Grandezza e crisi di Roma
Autore: Velleio Patercolo
Potentiae Romanorum prior Scipio viam aperuerat, luxuriae posterior aperuit: quippe remoto Carthaginis metu sublataque imperii aemula non gradu, sed praecipiti cursu a virtute descitum, ad vitia transcursum; vetus disciplina deserta, nova inducta; in somnum a vigiliis, ab armis ad voluptates, a negotiis in otium conversa civitas. Tum Scipio Nasica in Capitolio porticus, tum, quas praediximus, Metellus, tum in circo Cn. Octavius multo amoenissimam moliti sunt, publicamque magnificentiam secuta privata luxuria est. Triste deinde et contumeliosum bellum in Hispania duce latronum Viriatho secutum est: quod ita varia fortuna gestum est, ut saepius Romanorum gereretur adversa. Sed interempto Viriatho fraude magis quam virtute Servilii Caeponius Numantinum gravius exarsit. Haec urbs numquam plura quam decem milia propriae iuventutis armavit, sed vel ferocia ingenii vel inscitia nostrorum ducum vel fortunae indulgentia cum alios duces, tum Pompeium magni nominis virum ad turpissima deduxit foedera (hic primus e Pompeis consul fuit), nec minus turpia ac detestabilia Mancinum Hostilium consulem.
Sed Pompeium gratia impunitum habuit, Mancinum verecundia poenam non recusando perduxit huc, ut per fetialis nudus ac post tergum religatis manibus dederetur hostibus. Quem illi recipere se negaverunt, sicut quondam Caudini fecerant, dicentes publicam violationem fidei non debere unius lui sanguine.
(Se) il primo Scpione aprì la via dei Romani al dominio, il secondo l'aprì 8senza dubbio) alla lussuria: poiché infatti, lontano il timore di Cartagine e allontanati i competitori dell'impero, ci si separò anche dalla virtù e si corse incontro ai vizi, nemmeno gradualmente, ma a testa bassa; fu abbandonata l'antica disciplina, ne fu acquisita una nuova; dalla veglia la città passò al sonno; dalle armi, ai piaceri, dall'attività all'ozio. Allora Scipione Nasica, allora Metello costruirono i loro portici, allora Gneo Ottavio costruì il più grandioso di tutti e la lussuria privata seguì la magnificenza pubblica. Poi seguì una guerra ingiuriosa in Spagna contro Viriato, capo dei briganti: la quale fu gestita in modo così instabile, che più spesso bisognò avere a che fare con le sconfitte romane. Ma poi, ucciso Viriato, con l'inganno più che con l'onore delle armi, ancopr più gravemente bruciò di vergogna Servilio Cepione contro i Numantini. Questa città non contò mai, tra i suoi armati, più di diecimila soldati, eppure vuoi per la ferocia dell'ingegno che per l'incompetenza dei nostri comandanti o per la benevolenza della fortuna, insieme ad altri generali obbligò a una pace ignominosissima persino un uomo di gran nome come Pompeo (questo fu il primo, tra i Pompei, ad essere console) ed a non meno ignominosi e detestabili accordi obbligò anche il console Mancino Ostilio. Ma, almeno, la loro compassione mandò Pompeo impunito, invece la vergogna, non evitandogli la pena, condusse Mancino al punto tale da essere consegnato ai feziali nudo, con le mani legate dietro la schiena dai nemici. Non lo vollero custodire come prigioniero, come un tempo avevano già fatto i Caudini, dicendo che una violazione pubblica ai patti non poteva essere lavata con il sangue di uno solo.
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