luigi pirandello BIOGRAFIA VITA OPERE

Messaggioda Angt33 » 23 ott 2012, 16:30

Luigi Pirandello

Biografia:
Luigi Pirandello nacque il 28 giugno 1867 nella villa detta Caos nei pressi di Girgenti, (odierna Agrigento), da una famiglia di tradizione garibaldina e antiborbonica, proprietaria di alcune zolfare. L'infanzia di Pirandello non fu sempre serena ma, come lui stesso avrebbe raccontato nel 1935, caratterizzata anche dalla difficoltà di comunicare con gli adulti e in specie con i suoi genitori, in modo particolare con il padre. Questo lo stimolarono ad affinare le sue capacità espressive e a studiare il modo di comportarsi degli altri per cercare di corrispondervi al meglio. Il giovane Luigi era molto devoto alla Chiesa cattolica grazie all'influenza che ebbe su lui una serva di famiglia, che lo avvicinò alle pratiche religiose, dalle quali però si allontanò per un avvenimento apparentemente di poco conto: un prete aveva truccato un'estrazione a sorte per far vincere un'immagine sacra al giovane Luigi; questi rimase così deluso dal comportamento inaspettatamente scorretto del sacerdote che non volle più avere a che fare con la Chiesa, praticando una religiosità del tutto diversa da quella ortodossa. Dopo l'istruzione elementare impartitagli da maestri privati, andò a studiare in un istituto tecnico e poi al ginnasio. Qui si appassionò subito alla letteratura. A soli undici anni scrisse, infatti, la sua prima opera, "Barbaro", andata però perduta. Per un breve periodo, nel 1886, aiutò il padre nel commercio dello zolfo, e poté conoscere direttamente il mondo degli operai nelle miniere e quello dei facchini delle banchine del porto mercantile. Luigi apprese però a distanza di poco tempo che non era quello ciò che avrebbe voluto fare della sua vita. Iniziò dunque i suoi studi universitari a Palermo nel 1886, per recarsi in seguito a Roma, dove continuò i suoi studi di filologia romanza che poi, anche a causa di un insanabile conflitto con il rettore dell'ateneo capitolino, dovette completare su consiglio del suo maestro Ernesto Monaci, a Bonn. Nel 1894 sposò a Girgenti, con matrimonio combinato tra le famiglie, Maria Antonietta Portulano, figlia di un ricco socio del padre. Si stabilì’ dunque definitivamente a Roma, dove nacquero i suoi tre figli: Stefano (1895), Rosalia (1897) e Fausto (1899). Pirandello visse sempre con disagio il rapporto con la fragile e inquieta moglie, avvertendo il forte peso delle norme comportamentali risalenti alle radici siciliane. Nel 1903 l'allagamento di una miniera di zolfo causò alla famiglia Pirandello un grave dissesto economico: il padre Stefano perse insieme al proprio capitale anche la dote della nuora. In seguito alla notizia dell'improvviso disastro finanziario, Antonietta, infatti, già sofferente di nervi, cadde in una gravissima crisi che persistette per tutta la vita sotto forma di grave paranoia. Spinto dalle ristrettezze economiche e dallo scarso successo delle sue prime opere letterarie, e avendo come unico impiego fisso la cattedra di stilistica all'Istituto superiore di magistero femminile (che tenne dal 1897 al 1922), lo scrittore dovette impartire lezioni private di italiano e di tedesco, dedicandosi anche intensamente al