χρόνῳ δὲ ἀκίνδυνον, ἐργώδη δὲ καὶ δυσαπάλλακτον γενομένην. ἐπεὶ δὲ πεισθεὶς ὑπὸ τῶν ἰατρῶν ἔπλευσεν εἰς Ἐλέαν τῆς Ἰταλίας καὶ διέτριβεν αὐτόθι πλείω χρόνον ἐν παραλίοις ἀγροῖς καὶ πολλὴν ἡσυχίαν ἔχουσιν, ἐπόθησαν αὐτὸν οἱ Ῥωμαῖοι, καὶ φωνὰς πολλάκις ἐν θεάτροις οἷον εὐχόμενοι καὶ σπεύδοντες ἰδεῖν ἀφῆκαν. [2] οὔσης δέ τινος ἱερουργίας ἀναγκαίας, ἤδη δὲ καὶ δοκοῦντος ἱκανῶς ἔχειν αὐτῷ τοῦ σώματος, ἐπανῆλθεν εἰς Ῥώμην. κἀκείνην μὲν ἔθυσε μετὰ τῶν ἄλλων τὴν θυσίαν ἱερέων, ἐπιφανῶς τοῦ δήμου περικεχυμένου καὶ χαίροντος · τῇ δ᾽ ὑστεραίᾳ πάλιν ἔθυσεν αὐτὸς ὑπὲρ αὐτοῦ σωτήρια τοῖς θεοῖς. [3] καὶ συμπερανθείσης, ὡς προείρηται, τῆς θυσίας, ὑποστρέψας οἴκαδε καὶ κατακλιθείς, πρὶν αἰσθέσθαι καὶ νοῆσαι τὴν μεταβολήν, ἐν ἐκστάσει καὶ παραφορᾷ τῆς διανοίας γενόμενος τριταῖος ἐτελεύτησεν, οὐδενὸς ἐνδεὴς οὐδ᾽ ἀτελὴς τῶν πρὸς εὐδαιμονίαν νενομισμένων γενόμενος. καὶ γὰρ ἡ περὶ τὴν ἐκφορὰν πομπὴ θαυμασμὸν ἔσχε, καὶ ζῆλον ἐπικοσμοῦντα τὴν ἀρετὴν τοῦ ἀνδρὸς τοῖς ἀρίστοις καὶ μακαριωτάτοις ἐνταφίοις. [4] ταῦτα δ᾽ ἦν οὐ χρυσὸς οὐδ᾽ ἐλέφας οὐδ᾽ ἡ λοιπὴ πολυτέλεια καὶ φιλοτιμία τῆς παρασκευῆς, ἀλλ᾽ εὔνοια καὶ τιμὴ καὶ χάρις οὐ μόνον παρὰ τῶν πολιτῶν, ἀλλὰ καὶ τῶν πολεμίων. ὅσοι γοῦν κατὰ τύχην παρῆσαν Ἰβήρων καὶ Λιγύων καὶ Μακεδόνων, οἱ μὲν ἰσχυροὶ τὰ σώματα καὶ νέοι διαλαβόντες τὸ λέχος ὑπέδυσαν καὶ παρεκόμιζον, οἱ δὲ πρεσβύτεροι συνηκολούθουν ἀνακαλούμενοι τὸν Αἰμίλιον εὐεργέτην καὶ σωτῆρα τῶν πατρίδων. [5] οὐ γὰρ μόνον ἐν οἷς ἐκράτησε καιροῖς ἠπίως πᾶσι καὶ φιλανθρώπως ἀπηλλάγη χρησάμενος, ἀλλὰ καὶ παρὰ πάντα τὸν λοιπὸν βίον ἀεί τι πράττων ἀγαθὸν αὐτοῖς καὶ κηδόμενος ὥσπερ οἰκείων καὶ συγγενῶν διετέλεσε. τὴν δ᾽ οὐσίαν αὐτοῦ μόλις ἑπτὰ καὶ τριάκοντα μυριάδων γενέσθαι λέγουσιν · ἧς αὐτὸς μὲν ἀμφοτέρους τοὺς υἱοὺς ἀπέλιπε κληρονόμους, ὁ δὲ νεώτερος Σκηπίων τῷ ἀδελφῷ πᾶσαν ἔχειν συνεχώρησεν αὐτὸς εἰς οἶκον εὐπορώτερον τόν Ἀφρικανοῦ δεδομένος. τοιοῦτος μὲν ὁ Παύλου Αἰμιλίου τρόπος καὶ βίος λέγεται γενέσθαι.

[XXXIX] Sistemati il maggior numero di affari e quelli più importanti, Emilio fu colpito da una malattia inizialmente grave, ma con il tempo divenuta non troppo pericolosa, anche se molesta e di difficile guarigione. Poiché convinto dai medici s’imbarcò verso Elea in Italia e lì trascorse molto tempo nei terreni situati lungo la costa, dove si poteva trovare una grande tranquillità, i Romani sentirono la sua mancanza e spesso nei teatri lanciavano grida di preghiera con il desiderio di rivederlo. Dovendosi compiere necessariamente un sacrificio in sua presenza, e dato che il suo fisico sembrava avere la forza sufficiente, tornò a Roma. Insieme agli altri sacerdoti celebrò il sacrificio, mentre il popolo si accalcava visibilmente attorno a lui ed era pieno di gioia. Il giorno dopo egli stesso compì un nuovo sacrificio agli dei per la sua salute. Compiuto il quale così come era stato prescritto, ritiratosi nella sua casa ed adagiatosi sul letto, prima di accorgersi che le sue condizioni stessero mutando, perduta conoscenza morì dopo tre giorni, in nessun modo manchevole o privo di ciò che gli uomini pensano possa condurre alla felicità. La processione funebre difatti era accompagnata da ammirazione e da onori, che adornavano la virtù dell’uomo con le offerte più belle e ricche. E queste di certo non erano l’oro, né l’avorio né la restante sontuosità e munificenza dell’apparato, quanto la benevolenza, il rispetto e la gratitudine, non soltanto da parte dei cittadini, ma anche dei nemici. Quanti fra gli Iberi, i Liguri e i Macedoni si trovavano presenti, quelli giovani e robusti presero sulle spalle il feretro e lo accompagnarono, quelli più anziani invece lo seguivano da vicino, chiamando Emilio benefattore e salvatore della patria. Difatti egli non si limitò a trattare ognuno con mitezza ed umanità solo in occasione della sua vittoria, ma continuò anche per tutto il resto della vita a far loro sempre qualcosa di buono e ad occuparsene come persone di famiglia e congiunti. Dicono che la sua ricchezza ammontasse a mala pena a trecentosettantamila dracme. Di questa egli lasciò eredi entrambi i figli, ma Scipione, il più giovane, la mise interamente a disposizione del fratello in quanto egli era stato adottato in una famiglia molto ricca, quella dell’Africano. Tali dunque si dice siano stati il carattere e la vita di Paolo Emilio

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