Montale, vita, opere e analisi poesie principali

Messaggioda Azanatos1992 » 6 mag 2012, 12:45

Montale

Vita
Eugenio Montale nacque a Genovail 12 ottobre 1896. Il giovane Montale ha la possibilità di coltivare i propri interessi prevalentemente letterari, frequentando le biblioteche cittadine e assistendo alle lezioni private di filosofia della sorella Marianna, iscritta a Lettere e Filosofia. La sua formazione è dunque quella tipica dell'autodidatta, che scopre interessi e vocazione attraverso un percorso libero da condizionamenti. Letteratura (Dante, Petrarca, Boccaccio e Gabriele D'Annunzio su tutti, autori che lo stesso Montale affermerà di avere "attraversato") e lingue straniere sono il terreno in cui getta le prime radici la sua formazione e il suo immaginario. Gli anni della giovinezza delimitano in Montale una visione del mondo in cui prevalgono i sentimenti privati e l'osservazione profonda e minuziosa delle poche cose che lo circondano.

Entrato all'Accademia militare di Parma, fa richiesta di essere inviato al fronteviene congedato nel 1920. È il momento dell'affermazione del fascismo, dal quale Montale prende subito le distanze sottoscrivendo nel 1925 il Manifesto degli intellettuali antifascisti di Benedetto Croce. Montale vive questo periodo nella "reclusione" della provincia ligure, che gli ispira una visione profondamente negativa della vita.

Montale dopo l'edizione degli Ossi del 1925, giunge a Firenze nel 1927 per il lavoro di redattore ottenuto presso l'editore Bemporad. Nel 1929 è chiamato a dirigere il Gabinetto scientifico letterario G. P. Vieusseux, nel frattempo collabora alla rivista Solaria, frequenta i ritrovi letterari del caffè Le Giubbe Rosse conoscendovi Carlo Emilio Gadda e Elio Vittorini, e scrive per quasi tutte le nuove riviste letterarie che nascono e muoiono in quegli anni di ricerca poetica. La vita a Firenze però si trascina per il poeta tra incertezze economiche e complicati rapporti sentimentali; legge molto Dante e Svevo, e i classici americani.

Fino al 1948, l'anno del trasferimento a Milano, egli pubblica Le occasioni e le prime liriche di quelle che formeranno La bufera e altro (che uscirà nel 1956).

L'ultima tappa del viaggio di Montale nel mondo è Milano (dal 1948 alla morte). Le ultime raccolte di versi, Xenia ('66, dedicata alla moglie Drusilla Tanzi, morta nel 1963), Satura ('71) e Diario del '71 e del '72 ('73), testimoniano in modo definitivo il distacco del poeta - ironico e mai amaro - dalla Vita con la maiuscola: «pensai presto, e ancora penso, che l'arte sia la forma di vita di chi veramente non vive: un compenso o un surrogato» (Montale, Intenzioni. Intervista immaginaria, Milano '76). Sempre nel '66 Montale pubblicò i saggi Auto da fé, una lucida riflessione sulle trasformazioni culturali in corso.

Eugenio Montale muore a Milano la sera del 12 settembre 1981.

