Le origini e il 200

Messaggioda lullaby » 2 set 2008, 15:38

Ciao a tutti! Ho un problema: rimangono pochi giorni all'inizio della scuola e io ho ancora un bel pò di compiti da fare e avrei bisogno di un altro testo di italiano.... :cry: :cry: :cry:

Anche se la traccia è molto facile non mi rimane molto tempo per farla, quindi chiedo un aiutino a voi.
La traccia è questa:
"La lettura ha sempre affascinato intere generazioni ma nell'ultimo periodo è stata messa in secondo piano. Elabora una tua opinione sull'importanza del leggere e sul perchè la lettura sia stata trascurata."

Va bene di tutto, da un articolo di giornale, a delle belle considerazioni o (ancora meglio!) un testo già fatto. Grazie in anticipo per qualsiasi intervento! :wink: :wink:

lullaby

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Messaggioda Arsenio » 3 set 2008, 6:30

Per la periodizzazione puoi aiutarti con questo, vedo se riesco a trovare qualcosa di più specifico ma la vedo dura


LETTERATURA

Le origini e il Duecento.

La letteratura italiana nasce solo nel XIII sec., in forte ritardo sulle altre letterature europee, per la forza di conservazione del latino. Punto di partenza è la fondazione della Scuola poetica siciliana, fiorita tra il 1230 e il 1270 ca. alla corte di Federico II. I testi arcaici precedenti (Laurenziano, Cassinese, di Sant'Alessio) della fine del XII sec. e il Cantico delle creature di s. Francesco (1224) sono già componimenti letterari, ma la loro apparizione come fenomeni poetici è episodica. L'iniziativa della Scuola siciliana è invece unitaria: propone l'adozione di una lingua d'arte italiana (il volgare siciliano colto); elabora quelli che saranno i metri principali della lirica posteriore: la canzone e il sonetto, ispirandosi ai modelli provenzali. La sconfitta di Benevento, con la morte di re Manfredi (1266), disperde la Scuola. Ma il suo ricupero era già avvenuto in Toscana: i testi siciliani vi si diffondono, linguisticamente toscanizzati, mentre i rimatori delle varie province della regione (Guittone d'Arezzo, Chiaro Davanzati) ne assimilano temi, schemi e linguaggio arricchendoli di un fervore speculativo più vivacemente interessato ai tradizionali temi provenzali dell'amore, della cortesia e della virtù. Nasce la prosa in volgare nella quale elementi culturali diversi sono ancora confusi: Guittone d'Arezzo, Brunetto Latini, i vari 'fiori' (raccolte di proverbi, sentenze di filosofi, aneddoti con finalità morali), i volgarizzamenti del francese e del latino, le raccolte di novelle come il Novellino. L'uso del volgare subisce tuttavia ancora la concorrenza di altre lingue più autorevoli: il latino, che è pur sempre la lingua dei dotti, e il francese, che sembra preferibile per la sua larga diffusione (il Tresor di Brunetto Latini e il Milione di Marco Polo). Nel Veneto e in Italia settentrionale fioriscono, sin dalla fine del XIII sec., i poemi cavallereschi detti franco-veneti e una più originale produzione religiosa, sociale e moraleggiante, collegata al movimento ereticale lombardo della pataria (Girardo Patecchio, Uguccione da Lodi, Bonvesin de la Riva, Giacomino da Verona). In Umbria, la poesia religiosa ispirata a s. Francesco trova la sua espressione collettiva nella lauda, destinata a evolversi in primitiva rappresentazione drammatica (sacra rappresentazione): di essa si servì il più grande poeta religioso del tempo, Iacopone da Todi. La poesia religiosa ha il suo corrispettivo gioioso e terreno nell'ispirazione popolareggiante dei poeti comico-realistici o giocosi della Toscana (Rustico di Filippo, Cecco Angiolieri, Folgore da San Gimignano): malgrado l'apparente antiletterarietà dell'espressione, anche questa è poesia dotta. Lo stesso fenomeno si verifica con le tipiche forme popolari dell'alba e della ballata, che sono elevate a raffinato motivo lirico dai poeti del dolce stil novo. La poetica del bolognese Guido Guinizelli, estrema spiritualizzazione della concezione dell'amor cortese, è arricchita di toni personali, oltre che psicologicamente approfondita, nei poeti toscani (Guido Cavalcanti, Lapo Gianni, Gianni Alfani, Dino Frescobaldi, Cino da Pistoia e, soprattutto, Dante Alighieri).

Il Trecento.

