La favola di Amore e Psiche (Versione latino Apuleio)

La favola di Amore e Psiche versione di latino di Apuleio e traduzione

Venus, pulchritudinis venustatisque dea, mater Cupidi fuit.

Iuvenis divinus hominum et deorum corda occultis telis ad arbitrium vulnerabat et immodicas cupiditates movebat. Cupidus telis etiam matrem vulneravit; nam dea amore flagravit iuveni Adoni. Postea pulcher iuvenis in venatione e vita excessit apri acutis dentibus et Venus, dolore insana, amatum virum in florem convertit.

Olim Cupidus amore pulchrae Psyches(genitivo di Psyche) matris Veneris invidiam suscitavit. Nocturno tempore deus amatam puellam in altis tenebris conveniebat sed Psyche sponsi os aspicere non debebat.

Sed olim, curiositate, funali ad pulvinar suspexit et tandem Cupidi oris forman vidit. Amoris deus, ira insanus, puellam in perpetuum reliquit. Tum hominum deorumque pater, ad misericordiam pronus puellae magno dolore, Psychen sempiternam fecit.

Venere, dea della bellezza e della leggiadria, fu la madre di Cupido.

Il giovane divino feriva i cuori degli uomini e degli déi con frecce invisibili e suscitava passion smoatei. Cupido colpì con le frecce anche la madre infatti la dea bruciò d' amore per il giovane Adone. Successivamente il bel giovane morì durante la caccia per i denti aguzzi di un cinghiale e Venere, pazza per il dolore, trasformò in un fiore l'uomo amato.

Una giorno Cupido per l'amore della bella Psiche suscitò l'invidia della madre Venere. Notte tempo il dio incontrava la fanciulla amata nelle tenebre profonde ma Psiche non doveva guardare la bocca dello sposo.

Ma una volta, per la curiosità, con un lume guardò verso il cuscino e finalmente vide la bellezza della bocca di Cupido. Il dio dell'amore, furioso d'ira, lasciò per sempre la fanciulla. Allora il padre degli uomini e degli dei, incline alla misericordia per il grande dolore della fanciulla, rese immortale Psiche.

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