Poetica
Montale ha scritto relativamente poco: quattro raccolte di brevi liriche, un "quaderno" di traduzioni di poesia e vari libri di traduzioni in prosa, due volumi di critica letteraria e uno di prose di fantasia. A ciò si aggiungono gli articoli della collaborazione al Corriere della sera. Il quadro è perfettamente coerente con l'esperienza del mondo così come si costituisce nel suo animo negli anni di formazione, che sono poi quelli in cui vedono la luce le liriche della raccolta Ossi di seppia.
La poesia è per Montale principalmente strumento e testimonianza dell'indagine sulla condizione esistenziale dell'uomo moderno, in cerca di un assoluto che è però inconoscibile. Tale concezione poetica – approfondita negli anni della maturità, ma mai rinnegata – non attribuisce alla poesia uno specifico ruolo di elevazione spirituale; anzi, Montale al suo lettore dice di "non chiedere la parola", non "domandare" la "formula" che possa aprire nuovi mondi. Il poeta può solo dire "ciò che non siamo": è la negatività esistenziale vissuta dall'uomo novecentesco dilaniato dal divenire storico.
A differenza delle "illuminazioni" ungarettiane, Montale fa un ampio uso di idee, di emozioni e di sensazioni più indefinite. Egli cerca una infatti soluzione simbolica (il "correlativo oggettivo", contemporaneamente adottato da Thomas Stearns Eliot) in cui la realtà dell'esperienza diventa una testimonianza di vita. Proprio in alcune di queste immagini il poeta crede di trovare una risposta, una soluzione al problema del "male di vivere": ad esempio, il mare (in Ossi di seppia) o alcune figure di donne che sono state importanti nella sua vita.
La poesia di Montale assume dunque il valore di testimonianza e un preciso significato morale: Montale esalta lo stoicismo etico di chi compie in qualsiasi situazione storica e politica il proprio dovere. Rispetto a questa visione, la poesia si pone per Montale come espressione profonda e personale della propria ricerca di dignità e del tentativo più alto di comunicare fra gli uomini. L'opera di Montale è, infatti, sempre sorretta da un'intima esigenza di moralità, ma priva di qualunque intenzione moralistica: il poeta non si propone come guida spirituale o morale per gli altri; attraverso la poesia egli tenta di esprimere la necessità dell'individuo di vivere nel mondo accogliendo con dignità la propria fragilità, incompiutezza, debolezza.
Montale non credeva all'esistenza di «leggi immutabili e fisse» che regolassero l'esistenza dell'uomo e della natura; da qui deriva la sua coerente sfiducia in qualsiasi teoria filosofica, religiosa, ideologica che avesse la pretesa di dare un inquadramento generale e definitivo, la sua diffidenza verso coloro che proclamavano fedi sicure. Per il poeta la realtà è segnata da una insanabile frattura fra l'individuo e il mondo, che provoca un senso di frustrazione e di estraneità, un malessere esistenziale. Questa condizione umana è, secondo Montale, impossibile da sanare se non in momenti eccezionali, veri stati di grazia istantanei che Montale definisce miracoli, gli eventi prodigiosi in cui si rivela la verità delle cose, il senso nascosto dell'esistenza.
Alcuni caratteri fondamentali del linguaggio poetico montaliano sono i simboli: nella poesia di Montale compaiono oggetti che tornano e rimbalzano da un testo all'altro e assumono il valore di simboli della condizione umana, segnata, secondo il poeta, dal malessere esistenziale, e dall'attesa di un avvenimento, un miracolo, che riscatti questa condizione rivelando il senso e il significato della vita. In Ossi di seppia il muro è il simbolo negativo di uno stato di chiusura e oppressione, mentre i simboli positivi che alludono alle possibilità di evasione, di fuga e di libertà, sono l'anello che non tiene, il varco, la maglia rotta nella rete. Nelle raccolte successive il panorama culturale, sentimentale e ideologico cambia, e quindi risulta nuova anche la simbologia. Per esempio nella seconda raccolta, Le occasioni, diventa centrale la figura di Clizia, il nome letterario che allude alla giovane ebrea-americana Irma Brandeis, (italianista ed intellettuale) amata da Montale[9], che assume una funzione "angelico-salvifica" e dalla quale è possibile aspettare il miracolo da cui dipende ogni residua possibilità di salvezza esistenziale.
Ossi di seppia
Il primo momento della poesia di Montale rappresenta l'affermazione del motivo lirico. Montale, in Ossi di seppia (1925) edito da Piero Gobetti, afferma l'impossibilità di dare una risposta all'esistenza: in una delle liriche introduttive, Non chiederci la parola, egli afferma che è possibile dire solo "ciò che non siamo, ciò che non vogliamo", sottolineando la negatività della condizione esistenziale. Lo stesso titolo dell'opera designa l'esistenza umana, logorata dalla natura, e ormai ridotta ad un oggetto inanimato, privo di vita. In tal modo Montale capovolge l'atteggiamento fondamentale più consueto della poesia: il poeta non può trovare e dare risposte o certezze; sul destino dell'uomo incombe quella che il poeta, nella lirica Spesso il male di vivere ho incontrato, definisce "Divina Indifferenza", ciò che mostra una partecipazione emotiva del tutto distaccata rispetto all'uomo.
La prima raccolta di Montale uscì nel giugno del 1925 e comprende poesie scritte tra il 1916 e il 1925. Il libro si presenta diviso in otto sezioni: Movimenti, Poesie per Camillo Sbarbaro, Sarcofaghi, Altri versi, Ossi di seppia, Mediterraneo, Meriggi ed ombre; a questi fanno da cornice una introduzione (In limine) e una conclusione (Riviere). Il titolo della raccolta vuole evocare i relitti che il mare abbandona sulla spiaggia, come gli ossi di seppia che le onde portano a riva; qualcosa di simile sono le sue poesie: in un'epoca che non permette più ai poeti di lanciare messaggi, di fornire un'interpretazione compiuta della vita e dell'uomo, le poesie sono frammenti di un discorso che resta sottinteso e approdano alla riva del mare come per caso, frutto di momentanee illuminazioni. Le poesie di questa raccolta traggono lo spunto iniziale da una situazione, da un episodio della vita del poeta, da un paesaggio, come quello della Liguria, per esprimere temi più generali: la rottura tra individuo e mondo, la difficoltà di conciliare la vita con il bisogno di verità, la consapevolezza della precarietà della condizione umana. Si affollano in queste poesie oggetti, presenze anche molto dimesse che non compaiono solitamente nel linguaggio dei poeti, alle quali Montale affida, in toni sommessi, la sua analisi negativa del presente ma anche la non rassegnazione, l'attesa di un miracolo.
L'emarginazione sociale a cui era condannata la classe di appartenenza, colta e liberale, della famiglia, acuisce comunque nel poeta la percezione del mondo, la capacità di penetrare nelle impressioni che sorgono dalla presenza dei paesaggi naturali: la solitudine da "reclusione" interiore genera il colloquio con le cose, quelle della riviera ligure, o del mare. Una natura "scarna, scabra, allucinante", e un "mare fermentante" dal richiamo ipnotico, proprio del paesaggio mediterraneo.
• ANTIELOQUENZA = In polemica aperta con i “poeti laureati”, Montale decide di assumere un linguaggio scabro ed’essenziale. Non è possibile una poesia eloquente, perché non ci sono verità positive da affermare, da cantare a voce spiegata. Se la condizione umana è quella desolata disarmonia col mondo che Montale subito percepisce, la poesia dovrà farsi veicolo immediato di essa, e pronunciare al massimo “qualche storta sillaba e secca come un ramo”.
• PAESAGGIO = Quello ligure, colto nei suoi aspetti più aspri. Il paesaggio ha a che fare con la condizione interiore del poeta, che nei suoi connotati riconosce la sua angoscia interiore. Il paesaggio e ciò che vi accade sono correlativi oggettivi dell’animo del poeta, affiancati da un commento psicologico che si andrà perdendo nelle “occasioni”.
• ESISTENZA = Tema centrale dell’opera è il male di vivere, la disarmonia con il mondo, la perenne necessità di dare un senso all’esistere. Questa necessità porta ad una costante ricerca di un miracolo, un evento significativo, che sveli la verità della natura. Talvlota Montale è sul punto di coglierlo, eppure non ci riesce. La poesia diventa strumento essenziale di questa ricerca.
I Limoni

Ascoltami, i poeti laureati
si muovono soltanto fra le piante
dai nomi poco usati: bossi ligustri o acanti.
lo, per me, amo le strade che riescono agli erbosi
fossi dove in pozzanghere
mezzo seccate agguantanoi ragazzi
qualche sparuta anguilla:
le viuzze che seguono i ciglioni,
discendono tra i ciuffi delle canne
e mettono negli orti, tra gli alberi dei limoni.

Meglio se le gazzarre degli uccelli
si spengono inghiottite dall'azzurro:
più chiaro si ascolta il susurro
dei rami amici nell'aria che quasi non si muove,
e i sensi di quest'odore
che non sa staccarsi da terra
e piove in petto una dolcezza inquieta.
Qui delle divertite passioni
per miracolo tace la guerra,
qui tocca anche a noi poveri la nostra parte di ricchezza
ed è l'odore dei limoni.

Vedi, in questi silenzi in cui le cose
s'abbandonano e sembrano vicine
a tradire il loro ultimo segreto,
talora ci si aspetta
di scoprire uno sbaglio di Natura,
il punto morto del mondo, l'anello che non tiene,
il filo da disbrogliare che finalmente ci metta
nel mezzo di una verità.
Lo sguardo fruga d'intorno,
la mente indaga accorda disunisce
nel profumo che dilaga
quando il giorno piú languisce.
Sono i silenzi in cui si vede
in ogni ombra umana che si allontana
qualche disturbata Divinità.