Dante, nelle opere minori (Canzoniere, Vita nova, Convivio, De vulgari eloquentia, Monarchia), riassume i diversi aspetti di tale fervore. La Divina Commedia chiude ma anche informa un'età e nello stesso tempo la trascende, sottraendosi a ogni classificazione, come sempre avviene per i massimi capolavori. Il mondo del Boccaccio è più limitatamente fiorentino: il Decameron raccoglie un'ormai secolare eredità di cultura cittadina e borghese e segna la nascita del letterato capace di dominare la realtà, di osservarla con sereno distacco; tale vuol essere anche il Petrarca. Fondamentale è l'influenza di questo autore: la sua poesia sarà imitatissima e darà luogo al fenomeno del petrarchismo; la sua opera di rivalutazione dei classici sarà determinante per la cultura letteraria fino a tutto il Cinquecento. Nel Trecento la Toscana resta l'unico territorio d'intensa vita culturale. Qui la prosa in volgare si giova del vivo apporto dei cronisti fiorentini Dino Compagni e Giovanni Villani e delle prose di devozione, da quelle anonime nate in ambito francescano (come i Fioretti di s. Francesco) a quelle di Iacopo Passavanti, di Domenico Cavalca, di s. Caterina da Siena, di Andrea da Barberino (I Reali di Francia), di ser Giovanni Fiorentino (Il Pecorone), di Franco Sacchetti, uno dei pochi nomi da segnalare anche tra i rimatori del Trecento.

L'Umanesimo e il Rinascimento.

Nel Quattrocento si afferma la nuova cultura umanistica, che disdegna per un cinquantennio il volgare. Non mancano risultati degni di nota che fanno capo nella seconda metà del secolo al latino idillico del Pontano e a quello elegiaco del Poliziano. Ma la nuova cultura non è più soltanto cittadina o regionale, è nazionale, italiana. Centri di cultura sorgono un po' dovunque, nelle accademie e nelle corti. Firenze ha una funzione importantissima in quella rinascita del volgare che si afferma con l'intelligente mecenatismo di Lorenzo il Magnifico e negli scritti suoi e dei poeti da lui protetti, il Pulci e il Poliziano. A Venezia Giustinian, colto umanista, ingentilisce la lirica dialettale; a Ferrara il Boiardo assimila, nell'Orlando innamorato, con spirito diverso da quello che il Pulci rivela nel Morgante, l'ingenuità favolosa ed eroica dei cantari e romanzi cavallereschi; a Napoli lo stesso raffinato Sannazzaro non si sottrae al fascino della comicità umile e giullaresca. Nei primi decenni del Cinquecento il classicismo rinascimentale trova la sua più fortunata formulazione nelle Prose della volgar lingua di Bembo. È al petrarchismo che il Bembo diede un particolare impulso, proponendo un tipo di lirica che del Petrarca riconquistasse l'esperienza spirituale, oltre che i valori formali. Ma il petrarchismo (Della Casa, Tansillo, Gaspara Stampa, Vittoria Colonna, Michelangelo) generò una contrapposizione giocosa che ebbe soprattutto fortuna a Firenze, col Berni e col Lasca. L'antipetrarchismo fu uno dei modi con cui nel Cinquecento si espresse lo spirito comico di una borghesia spregiudicata che all'idealismo platonizzante di Bembo o a quello dei trattati di vita cortigiana contrapponeva un vivace realismo. Altri modi dello stesso atteggiamento si ritrovano nella novella (Bandello, Firenzuola, Straparola), nella poesia in latino maccheronico di Folengo, nell'opera di P. Aretino, di B. Cellini e soprattutto nel teatro comico. La commedia del Cinquecento (Ariosto, Aretino, Bibbiena, Caro, Della Porta) costituisce uno dei capitoli più vitali del teatro italiano e trova nella Mandragola di Machiavelli il suo capolavoro, capace di rispecchiare intero lo spirito di un secolo. Fuori delle grandi corti fioriscono sia la produzione anonima (la Venexiana) sia il teatro d'ispirazione contadina (Ruzzante, Calmo ecc.). Le tragedie del Cinquecento (Trissino, Rucellai, Giraldi) hanno invece valore soprattutto storico; più importante è la trattatistica che le accompagna (Giraldi, Scaligero ecc.). Grande, infine, il successo del 'dramma pastorale' che nell'Aminta del Tasso e nel Pastor fido del Guarini avrà i suoi capolavori. Esempio massimo di mirabile commistione di valori ideali e di spirito comico, di fantasia e di realismo è la poesia dell'Ariosto, il quale con l'Orlando furioso diede un modello insuperabile di arte rinascimentale. La coscienza critica del tempo s'incarna invece in Machiavelli, teorico realista, volto a costruire, nel Principe e nei Discorsi, i fondamenti di uno Stato forte, non soggetto, per la virtù dell'individuo e la saldezza delle istituzioni, all'avversità della fortuna. Diversamente da Machiavelli, Guicciardini accetta la situazione politica della sua epoca, svolge con scrupolo il compito di testimone della crisi, osserva la realtà con saggio discernimento, inteso a salvaguardare il proprio interesse 'particulare'.

La crisi del Rinascimento e il Seicento.

