Fondazione di Roma - Livio versione latino la lingua nostra

FONDAZIONE DI ROMA
Versione di latino di LIVIO
LIBRO LA LINGUA NOSTRA
Testo latino

Ita Numitori Albana re permissa Romulum Remumque cupido cepit in iis locis ubi expositi ubique educati erant urbis condendae.

Et supererat multitudo Albanorum Latinorumque; ad id pastores quoue accesserant, qui omnes facile spem facerent paruam Albam, parvum Lavinium prae ea urbe quae conderetur fore. Intervenit deinde his cogitationibus avitum malum, regni cupido, atque inde foedum certamen coortum a satis miti principio. Quoniam gemini essent nec aetatis verecundia discrimen facere posset, ut di quorum tutelae ea loca essent auguriis legerent qui nomen novae urbi daret, qui conditam imperio regeret, Palatium Romulus, Remus Aventinum ad inaugurandum templa capiunt.

Priori Remo augurium venisse fertur, sex voltures; iamque nuntiato augurio cum duplex numerus Romulo se ostendisset, utrumque regem sua multitudo consalutauerat: tempore illi praecepto, at hi numero auium regnum trahebant.

Inde cum altercatione congressi certamine irarum ad caedem vertuntur; ibi in turba ictus Remus cecidit. Volgatior fama est ludibrio fratris Remum novos transiluisse muros; inde ab irato Romulo, cum verbis quoque increpitans adiecisset, 'Sic deinde, quicumque alius transiliet moenia mea, ' interfectum. Ita solus potitus imperio Romulus; condita urbs conditoris nomine appellata.

Traduzione

Sicchè, lasciata che fu la questione di Alba Longa nelle mani di Numitore, la brama di fondare una città nei luoghi ove eran stati abbandonati nonchè allevati s'impadronì di Romolo e Remo.

Per giunta, la popolazione degli Albani e dei Latini era sovrabbondante. Oltretutto, pure i pastori s'eran aggiunti a questa spedizione, i quali tutti quanti nutrivano la speranza, facilmente comprensibile, che Alba Longa e Lavinio sarebbero apparse minute, se raffrontate alla città che s'intendeva fondare. S'insinuò su queste premesse un avito malanno, la sete di potere, e di lì s'originò una contesa senza esclusione di colpi, a partire da un principio tutto sommato mite. Giacchè erano gemelli ed il diritto alla primogenitura non poteva di conseguenza rivelarsi un criterio elettivo efficace affinché gli dei sotto la tutela dei quali giacevano quei luoghi decretassero a mezzo di auspici quale dei due dovesse assegnare il nome alla nuova città, e quale dei due avesse da prenderne il comando, una volta che questa fosse stata fondata, scelsero quali luoghi d'osservazione per trarre presagio dal volo degli uccelli Romolo il Palatino, mentre Remo l'Aventino.

E si tramanda che il primo presagio, sei avvoltoi, sia giunto a Remo; e giacchè a Romolo se n'era mostrato uno identico, ma doppio di numero, ed ad augurio già annunciato, la folla dei sostenitori aveva salutato entrambi come re: gli uni ritenevano di dover regnare in virtù della priorità temporale, gli altri, al contrario, a cagione del numero di volatili.

Di qui, i due schieramenti, a seguito d'un alterco, passarono alla strage, complice lo scontro di ire. Colà Remo, colpito nella mischia, cadde. E' più diffusa la versione secondo la quale Remo, per scherno nei confronti del fratello, avrebbe scavalcato le mura appena erette; pertanto, adiratosi che fu Romolo, allorchè questi ebbe scagliato all'indirizzo del fratello parole di biasimo, ovvero: 'Così, d'ora innanzi, (finirà) chiunque osi attraversare le mie mura', (Remo) fu ucciso. Dunque Romolo da solo s'impadronì del potere; e la città che venne fondata fu chiamata col nome del fondatore stesso

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