Ma l'illusione manca e ci riporta il tempo
nelle città rurnorose dove l'azzurro si mostra
soltanto a pezzi, in alto, tra le cimase.
La pioggia stanca la terra, di poi; s'affolta
il tedio dell'inverno sulle case,
la luce si fa avara - amara l'anima.
Quando un giorno da un malchiuso portone
tra gli alberi di una corte
ci si mostrano i gialli dei limoni;
e il gelo dei cuore si sfa,
e in petto ci scrosciano
le loro canzoni
le trombe d'oro della solarità.

COMMENTO
Tono discorsivo e colloquiale: Rivolgendosi direttamente al lettore, in forma pacata e quasi confidenziale ("Ascoltami"), il poeta introduce un tono discorsivo e sommesso, che corrisponde ai contenuti e alle caratteristiche della sua poesia; una poesia che tende alla colloquialità (ancora "Vedi", con cui si apre simmetricamente la terza strofa), senza rinunciare alle spezzature e sprezzature del parlato, come al v. 4: "Io, per me, amo le strade" (anche se il discorso può poi impennarsi nell'uso raro e ricercato di un termine, come la particolare accezione di " riescono agli ", sostituito alla precedente stesura "portano nei fossi / erbosi", con l'ulteriore ricorso alla figura retorica dell'anastrofe).

Rifiuto della poesia aulica: Il significato programmatico del testo consiste nel rifiuto di una versificazione aulica e sublime, qual è quella, ufficiale e tradizionale, propria dei "poeti laureati", fatta di nobili presenze e di termini selezionati. Ad essa Montale contrappone una realtà comune, costituita da un paesaggio povero e scabro, che vive di presenze consuete e concrete: "erbosi / fossi ", " pozzanghere / mezzo seccate " (con " qualche sparuta anguilla "), " viuzze ", " ciglioni ", " ciuffi delle canne ", " orti ".

La parola concreta e oggettiva: E' questo il percorso della poesia indicato da Montale, che (sulla linea proposta dal Pascoli) rifiuta l'uso generico e indeterminato della parola, ma se ne serve per indicare con precisione cose e oggetti dalla fisionomia specifica, nettamente individuale e determinata. Al culmine si pone qui l'immagine risolutiva e simbolica dei "limoni", emblema di una realtà nuda e aspra, ma intensamente viva e colorata.

La natura: La natura descritta in questi versi è una realtà tangibile e animata, seppure nell'immobilità quasi stagnante di un'atmosfera che resta strettamente legata alla sua dimensione terrena, quasi per il timore di smarrirsi in orizzonti troppo vasti e indefiniti. Lontano resta l'"azzurro", in cui le <

Realtà elementare e aspra: Solo in questa realtà, così elementare e brulla, è possibile strappare ("a noi poveri") un po' di pace e di felicità ("la nostra parte di ricchezza"), che consiste appunto, emblematicamente, nell'"odore dei limoni"; un "odore" (con evidente ripresa del termine dal v. 15) e una "ricchezza" che sono ugualmente lontani dalla profondità del cielo (l'astrazione di una poesia in cui il soggetto si pone in immediato contatto con l'assoluto) e dal clamore del mondo, dalle "passioni" e dalla "guerra" della storia, con una significativa reminiscenza gozzaniana (dai vv. 181-198 della Signorina Felicita, T67, e in particolare dal v. 197: "Meglio fuggire dalla guerra atroce ").

Significato esistenziale: Nel denso e gravido silenzio della natura, le "cose" sembrano abbandonarsi, come se fossero sul punto di rivelare il "segreto " della loro elementare presenza, lasciando intravedere " il punto " o " il filo " da cui sdipanare il misterioso e incomprensibile disegno dell'esistenza. Come ha scritto Guglielminetti, " la tematica povera di Montale si rivela capace d'insospettabili aperture metafisíche. La scelta di argomenti minori, in altri termini, è in funzione della loro allusività al significato ultimo dell'esistenza: la ricerca d'una verità che sia in grado di rendere ragione delle pause e degli intervalli in cui si libera talora la vita autentica della Natura".

Difficoltà e limiti della conoscenza: Solo di qui, da questa riduzione al "grado zero" di una nuda ed essenziale realtà, quasi vicina alle ragioni di una identità originaria e immutabile, sembra potersi aprire un varco alla conoscenza: quella, difficile e faticosa, cui allude in particolare il v. 31 (<>), in cui l'assenza di punteggiatura sottolinea il carattere affannoso dell'operazione, mentre l'ultimo verbo ne vanifica lo sforzo. Anche gli spiragli che parevano aprirsi non lasciano scorgere, in fondo, la chiarezza di alcuna luce: l'immagine del divino che in queste "epifanie" sembra di scorgere nella natura è ingannevole.

L'esaurirsi delle speranze: L'avversativa del v. 37 segna infatti il chiudersi di ogni prospettiva di speranza ("Ma l'illusione manca…"), che non a caso coincide con il mutare del paesaggio: alla campagna immersa nella calura estiva si sovrappone (e si sostituisce) "il tempo/nelle città" ("rumorose", e quindi tali da impedire ogni capacità di attenzione e di concentrazione), dove la natura è scomparsa e anche il cielo, l' azzurro si mostra/ soltanto a pezzi"; la pioggia autunnale e "il tedio dell'inverno sulle case" soffocano la vita, togliendo la luce alle cose e portando la morte nell'"anima" (si noti il bisticcio " avara " / " amara "). Ma nell'alterna vicenda delle stagioni, e nel loro significato esistenziale, la scoperta dei "gialli dei limoni", che si intravedono all'interno di un cortile, riporta il calore della vita e la felicità di una rinata illusione.

