Temistocle in esilio (Versione Nepote)

Temistocle in esilio Cornelio Nepote libro: Per litteras n. 189 pag. 177

Ob eundem timorem, quo damnatus erat Miltiades, testularum suffragiis e civitate eiectus Argos habitatum concessit.

Hic cum [propter multas eius virtutes] magna eum dignitate viveret, Lacedaemonii legatos Athenas miserunt, qui eum absentem accusarent, quod societatem cum rege Perse ad Graeciam opprimendam fecisset. Hoc crimine absens proditionis damnatus est. Id ut audivit, quod non satis tutum se Argis videbat, Corcyram demigravit. Ibi cum cives principes animadvertisset timere ne propter se bellum iis Lacedaemonii et Athenienses indicerent, ad Admetum, Molossum regem, cum quo ei hospitium erat, confugit. Huc cum venisset et in praesentia res abesset quo maiore religione se receptum tueretur, filiam eius parvulam arripuit et cum ea se in sacrarium, quod summa colebatur caerimonia, coniecit.

Inde non prius egressus est, quam rex eum data dextra in fidem reciperet; quam praestitit. Nam cum ab Atheniensibus et Lacedaemoniis exposceretur publice, supplicem non prodidit monuitque, ut consuleret sibi: difficile enim esse in tam propinquo loco tuto eum versari.

Itaque Pydnam eum deduci iussit et, quod satis esset praesidii, dedit. Hic in navem omnibus ignotus nautis escendit. Quae cum tempestate maxima Naxum ferretur, ubi tum Atheniensium erat exercitus, sensit Themistocles, si eo pervenisset, sibi esse pereundum. Hac necessitate coactus domino navis, quis sit, aperit, multa pollicens, si se conservasset. At ille clarissimi viri captus misericordia diem noctemque procul ab insula in salo navem tenuit in ancoris neque quemquam ex ea exire passus est. Inde Ephesum pervenit ibique Themistoclen exponit; cui ille pro meritis postea gratiam rettulit.

Per quello stesso timore per cui era stato condannato Milziade, cacciato dalla città per mezzo dell'ostracismo andò a vivere ad Argo.

Poiché questo viveva grazie alle sue molte virtù con grande dignità, gli Spartani mandarono ad Atene degli ambasciatori, che lo accusarono mentre era assente, di aver fatto un'alleanza con il re Perse per sottomettere la Grecia. A causa di questo crimine fu condannato per tradimento in contumacia. Quando seppe ciò, poiché non gli sembrava di essere abbastanza al sicuro ad Argo, si trasferì a Corcìra. Qui, rendendosi conto che i cittadini più importanti temevano che a causa sua gli Spartani e gli Ateniesi gli avrebbero mosso guerra, si rivolse ad Admeto, re dei Molossi, con cui aveva un legame di ospitalità. Quando giunse là, poiché in quel momento il re non era era presente, perché, dopo averlo accolto, tenesse a riceverlo con maggiore apprensione, rapì la piccola figlia di questo e con quella si diresse al santuario, poiché era celebrata un'importante cerimonia.

Non uscì di lì prima che il re non lo ebbe accolto in fiducia dandogli la destra; e la mantenne. Infatti benché fosse reclamato a nome dello Stato dagli Spartani e dagli Ateniesi, non tradì il supplice e lo consigliò di provvedere alla sua incolumità; era infatti difficile per lui rimanersi al sicuro in un luogo così vicino.

Così lo fece accompagnare a Pidna e gli diede una scorta sufficiente per la sua sicurezza. Qui si imbarcò in incognito a tutto l'equipaggio. Una violenta tempesta spinse la nave verso Nasso dove era allora un esercito ateniese, per cui Temistocle capì che se fosse arrivato lì per lui sarebbe stata la fine. Trovandosi a mal partito, rivela la propria identità al comandante della nave, facendogli molte promesse se lo avesse salvato. Quello allora preso da pietà per un uomo così famoso, per un giorno e una notte tenne la nave ancorata in una rada lontana dall'isola e non permise che alcuno ne scendesse. Quindi giunse ad Efeso e li sbarcò Temistocle. E questi in seguito gli mostrò una riconoscenza adeguata al beneficio.

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