suo lavoro letterario. Dal 1909 iniziò anche una collaborazione con il Corriere della Sera. Il suo primo grande successo fu merito del romanzo “Il fu Mattia Pascal”, scritto nelle notti di veglia alla moglie paralizzata nelle gambe . Il libro fu pubblicato nel 1904 e subito tradotto in diverse lingue. La critica non dette subito al romanzo il successo che invece ebbe tra il pubblico. Numerosi critici non seppero cogliere il carattere di novità del romanzo, come d'altronde di altre opere di Pirandello.
Perché Pirandello arrivasse al successo si dovette aspettare il 1922, quando si dedicò totalmente al teatro. Lo scrittore siciliano aveva rinunciato a scrivere opere teatrali quando l'amico Nino Martoglio gli chiese di mandare in scena nel suo Teatro Minimo, presso il Teatro Metastasio di Roma, alcuni suoi lavori: “Lumie di Sicilia” e “l' Epilogo”, un atto unico scritto nel 1892. Pirandello acconsentì e la rappresentazione il 9 dicembre del 1910 dei due atti unici ebbe un discreto successo. Tramite i buoni uffici del suo amico Martoglio anche Angelo Musco volle cimentarsi con il teatro pirandelliano: Pirandello tradusse per lui in siciliano “Lumie di Sicilia”, rappresentato con grande successo al Teatro Pacini di Catania il 1 luglio 1915. Cominciò da questa data la collaborazione con Musco che incominciò a guastarsi dopo qualche tempo per la diversità di opinioni sulla messa in scena di Musco della commedia “Liolà2 nel Novembre del 1916 al teatro Argentina di Roma. Dopo la guerra, lo scrittore si immerse in un lavoro frenetico, dedicandosi soprattutto al teatro. Nel 1925 fondò la "Compagnia del teatro d'arte" con due grandissimi interpreti dell'arte pirandelliana: Marta Abba e Ruggero Ruggeri. Con questa compagnia cominciò a viaggiare per il mondo: le sue commedie vennero rappresentate anche nei teatri di Broadway. Nel 1929 gli venne conferito il titolo di “Accademico d'Italia”. Nel giro di un decennio arrivò ad essere il drammaturgo di maggior fama nel mondo, come testimonia il premio Nobel per la letteratura ricevuto nel 1934. Grande appassionato di cinematografia, mentre assisteva a Cinecittà alle riprese di un film tratto dal suo "Il fu Mattia Pascal", si ammalò di polmonite nel novembre del 1936. Aveva i brividi. Aspettò che gli preparassero il letto, e in quel letto, una quindicina di giorni dopo, morì. Al medico che all' alba dell' ultimo giorno era venuto a visitarlo e lo confortava, disse: «Non abbia tanta paura delle parole, professore, questo si chiama morire». Poche ore dopo era morto, disteso sul suo piccolo letto, tutto coperto da un sudario che gli nascondeva anche il volto. Se ne andò solo com' era sempre stato. Era un mattino di nebbia l' 11 dicembre del 1936. Il regime fascista avrebbe voluto esequie di Stato. Vennero invece rispettate le sue volontà espresse nel testamento: "Carro d'infima classe, quello dei poveri. Nudo. E nessuno m'accompagni, né parenti né amici. Il carro, il cavallo, il cocchiere e basta. Bruciatemi"[5]. Per sua volontà il corpo fu cremato, per evitare postume consacrazioni cimiteriali e monumentali. Le sue ceneri furono portate nella sua tenuta di contrada "Caos" e solo dopo un po' di anni furono incassate in una scultura monolitica.