Il rinascere dell'illusione: E' una delle poche poesie dì Montale cui si possa attribuire, alla fine, un significato e un messaggio posìtivi, in quanto lasciano aperta una prospettiva di speranza; ma la speranza consiste unicamente, in Montale, nell'estrema riduzione dell'oggetto del desiderio, in un elemento povero e comune, su cui concentrare, simbolicamente, le certezze limitate di un'effimera gioia, senza ulteriori attese di palingenesi e di rinnovamenti.
Non chiederci la parola
Non chiederci la parola che squadri da ogni lato
l'animo nostro informe, e a lettere di fuoco
lo dichiari e risplenda come un croco
Perduto in mezzo a un polveroso prato.
Ah l'uomo che se ne va sicuro,
agli altri ed a se stesso amico,
e l'ombra sua non cura che la canicola
stampa sopra uno scalcinato muro!
Non domandarci la formula che mondi possa aprirti
sì qualche storta sillaba e secca come un ramo.
Codesto solo oggi possiamo dirti,
ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.
COMMENTO
La lirica appartiene alla sezione “Ossi di seppia”, che dà il nome alla raccolta omonima del 1925 nella quale confluiscono varie tendenze poetiche, spinte contrastanti come il simbolismo francese ed italiano, il vocianesimo, la poetica di Sbarbaro, la lezione del “Baretti” e della “Ronda”. Il testo è una sequenza di tre quartine di vario metro (endecasillabi sono i versi 3,4,8,11,12, i versi 2 e 10 sono martelliani o doppi settenari) con rime incrociate nelle prime due quartine e baciate nell’ultima. Si segnala una rima ipermetra al verso 7 (“canicola”) in cui la sillaba finale eccedente non viene computata.
L’incipit del testo è una sorta di dichiarazione di poetica che segna il momento di passaggio antitetico da una poesia “piena”, propositiva, di carducciana o dannunziana memoria, ad una poesia della negatività, dell’impotenza di una condizione umana contrassegnata dall’aridità e dalla lacerazione. La lirica è volta alla negazione dell’inganno di facili scelte ideologiche e stilistiche, all’ abbandono della poetica delle sensazioni e della musicalità, ad una scrittura che si condensa in immagini-metafore con una loro oggettività emblematica.
Il testo presenta una serie di negatività insistite ai versi 1, 9, 12 (“non chiederci…non domandarci…non siamo…non vogliamo”), di asprezza di suoni e consonanti doppie (“squadri”, “informe”, “lettere”, “mezzo” ecc.) con una sintesi negativa e fulminante al verso 12, con iterazione del “non” che connota il testo di una valenza nichilista e induce il critico Mengaldo a far riferimento a Leopardi. Da notare le allitterazioni del fonema “r” ai versi 1 e 2, del fonema labiale “p” al verso 4, e dell’insistita allitterazione della sibilante “s” ai versi 8 e 10 (“stampa”, “sopra”, “scalcinato”; “storta sillaba secca”, ecc.) ; ricca è anche la struttura fonica della seconda strofa per l’allitterazione al verso 7 (“non cura che la canicola”). La “parola” al verso 1 indica metonimicamente un discorso che non può più essere comunicativo e rivelatore. Al discorso che “squadra da ogni lato” e “dichiara a lettere di fuoco” o risplende come “croco” (vv 1-3) si contrappone la parola “ormai informe”, arida e contorta, immagine speculare di una condizione esistenziale. La serie di enjambement nei primi tre versi sottolinea una frammentarietà sintattica, metafora ed emblema di una frammentarietà e scissione dell’ Io lirico. La dimensione interiore è quella della privazione e dell’insicurezza (“Ah l’uomo che se ne va sicuro”,v 5), di un rapporto lacerato col mondo e con se stesso. Il periodo nominale al verso 5 indica un atteggiamento ambivalente nei riguardi dell’uomo comune, che il poeta invidia e al tempo stesso non stima o disprezza (“e l’ombra sua non cura che la canicola/stampa…” vv 7-8).
Il riferimento ad uno scenario implicitamente cittadino (“muro scalcinato” v.8) rimanda ad un paesaggio squallido e disumanizzante. Il “muro” rinvia al “prato polveroso” del v.4 , entrambi immagini-metafore, isotopi di una realtà cittadina e periferica innaturale e arida (la “canicola” al v.7 accresce il senso di aridità del paesaggio urbano); il “polveroso prato” rimanda altresì ad immagini care ai poeti crepuscolari. L’explicit del componimento si caratterizza ancora una volta per l’insistita reiterazione dei suoni aspri come le doppie e gli scontri consonantici “arc” e “apr” (“domandarci”, “aprirti”, “dirti” vv.9-11 ) che rinviano , come altrove nella lirica montaliana, all’asprezza di suoni danteschi. Il v.9 riprende ed integra semanticamente il v.1, la “formula” richiama infatti la “parola” dell’ incipit , metonimia di un miracolo impossibile, di una rivelazione illusoria che possa dare verità o svelare mondi diversi, metafora di una felicità primigenia, irrecuperabile e persa. La disarmonia di una condizione di separatezza tra l’uomo e la realtà, la perdita di una identità può essere ricostruita unicamente attraverso “storte sillabe e secche come un ramo” v.10, contrapposto quest’ultimo al “croco” lussureggiante del v.3. Il finale sentenzioso al v.11 con prolessi del dimostrativo, anticipa le soluzioni della successiva raccolta “Le occasioni” ed esprime con una sorta di climax la “non-rivelazione”, l’ossimoro di una “non-verità” da rivelare (“Codesto solo oggi possiamo dirti/ciò che non siamo, ciò che non vogliamo”, vv.11-12).
I due versi conclusivi sanciscono pertanto una soluzione nichilista che nega ogni affermazione seppure in modo provvisorio (“oggi”, v.11). La lirica delinea dunque un implicito percorso, il passaggio da una condizione di felicità e beatitudine panica (l’ “osso di seppia” è immagine marina che rimanda all’ipotesto dannunziano dell’ “Alcyone”), ad una nuova condizione di sostanziale aridità in cui si fa strada il rapporto conflittuale e problematico con la realtà e la storia, ma anche la necessità di svelare ed accettare, senza mistificazione, la negatività della condizione.
Spesso il male di vivere ho incontrato
Spesso il male di vivere ho incontrato:
era il rivo strozzato che gorgoglia,
era l’incartocciarsi della foglia
riarsa, era il cavallo stramazzato.
Bene non seppi, fuori del prodigio
che schiude la divina Indifferenza:
era la statua nella sonnolenza
del meriggio, e la nuvola, e il falco alto levato.
COMMENTO