A metà del Cinquecento la crisi si manifesta come piena decadenza della civiltà rinascimentale. Nella letteratura, a un classicismo spontaneamente assimilato s'era sostituito un classicismo precettistico, in coerenza con il dogmatismo religioso e morale della Controriforma che impone la censura, la revisione degli stessi classici di 'pericolosa' lettura, l'Indice dei libri proibiti. Chi soffrì nella sua stessa anima questa crisi rinascimentale fu Torquato Tasso e da questa sofferenza derivò l'intensa elegia amorosa in perpetuo conflitto con un'autentica e travagliata religiosità, che è il motivo centrale della Gerusalemme liberata. Anche nella novellistica si anticipò il barocco con le novelle del Bandello, mentre solitaria apparve la voce di Giordano Bruno che traeva le regole dalla poesia e non avvinceva la poesia alle regole, fino ad arrivare, nel suo Candelaio, a mettere in satira ogni forma di pedanteria. Con Marino e i marinisti la poetica tardo-cinquecentesca della poesia come diletto si muta in quella della meraviglia, nel gusto di un secolo che tendeva alla pompa, alla sontuosità. Questa poetica anticlassicistica o della novità, formulata, forse più coerentemente che in altri, da Emanuele Tesauro, è presente in quasi tutti i poeti del secolo, da Chiabrera a Tassoni, fino alla schiera dei satirici e dei dialettali (G. C. Cortese e G. B. Basile). Cortigiana, raffinatamente colta o popolareggiante, la poesia esprimeva in definitiva una desolante povertà di contenuti. Una notevole eccezione è però costituita dal teatro tragico (Della Valle, C. de' Dottori); e non va dimenticato che nel Seicento si sviluppano la Commedia dell'arte e il melodramma. Nella prosa filosofica, il pensiero rinascimentale trova nelle opere di Bruno e di Campanella la sua combattiva formulazione, pagata col martirio o con la persecuzione. Alla cultura ufficiale (Botero, Segneri, Bartoli) si contrappone una cultura polemica (Sarpi, Boccalini, Tassoni). Nella lotta contro l'aristotelismo emerge la più grande figura del secolo, Galilei: erede del Rinascimento per la distinzione da lui operata tra fede e scienza e per l'efficacia della sua prosa caustica.

Arcadia e Illuminismo.

La scuola di Galilei (Torricelli, Viviani, Malpighi, Redi e Magalotti) collega la cultura italiana a quella europea. Ed essa può essere richiamata con orgoglio già nazionale dagli scrittori del Settecento, attenti a ricostruire le linee della storia civile e letteraria d'Italia con un infaticabile impegno di eruditi (Muratori, Scipione, Maffei, Tiraboschi), di polemisti e storici (Giannone), di scienziati e divulgatori della scienza (Morgagni, Spallanzani, Algarotti). Nella letteratura la reazione al 'mal gusto' barocco si definisce sul piano nazionale con la costituzione dell'Arcadia (1690), la cui funzione riordinatrice nelle forme metriche e nel linguaggio poetico giovò anche ai poeti più rinnovatori: a Metastasio e Goldoni per il teatro, allo stesso Parini per la poesia. Il rinnovamento culturale illuministico si accentra in Italia soprattutto a Napoli (con l'opera di A. Genovesi, G. Filangieri, F. M. Pagano, F. Galiani) e a Milano, che vede l'azione riformatrice della rivista Il Caffè, di Pietro Verri, di Cesare Beccaria. Nella prosa prevale la tendenza antitoscanizzante, contrastata dalla veneziana Accademia dei Granelleschi (con Carlo e Gasparo Gozzi) e da quella milanese dei Trasformati, ma sollecitata polemicamente da quella dei Pugni col Verri e più autorevolmente giustificata nel Saggio sulla filosofia delle lingue di Melchiorre Cesarotti. Nell'estetica, dove il geniale antiaristotelismo del Vico era rimasto per tutto il secolo inascoltato, il sensismo, abbracciato da Verri e Beccaria, offre un'immagine della poesia che può adattarsi con senso vivo del particolare e del concreto a tutti gli argomenti. Nella critica, infine, l'antipedantismo e l'antiretorica apparentano, pur nella loro diversità, i due maggiori critici del secolo, Baretti e Bettinelli. Arcadia e Illuminismo s'intrecciano inscindibilmente nel teatro d'ambiente del Goldoni e nella poesia satirica e sferzante del Parini.

Preromanticismo e Romanticismo.

