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Il vecchio di Corico - Versione latino Virgilio

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Atque equidem, extremo ni iam sub fine laborum vela traham et terris festinem advertere proram, forsitan et, pingues hortos quae cura colendi ornaret, canerem, biferique rosaria Paesti, quoque modo potis gauderent intiba rivis et virides apio ripae, tortusque per herbam cresceret in ventrem cucumis; nec sera comantem narcissum aut flexi tacuissem vimen acanthi pallentesque hederas et amantes litora myrtos. Namque sub Oebaliae memini me turribus arcis, qua niger umectat flaventia culta Galaesus, Corycium vidisse senem, cui pauca relicti iugera ruris erant, nec fertilis illa iuvencis nec pecori opportuna seges nec commoda Baccho. Hic rarum tamen in dumis olus albaque circum lilia verbenasque premens vescumque papaver regum aequabat opes animis seraque revertens nocte domum dapibus mensas onerabat inemptis. Primus vere rosam atque autumno carpere poma, et cum tristis hiems etiamnum frigore saxa rumperet et glacie cursus frenaret aquarum, ille comam mollis iam tondebat hyacinthi aestatem increpitans seram Zephyrosque morantes. Ergo apibus fetis idem atque examine multo primus abundare et spumantia cogere pressis mella favis; illi tiliae atque uberrima pinus, quotque in flore novo pomis se fertilis arbos induerat, totidem autumno matura tenebat. Ille etiam seras in versum distulit ulmos eduramque pirum et spinos iam pruna ferentes iamque ministrantem platanum potantibus umbras. Verum haec ipse equidem spatiis exclusus iniquis praetereo atque aliis post me memoranda relinquo.


E certo, se ormai al termine della mia fatica non dovessi ammainare le vele e dritta puntare la prua verso terra, orse canterei l'arte di rendere fertili e di ornare i giardini, rosai di Paestum due volte all'anno in fiore;
come l'indivia si anima bevendo ai ruscelli e l'apio verdeggia sugli argini, o come attorcigliato in mezzo all'erba resce gonfiandosi il cocomero; senza dimenticare il narciso d'autunno,lo stelo flessibile dell'acanto, l'edera pallida il mirto innamorato delle spiagge.Ricordo, sotto le torri della rocca di Taranto, dove il Galeso scuro bagna la bionda campagna, vidi un vecchio di Còrico che aveva pochi iugeri di campo abbandonato,  terra infeconda al lavoro dei buoi, inadatta alle greggi, sfavorevole alle viti. Eppure, piantando qualche legume fra gli sterpi e intorno gigli candidi, verbena e gracili papaveri, in cuor suo si sentiva ricco come un re e, rincasando a tarda notte, guarniva la mensa di cibi non comprati.  primo fra tutti  nel cogliere la rosa a primavera e  la frutta in autunno, quando l'inverno tetro spezzava ancora i sassi per il freddo e frenava col ghiaccio i corsi d'acqua, egli già recideva il fiore delicato del giacinto, beffandosi dell'estate tardiva degli zefiri a venire. Così prima di tutti aveva in quantità pupe di api, quindi uno sciarne numeroso,
e spremendo i favi raccoglieva spuma di miele; aveva tigli, pini rigogliosi e i suoi alberi maturavano in autunno tutti i frutti di cui in fiore s'erano rivestiti a primavera. E  in filari aveva trapiantato olmi già vecchi,
peri durissimi, pruni che davano susine e un platano che offriva ombra ai bevitori. Ma io, impedito dall'incalzare del tempo, devo abbandonare questi ricordi e  lasciare ad altri dopo di me  che li tramandino.


            

 

 


 

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