Questo testo può essere additato come esemplare della poetica montaliana del correlativo oggettivo, cioè del rapporto che la parola stabilisce con gli oggetti da essa nominati.
Il primo verso introduce, con un'espressione divenuta proverbiale ("male di vivere"), il male connaturato alla vita, secondo una concezione d'ascendenza leopardiana. Il movimento va dal soggetto alla realtà, dall'astratto al concreto: il poeta usa infatti un verbo ("ho incontrato") che materializza il concetto, personificandolo, cioè presentandolo quasi come una presenza reale e fisicamente tangibile.
Negli altri tre versi della prima quartina, infatti, il "male di vivere" non viene evocato attraverso similitudini, in un senso metaforico o analogico, ma si identifica direttamente ("era", con ripresa anaforica) con gli oggetti che lo rappresentano, tratti rispettivamente dal regno inorganico, vegetale e animale: "il rivo", "la foglia", "il cavallo", colti in un momento di precarietà e dolore, come sottolineano gli aggettivi ad essi collegati: "strozzato", "riarsa", "stramazzato". Il malessere esistenziale del poeta prende dunque corpo nella realtà naturale. Ma dedichiamo un po' di attenzione a queste tre immagini.
Riferito a "rivo", "strozzato" significa impedito nel suo corso da qualche strettoia. Ma strozzato è evidentemente più violento che impedito per l'implicazione semantica antropomorfica. E allo stesso modo in "gorgoglia" traspare il lamento di una creatura viva.
La foglia è "riarsa" (e perciò si accartoccia) dalla calura, dall'arsura, che rimanda al consueto tema montaliano dell'aridità esistenziale che si rispecchia, oggettivandosi, nella natura.
Il cavallo è "stramazzato", cioè stroncato dalla fatica, un'esperienza tipicamente umana.
La struttura semantica dei correlativi oggettivi è sottolineata, sul piano del significante, dall'iterazione di suoni aspri (la /r/ e la /s/ in particolare) in parole di intensa espressività: "strozzato", "gorgoglia", "incartocciarsi", "riarsa", "stramazzato".
Nella seconda quartina, in opposizione al "male di vivere" che si manifesta negli aspetti più comuni della natura, Montale afferma (ma senza condividere tale soluzione) che l'unico "bene" per l'uomo consiste nell'atteggiamento di "indifferenza" per tutto ciò che è segnato dal male e dal dolore. E tale "indifferenza" è detta "divina" perché è propria della divinità nella concezione stoica. l'apatheia, l'apatia, è propriamente l'indifferenza e addirittura il disprezzo delle emozioni, il distacco dal mondo. Perciò essa "schiude" (cioè permette, procura) il "prodigio" (il miracolo) dell'unico "bene" concesso all'uomo.
Ai tre emblemi del "male" si contrappongono simmetricamente, nella seconda quartina, tre correlativi oggettivi di questa specie di "bene": "la statua", "la nuvola" e il "falco". La tripartizione, però, non è qui scandita dalla triplice anafora di "era" (il verbo compare solo una volta, al v. 7), ma viene nettamente scandita dalle virgole e dal polisindeto ("e... e..."). A segnalare la contrapposizione tra le due terne di immagini, la rima "levato" del v. 8, che indica un movimento dal basso verso l'alto, è antitetica rispetto a quella del v. 5, "stramazzato", che indica un movimento dall'alto verso il basso.
Diverse, nelle tre immagini, sono le modalità dell'"indifferenza", in cui parrebbe (ma senz'altro no per Montale) consistere l'unico scampo al "male di vivere": la statua si caratterizza per la sua fredda, marmorea insensibilità; la nuvola e il falco perché si levano alti al di sopra della miseria del mondo.
Forse un mattino andando
Forse un mattino andando in un'aria di vetro,
arida, rivolgendomi, vedrò compirsi il miracolo:
il nulla alle mie spalle, il vuoto dietro
di me, con un terrore di ubriaco.

5 Poi come s'uno schermo, s'accamperanno di gitto
alberi case colli per l'inganno consueto.
Ma sarà troppo tardi; ed io me n'andrò zitto
tra gli uomini che non si voltano, col mio segreto.
COMMENTO

Questo testo è stato definito da un nostro filosofo, Sergio Moravia, come "uno dei vertici della lirica non del Novecento italiano, ma della lirica dell'intero mondo d'Occidente". Forse questo apprezzamento appare in verità eccessivo, ma lo si può giustificare in quanto siamo di fronte a un testo poetico che ha un contenuto indubbiamente filosofico, quantunque espresso attraverso immagini anziché mediante concetti. Esso descrive infatti una rivelazione, una manifestazione improvvisa (epifania) del "nulla", del "vuoto", e dunque dell'assurdità dell'esistenza.
Il futuro ipotetico ("Forse... vedrò") presenta il "miracolo" (cioè l'epifania del "nulla") come un possibile eppur straordinario evento, che infrange le leggi naturali. L'"aria di vetro" (cioè così tersa, limpida e secca da sembrare artificiale) indica infatti il carattere irreale di una simile esperienza.
La scoperta o l'intuizione del "nulla", del "vuoto", è salutata dal poeta con favore (come "miracolo" appunto) perché corrisponde all'acquisizione della verità contrapposta all'"inganno consueto" (cioè all'apparente realtà delle cose); ma tale scoperta è anche sofferta come spaventosa vertigine: il "terrore di ubriaco" è infatti l'incertezza terrificante di chi ha perso ogni stabile punto di riferimento.
Dopo la folgorazione - ma fittizie, come le immagini di un film proiettate "s'uno schermo" - tornano nuovamente a profilarsi le cose consuete della realtà, "alberi case colli". Ma appunto, se la vera realtà è il "nulla", gli oggetti dell'esperienza non sono che parvenze ingannevoli. Perciò, dopo la miracolosa esperienza, il poeta non può più tornare alla condizione abituale ma illusoria degli "uomini che non si voltano", cioè sono incapaci di porsi i grandi problemi metafisici e non possono, quindi, attingere alla consapevolezza del "nulla". Tale consapevolezza è per il poeta un privilegio, ma anche una condanna, perché lo obbliga alla solitudine e al silenzio ("me n'andrò zitto"), impossibilitato a svelare il suo "segreto" a chi non potrebbe intendenderlo.
Come ultima notazione, possiamo osservare che "gli uomini che non si voltano", nella loro indifferenza per tutto ciò che non è (o meglio, non appare) qui ed ora, richiamano fortemente l'"uomo che se ne va sicuro" di un altro celebre osso montaliano: Non chiederci la parola.
Le Occasioni
In Le occasioni (1939) la poesia è fatta di simbolo di analogia, di enunciazioni lontane dall'abbandono dei poeti ottocenteschi. Il mondo poetico di Montale appare desolato, oscuro, dolente, privo di speranza; infatti, tutto ciò che circonda il poeta è guardato con pietà e con misurata compassione. Simbolica la data di pubblicazione, 14 ottobre 1939, poco dopo lo scoppio della seconda guerra mondiale.
Il fascicolo di poesie è dedicato a una misteriosa I.B, iniziali della poetessa e dantista americana Irma Brandeis, di origini ebraiche e perciò costretta a rimpatriare dopo la promulgazione delle leggi razziali.
La memoria è sollecitata da alcune "occasioni" di richiamo, in particolare si delineano figure femminili, per esempio la fanciulla conosciuta in vacanza a Monterosso, Annetta-Arletta (già presente negli Ossi), oppure Dora Markus, della omonima poesia: sono nuove "Beatrici" a cui il poeta affida la propria speranza.[7]
La figura della donna, soprattutto Clizia (senhal di Irma), viene perseguita da Montale attraverso un'idea lirica della donna-angelo, messaggera divina. I tratti che servono per descriverla sono rarissimi, ed il desiderio è interamente una visione dell'amore fortemente idealizzata, che non si traduce necessariamente in realtà. Nel contempo il linguaggio si fa meno penetrabile e i messaggi sono sottintesi, e anche se non di un ermetismo irrazionale, espressione di una sua personale tensione razionale e sentimentale.
In Le occasioni la frase divenne più libera e la riflessione filosofica, molto presente nella poesia di Montale, diviene più vigorosa. Il poeta indaga le ragioni della vita, l'idea della morte, l'impossibilità di dare una spiegazione valida all'esistenza, lo scorrere inesorabile del tempo


