Alessandro calpesta la mensa di Dario - Versione latino Curzio Rufo

Iamque susa ei adituro Abulites, regionis eius praefectus, sive Darei iussu, ut Alexandrum praeda retineret, sive sua sponte filium obviam misit traditurum se urbem promittens.

Benigne iuvenem excepit rex et eodem duce ad Choaspin amnem pervenit, delicatam, ut fama est, vehentem aquam. Hic Abulites cum donis regalis opulentiae occurrit. Dromades cameli inter dona erant velocitatis eximiae, XII elephanti a Dareo ex India acciti, iam non terror, ut speraverant, Macedonum, sed auxilium, opes victi ad victorem transferente fortuna. Vt vero urbem intravit, incredibilem ex thesauris summam pecuniae egessit: L milia talentum argenti, non signati forma sed rudi pondere.

Multi reges tantas opes longa aetate cumulaverant liberis posterisque, ut arbitrabantur: quas una hora in externi regis manus intulit. Consedit deinde in regia sella, multo excelsiore quam pro habitu corporis. Itaque, cum pedes imum gradum non contingerent, unus ex regiis pueris mensam subdidit pedibus.

Et cum spadonem, qui Darei fuerat, ingemiscentem conspexisset rex, causam maestitiae requisivit. Ille indicat Dareum vesci in ea solitum, seque sacram eius mensam ad ludibrium recidentem sine lacrimis conspicere non posse. subiit ergo regem verecundia violandi hospitales deos, iamque subduci iubebat, cum Philotas: "Minime vero haec feceris, rex, sed omen quoque accipe, mensam, ex qua libavit hostis epulas, tuis pedibus esse subiectam. "

Era ormai in vista di Susa, quando Abulite, il governatore di quella regione, o per ordine di Dario, in modo che il bottino rallentasse Alessandro, o spontaneamente, gli inviò incontro suo figlio, promettendogli che gli avrebbe consegnato la città.

Il re accolse cortesemente il giovane, e sotto la sua guida giunse al fiume Coaspi, che, come è noto, possiede acque limpide. Qui giunse Abulite con doni di ricchezza regale. Tra gli omaggi vi erano dromedari di eccezionale velocità, dodici elefanti fatti venire da Dario dall’India, ormai non più motivo di spavento per i Macedoni, come essi avevano sperato, ma aiuto, poiché la sorte trasferisce al vincitore i mezzi del vinto. Quando poi fece il suo ingresso in città, trasse fuori dai tesori una incredibile quantità di denaro: cinquemila talenti d’argento non lavorato, ma grezzo.

Molti sovrani avevano accumulato in lunghi anni tante ricchezze per i propri figli e per i posteri, a quanto credevano, e una sola ora le consegnò nelle mani di un re straniero. Egli si assise quindi sul trono, molto più alto della sua corporatura. Pertanto, poiché i piedi non toccavano il gradino più alto, uno dei giovani servi regi gli sistemò un banchetto sotto i piedi.

E quando il re osservò che un eunuco, che era appartenuto a Dario, si lamentava, gli chiese il motivo della sua doglianza. Quello gli spiegò che Dario soleva pranzare su quel banchetto, e che egli non poteva guardare, senza piangere, quella sua sacra mensa soggetta ad un’offesa. Allora nel re subentrò l’imbarazzo di offendere gli dèi dell’ospitalità, e già stava facendo portare via il banchetto, quando Filota gli disse: “Non farlo, o re, ma accogli anzi come buon auspicio il fatto che sotto i tuoi piedi è stata posta la mensa sulla quale il nemico banchettava”.

Autore Curzio Rufo

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