ULISSE

Messaggioda MICHAEL » 18 lug 2008, 12:47

UN SAGGIO BREVE SU ULISSE... CONFRONTATO TRA QUELLO DI SABA DI DANTE ECC..... GRAZIE S RIUSCITE M SALVATE

MICHAEL

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Messaggioda Moon Light » 19 lug 2008, 16:28

Ti aiuterei io ma...i saggi brevi sono davvero lunghi (altro che brevi)... :P

Moon Light

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Messaggioda Shady » 27 lug 2008, 13:41

Guarda io ho trovato alcune cose che avevo salvato qualche anno fa (probabilmente lo avevo scaricato da qualche sito) adesso te lo incollo....non è esattamente quello che hai chiesto tu...però una vista potresti dargliela... :wink:


“Ulisse” di SabaLa poesia “Ulisse” conclude la raccolta Mediterranee che appartiene, come tutta la produzione di Saba, al Canzoniere (concepito dall’autore come autobiografia totale).
Vi furono tre edizioni del Canzoniere,la prima pubblicata nel 1921 che raccoglieva tutte le produzioni precedenti, la seconda del 1948 e l’ultima, pubblicata postuma, del 1961.
I temi della Sua poesia sono Trieste , la città natale, il mare, simbolo di avventura spirituale, gli affetti personali e familiari, le memorie dell’infanzia (vita travagliata..), il rapporto con la natura e le riflessioni sull’attualità (leggi razziali..).
Il Canzoniere segue fedelmente la vita dell’autore e ne narra poeticamente gli eventi più importanti.
La poesia “Ulisse” tratta il mito antico simbolo dell’inquietudine morale e filosofica dell’uomo ed è una metafora della vita e gli elementi presenti ( il mare, gli isolotti scivolosi al sole…..) hanno un significato simbolico alludono alla compresenza della bellezza e del dolore nella vita, che rendono difficile il cammino, che però secondo l’autore va sempre affrontato. La lirica è una accettazione della vita che ha i suoi punti fermi (il porto illuminato), ma è una continua e incessante navigazione verso l’ignoto (..me al largo sospinge ancora il non domato spirito..).
Infatti Saba come Ulisse è approdato nella sua Itaca, ha cioè trovato se stesso, ma questo è solo un punto di riferimento che il suo spirito ribelle guarda da lontano prendendo forza da esso per poi riprendere ancora il mare verso la terra di nessuno che è ilo suo regno.
Fino al 9 verso sono presenti strofe riferite all’immagine del ricordo. In particolare il poeta ricorda quando faceva il mozzo in una barca che navigava lungo le coste della Dalmazia ed era in continua ricerca dell’avventura. Ricordando gli scogli del mare, li paragona all’adolescenza in quanto gli scogli coperti di alghe sono scivolosi, così come la giovinezza è difficile da affrontare e basta poco per “scivolare”. L’adolescenza però è anche bella come gli scogli verdi che colpiti dal sole sembrano smeraldi, ma nascondono mille insidie (per dire ciò si avvale della similitudine). La notte e la marea sono considerati elementi traditori in quanto nascondono il pericolo, costringendo le barche a vagare al largo per evitare il rischio come le situazioni oscure che celano grandi pericoli. La dimensione esistenziale in cui si trova meglio è quella della terra che nessuno vuole per la paura che incute ciò che non si conosce. La seconda parte (introdotta da “oggi”), descrive l’attuale stato psicologico del poeta. Qui il poeta esprime la sua mancanza di soddisfazione che lo porta a tentare come faceva Ulisse. L’avverbio “oggi” introduce la seconda parte e si passa ad un secondo piano temporale, ovvero dal ricordo passato alla situazione presente. “Oggi il mio regno è quella terra di nessuno” è un evidente richiamo alle celebri parole pronunciate da Cristi: “il mio regno non è di questo mondo”. Il porto rappresenta la vita tranquilla e la vecchiaia che non attira il poeta ancora assetato di avventura, ma il suo “non domato spirito” ne rimane lontano perché vuol andare alla ricerca di nuove esperienze; è presente una metafora nell’espressione il porto accende i suoi lumi, ciò rappresenta il porto come simbolo della vecchiaia che attira gli uomini. Analizzando le figure retoriche troviamo la sineddoche nell’espressione “vele sottovento”, (una parte per il tutto) in cui le vele rappresentano le barche.
La poesia è una metafora della vita che si esprime con l'immagine del poeta che naviga lungo la costa dalmata. Saba afferma di aver navigato tra "isolotti a fior d'onda", cioè tra le opportunità della vita, che in gioventù appaiono meravigliose e realizzabili, ma che nella vecchiaia rivelano tutta la loro inconsistenza. Per il poeta il viaggio per mare è metafora del suo percorso nella vita: egli cerca nel mare aperto il senso dell'esistenza ed una tranquillità interiore che non ha ancora raggiunto. Da una lato il mare sconfinato rappresenta un mistero, la voglia d'avventura, dall'altro il viaggio senza una meta precisa con tutte le possibili difficoltà è fonte di incertezza ed instabilità. Saba, come Ulisse, rifiuta la sicurezza del porto e si lascia "trasportare al largo dall'amore della vita", poiché il suo spirito ribelle lo porta a lottare per essa.



