La drammatica eruzione del Vesuvio

Tum demum excedimus oppido; sequitur vulgus attonitum ... et plerique lymphati terrificis vaticinationibus et sua et aliena mala ludificabantur.

Usciamo allora dalla città. Attonito ci segue il popolo.

Usciti dalla cerchia delle abitazioni ci soffermammo. Prendiamo visione quidi molte cose strane e atte a suscitare timore. Il mare infatti si stava ritirando e era respinto dal terremoto. Certo il litorale era avanzato e tratteneva molti animali marini nella sabbia all'asciutto. Dall'altro lato una nube nera e orrida si fendeva in lunghe figure di fiamme. Poco dopo quella nube si abbassò sulla terra, ricoperse il mare. Guardo dietro di me: alle spalle incombeva una fitta oscurità, che ci seguiva come un torrente insinuandosi nel terreno.

Sentivo urla di donne, lamenti di bambini, grida d'uomini; gli uni ricercavano chiamandoli a voce i genitori, altri i figli, altri le mogli; e li riconoscevano dalle voci. Si fece un pò di chiarore; tuttavia non era il giorno, ma il segnale del fuoco che si avvicinava. E il fuoco ristette alquanto lontano; di nuovo fu buio, di nuovo cadde cenere, abbondante e pesante.

Ci scuotevamo di dosso la cenere a più riprese. Finalmente quella caligine attenuatasi si dissolse come in fumo o nebbia; subito dopo vi fu giorno vero; anche il sole rifulse, tuttavia era pallido. Tutto il paesaggio era cambiato e per la cenerà alta appariva come ricoperto dalla neve. Tornati a Miseno, passammo una notte affannosa e incerta tra speranza e timore. Prevaleva la paura; infatti il terremoto continuava e moltissimi fuor di senno con terrificanti vaticini si facevano beffe dei mali propri ed altrui

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