Sullo scorcio del Settecento, la reazione all'Illuminismo si fa più viva: si evolve il gusto con la moda della poesia lugubre, cimiteriale, campestre, notturna, sintomo di una sensibilità preromantica nell'opera di A. Verri, A. Varano, I. Pindemonte. Non preromantico, ma 'protoromantico' è stato definito l'Alfieri, il cui titanismo scaturisce dal conflitto del sentimento, anelante a una libertà assoluta, con le leggi meccaniche della natura. Nell'atmosfera preromantica rientra anche il neoclassicismo, che il mito della bellezza scinde in due tendenze: quella illustrativa (Giordani, Monti); e quella intimamente conquistata da un'alta riflessione sulle disarmonie della vita che il Foscolo espresse nei maggiori sonetti, nelle Odi, nei Sepolcri e nelle Grazie. Milano fu, dopo il 1816, il centro d'irradiazione in Italia del Romanticismo, inteso dagli scrittori del Conciliatore (Di Breme, Berchet, Borsieri, Visconti) in un'accezione moderatamente polemica. Delle due direzioni prese in Europa dal Romanticismo, quella del lirismo soggettivo e quella del realismo, fu la seconda che soprattutto attecchì in Italia, imponendosi con un modello narrativo quale I Promessi Sposi di Manzoni, di alto valore poetico, ideologico e linguistico, ma esprimendosi anche in altre forme, come quella meno autorevole delle poesie milanesi e romanesche di Porta e Belli, con i quali il dialetto diventa mezzo espressivo di un'arte satirica e fortemente rappresentativa. La tendenza lirica e soggettiva del Romanticismo ha in Italia un solo grande nome: quello del Leopardi. Con Foscolo e Manzoni, Leopardi condivide l'ansia religiosa, ma rifiuta ogni consolazione, chiudendosi nella solitudine patetica ed eroica dell'idillio. Leopardi è dunque un isolato: la sua lirica 'pura' contrastava sia col prevalente conciliatorismo cattolico-liberale (che prende le mosse da Manzoni, Pellico, Gioberti e giunge al sentimentalismo pietistico, moralistico o paternalistico di Cantù, Prati, Tommaseo), sia col finalismo patriottico degli scrittori democratici (Mazzini, Berchet, Giusti, Guerrazzi), sia infine col populismo romanzesco entro al quale fa le sue prove narrative anche Nievo, staccandosi però dagli schemi del genere con Le confessioni di un italiano, romanzo di evocazioni storiche e autobiografiche. La coscienza critica romantica, fondata sul canone della letteratura come espressione della società, si riassume nella geniale attività di De Sanctis. Ma, intanto, nel meno fervido clima dell'Italia postrisorgimentale, il manzonismo era divenuto lo strumento linguistico della pubblicistica dei toscani o toscanizzanti (Bonghi, F. Martini, De Amicis); Carducci vi reagì rilanciando un classicismo di ampia prospettiva storica, ma sotterraneamente percorso da motivi romantici. Più fedeli alla lezione del realismo manzoniano gli scrittori lombardi e piemontesi della Scapigliatura, che reagivano al sentimentalismo alla Prati e Aleardi: movimento di notevole importanza, non misurabile sulle pagine di Boito, Praga, Tarchetti e del più tardo Dossi, ma nel suo fervore d'arte che determinò i più vari interessi ed esperimenti, aprendo la strada al verismo.

Verismo e decadentismo.

Anche il verismo accolse l'eredità del realismo manzoniano, contraddicendolo, però, per certi versi. La poetica del documento umano è praticata in modo diverso dai vari scrittori: Capuana, Serao, Fucini, Pratesi, De Roberto, Deledda, Pascarella e Di Giacomo. In Verga, il più grande narratore italiano dopo Manzoni, tale poetica si traduce nell'individuazione di alcuni temi essenziali, la religione della famiglia o della 'roba', sui quali egli costruisce nei Malavoglia e in Mastro don Gesualdo la sua dolorosa epopea dei vinti. Ma la poetica del documento non soddisfa altri narratori: per Fogazzaro resta solo come impianto romanzesco complicato da una problematica spiritualistica; per il D'Annunzio delle Novelle della Pescara, mezzo d'osservazione della vita elementare nei suoi dati coloriti e primordiali; per il Pirandello dei romanzi e dei racconti, infine, elemento oggettivo d'ambientazione borghese e comune cui si contrappone umoristicamente o tragicamente la dimensione soggettivistica del personaggio. Ma solo più tardi, con La coscienza di Zeno di Italo Svevo (1923), apparirà il grande romanzo d'analisi italiano. Nel clima verista della seconda metà dell'Ottocento fiorisce la produzione teatrale: più che il dramma borghese di Paolo Ferrari è infatti in primo piano il dramma verista, con Verga, con Carlo Bertolazzi, con Vittorio Bersezio, con Giuseppe Giacosa. Negli ultimi decenni dell'Ottocento e nei primi del Novecento il decadentismo penetra nel tradizionale e un po' chiuso organismo della poesia italiana. Pascoli assimila l'inquietudine simbolista e traduce i dati autobiografici in una poetica del 'mistero', di cui il poeta-fanciullino è lo smarrito cantore. D'Annunzio sembra in genere più attento a conservare le strutture tradizionali, ma nell'Alcyone si spinge al limite della strumentazione in senso fonico e musicale del linguaggio. Anche nel teatro la reazione antiverista avviene nel nome di D'Annunzio, che riporta sulla scena climi poetici e temi inconsueti. In opposizione si esprimono intimisti e crepuscolari (Gozzano, Corazzini), mentre i futuristi propongono, in nome di un'esagitata modernità, la rottura di ogni regola sintattica e grammaticale e di ogni legame col passato. Antidannunziano è quel teatro tra fantastico e simbolico che fu detto grottesco (Chiarelli, Rosso di San Secondo, Antonelli). Contemporaneamente primeggia il teatro di Luigi Pirandello, al cui tragico relativismo si contrappone il teatro di Ugo Betti, autore spietato nel mettere a nudo le piaghe e gli istinti più torbidi dell'uomo e della società.

