Plinio il vecchio e l'eruzione del vesuvio (Versione di latino)


Libro: dalla sintassi al testo
Erat Miseni classemque imperio praesens regebat. Nonum kal. Septembres hora fere septima mater mea indicat ei adparere nubem inusitata et magnitudine et specie. Usus ille sole, mox frigida, gustaverat iacens studebatque; poscit soleas, ascendit locum, ex quo maxime miraculum illud conspici poterat.Nubes — incertum procul intuentibus ex quo monte (Vesuvium fuisse postea cognitum est) — oriebatur, cuius similitudinem et formam non alia magis arbor quam pinus expresserit. Nam longissimo velut trunco elata in altum quibusdam ramis diffundebatur, credo quia recenti spiritu evecta, dein senescente eo destituta aut etiam pondere suo victa in latitudinem vanescebat, candida interdum, interdum sordida et maculosa prout terram cineremve sustulerat.
Magnum propiusque noscendum ut eruditissimo viro visum. Iubet liburnicam aptari; mihi si venire una vellem facit copiam; respondi studere me malle, et forte ipse quod scriberem dederat. Egrediebatur domo; accipit codicillos Rectinae Casci imminenti periculo exterritae (nam villa eius subiacebat, nec ulla nisi navibus fuga): ut se tanto discrimini eriperet orabat. Vertit ille consilium et quod studioso animo incohaverat obit maximo. Deducit quadriremes, ascendit ipse non Rectinae modo sed multis (erat enim frequens amoenitas orae) laturus auxilium. Properat illuc unde alii fugiunt, rectumque cursum recta gubernacula in periculum tenet adeo solutus metu, ut omnis illius mali motus, omnis figuras ut deprenderat oculis, dictaret enotaretque.Iam navibus cinis incidebat, quo propius accederent, calidior et densior, iam pumices etiam nigrique et ambusti et fracti igne lapides, iam vadum subitum ruinaque montis litora obstantia. Cunctatus paulum an retro flecteret, mox gubernatori ut ita faceret, monenti «Fortes» inquit «fortuna iuvat: Pomponianum pete». Stabiis erat, diremptus sinu medio (nam sensim circumactis curvatisque litoribus mare infunditur); ibi, quamquam nondum periculo appropinquante, conspicuo tamen et cum cresceret proximo, sarcinas contulerat in naves certus fugae si contrarius ventus resedisset. Quo tunc avunculus meus secundissimo invectus complectitur trepidantem consolatur hortatur, utque timorem eius sua securitate leniret, deferri in balineum iubet; lotus accubat cenat aut hilaris aut, quod aeque magnum, similis hilari.
Interim e Vesuvio monte pluribus locis latissimae flammae altaque incendia relucebant, quorum fulgor et claritas tenebris noctis excitabatur. Ille agrestium trepidatione ignes relictos desertasque villas per solitudinem ardere in remedium formidinis dictitabat. Tum se quieti dedit et quievit verissimo quidem somno.
Era a Miseno e teneva direttamente il comando della flotta. Il 24 agosto, intorno all'una del pomeriggio, mia madre gli indica una nube che appariva, insolita per grandezza e per aspetto. Egli aveva preso il sole, fatto un bagno freddo, mangiato qualcosa stando disteso ed ora studiava; chiede i sandali e sale in un luogo da cui si poteva osservare al meglio quel prodigio.

Per chi osservava da lontano non era chiaro da quale monte (si seppe dopo che era il Vesuvio) si levava la nube, la cui forma da nessun altro albero più che dal pino può essere rappresentata. Infatti, lanciata in alto come su un tronco altissimo, si diffondeva in rami, credo perché spinta dal primo forte soffio d'aria e poi lasciata quando quello scemava, o anche vinta dal suo stesso peso si dissolveva in larghezza: talora bianchissima, talora sporca e macchiata, a seconda che aveva sollevato con sé terra o cenere.
A lui, uomo di grande erudizione, il fenomeno parve importante e da conoscere più da vicino. Si fa preparare una liburna; a me, se volessi andare con lui, offre la possibilità; risposi che preferivo studiare, e per caso proprio lui mi aveva assegnato un lavoro da scrivere. Mentre usciva di casa, riceve una lettera di Rettina, moglie di Casco, atterrita dal pericolo incombente (infatti la sua villa era sotto il monte e non c'era via di scampo se non per nave): pregava che la strappasse da quel rischio così grande. Egli allora cambia idea e ciò che aveva incominciato con l'animo dello studioso l'affronta con l'animo dell'eroe. Fa uscire delle quadriremi, vi sale egli stesso per portare aiuto non solo a Rettina ma a molti (era infatti molto popolato il litorale per la sua bellezza). Si affretta là donde gli altri fuggono e punta la rotta e il timone verso il pericolo, così immune da paura da dettare e da annotare tutte le variazioni e tutte le configurazioni di quel cataclisma, come le coglieva coi suoi occhi.
Già la cenere cadeva sulle navi, più calda e più densa quanto più si avvicinavano; già cadevano anche pomici e pietre nere, arse e spezzate dal fuoco; già un improvviso bassofondo e la frana del monte impedivano di accostarsi alla riva. Dopo avere brevemente esitato se dovesse tornare indietro, al pilota che così lo consigliava poi subito disse: «La fortuna aiuta i forti; dirigiti da Pomponiano!». Questi si trovava a Stabia, diviso dal centro del golfo (infatti il mare si insinua dolcemente in coste curvate ad arco); lì, quantunque il pericolo non fosse ancora vicino ma tuttavia evidente e, nel suo accrescere, imminente, aveva caricato sulle navi le masserizie, determinato a fuggire se si fosse calmato il vento contrario. Portato invece da un vento a lui molto favorevole, mio zio abbraccia lui trepidante, lo conforta, gli fa coraggio e, per calmare la sua paura con la propria sicurezza, si fa portare nel bagno; lavato, prende posto a tavola e cena, o lieto o (cosa ugualmente grande) simile a chi è lieto. Nel frattempo dal monte Vesuvio risplendevano in parecchi punti larghissime strisce di fuoco e alti incendi, il cui fulgore e la cui luce erano messi in risalto dalle tenebre della notte

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