Agostino piange la morte della madre (versione di latino)

die nono aegritudinis suae quinquagesimo et sexto anno aetatis suae trigésimo et tertio aetatis meae anima illa religiosa et pia corpore soluta est meae religiosa pia corpore С XII Premebam oculos eius et confluebat in praecordia mea moestitudo ingens et transfluebat in lacrimas ibidemque oculi mei violento animi imperio resorbebant fontem suum usque ad siccitatem et in tali luctamine valde male milii erat Turn vero ubi efflavlt extremum spiritum puer Adeodatus ex clamarit in planctum atque ab omnibus nobis coe r citus tacuit Hoc modo etiam meum quiddam puerile quod labebatur in fletus iuvenili тосе cordis coërcebatur et tacebat Ñeque enim decere arbitra bamur funus illud questibus lacrimosis gemitibusque celebrare quia his plerumque solet deploran quae dam miseria morientium aut quasi omnímoda ex stinctio At illa nee misère moiiebatur nee omninn moriebatur Hoc et documentis morum eiue et fide non ficta rationibusque certis tenebamu Quid ergo erat quod intus milii graviter dolebat nisi ex con suetudine simul vivendi dulcissima et carissima repente disrupta vulnus recens Gratulabar quideni testimonio eius quod in ea ipsa ultima aegritudine obsequiismeis interblandiens adpellabat me pium et commemorabat grandi dilectionis adfectu numquam se audisse ex ore meo iaculatum in se durum aut contumeliosum sonum Sed tarnen quid tale Deus meus qui fecistinos quid comparabile habebat honor a me delatus illi et servitus ab illa iniliií Quon iam itaque deserebar tarn magno eius solatio sau ciabatur anima mea et quasi dilaniabatur vita quae una facta erat ex mea et illius

Il nono giorno della sua malattia dunque, nel suo cinquantaseiesimo anno di vita, il mio trentatreesimo, quell'anima religiosa e devota fu liberata dal corpo.


Così dopo otto giorni di malattia (nel giorno nono) all'atà di cinquantasei anni (io ne avevo allora trentasei) quell'anima santa e buona fu liberata dal corpo.
Le chiudevo gli occhi e un'enorme tristezza mi affluiva in cuore e mi fluiva in pianto, e in quel momento gli occhi sotto il veto violento della mente si ribevevano le loro polle fino a disseccarle, e in questa lotta stavo molto male. Il ragazzo, Adeodato, lui sì era scoppiato in lacrime quando lei aveva esalato l'ultimo respiro: e tutti noi l'avevamo costretto al silenzio. Allo stesso modo il ragazzo che era in me e che si struggeva in pianto, sotto il rimprovero d'una voce adulta - voce del cuore - taceva, lui pure.

Non ci sembrava appropriato celebrare quel trapasso con pianti e lamenti e singhiozzi, perché così di solito ci si duole di una qualche infelicità di chi è morto; o di una estinzione in qualche modo totale. Ma lei non era morta infelice, e neppure era morta del tutto. Lo attestavano con certezza assoluta i documenti del suo modo di vivere e la sua fede, non immaginaria: argomenti sicuri. Che cos'era dunque che mi faceva così male dentro, se non la ferita appena aperta con l'improvvisa rottura di quella dolcissima e carissima consuetudine di una vita condivisa? Mi era grata la sua testimonianza la carezza che era stata per me, durante l'ultima malattia, fra le attenzioni che avevo per lei, sentirmi chiamare figlio buono e ricordare con grandissima tenerezza che mai aveva udito dalla mia bocca una parola pungente o offensiva nei suoi confronti. Ma che cos'era mai, Dio mio creatore nostro? Non c'era proporzione fra quel pò di onore che io le avevo reso e la vita da schiava che lei aveva fatta per me. Era un conforto grande quello che ora mi abbandonava. L'anima ne era abbattuta e la mia vita come fatta a pezzi, perché era diventata una sola con la sua.

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