La devotio del console Decio Mure

Haec ita precatus lictores ire ad T. Manlium iubet matureque collegae se devotum esse …

Rivolte queste suppliche in questa maniera, egli  ordina ai littori di recarsi presso T.

Manlio e di riferire subito al collega che egli si è offerto di sacrificarsi per l'esercito. Egli, armato, montò sul cavallo, e si inserì nel mezzo dei nemici, visto, da ambedue gli eserciti, più maestoso rispetto alla sembianza umana, come fosse stato mandato dal cielo, a vendetta della collera degli dèi, per portare contro i nemici la rovina allontanata dai suoi. Così, tutto il terrore e lo spavento portato con lui, dapprima scompaginò le insegne dei Latini, poi si diffuse in profondità in tutto il campo di battaglia.

Ciò fu evidentissimo poiché, dovunque venne portato dal cavallo, lì i nemici tremavano, non meno che (se fossero stati) colpiti da una stella sterminatrice. Quando però il console si accasciò, ricoperto dai dardi, allora, senza dubbio, le coorti dei Latini, angosciate, realizzarono la fuga e il vuoto per largo spazio.

Contemporaneamente anche i Romani, liberati gli animi dalla superstizione, diedero luogo ad una battaglia vigorosa, infatti persino i veliti erano andati all'attacco tra quelli delle prime file, ed avevano aggiunto forze ai soldati con l'asta e ai soldati della seconda fila, inoltre i triari, appoggiati sul ginocchio destro, aspettavano un cenno del console per levarsi in piedi.

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