Ulisse - Dante

Dante, Divina Commedia XXVIcanto

Il canto XXVI della Divina Commedia è evidentemente costituito da tre ampie parti giustapposte: una parte introduttiva che anticipa, attraverso l'insistita attenzione all'emozione di Dante, il tema centrale: l'impossibilità dell'uomo di raggiungere la vera conoscenza senza l'aiuto divino; una seconda parte dedicata ai peccati «di lingua» dei fraudolenti; infine quella, molto più «epica» dove il poeta racconta dell'ultimo viaggio di Ulisse.
Dante ha costruito l'incontro con Ulisse sul fondamento di una figura retorica che domina con la sua viva presenza la prima parte del canto: quella della fiamma, del fuoco furo, cioè «ladro», perché ruba alla vista la figura dei dannati. Con la scelta di questa pena, Dante ha creato un perfetto contrappasso, adeguato alla complessità della colpa dei consiglieri fraudolenti: essi ingannarono, nascondendo dietro false intenzioni il loro vero scopo e quindi adesso sono costretti a essere nascosti per sempre da questo fuoco che li brucia dolorosamente; esso ruba l’immagine della loro forma fisica, così come nella loro vita essi furono ladri della buona fede altrui; infine, come si vede all'inizio dei racconto di Ulisse, la fiamma che li avvolge assume tutti i connotati fisici dei consiglieri fraudolenti, al punto di assomigliare a una lingua che guizzando emette suoni articolati.
I consiglieri fraudolenti erano definiti «lingue di fuoco», perché usavano la loro capacità di persuasione oratoria per ingannare le loro vittime. È quindi giusto che vengano eternamente «marchiati a fuoco», rinchiusi nell’immagine dell’organo fisico che usarono in vita per fare del male.
Un'altra grande metafora, subito dopo quella della fiamma, è rappresentata dall'immagine del mare, simbolo di una vastità incommensurabile, una massa immensa di acque sconosciute e deserte che solo un animo coraggioso può osare affrontare. la metafora è fondamentale per capire il personaggio centrale del canto, Ulisse, e insieme il senso del canto stesso. Infatti il protagonista dell'Odissea, poema dove vive tante avventure proprio sull'elemento pericoloso e affascinante del mare, è stato scelto non a caso come protagonista del canto. Ulisse è l'unico personaggio importante della Commedia che non appartenga alla storia contemporanea, e invece faccia parte del mito: la sua funzione è dunque soprattutto simbolica, e corrisponde narrativamente, con coerenza stilistica e retorica, alla metafora del mare.
Il mare, con le sue acque invitanti e infide, non solo in Dante ma in tutta la tradizione culturale del Medioevo, rappresenta la conoscenza, il sapere: attraversarlo o comunque tentare di solcarlo è quindi un tentativo coraggioso di apprendere di più, di superare i limiti del sapere precedente.
Possiamo vedere quindi come mentre nell’Odissea l’intelletto è posto al di sotto della pietas, l’Ulisse dantesco non pone alcuna restrizione morale alla sete di conoscenza, e la sua impresa è condannata in partenza al fallimento, proprio perché, in periodo teocentrista, si pone come sfida alla virtù divina. Paragonando invece il viaggio di Odisseo con quello di dantesco notiamo che entrambi sono alla ricerca della verita, ma mentre l’eroe omerico vuole conoscere la realtà attraverso il proprio ingegno, Dante ricerca attraverso la retta via, le verità sovrannaturali, cioè la ragione e la fede. Per questo Ulisse, avendo voluto conoscere senza la guida di Dio, viene condannato mantre Dante attraverso l’azione umana del credere nel Signore ha conquistato l’eterno.
La presunzione umana rappresenta un inconcepibile sovvertimento dell'ordine dell'universo, e come tale è una forma di «follia». Infatti, l'aggettivo “folle” compare al v. 125, a definire la natura insana dell'impresa dell’eroe mitico.
L'autore, dunque, sente vicina alla propria, l'esperienza di Ulisse (che può rappresentare quella dei filosofi laici che - come lo stesso Dante giovane - si lasciarono tentare da una conoscenza che fosse del tutto indipendente da Dio). Da un lato quindi Dante apprezza l’eroe per il suo ardore di conoscenza(“…vincer potevo dentro a me l’ardore/ch’io ebbi a divenir del mondo esperto/e de li vizi umani e del dolore”), per la valorizzazione della dignità umana da lui attuata(“Considerate la vostra semenza:/fatti non foste a viver come bruti/ma per seguire virtute e conoscenza”) e per la sua dimensione eroica di stampo classico(“…non vogliate negar l’esperienza,/di retro al sol, del mondo senza gente.”), dall’altro però condanna il suo uso presuntuoso dell’ingegno(“de’ remi facemmo ali al folle volo”) il suo orgoglio sfrenato(“…misi me per l’alto mare aperto…dov’Ercule segnò li suoi riguardi,/acciò che l’uom più oltre non si metta”) e per il suo uso malizioso della parola(“Li miei compagni fec’io sì aguti, con questa/orazion picciola…”)
Il protagonista del canto, quindi, ha una funzione simbolica: non rappresenta solo se stesso, ma soprattutto la categoria intellettuale dei filosofi laici, come i commentatori di Aristotele che non lo interpretarono alla luce dei dogmi cristiani.

Shady

 

Messaggioda Shady » 27 lug 2008, 13:43

Se vuoi ho anche qualcosa di Pascoli, d'Annunzio...

Shady

 

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