La letteratura contemporanea.

Nel primo Novecento la cultura italiana tende a rinnovarsi in modi più riflessivi e profondi. La letteratura filosofica ha i suoi esponenti in Labriola, Croce, Gentile, Salvemini, Romagnosi, Cattaneo, Amari. La cultura militante delle riviste fiorentine (Il Leonardo, La Voce, Lacerba) di Prezzolini, Papini e Soffici e di quelle torinesi di Gobetti e di Gramsci diviene sempre più incisiva e aperta alle più vive innovazioni. Da Parigi Marinetti lancia il movimento futurista, cui si ricollegheranno dadaismo e surrealismo. La guerra interrompe questo fervore attivistico di cultura, ma in realtà fa maturare altre premesse. Nella poesia la posizione dei poeti nuovi (Campana, Onofri, Rebora, Sbarbaro, Saba, Ungaretti, Montale) si configura come proposta di una poesia pura, espressa in parole di intensa risonanza. Poesia dove i dati di una sofferta esperienza umana appaiono però ancora visibilmente, mentre nei poeti dell'ermetismo (Quasimodo, Gatto, Luzi, Parronchi, Bigongiari) la ricerca tecnico-letteraria sembra farsi più esclusiva e astratta. Gentile diviene intanto il filosofo ufficiale del fascismo, ma solo una parte degli intellettuali si presta all'ossequio formale verso il regime. Croce, isolato politicamente, accresce la sua autorità di pensatore, storico e critico con un'attività multiforme e coerente. La prosa tende a risolversi nel frammento di valore lirico, o all'elaborato saggio d'arte e all'elegante elzeviro, come negli scrittori della Ronda, da Cardarelli a Barilli, a Cecchi, a Baldini. L'ambizione al romanzo, tenuta viva da Tozzi, Borgese, Palazzeschi, Bacchelli, Bontempelli, Pea, Alvaro, si fa più palese sulle riviste fiorentine Solaria e Letteratura, aperte al confronto con la narrativa europea e americana, ma anche alla realtà. Nel decennio precedente e in quello immediatamente successivo alla seconda guerra mondiale si chiariscono le più interessanti esperienze narrative con Vittorini, Pavese, Bilenchi, Pratolini, Brancati, Moravia. Più appartata l'esperienza letterariamente composita e umanamente tormentata di Gadda. Il dopoguerra ha sancito il passaggio dalla prosa lirica al romanzo. I nuovi contenuti politici, sociali e morali si riflettono con esiti e accentuazioni tematiche diversi nell'opera di Carlo Levi, Bernari, Calvino e infine nel romanzo postumo ma fortunatissimo di Tomasi di Lampedusa, Il Gattopardo. La solitudine dell'uomo immerso in momenti storici sconvolgenti impronta la tematica di G. Bassani e di C. Cassola. La Ginzburg, la Banti e la Romano si affidano al ricupero della memoria. Elsa Morante s'impone con vigore sommo narratrice di livello internazionale con La storia. E mentre Buzzati entra nel mistero del surreale, G. Testori evoca un realismo pieno di sangue e di linfa. Gli fanno da controcanto la quotidianità meschina e disadorna delle opere di Mastronardi e di Bianciardi e l'acutissima analisi dell'alienazione del mondo industriale svolta da Volponi. Né si può dimenticare l'opera di G. Morselli, Ledda, Camon, Tomizza, Malerba, Arpino, Eco. In poesia, i versi più limpidi delle nuove generazioni, sull'eco di Caproni, Penna, Raboni, Fortini, Roversi, Zanzotto, si trovano in D. Bellezza e M. Cucchi. La critica letteraria è esercitata da studiosi attenti e raffinati quali Contini, Caretti, Getto, Binni, Asor Rosa, Barberi-Squarotti, Pampaloni, Fortini, Magris. Gli anni Ottanta e Novanta hanno visto emergere autori alla ricerca di nuovi linguaggi in sostituzione dei tradizionali, che alla luce di una società multimediale, sono apparsi ormai obsoleti. Pur non verificandosi la nascita di vere e proprie correnti sono emersi autori interessanti quali Benni, De Carlo, Del Giudice, Maurensing e Bufalino, insieme a personaggi il cui valore era già noto come Vassalli e Pontiggia. Per quello che riguarda la poesia si è assistito a una fioritura della poesia dialettale con esponenti come Guerra, Zanzotto e Pierro.

