Regali umilianti - Seneca versione latino Optime

Urbem cuidam Alexander donabat ,vesanus, et qui nihil animo non grande conciperet.

Cum ille cui donabatur, se ipse mensus, tanti muneris invidiam refugisset, dicens non convenire fortunae suae : "Non quaero,- inquit-, quid te accipere deceat, sed quid me dare".

Animosa vox videtur et regia, cum sit stultissima. Nihil enim per se quemquam decet : refert quis det, cui, quando, quare, ubi, et cetera, sine quibus facti ratio non constabit.

Tumidissimum animal! si illum accipere hoc non decet, nec te dare. Habetur (=est) personarum ac dignitatum portio : et, cum sit ubique virtus modus, aeque peccat quod excedit, quam quod deficit.

traduzione letterale

Alessandro, insensato (senza rifletterci)e che considerava sempre le cose con grande animo, donava una città ad un tale.

Quello a cui veniva donata, valutata la cosa volendo rifuggire l’invidia di un così grande dono, (rispose) dicendo che non era adatta (non conveniva) al proprio destino (alla sua condizione): (Alessandro rispose:)“non chiedo, disse, che cosa ti convenga ricevere, ma cosa mi (convenga) dare”.

La parola (la voce) sembra presuntuosa e regale, benché sia molto imprudente. Infatti nulla conviene per qualcuno: importa chi dà, a chi, quando, perché, dove, e le altre circostanze, non risulterà evidente il motivo del fatto senza queste condizioni.

Animale molto presuntuoso! Se a questo non conviene accettare quella cosa, non conviene dartela. Si tiene conto della personalità e del rango sociale: e dal momento che la virtù consiste sempre nel senso della misura, così pecca chi eccede come chi che manca.

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