• OGGETTI = Nelle Occasioni si può parlare di vera e propria poetica degli oggetti, Montale infatti annulla il proprio commento psicologico, e affida in toto il compito di “significare” il suo pensiero al correlativo oggettivo. Ciò significa anche rendere più oscuro il discorso, vi è un più teso lirismo.
• MEMORIA = Il paesaggio non è più protagonista come negli Ossi di Seppia, alla poesia prevalentemente spaziale di prima, si sostituisce ora una poesia prevalentemente temporale, spesso memoriale. Ora il poeta tenta di aprire un dialogo con persone concrete, anche se perlopiù assenti materialmente e presenti solo nella memoria personale. Anche le relazioni umane sono sottoposte all’esperienza dello scacco.
• CLIZIA = E’ significativo l’ingresso del tema dell’amore, un sentimento mai esibito nei suoi aspetti passionali, e spesso ricondotto al tema della memoria e del dialogo immaginario con la donna assente. La vicenda di un amore impossibile, di una donna lontana, sono di fatto oggettivazioni del senso di isolamento esistenziale che da sempre tormenta il poeta. Clizia, emblema del girasole, viene idealizzata da Montale come colei che può portare luce “un varco nel bui che si fa sempre più fitto”. Le vengono attribuite quindi fattezze stilnovistiche, diventa dispensatrice di segni potenzialmente salvifici, talora viene assimilata ad un angelo o a un uccello, che giunge da distanze remota a dare alla vita del poeta quel poco di senso che rimane.
• L’ORA CHE ABBUIA = Gli ultimi componimenti dell Occasione presentano una forte componente storica, politica, sociale.
La casa dei Doganieri

Tu non ricordi la casa dei doganieri
sul rialzo a strapiombo sulla scogliera:
desolata t’attende dalla sera
in cui v’entrò lo sciame dei tuoi pensieri
e vi sostò irrequieto.

Libeccio sferza da anni le vecchie mura
e il suono del tuo riso non è più lieto:
la bussola va impazzita all’avventura
e il calcolo dei dadi più non torna.

Tu non ricordi; altro tempo frastorna
la tua memoria; un filo s’addipana.
Ne tengo ancora un capo; ma s’allontana
la casa e in cima al tetto la banderuola
affumicata gira senza pietà.

Ne tengo un capo; ma tu resti sola
né qui respiri nell’oscurità.
Oh l’orizzonte in fuga, dove s’accende
rara la luce della petroliera!

Il varco è qui? (Ripullula il frangente
ancora sulla balza che scoscende...)
Tu non ricordi la casa di questa
mia sera. Ed io non so chi va e chi resta.


COMMENTO
• TEMPO = Il tema della poesia è la frammentarietà del tempo: due vite si incontrano, poi si separano, accumulano due esperienze della realtà diverse poiché soggettive. A questo punto la memoria non garantisce più la continuità dell’esperienze, in quanto essa è diversa per i singoli soggetti, non c’è un tessuto continuo di realtà vissuta allo stesso modo, che possa congiungere le due vite. In questa frantumazione del tempo al stessa identita delle persone è compromessa: il conclusivo “ed io non so chi va e chi resta” si può intendere anche “non so più chi sono, non so più chi sei”. Tutto questo pensiero è espresso attraverso intricate sovrapposizioni all’interno della poesia:
o C’è si un presente del poeta che rivede (o ricorda) la casa dei doganieri, ma anche uno della donna che non ricorda
o C’è un passato che compare solo fuggevolmente nei vv 4-5 (“v’entrò”, “vi sostò”)
o C’è un tempo trascorso da allora che è diverso che è diverso per la casa “Libeccio sferza da anni le vecchie mura”
o C’è un tempo trascorso da allora che diversifica il ricordo della donna nella mente del poeta “il suono del tuo riso non è più lieto”
• DONNA = Il discorso della poesia è rivolto ad un non specificato “tu”, ad una figura femminile. Arletta rappresentava l’occasione, l’occasione per far sì che il miracolo si compisse. (interpretazione della Lenotti, Montale ha rilasciato 3 dichiarazioni differenti a riguardo di questa donna, e tra queste non ha mai citato Arletta. L’ultima dichiarazione, la 4, lo stesso Montale dice che si tratta di un “tu” istituzionale, e che non serve a nulla definirlo biograficamente)
• VARCO = La consunzione del tempo e la separazione delle vite, sembra aver dissipato la vitalità di un tempo, di fronte a questa perdita, balugina negli ultimi versi una luce che pare un segno di speranza “il varco è qui”?. L’espressione è volutamente indeterminata; il varco potrebbe rimettere in comunicazione il presente con il passato (ripullula il frangente / ancora). Il “varco” permetterebbe di “passare al di là” del mondo dell’esperienza disgregata, in cui il passato si consuma e le vite si separano, aprire uno spiraglio su una realtà ulteriore, una via d’uscita dai limiti tragici dell’umano. Quel che è certo, è che l’ipotesi di salvezza è subito smentita, la speranza delusa, la poesia si conclude con due perentorie negazioni “Tu non ricordi…Ed io non so…”. In questa fase della poesia di Montale la negatività dell’esistenza è senza scampo.
ANALISI TESTUALE
Il lessico è quasi sempre usuale, ostentatamente impoetico, e cerca sistematicamente il termine più determinato, più concreto. La ricerca di concretezza lascia poco spazio: la casa è “dei doganieri”, il vento è “Il Libeccio”, la nave “una petroliera”. Si ripresenta qui viva come mai la poetica degli oggetti di Montale infatti troviamo: “la bussola”, “il calcolo dei dadi”, “il filo” che si “addipana”, “il varco”.
Non recidere forbice
Non recidere, forbice, quel volto