La nebbia della follia, s’impossessa di un amore:
La fredda disperazione, l' angoscia di dover vivere, questi caratteri profondi dell' opera di Luigi Pirandello hanno una radice nella sua storia personale; meglio, nella storia di una coppia, quella formata da Pirandello stesso e dalla moglie Antonietta. Sarebbe troppo facile riconoscere in questa vicenda una storia «pirandelliana»: passione e pazzia, mescolandosi, sconvolsero realmente due vite, anzi un' intera famiglia. Si provi a guardare bene le fotografie di Pirandello. Il suo volto è quello di un pessimista disarmato. Non sorrideva mai e quando gli capitava di sorridere, stirava le labbra senza schiuderle e alzava di colpo le sopracciglia. È stato uno degli uomini più tormentati della terra. Molti anni della sua vita furono un inferno. Era arrivato al punto di sperare di morire; più volte pensò anche di uccidersi. Lo trattenne la responsabilità di lasciare i tre figli - Stefano, Lietta e Fausto - soli con la madre, ormai smarrita nelle nebbie della follia. Corrado Alvaro che gli era stato molto vicino sosteneva che «nel fondo del suo animo, determinante di tutte le sue azioni, doveva essere presente la tragedia familiare che lo aveva colpito tra i quaranta e i cinquant' anni. La moglie, Antonietta Portulano, ossessionata dalla gelosia, non vedeva intorno a sé che rivali anche nelle domestiche, al punto che molte volte Pirandello e i figli andavano a mangiare in trattoria. A quella donna, a quanto si diceva, Pirandello era rimasto fedele fisicamente come se fosse segnato da un' impronta indelebile.». tutto ebbe inizio nel 1903 con l' allagamento di una miniera di zolfo che mandò in rovina la famiglia. In Maria Antonietta, già debole di nervi, si manifestarono i primi segni della paranoia. Non aveva retto al colpo. Delirava: «Come faremo, come faremo!». Pirandello si avvilì, cadde in una terribile depressione. Il problema del sostentamento della famiglia l' angustiava. Aveva impegnato al Monte di Pietà tutti gli ori di casa. Ma non bastava. Fece domanda al Magistero di Roma per un incarico. Fu preso come supplente. Dava lezioni private di italiano agli stranieri a cinque lire l' ora. In Antonietta esplose la follia, l' antico male dei Portulano. Gelosa di chi? In principio Pirandello rideva. Erano stati insieme tanti anni d' amore e d' accordo senza la minima ombra, e ora? Come poteva dunque Antonietta ossessionarlo con la sua gelosia? Eppure egli era amoroso, paziente. Con le cure più attente e costanti riuscì a farla guarire dalla paresi. Ma l' altro male, quello indomabile, progrediva. Il demone della gelosia si era impadronito di lei: con scenate terribili accusava il marito di avventure immaginarie. E lui, Pirandello, subiva, con la forza dei suoi sentimenti di amore e di pietà insieme. Antonietta lo rimproverava persino di tenere ancora il ritratto di lei giovane e bella ed egli rispondeva: «Lo tengo perché lei, e non tu, lei mi ha reso felice». Antonietta si placava ma poi riprendeva. Lo spiava all' uscita dal Magistero dove insegnava. Era gelosa delle sue allieve. Si nascondeva dietro agli alberi di piazza delle Terme. In lei il tarlo della gelosia non aveva mai quiete: rodeva di continuo. Antonietta controllava le uscite di casa del marito, gli contava i soldi per il tram, per i giornali e per i sigari. Non un soldo di più. Quando il marito era fuori pensava che fosse uscito per tradirla. Il male continuava a peggiorare, ma lui copriva tutto con il silenzio. La parola pazzia non l' aveva mai chiaramente scritta. Appena accenni «all' albero insanabile attossicato». Ne trattava solo nelle novelle e nei racconti. Un giorno Antonietta lesse una pagina scritta dal marito e capì che era ispirata a lei. Si offese della trasposizione, pianse come una bambina. Pirandello cercò di calmarla, baciandola e carezzandola. Ma la bambina folle continuava a piangere. Con lo scoppio della guerra del ' 15 Stefano fu chiamato alle armi e Antonietta si sentì strappare il figlio dalle viscere. Accusò il marito di averlo fatto partire. Molte notti Pirandello svegliandosi, scopriva la moglie china su di lui che lo guardava con gli occhi fissi, paurosamente allucinati. Stefano, di ritorno dal fronte, capì che la sofferenza del padre era arrivata oltre ogni limite umano. Padre e figlio pensarono di fare ricoverare la malata in una casa di cura. Per questo si ricorse a uno stratagemma. Stefano convinse la madre, ostinata a volersi dividere, che per ottenere la separazione dal tribunale occorreva risultasse sana di mente. Per questo doveva sottoporsi ad alcuni esami in una clinica psichiatrica. Lei acconsentì, pur di fare dispetto al marito. Era il 1919. La casa di cura era in via Nomentana. Antonietta vi rimase per quarant' anni. Morì il 20 dicembre 1959. L' Accademia, il Premio Nobel, la gloria, non hanno contato nulla per Pirandello. Aveva solo sete d' amore, lui che era vissuto per tanti anni accanto a una fonte arida.



