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Infelice esordio del regno di Galba (Versione Svetonio)

Versioni di Latino - traduzioni brani classici - Versioni di Svetonio

 

 

 

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Infelice esordio del regno di Galba

Autore: Svetonio                    LATINA LECTIO

 

 

Dal libro latina lectio: n°300 pag 352.

TESTO LATINO:

Praecesserat de eo fama saevitiae simul atque avaritiae, quod civitates Hispaniarum Galliarumque, quae cunctantius sibi accesserant, gravioribus tributis, quasdam etiam murorum destructione punisset et praepositos procuratoresque supplicio capitis adfecisset cum coniugibus ac liberis; quodque oblatam Tarraconensibus e vetere templo Iovis coronam auream librarum quindecim conflasset ac tres uncias, quae ponderi deerant, iussisset exigi. Ea fama et confirmata et aucta est, ut primum urbem introiit. Nam cum classiarios, quos Nero ex remigibus iustos milites fecerat, redire ad pristinum statum cogeret, recusantis atque insuper aquilam et signa pertinacius flagitantis non modo immisso equite disiecit, sed decimavit etiam. Item Germanorum cohortem a Caesaribus olim ad custodiam corporis institutam multisque experimentis fidelissimam dissolvit ac sine commodo ullo remisit in patriam, quasi Cn. Dolabellae, iuxta cuius hortos tendebat, proniorem. Illa quoque verene an falso per ludibrium iactabantur, adposita lautiore cena ingemuisse eum, et ordinario quidem dispensatori breviarium rationum offerenti paropsidem leguminis pro sedulitate ac diligentia porrexisse, Cano autem choraulae mire placenti denarios quinque donasse prolatos manu sua e peculiaribus loculis suis.

TRADUZIONE:

Lo aveva preceduto una fama sia di avarizia, sia di crudeltà non solo perché aveva punito le città della Spagna e delle Gallie, troppo lente ad abbracciare la sua causa, sia imponendo gravosi tributi, sia qualche volta facendo demolire le loro mura e mettendo a morte tanto gli ufficiali quanto gli agenti del fisco con le loro mogli e i loro figli, ma anche perché, dal momento che gli abitanti della Spagna Terragonese gli avevano offerto una corona d'oro di quindici libbre, tolta da un antico tempio di Giove, l'aveva fatta fondere e aveva preteso le tre once che mancavano al suo peso. Questa reputazione si confermò e si aggravò non appena entrò in Roma. Volle infatti costringere i rematori della flotta, che Nerone aveva trasformato in legionari, a riprendere il loro antico ruolo e poiché quelli rifiutavano e per di più reclamavano la loro aquila e le loro insegne, egli non solo li disperse con una carica di cavalleria, ma procedette anche alla decimazione. Inoltre licenziò la coorte germanica, costituita in passato dai Cesari come guardia del corpo e rivelatasi alla prova dei fatti particolarmente fedele, e la rimandò in patria senza nessuna gratifica con il pretesto che era favorevole a Cn. Dolabella, i cui giardini erano attigui al suo accampamento. Si ripetevano anche, per farsene beffe, alcuni esempi, veri o falsi, della sua avarizia: si andava dicendo che aveva sospirato vedendosi servire una cena troppo sontuosa; che aveva offerto un piatto di legumi, per compensarlo della sua precisione e del suo zelo, ad un intendente ordinario, venuto a presentargli il rendiconto dei suoi compiti; che un flautista di nome Cano, per aver suonato meravigliosamente, aveva ricevuto da lui cinque denari, che aveva preso di sua mano dalla sua cassetta personale.

 


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