Non recidere, forbice, quel volto,
solo nella memoria che si sfolla,
non far del grande suo viso in ascolto
la mia nebbia di sempre.

Un freddo cala... Duro il colpo svetta.
E l'acacia ferita da sé scrolla
il guscio di cicala
nella prima belletta di Novembre.
COMMENTO
La poesia nasce da una tipica “occasione” Montaliana: una scena quotidiana, in sé banale, a cui il poeta associa fulmineamente una serie di sentimenti e riflessioni. Qui è in gioco il tema della memoria, con cui l’uomo tenta di dare una continuità alla propria vita, sottraendola all’opera distruttrice del tempo. Il colpo inesorabile della forbice ci dice che questo è impossibile: il passato si cancella, e la vita si riduce ad una serie di istanti disgregati.
La poesia è una preghiera che il poeta rivolge al tempo, lo prega di non togliergli l’immagine del volto di Clizia, altrimenti per lui ci sarebbe solo nebbia. Quel volto è l’unica cosa a tenerlo al di qua del vuoto.
• Guscio di cicala = volto
• Acacia = memoria
• Accetta = forbice
• Belletta = nebbia
La seconda quartina dimostra come l’inesorabile condizione della vita umana non possa permettere al poeta di preservare il ricordo vitale, così l’acacia/memoria viene recisa, cade il guscio di cicala/volto e si perde nella belletta/nebbia, quest’ultima rappresenta il vuoto.
La seconda quartina sempre, è un chiarissimo e vivissimo esempio di correlativo oggettivo, noi di fatto vediamo solo elementi naturali, eppure essi esprimono a pieno la condizione interiore del poeta.
La Bufera(1954)
La terza raccolta Montaliana, segna innanzi tutto un’irruzione della realtà nella poesia, e in particolare della realtà storica e politica. Nella Bufera disse Montale “è vivo il riflesso della mia condizione storica, della mia attualità d’uomo”. Se l’universo delle Occasioni era creato nell’ipotesi costruttiva di un “eccezione significativa”, di una possibilità di relazione pur in assenza dell’interlocutrice, quello della Bufera è un universo totalmente sconvolto dalla guerra storica e cosmica e dall’insensatezza umana.
In questo contesto trova spazio una tensione metafisico-religiosa in contraddittorio con lo scetticismo della ragione. Una tensione che in definitiva è religiosa, in quanto non venir meno di una residua speranza, di un attitudine resistenziale nei confronti della catastrofe che piomba il poeta nella più cupa desolazione. Quella di un varco metafisico è un ipotesia che affascina intellettualmente il razionalissimo Montale, e al tempo stesso è un ancora di salvezza, come un Dio a cui pregare, nel momento di massimo disperazione. Clizia appare come “teofora, mediatrice fra l’umano e il divino”. Naturalmente il significato metafisico di Clizia non nega ma si aggiunge a quelli esistenziali, e Clizia è intercambiabile donna, nube, angelo o procellaria.
Piccolo testamento

Questo che a notte balugina
nella calotta del mio pensiero,
traccia madreperlacea di lumaca
o smeriglio di vetro calpestato,
non e' lume di chiesa o d'officina
che alimenti
chierico rosso, o nero.
Solo quest'iride posso
lasciarti a testimonianza
d'una fede che fu combattuta,
d'una speranza che brucio' piu' lenta
di un duro ceppo nel focolare.
Conservane la cipria nello specchietto
quando spenta ogni lampada
la sardana si fara' infernale
e un ombroso Lucifero scendera' su una prora
del Tamigi, dell'Hudson, della Senna
scuotendo l'ali di bitume semi-
mozze dalla fatica, a dirti: e' l'ora.
Non e' un'eredita', un portafortuna
che puo' reggere all'urto dei monsoni
sul fil di ragno della memoria,
ma una storia non dura che nella cenere
e persistenza e' solo l'estinzione.
Giusto era il segno: chi l'ha ravvisato
non puo' fallire nel ritrovarti.
Ognuno riconosce i suoi: l'orgoglio
non era fuga, l'umilta' non era
vile, il tenue bagliore strofinato
laggiu' non era quello di un fiammifero.

COMMENTO
Finita la guerra storica, non cessa quella cosmica; anzi all'orizzonte storico si profila la «Bardana infernale», una guerra totale ancor più assurda; del resto in attesa di quella l'insensatezza non è minore. Il finale della Bufera segna l'esaurirsi anche dell'ultima ipotesi di possibilità che un varco esista e si manifesti. Con il Piccolo testamento Montale proclama di far parte per se stesso, di rifiutare il «lume di chiesa o d'officina / che alimenti / chierico rosso, o nero». La fioca luce che balena nella sua mente, non più d'una «traccia madreperlacea di lumaca» è d'altra natura. Non è molto, ma è testimonianza d'una ricerca tenace; è portafortuna labile, che non resisterà alle nuove bufere che si profilano, scomparirà anzi con chi l'ha concepito, ma è l'indicazione di una via giusta. Montale - si noti - non attende più indicazioni circa la natura e l'ubicazione del varco da Clizia o da chicchessia. Anzi, se aveva aperto gli Ossi ipotizzando per il tu un varco che a lui era negato («Va, per te l'ho pregato»), ora chiude La bufera con un messaggio suo da consegnare agli altri, per quanto non contenga l'indicazione di una via di scampo, ma solo la certezza che non c'è scampo, né «persistenza» se non con l'«estinzione».

