La condanna di Milziade -littera + vari tipi (Versione latino Nepote)

La condanna di Milziade
Autore: Cornelio Nepote

Abbiamo raccolto per questo titolo 3 tipi di versioni diverse: una è presa da littera litterae (la prima) le altre da libri vari controllatele tutte e tre

Littera litterae 1

Eo tempore aeger erat vulneribus, quae in oppugnando oppido acceperat.

Capitis absolutus est, sed pecunia multatus, et lis quinquaginta talentis aestimata est. Quod pecuniam solvere in praesentia non posset, in vincula publica coniectus est ibique mortem occubuit. Etsi crimine Pario est accusatus, tamen alia causa fuit damnationis. Namque Athenienses propter Pisistrati tyrannidem, quae paucis annis ante fuerat, omnium civium suorum potentiam extimescebant. Illi Miltiadem, multum in imperiis magistratibusque versatum, privatum esse non posse putabant, praesertim consuetudine ad imperii cupiditatem traheretur. Nam Chersonesi omnes illos quos habitaverat annos perpetuam obtinuerat dominationem tyrannusque fuerat appellatus, sed iustus.

Non enim vi dominationem obtinuerat, sed suorum voluntate, et potestatem bonitate retinebat.
A quel tempo Milziade era malato per le ferite, che aveva ricevuto durante l’assedio alla città. Venne assolto dalla condanna a morte, ma condannato a un’ammenda in denaro, il cui ammontare fu fissato in 50 talenti. Poiché al momento non potè pagare la somma, fu gettato nella prigione di Stato e lì giacque fino alla morte. Anche se fu accusato della colpa di Paro, tuttavia la causa della condanna fu un'altra.

Infatti gli Ateniesi, a causa della tirannide di Pisistrato, che era accaduta pochi anni prima, temevano il potere di tutti i loro concittadini. Quelli credevano che Milziade, molto dedito a comandi e magistrature, non potesse essere un privato cittadino, specialmente in quanto era attratto dalla consuetudine verso un desiderio di potere. Infatti per tutti quegli anni in cui aveva abitato nel Chersoneso aveva tenuto un dominio ininterrotto ed era stato chiamato tiranno, ma legittimo. Non aveva infatti ottenuto il dominio con la forza, ma per volere dei suoi, e deteneva il potere con clemenza.

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da altro libro:

Cum iam in eo esset, ut oppido potiretur, procul in continenti lucus, qui ex insula conspiciebatur, nescio quo casu nocturno tempore incensus est. Cuius flamma ut ab oppidanis et oppugnatoribus est visa, utrisque venit in opinionem signum a classiariis regis datum. Quo factum est, ut et Parii a deditione deterrerentur, et Miltiades, timens, ne classis regia adventaret, incensis operibus, quae statuerat, cum totidem navibus, atque erat profectus, Athenas magna cum offensione civium suorum rediret. Accusatus ergo est proditionis, quod, cum Parum expugnare posset, a rege corruptus infectis rebus discessisset. Eo tempore aeger erat vulneribus, quae in oppugnando oppido acceperat. Itaque, quoniam. ipse pro se dicere non posset, verba fecit frater eius Stesagoras. Causa cognita capitis absolutus pecunia multatus est, eaque lis quinquaginta talentis aestimata est, quantus in classem sumptus factus erat. Hanc pecuniam quod solvere in praesentia non poterat, in vincula publica coniectus est ibique diem obiit supremum.
Durante questa missione ne costrinse molte a tornare all'obbedienza, alcune le prese con la forza. Fra queste non riusciva convincere con i negoziati l'isola di Paro orgogliosa della sua potenza; allora fece sbarcare truppe dalle navi, cinse con opere d'assedio la città e la tagliò fuori da ogni approvvigionamento: poi piazzate vigne e testuggini si accostò alle mura. Quando stava per impadronirsi della città, lontano sul continente, un bosco che si vedeva dall'isola, non so per quale accidente, di notte prese fuoco. Quando le fiamme furono viste dagli assediati e dagli assalitori, ad entrambi venne il sospetto che si trattasse di un segnale mandato dai marinai del re. Ne conseguì che i Parii non vollero più saperne di arrendersi e Milziade temendo che si avvicinasse la flotta del re, incendiate le opere d'assedio che aveva predisposto, con le stesse navi con cui era partito tornò ad Atene, con grande disappunto dei suoi concittadini. Fu quindi accusato di tradimento perché. pur potendo espugnare Paro, se ne era andato senza portare a termine l'impresa, in quanto corrotto dal re. In quel tempo era sofferente per le ferite che aveva riportato nell'assalto alla città; così, non essendo egli in grado di difendersi personalmente, parlò per lui il fratello Steságora. Fatto il processo, assolto dalla pena capitale, fu condannato a una multa che fu stabilita di cinquanta talenti, esattamente la somma impiegata per allestire la flotta. Siccome non era in grado di pagare sul momento questo denaro, fu gettato nelle carceri dello Stato e lì morì.

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altro libro:

Hic etsi crimine Pario est accusatus, tamen alia causa fuit damnationis. Namque Athenienses propter Pisistrati tyrannidem, quae paucis annis ante fuerat, omnium civium suorum potentiam extimescebant. Miltiades, multum in imperiis magnisque versatus, non videbatur posse esse privatus, praesertim cum consuetudine ad imperii cupiditatem trahi videretur. Nam Chersonesi omnes illos, quos habitarat, annos perpetuam obtinuerat dominationem tyrannusque fuerat appellatus, sed iustus. Non erat enim vi consecutus, sed suorum voluntate, eamque potestatem bonitate retinebat. Omnes autem et dicuntur et habentur tyranni, qui potestate sunt perpetua in ea civitate, quae libertate usa est. Sed in Miltiade erat cum summa humanitas tum mira communitas, ut nemo tam humilis esset, cui non ad eum aditus pateret, magna auctoritas apud omnes civitates, nobile nomen, laus rei militaris maxima. Haec populus respiciens maluit illum innoxium plecti quam se diutius esse in timore.

Nonostante i fu accusato per l'insuccesso di Paro, fu un'altra tuttavia la causa della sua condanna. Gli Ateniesi, infatti, a causa della tirannide di Pisistrato che c'era stata pochi anni prima, avevano paura del potere di tutti i loro concittadini. Sembrava che Milziade, occupatosi molto delle cariche civili, non potesse essere un privato cittadino, tanto più che sembrava essere attratto dalla bramosia di comando dalla consuetudine. Infatti in tutti quegli anni in cui aveva abitato nel Chersoneso aveva ottenuto una sovranità perpetua ed era stato chiamato tiranno, sebbene legittimo. Non aveva infatti ottenuto la tirannide con la forza ma attraverso il desiderio dei suoi concittadini, e manteneva questo potere con l'onestà. Ma sono detti e considerati tiranni tutti coloro che hanno sovranità perpetua in quella città che si avvale della libertà. Ma c'era in Milziade sia una somma umanità sia una straordinaria affabilità, a tal punto che non c'era nessuno di umili origini a cui non permettese di avvicinarglisi; aveva grande autorità in tutte le città, un nome glorioso e la massima lode militare. Il popolo, tenendo in considerazione tutte queste cose, preferì che fosse condannato lui innocente piuttosto che vivere più a lungo nel timore

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