Alessandro parla ai soldati Versione latino Curzio Rufo

Alessandro parla ai soldati
Versione di latino di Curzio Rufo
Testo latino

Cum, milites, magnitudinem rerum, quas gessimus, intuemini, certe et desiderium quietis et satietas gloriae vobis occurrunt.

Plurimas provincias complexus sum, plurima pericula mihi adeunda fuerunt. Tamen incerta est possessio terrarum, quas tanta velocitate domuimus. Sed in novo et precario imperio magna vis nobis est adhibenda, donec istos efferatos homines melior consuetudo permulceat. Nunc vestris armis continentur, non suis moribus; sed, illi qui nos praesentes metuunt, in absentia hostes nobis erunt. Cum feris bestiis res est, quae captae et inclusae, longa captivitate mitigantur.

Nunc omnes hi, ut terga nostra videbunt, nos insequentur : illi enim eiusdemnationis sunt, nos alienigeae et externi nec quisquam regi externo libentar paret. Proinde, aut terrae quas cepimus omittendae sunt aut terrae quas non habemus occupandae sunt. Sicut in corporibus aegris, milites, nihil quod nociturum est medici relinquunt, sic nobis quidquid obstat imperio recidendum est.

Parva saepe scintilla contempta magnum excitavit incendium. Nullus hostis contemnendus est. Ne Dareus quidem hereditiarium Persarum accepit imperium, sed regnum beneficio Bagoae, castrati hominis, obtinuit. Nunc Bessus, qui, ausus ultimum scelus, ipsum regem suum primo captivum in vInculis habuit, postea ocidit, nobis est interficiendus. Num hunc regnare patiemini ? Ille, domini sui interfector, ad crucem adfigendum curabimus.

Traduzione

imgscrambler}Quando, o soldati, intuite la grandezza delle cose che abbiamo fatto, certamente vi prendono e il desiderio della pace e il tedio della gloria.

Ho conquistato moltissime province, ho dovuto affrontare moltissimi pericoli. Tuttavia è incerto il possesso delle terre che con tanta velocità abbiamo domato. Ma nel nuovo e precario impero noi dobbiamo mettere grande forza, finché migliori costumi addolciscano questi uomini feroci. Ora sono trattenuti dalle vostre armi, non dai loro usi; ma coloro che ci temono presenti, con la (nostra) assenza ci saranno nemici. La situazione è quella delle bestie feroci (lett. è con le bestie feroci), che, catturate e messe in gabbia, vengono ammansite dalla lunga reclusione.

Ora tutti costoro, quando vedranno le nostre spalle, ci inseguiranno: quelli infatti sono dello stesso popolo, noi stranieri ed estranei e nessuno obbedisce volentieri ad un re straniero. Perciò, o dobbiamo lasciare le terre che abbiamo conquistato o dobbiamo occupare quelle terre che non possediamo. Come nei corpi malati, o soldati, i medici non lasciano nulla che possa nuocere, così non dobbiamo stroncare qualunque cosa si opponga all’impero.

Spesso una piccola scintilla trascurata ha suscitato un grande incendio. Nessun nemico deve essere sottovalutato. Neppure Dario conquistò per eredità l’impero persiano ma ottenne il regno per beneficio dell’eunuco Bagoa. Ora Besso, che osò l’ultima scelleratezza, prima ebbe come prigioniero il suo stesso re, poi lo uccise, e noi dobbiamo ucciderlo. Sopporterete dunque ora che costui regni? Quello, assassino del suo signore, ci preoccuperemo di affiggerlo alla croce. {/imgscramble

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