Arsenio

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Messaggioda lullaby » 3 set 2008, 8:24

Piuttosto credo sia un testo che parli del perchè si legge poco oggi.....

lullaby

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Messaggioda fgi » 6 set 2011, 10:52

LA CRISI DEL RINASCIMENTO
Nei primi anni del Seicento abbiamo un processo di crisi generale come nel Trecento. Molti aspetti sono identici a quest’ultima. Vi è però una molteplicità di fattori, una serie di concause che contribuiscono l’un l’altra.

1. Stagnazione o decremento demografico. La popolazione è uguale oppure in diminuzione. Questo dipende dalle aree geografiche e dal periodo preciso. Infatti la crisi si sviluppa in un periodo molto ampio.

2. E’ probabile che la crisi sia iniziata con un processo di polarizzazione delle ricchezze, concentrate nelle mani di poche persone, i grandi proprietari, mentre la maggioranza della popolazione è poverissima.

3. L’impoverimento è la causa del decremento demografico, perché viene ritardata l’età del matrimonio a causa del basso reddito; diminuendo i figli, si genera questo decremento. Bisogna considerare che all’epoca l’età media si aggirava intorno ai 30 – 40 anni.

4. Clima: c’è un raffreddamento generale. Non si conoscono le cause, ma probabilmente si tratta di fasi cicliche. Tuttavia, questo raffreddamento accentua la crisi dell’agricoltura che all’epoca dipendeva dal clima a causa del fenomeno della cerealizzazione.

5. La cerealizzazione si era diffusa sin dal ‘500, poiché nel Rinascimento, a causa dell’aumento demografico, per poter sfamare le popolazioni, erano state aumentate le superfici di terreno coltivabile a grano, a danno dell’allevamento. Ci sarebbe stata una seconda soluzione, cioè migliorare la produttività a parità di terreno. Non era però possibile, in quanto le tecniche, nonostante l’0utilizzo della rotazione triennale, erano piuttosto arretrate. La coltivazione a grano dipendeva poi dal clima. L’allevamento nel ‘550 era stato danneggiato, dunque vi era una scarsa disponibilità di concime ed un ulteriore danno all’agricoltura. Questa dipendenza dell’agricoltura dal fenomeno della cerealizzazione è una delle cause della crisi.

6. Epidemie e carestie. Nel ‘600 riesplodono le epidemie che fin dall’antichità riemergono a fasi cicliche: sono presenti nel Medioevo e poi nel Seicento, ma non nel Rinascimento. Vi sono diverse reazioni alla crisi dell’agricoltura che viene accentuata da queste epidemie e carestie. Le aree progredite (Inghilterra, Olanda, Italia del Nord, in parte Francia) reagiscono alla crisi e potenziano il capitalismo trasformando la proprietà fondiaria, cioè i nobili proprietari di terre, in moderni imprenditori agricoli. Nei Paesi arretrati (Italia del Sud e Spagna) ci è una progressiva rifeudalizzazione, un sistema simile a quello medievale.
IL 600
Il '600 rappresenta, sul piano letterario, una degenerazione rispetto al '500, cioè il trionfo dell'effetto più che del gusto, della forma più che del contenuto. Esso riflette la più generale decadenza sociale, politica ed economica della società italiana, soggetta da un lato all'egemonia spagnola (dalla pace di Cateau-Cambresis del 1559 con la Francia, alla pace di Utrecht del 1713, che segna il passaggio dal dominio spagnolo a quello austriaco), e dall'altro soggetta all'affermazione della Controriforma cattolica: cosa questa che determinerà il rigido controllo della chiesa su tutta la vita intellettuale e letteraria italiana. La crisi del '600 sarà molto visibile nella seconda metà del secolo, dopo la morte di Bruno, Campanella, Galilei, Tassoni, Marino, Sarpi...

Il '600 è un secolo caratterizzato da profonde contraddizioni:

alla corte signorile isolata si sostituisce un'area culturale più estesa, caratterizzata da una precisa attività intellettuale (si pensi ad es. alla nascita delle Accademie: Roma, Napoli, Venezia; quella della Crusca di Firenze cura nel 1612 l'ediz. del Vocabolario), o da un preciso genere letterario (p.es. romanzo a Genova-Venezia, ricerca scientifica in Toscana-Veneto, discipline giuridico-civili a Napoli, letteratura dialettale nel Sud). Tuttavia, la letteratura e la poesia non conosceranno alcun vero nome di spicco;
in questo secolo, con Galilei, si pongono le basi della scienza moderna sperimentale, ma nel contempo si diffonde enormemente la superstizione e il culto semplicemente esteriore-formale della religione, nonché l'uso massiccio del tribunale dell'Inquisizione;
si pone agli intellettuali il problema di un pubblico nuovo, assai più vasto e meno raffinato di quello delle corti rinascimentali (ora in profonda decadenza), ma la letteratura che gli intellettuali offrono è spesso di evasione, per un pubblico spesso assai arretrato culturalmente;
gli intellettuali tendono a considerarsi superiori agli antichi scrittori greci e latini, per cui rifiutano il culto dell'autorità dei modelli classici (come invece nel '400-'500), e tuttavia questa rivendicazione di libertà-autonomia spesso si traduce in una mera preoccupazione a stupire e meravigliare il pubblico (concezione edonistica dell'arte, Marinismo);
nella trattatistica politica si discute molto sulla "ragion di Stato", sui rapporti tra politica e morale, tra Stato e Chiesa, tra individuo e potere (come forse nel '500 non si era mai fatto), eppure le conclusioni che se ne traggono sono quanto mai negative: si proclama la necessaria subordinazione dello Stato alla Chiesa, del singolo allo Stato; la politica diventa calcolo della convenienza; forte è la tendenza alla finzione-simulazione (sopravvivere dietro una "maschera"). In Campanella l'indirizzo politico diventa utopistico (vedi La città del sole, con cui si anticipano alcune tesi socialiste).
L'insieme di forme e realizzazioni artistiche (architettura, pittura, musica, letteratura) prende il nome di Barocco (altro nome è Concettismo). In questo fenomeno la forma vuole essere così raffinata da apparire strana e stupefacente, mentre il contenuto vuole essere esteriormente grandioso. Gli intellettuali avvertono che il Rinascimento è giunto a un tale grado di perfezione oltre il quale non è più possibile andare se non appunto perfezionando le forme. Di qui i tentativi di rinnovare le parole, rendendole più retoriche e artificiali.

Si inizia così ad abusare dell'immagine o Metafora, dietro la quale non esiste alcun vero sentimento (la metafora -la più importante delle figure retoriche- è una similitudine nella quale non appaiono i due termini di paragone -uno astratto, l'altro concreto-, ma la fusione d'entrambi in una sola immagine, generalmente concreta: p.es. "è un pozzo di scienza", "il filo del discorso").

L'arte non è più imitazione ma finzione, la quale si sostituisce alla realtà. La realtà risulta troppo complessa per essere fedelmente riprodotta. Le contraddizioni sociali dell'epoca vengono considerate irrisolvibili: di qui il tentativo degli intellettuali di puntare su una novità formale fine a se stessa. Fanno eccezione, in questo senso, poche persone: Galilei sul piano scientifico, Sarpi nell'ambito giuridico-politico, Bruno e Campanella in quello filosofico.

Marinismo. Questa ricerca forzata della novità nelle forme esteriori ed estetiche viene chiamata Marinismo (dal nome del poeta Giambattista Marino, napoletano), per il quale fine della poesia è la meraviglia delle cose eccellenti. Le sue poesie (come tutte le liriche del '600) non inventano nulla di nuovo, ma si limitano a utilizzare in maniera stravagante (combinando motivi e immagini fino all'assurdo) i moduli stilistici e le situazioni della tradizione poetica che va dal Petrarca al Tasso. Poema principale del Marino: ADONE (mitologico in 5.000 ottave. Il pastore Adone, eletto re di Cipro, ottiene l'amore di Venere, ma la gelosia di Marte lo fa uccidere da un cinghiale in una battuta di caccia).

Gli antimarinisti. Si rifanno a due poeti classici greci: Pindaro e Anacreonte. Accettano la poetica della meraviglia, ma provocandola con i toni eroici e sublimi e con meno musicalità. La differenza è solo di forma.

Dunque in che cosa consiste la poetica della meraviglia?

nel timore d'incorrere nelle condanne dell'Inquisizione con una poesia impegnata;
nel ritenere che la poesia non abbia altro fine che il diletto;
nell'evitare qualunque riproduzione diretta della natura (considerata la maggior nemica dell'arte);
nell'usare lo strumento della metafora fino all'accesso (p.es. posta una metafora di fondo: la rosa regine dei fiori, attribuire alla rosa tutte le qualità proprie di una regine). La poesia diventa un gioco intellettualistico, bizzarro, ricercato, astruso, spesso volutamente oscuro.
I generi letterari più significativi.

Letteratura scientifica. Grazie a Galilei si ha la creazione del metodo induttivo-sperimentale (dal particolare al generale): nasce la scienza moderna. Netto distacco da teologia e filosofia. La scienza afferma propria autonomia di metodo, di contenuto, di mezzi per la ricerca e sperimentazione. Galilei affermava che l'esperienza è più valida degli antichi testi; che bisogna adattare la filosofia (aristotelica) all'esperienza del mondo e della natura; che Dio parla all'uomo attraverso la Natura oltre che la Bibbia, per cui ciò che viene dimostrato dall'esperienza non può essere negato dalla Bibbia; che l'ipotesi eliocentrica di Copernico è migliore di quella geocentrica di Tolomeo. Per queste ragioni Galilei venne processato, costretto a ritrattare e condannato al carcere perpetuo (pena poi mitigata con la libertà vigilata a causa dell'età e della salute). Opere più importanti: Dialogo dei massimi sistemi e Il Saggiatore.