Ideologia e poetica:
Essendo siciliano, anche Pirandello cominciò da moduli veristi con novelle paesane, ma da subito il suo verismo fu caricaturale e grottesco, inteso a scardinare polemicamente i nessi logici della realtà, soprattutto laddove questi nessi non sono altro che pregiudizi borghesi. I suoi temi fondamentali sono già tutti presenti nel suo primo romanzo, L'esclusa (1901) che narra la storia di una donna cacciata di casa dal marito perché ritenuta, ingiustamente, adultera, poi riammessa proprio quando l'adulterio l'ha realmente compiuto.
I temi fondamentali sono:
• Il contrasto tra apparenza (o illusione) e realtà (o tra forma e vita), nel senso che l'uomo ha degli ideali che la realtà impedisce di vivere, poiché la realtà si ferma all'apparenza e non permette all'uomo di essere se stesso;
• L'assurdità della condizione dell'uomo, fissata in schemi precostituiti (adultero, innocente, ladro, iettatore, ecc.): a ciò Pirandello cercherà di opporre il sentimento della casualità o imprevedibilità delle vicende umane; molte sue commedie rappresentano situazioni inverosimili o paradossali, proprio per mettere meglio in luce l'assurdità dei pregiudizi borghesi;
• Le molteplici sfaccettature della verità (tante verità quanti sono chi presume di possederla) espresse col "sentimento del contrario" (che è alla base del suo umorismo e che è utilizzato per vanificare ogni possibile illusione).
Pirandello ha una concezione relativistica dell'uomo, che ne esclude una conoscenza scientifica. L'uomo è troppo assurdo perché sia capito (mentre la natura è più semplice, inconsapevole, felice, anche se resta un paradiso perduto e rimpianto). Il borghese si dibatte fra ciò che sente dentro (sempre mutevole) e il rispetto che deve alle convenzioni sociali (sempre fisse e stereotipate). La "forma" o "apparenza" è l'involucro esteriore che noi ci siamo dati o in cui gli altri ci identificano; la "vita" invece è un flusso di continue sensazioni che spezza ogni forma. Noi crediamo di essere "forme stabili" (personalità definite): in realtà tutto ciò è solo una maschera dietro di cui sta la nostra vera vita, fondata sull'inconscio, cioè sull'istinto e sugli impulsi contraddittori. Parafrasando un titolo del suo romanzo, si potrebbe dire che noi siamo "uno" (perché pretendiamo di avere una forma), "nessuno" (perché non abbiamo una personalità definita) e "centomila" (perché secondo chi ci guarda abbiamo un aspetto diverso). L'uomo, in definitiva, è soggetto al caso, che lo rende una marionetta, che gli impedisce di darsi una personalità. Ogni personaggio teatrale è immerso in una tragica solitudine che non consente alcuna vera comunicativa: sia perché il dialogo non ha lo scopo di far capire le cose o di risolvere i problemi, ma solo di confermare l'assurdità della vita; sia perché ogni tentativo di comprendersi reciprocamente è fondato sull'astrazione delle parole, che non riflettono più valori comuni, ma solo la comune alienazione. D'altra parte, questa è una delle novità del teatro pirandelliano, che lo avvicina molto a quello di Brecht, Ionesco, Beckett... dandogli una rilevanza mondiale. Il "sentimento del contrario", tuttavia, potrebbe portare al suicidio o alla follia, se assolutizzato. Pirandello evita questa soluzione affermando che in un'epoca decadente, dove tutto è relativo, solo un'arte umoristica è possibile, un'arte cioè che sappia cogliere i sotterfugi e le piccole meschinità delle persone, senza però che tutto questo divenga oggetto di riso. L'uomo non può far di meglio: ecco perché merita compassione. L'umorista non solo denuncia il vuoto della società borghese, le costruzioni artificiose con cui cerchiamo di ingannare gli altri e noi stessi, ma ha pure pietà dell'uomo che si comporta così, condizionato com'è dal più generale mentire sociale. Pirandello non ha mai cercato le cause dell'alienazione che caratterizza tutti i suoi personaggi, presi dalla piccola borghesia (impiegati, insegnanti, ecc.). Egli ne attribuisce, in modo generico, alla storia e al caso la responsabilità. Solo nel romanzo “I vecchi e i giovani” , scorge nel fallimento degli ideali risorgimentali e borghesi di libertà e giustizia, la causa storica e sociale della moderna crisi d'identità.

Angt33

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Messaggioda giada » 23 ott 2012, 17:48

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