La bella vita di un governatore corrotto I e II - Cicerone versione latino Dalla sintassi al testo

versione latino Cicerone LIBRO Nuovo dalla sintassi al testo pag 378 n 244
PARTE I

Urbem Syracusas elegerat, cuius hic situs atque haec natura esse loci caelique dicitur, ut nullus umquam dies tam magna ac turbulenta tempestate fueri, quin aliquo tempore eius diei solem homines viderint.

hic ita vivebat iste bonus imperator hibernis mensibus, ut eum non facile non modo extra tectum, sed ne extra lectum quidem quisquam viderit; ita diei brevitas conviviis, noctis longitudo stupris et flagitiis continebatur. Cum autem ver esse coeperat - cuius initium iste non a Favonio neque ab aliquo astro notabat, sed cum rosam viderat, tum incipere ver arbitrabatur - dabat se labori atque itineribus; in quibus eo usque se praebebat patientem atque impigrum, ut eum nemo umquam in equo sedentem viderit.

nam, ut mos fuit Bithyniae regibus, lectica octaphoro ferebatur, in qua pulvinus erat perlucidus Melitensis rosa fartus; ipse autem coronam habebat unam in capite, alteram in collo, reticulumque ad naris sibi admovebat tenuissimo lino, minutis maculis, plenum rosae.

sic confecto itinere cum ad aliquod oppidum venerat, eadem lectica usque in cubiculum deferebatur. Eo veniebant Siculorum magistratus, veniebant equites Romani, id quod ex multis iuratis audistis; controversiae secreto deferebantur, paulo post palam decreta auferebantu

PARTE II

Quo loco non mihi praetermittenda videtur praeclari imperatoris egregia ac singularis diligentia. Nam scitote oppidum esse in Sicilia nullum ex iis oppidis in quibus consistere praetores et conventum agere soleant, quo in oppido non isti ex aliqua familia non ignobili delecta ad libidinem mulier esset. Itaque non nullae ex eo numero in convivium adhibebantur palam; si quae castiores erant, ad tempus veniebant, lucem conventumque vitabant. Erant autem convivia non illo silentio populi Romani praetorum atque imperatorum, neque eo pudore qui in magistratuum conviviis versari soleat, sed cum maximo clamore atque convicio; non numquam etiam res ad pugnam atque ad manus vocabatur. Iste enim praetor severus ac diligens, qui populi Romani legibus numquam paruisset, illis legibus quae in poculis ponebantur diligenter obtemperabat. Itaque erant exitus eius modi ut alius inter manus e convivio tamquam e proelio auferretur, alius tamquam occisus relinqueretur, plerique ut fusi sine mente ac sine ullo sensu iacerent, --ut quivis, cum aspexisset, non se praetoris convivium, sed Cannensem pugnam nequitiae videre arbitraretur.

PARTE I

Aveva preferito la città di Siracusa, della quale, si racconta, sia stata tale l'ubicazione e la natura del luogo e del cielo, che non vi sia mastata una tempesta tranto grande e turbonosa senza che in qualche modi di essa gi uomini vedessero il sole.

E viveva qui così nei mesi invernali questo buon governatore che difficilmente qualcuno mai lo vedeva non solo fuoiri casa ma anche fuori dal letto. Quando poi la primavera era iniziata, il cui inizio egli non riconosceva dal Favonio ne da un favonio né da un altro vento ma quando aveva visto una rosa allora riteneva che la primavera cominciasse, si consacrava alla fatica ed ai viaggi ed in quei viaggi si dimostrava pazientemente attivo al punto che mai nessuno lo vide seduto a cavallo.

Infatti sull'esempio dei re di Bitinia veniva trasportato da una lettiga con otto portantini nelle quale vi era un cuscino riempito di rose di Malta. Egli stesso poi aveva una corona sul capo un'altra al collo si metteva una reticella di lino finissimo a maglie serrate piena di rose al naso. dopo un siffatto commino come arrivava in una qualsiasi città con la lettiga veniva portato nella camera da letto

PARTE II

Poi dopo aver speso nella sua camera da letto qualche momento da essegnare ragioni non secondo la giustizia ma a a seconda del prezzo pagato concedeva il tempo che rimaneva a Venere e a Bacco E a questo punto non mi sembra giusto sottacere la nobile e originale attività di questo brillante generale. Sappiate dunque che in Sicilia non c’è nessuna città, fra quelle dove i governatori abitualmente si fermano e tengono le sessioni giudiziarie, nella quale non si scegliesse una donna appartenente a famiglia non certo di infimo rango per darla in pasto alla sua lussuria. Si procedeva così: alcune di esse erano invitate pubblicamente a banchetto; invece quelle più riservate, se c’ erano, arrivavano a ore particolari per evitare la luce del giorno e le compagnie numerose. I banchetti inoltre non rispettavano quel silenzio che è conforme alla dignità di un governatore e di un generale del popolo romano e neppure quella decenza che solitamente regna nei conviti dei magistrati; ma si svolgevano nel clamore più assordante e fra gli schiamazzi più scomposti; talora la situazione degenerava in una rissa e si veniva addirittura alle mani. Infatti questo governatore severo e scrupoloso, che non si era mai sognato di obbedire alle leggi del popolo romano, ottemperava meticolosamente alle leggi che si stabilivano nel bere. Ecco dunque come andavano a finire queste manovre: uno veniva portato via a braccia dalla sala del convito come dal teatro di una battaglia, un altro veniva lasciato lì come un caduto sul campo, i più giacevano qua e là lunghi distesi al suolo fuori di testa e privi di sensi, che se uno mai li avesse visti avrebbe creduto di assistere non al banchetto di un governatore, ma alla battaglia di Canne della depravazione.

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