- Come si è arrivati a tutto ciò? Ideologia umanistica, laico-razionale del '400-'500; valorizzazione della tecnica; collaborazione tra tecnici e scienziati; invenzione del cannocchiale; trasformazione dell'artigiano in borghese; scoperte geografiche e astronomiche...

- La nuova scienza viene esposta in volgare non in latino, perché Galilei e altri avevano bisogno dell'appoggio della borghesia e della collaborazione dei tecnici della nazione. Anche all'estero si cominciano a scrivere testi filosofici e scientifici in volgare.

La commedia dell'arte. Un genere veramente nuovo della civiltà barocca. E' detta anche commedia a soggetto o improvvisata. Generalmente una commedia in 3 atti, recitata da comici di professione, riuniti in compagnie sotto la direzione di un capocomico, che si spostavano da una città (o nazione) all'altra. L'autore di una commedia (poteva anche essere uno degli attori) stendeva dei canovacci o scenari (trame di carattere generale) di cui poi gli attori si servivano improvvisando sulla scena il dialogo. Altri elementi di questa commedia erano i lazzi (gag), cioè scene comico-mimiche (quasi mute) intercalate al dialogo, e le maschere tipologiche, nelle quali si erano fissati i tipi comici presenti nella commedia latina e nel teatro rinascimentale, anche se le più famose sono quelle che caratterizzavano gli abitanti di una regione o città (Pulcinella, Arlecchino, Brighella, Pantalone...).

Melodramma. Altro genere nuovo. E' detto anche dramma musicale (oggi: l'opera). Si voleva una tragedia come quella greca, accompagnata dalla musica (recitar cantando). La musica sarà sempre superiore al libretto.

Il romanzo. Nasce e si diffonde nel '600, come in Francia. E' più ampio e più complesso della novella, destinato al vasto pubblico. E' una specie di riduzione in prosa del vecchio poema avventuroso: una letteratura evasiva e patetica, da sostituire a quella cavalleresca ed eroica.

Poema eroicomico. Inventato da Alessandro Tassoni (nato a Modena). Con La secchia rapita (1621) canta in forma eroica argomenti comici. La trama deriva dalla fusione di due guerre tra modenesi e bolognesi. Nella seconda i modenesi, dopo aver sconfitto i bolognesi, tolgono loro, come trofeo di guerra, il secchio di un pozzo. Molti degli eventi narrati non sono storici. Fine dell'opera: 1) contro il municipalismo-campanilismo delle città italiane del tempo (fonte, per lui, di una fiacca resistenza all'egemonia spagnola), 2) contro la moda dei poemi epici, che in effetti dopo la pubblicazione della sua opera ebbero scarsa fortuna. Tuttavia se il Tassoni mise in ridicolo la figura degli eroi, non riuscì a creare dei personaggi più umani e realistici.

Poesia satirica. Gli scrittori satirici evitano i temi politici e religiosi (si scagliano però contro gli eretici e i liberi pensatori). Ridicolizzano i difetti delle corti, ma senza andare troppo a fondo. Trattano molto dei vizi, ma senza riferimenti precisi a fatti e persone. Salvator Rosa, in particolare, polemizza contro quanti imitano Petrarca e Boccaccio, e quanti usano metafore strampalate.

Nella storiografia Paolo Sarpi, che scrisse Storia del concilio di Trento, sostiene che i risultati raggiunti dalla Chiesa furono più formali che sostanziali. Per le sue idee laiche e anticlericali fu fatto uccidere dal papato.

Nella Critica letteraria va segnalato il poema di Boccalini, Ragguagli di Parnaso, che è una satira allegorica contro Aristotele, Guicciardini, i gesuiti e gli spagnoli. E' l'antesignano della letteratura antispagnola.
7. Cessa l’afflusso di metalli preziosi, mandando in crisi le economie basate sullo sfruttamento parassitario che sulla produttività, come la Spagna. Vi è una crisi nelle attività commerciali alla quale l’Inghilterra e l’Olanda reagiscono riorganizzando i commerci su scala mondiale e potenziando le flotte mercantili. L’Olanda crea le compagnie delle Indie orientali e occidentali.

8. La Guerra dei Trent’anni (1618 – 1648), che sconvolge il Seicento con grazi conseguenze a livello economico. Tuttavia, la guerra aggrava una crisi già esplosa precedentemente.

Vi è dunque una pluralità di elementi di crisi, non un’unica causa. Spesso non si capisce se un certo fenomeno sia la causa o l’effetto di un altro fenomeno. Queste cause non sono affatto sicure, ma costituiscono solo una possibile ricostruzione.

fgi

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