Accanto al negativo c'è dunque una positività minima "resistenziale": la ricerca non è conclusa («il mio sogno di te non è finito»), chi ha «ravvisato» il «segno» indicato da Montale «non può fallire nel ritrovarti», non può non incontrare il proprio simile (se non ci inganniamo, Montale in questi versi allusivi, nel lanciare un messaggio nel deserto, affidandolo agli uomini di buona volontà si colloca sulla stessa lunghezza d'onda del Leopardi della Ginestra). Il lascito montaliano è dunque un invito a resistere ancorati alle minime (negative) certezze del'esistere, aggrappati ai propri valori etici, è immagine di una ricerca che nonostante gli scacchi continua, di «un'ostinazione biologica [...] figura di una volontà spirituale che si afferma attraverso la concretezza della condizione terrena» (Fortini) simile a quella dell'anguilla nostra "sorella" che dai «mari freddi» risale fino ai «balzi d'Appennino» per poi ritornare al mare (L'anguilla).
Negl’anni della “guerra fredda” tra il campo occidentale e quello comunista, che divideva in due anche la società italiana, gli intellettuali venivano chiamati a schierarsi nettamente. Montale rifiuta di farsi irreggimentare in uno dei due campi, di farsi “chierico” di una chiesa ideologica. Vi contrappone quel minimo di valori (“traccia madreperlacea di lumaca /o smeriglio di vetro calpestato”) di fede e di speranza che ha potuto salvare attraverso una dura esperienza storica. La sua fede, seppur non dichiarata dall’autore, si identifica in: dignità, coerenza morale, indipendenza intellettuale.
La fedeltà a questi ideali non pretende di cambiare il corso della storia, di salvare l’umanità dalla catastrofe verso cui sta correndo; può solo trasmettersi ai pochi che continueranno a custodire la fede nella libertà e dignità dell’uomo, una cerchia eletta che si incontrerà e si ritroverà anche attraverso il messaggio del poeta.

Satura(1970)
L'ultima poesia montaliana, come si è detto, al suo primo apparire dopo sette anni di silenzio totale, sorprese tutti soprattutto per la novità di modi e toni e in definitiva di poetica (ma non di ideologia). «Ridotte o messe fra parentesi le funzioni di sonda metafisica e di fulmineità rivelatoria un tempo affidate alla poesia, ora a questa sta spetta in sostanza il ruolo di un esercizio di annotazione diaristica in cui l'autore, anziché cancellare o introvertire le "occasioni" che lo sollecitano, le esplicita discorsivamente e quasi le spiattella, come nascondendo dietro di esse la propria vera personalità, o meglio alienandola in una serie di maschere» (Mengaldo). A muoverlo in questo senso è un ulteriore incremento dello scetticismo: la poesia, il poeta non possono comunicare direttamente il pensiero, lo devono fare obliquamente, in forma ironica, con quel distacco nel frattempo maturato dentro in tutta serietà. Si cela l'amarezza per disillusione, come per pudore si cela lo strazio che arreca un lutto personalmente catastrofico (negli Xenia dedicati alla moglie scomparsa, che mescolano pathos e ironia). Adeguato ai tempi e ai trascorsi, cioè più in forme più drastiche, è un ritorno alle ragioni antieloquenti della poesia degli Ossi. Ma è anche vero che si tratta di un ritorno alla poesia, dopo molti anni di silenzio: Montale riattribuisce cioè una funzione al proprio mezzo privilegiato di espressione, anzi alla forma e allo scopo della propria esistenza (in quanto sostituto della vita). In altri termini la degradazione al livello comico-realistico e satirico è lo scotto necessario per riaprire il discorso poetico, il far finta di non crederci la via necessaria per dire che ci si crede ancora, nonostante tutto. Temi, concezione del mondo e ideologia del resto, pur nell'aggiornamento dei riferimenti filosofici e culturali (dall'esistenzialismo alla fenomenologia) e con le dovute concessioni alla storia e alla cronaca (conseguenti al nuovo ruolo assegnato alla poesia), sono nella sostanza in gran parte immutati. «Secondo l'indicazione del titolo, in Satura s'intrecciano e mescolano, non senza esatti calcoli strutturali [...], le tonalità e i motivi più diversi: i colloqui con l'al di là, le epifanie di esseri salvifici e fantasmi, le meditazioni distese e gravi sul senso dell'esistenza, convivono con le registrazioni feriali della quotidianità più trita e con l'ironia portata sull'insensatezza del mondo contemporaneo e dei suoi idola» (Mengaldo). Le ombre proiettate già nella Bufera sugli sviluppi di una società insensata trovano in Satura e nelle successive raccolte piena espressione e un linguaggio adeguato (la prosa, il nonsense, la filastrocca, la parodia, il motto sentenzioso e via dicendo, con attitudine sperimentalistica). È il modo montaliano di adeguarsi ai tempi e insieme di continuare ad essere un testimone inflessibile del proprio tempo.
Ho sceso dandoti il braccio
Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale
e ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino.
Anche così è stato breve il nostro lungo viaggio.
Il mio dura tuttora, né più mi occorrono
le coincidenze, le prenotazioni,
le trappole, gli scorni di chi crede
che la realtà sia quella che si vede
Ho sceso milioni di scale dandoti il braccio non già perché con quattr’occhi forse si vede di più.
Con te le ho scese perché sapevo che di noi due
le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate,
erano le tue.
COMMENTO
Torna il tema della presenza della donna ma in senso quotidiano, non c’è la ricerca delle occasioni, ma solo al constatazione del valore di questa persona. Troviamo qui un Montale maturo, che ha imparato a cogliere valore e significato delle cose. Il viaggio insieme è stato lungo ma breve. Montale ha cambiato atteggiamento nei confronti della realtà: il SCENDERE le scale INSIEME vuold ire fidarsi dell’altra. La moglie vedeva cose che gli altri non vedevano, e solo coloro che non sono ingannati dalle apparenze della realtà possono coglierla nelle sue profondità.

Azanatos1992

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Messaggioda *Yole* » 6 mag 2012, 14:56

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Messaggioda giada » 16 feb 2016, 8:37

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