Cicerone - Epistulae - Ad Familiares 4 - 14

Cicerone - Epistulae - Ad Familiares 4 - 14 XIV. Scr. Romae (post K. Oct. ) a. u. c. 708. M. CICERO S. D. CN. PLANCIO.

Binas a te accepi litteras Corcyrae datas, quarum alteris mihi gratulabare, quod audisses me meam pristinam dignitatem obtinere, alteris dicebas te velle, quae egissem, bene et feliciter evenire.

crudelis esset futura victoria, sin autem victi essent, quantus interitus esset futurus civium partim amplissimorum, partim etiam optimorum, qui me haec praedicentem atque optime consulentem saluti suae malebant nimium timidum quam satis prudentem existimari.

Ho ricevuto da te due lettere datate a Corcira: in una delle quali ti congratulavi con me, perché avevi sentito che avevo ottenuto la mia dignità di prima, dicevi nell’altra che desideravi riuscissero bene e felicemente quelle cose che ho realizzato.

Ma io, se dignità è aver buoni sentimenti politici e apprezzare uomini onesti, perché quello che senti, ottengo la mia dignità; se poi dignità consiste in ciò, se, quello che senti, o tu possa effettuare da un fatto, o infine sostenere con il parlare schietto, non ci resta alcun indizio della dignità e assai bene se, possiamo regolare noi stessi, in modo che, quelle cose che in parte sono presenti, in parte sono impiegate, sopportiamo con moderazione, poiché è duro in una siffatta guerra, il cui esito da una parte mostra la strage, dall’altra la servitù: in quel pericolo mi conforta alcun che quando ricordo che quelle cose compresi allora, quando temevo assai anche le nostre cose favorevoli e vedevo persino avverse, con quanto pericolo si contendesse sul diritto pubblico con le armi, con cui se essi avessero prevalso, mi sarei avvicinato ad essi con la speranza della pace, non spinto dal desiderio della guerra, sebbene comprendevo, quanto sarebbe stata crudele la futura vittoria sia degli uomini sdegnati sia dei vogliosi sia degli arroganti, se poi fossero stati sopraffatti, quanto grande sarebbe la distruzione prossima di cittadini in parte nobilissimi e in parte anche onestissimi, i quali preferivano che troppo timoroso predicessi queste cose e ben provvedessi alla propria salvezza piuttosto che essere stimato abbastanza prudente. Che poi ti congratuli con me di quello che ho fatto, sono certo che vuoi così; ma io in tanto sventurato tempo non avrei preso nuove deliberazioni, se al mio ritorno non avessi trovato migliori gli affari privati che non dello stato; ai quali infatti per gli inestimabili benefici dovevano essere a cuore la mia salvezza e le mie sostanze, vedendo a causa della loro scelleratezza che niente fosse al sicuro tra le pareti mie domestiche, niente libero dalle insidie, reputai di dovermi difendere con la fedeltà di nuovi amici contro la perfidia dei vecchi.

Ma dei nostri fatti basta anzi (abbiamo detto) troppe cose: sui tuoi vorrei che fossi in quella disposizione in cui devi essere, cioè, che non pensi di dover temere particolarmente qualcosa; se infatti ci sarà il benessere di una città, qualunque sarà, vedo che sarai libero di tutti i pericoli; infatti intendo che gli uni si sono già pacificati con te gli altri che mai sono stati adirati. Sul mio volere verso di te vorrei che pensassi così, che, in qualunque circostanza saprò avessi bisogno, quantunque veda, che io sia in questo tempo e cosa possa, con l’opera se non altro con il consiglio, almeno certamente con l’impegno, verrò in soccorso alle tue cose, alla tua fama e alla tua salvezza. Vorrei che mi rendessi informato con molta accuratezza che cosa ti faccia e che cosa credi si avrà intenzione di fare.

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