Un saggio ammonisce Alessandro Magno - VERSIONE latino Curzio Rufo

Altera manu Orientem, altera Occidentem contingeres; et hoc adsecutus scire velles ubi tanti numinis fulgor conderetur.

Sic quoque, concupiscis quae non capis. Ab Europa petis Asiam; ex Asia transis in Europam. Deinde, si humanum genus omne superaveris, cum silvis et nivibus et fluminibus ferisque bestiis gesturus es bellum. Quid? tu ignoras arbores magnas diu crescere, una hora exstirpari? Stultus est, qui fructus earum spectat, altitudinem non metitur. Vide ne, dum ad cacumen pervenire contendis, cum ipsis ramis, quos conprehenderis, decidas. Leo quoque aliquando minimarum avium pabulum fuit; et ferrum robigo consumit. Nihil tam firmum est cui periculum non sit etiam ab invalido. Quid nobis tecum est? Numquam terram tuam attigimus. Quis sis, unde venias, licetne ignorare in vastis silvis viventibus? nec servire ulli possumus, nec imperare desideramus. Dona nobis data sunt, ne Scytharum gentem ignores, iugum boum et aratrum, sagitta, hasta, patera. His utimur et cum amicis, et adversus inimicos. Fruges amicis damus boum labore quaesitas; patera cum isdem vinum dis libamus. Inimicos sagitta eminus, hasta comminus petimus: sic Syriae regem et postea Persarum Medorumque superavimus, patuitque nobis iter usque in Aegyptum. At tu, qui te gloriaris ad latrones persequendos venire, omnium gentium quas adisti latro es. Lydiam cepisti, Syriam occupasti, Persidem tenes, Bactrianos habes in potestate, Indos petisti; iam etiam ad pecora nostra avaras et insatiabiles manus porrigis. Quid tibi divitiis opus est, quae esurire te cogunt? Primus omnium satietate parasti famem, ut, quo plura haberes, acrius quae non habes cuperes. Non succurrit tibi, quam diu circum Bactra haeras? Dum illos subigis, Sogdiani bellare coeperunt; bellum tibi ex victoria nascitur. Nam, ut maior fortiorque sis quam quisquam, tamen alienigenam dominum pati nemo vult. Transi modo Tanain: scies quam late pateant; numquam tamen consequeris Scythas. Paupertas nostra velocior erit quam exercitus tuus, qui praedam tot nationum vehit. Rursus, cum procul abesse nos credes, videbis in tuis castris. Eadem enim velocitate et sequimur et fugimus. Scytharum solitudines graecis etiam proverbiis audio eludi; at nos deserta et humano cultu vacua magis quam urbes et opulentos agros sequimur. Proinde fortunam tuam pressis manibus tene: lubrica est, nec invita teneri potest. Salubre consilium sequens quam praesens tempus ostendit melius: inpone felicitati tuae frenos; facilius illam reges. Nostri sine pedibus dicunt esse Fortunam, quae manus et pinnas tantum habet; cum manus porrigit, pinnas quoque conprehende. Denique, si deus es, tribuere mortalibus beneficia debes, non sua eripere; sin autem homo es, id quod es, semper esse te cogita: stultum est eorum meminisse, propter quae tui obliviscaris.

Quibus bellum non intuleris, bonis amicis poteris uti. Nam et firmissima est inter pares amicitia, et videntur pares qui non fecerunt inter se periculum virium. Quos viceris, amicos tibi esse cave credas: inter dominum et servum nulla amicitia est. Toccheresti con una mano l’Oriente e con l’altra l’Occidente; e dopo aver conseguito ciò vorresti conoscere dove sia celato lo splendore di così grande divinità. Anche così, brami ciò che non puoi contenere. Dall’Europa ti dirigi in Asia; dall’Asia passi in Europa. Quindi, dopo aver sconfitto ogni stirpe umana, muoverai guerra ai boschi, alle nevi, ai fiumi e agli animali selvatici. Perché? Non sai che i grandi alberi crescono molto tempo, ma vengono sradicati in una sola ora? Stolto è colui che ne osserva i frutti e non ne misura l’altezza. Stai attento, mentre ti sforzi di giungere in cima, a non precipitare con gli stessi rami che avrai afferrato. Anche il leone qualche volta è stato pasto di piccolissimi uccelli; e la ruggine divora il ferro. Nulla è tanto saldo da non esser minacciato anche da chi è debole. Cosa abbiamo a che fare con te? Non abbiamo mai toccato la tua terra. È consentito a chi vive in vaste foreste ignorare chi tu sia e da dove vieni? Non possiamo esser schiavi di nessuno, né desideriamo comandare. Ci sono stati dati in dono, affinché tu conosca il popolo degli Sciti, un paio di buoi e un aratro, una freccia, una lancia e una coppa. Di essi ci serviamo sia con gli amici che contro i nemici. Agli amici offriamo messi raccolte con il lavoro dei buoi; con gli stessi amici libiamo agli dèi il vino nella coppa. Colpiamo i nemici con la freccia da lontano, da vicino con la lancia: in tal modo abbiamo sconfitto il re della Siria e poi quello dei Persiani e dei Medi, e ci fu accessibile il percorso fino all’Egitto.

Ma tu, che ti vanti di venire a combattere dei briganti, sei il brigante di tutti i popoli presso i quali sei giunto. Hai preso la Lidia, hai occupato la Siria, tieni sotto di te la Persia e i Battriani hai in tuo potere, ti sei diretto alla volta dell’India; ora protendi le tue mani avide ed insaziabili anche verso il nostro bestiame. Che bisogno hai di ricchezze, che ti costringono ad esserne avido? Tu, primo di tutti, hai acquistato fame dalla sazietà, tanto che, per averne di più, desideri più ardentemente quelle che non hai. Non ti viene in mente da quanto tempo stai invischiato attorno a Battra? Mentre sottometti i Battriani, i Sogdiani hanno iniziato a combattere; la guerra nasce dalla tua vittoria. Infatti, per quanto tu sia più grande e più forte di qualunque altro, tuttavia nessuno vuol sopportare un padrone straniero.
Varca pure il Tanai: saprai quanto in largo si estendano; mai tuttavia raggiungerai gli Sciti. La nostra povertà sarà più veloce del tuo esercito, che trasporta il bottino di tanti popoli. Quando crederai che noi siamo lontani, ci vedrai di nuovo nel tuo campo. Infatti noi inseguiamo e scappiamo con la stessa rapidità. Sento dire che anche nei proverbi greci vengono derisi i deserti degli Sciti; ma noi cerchiamo luoghi solitari e privi di civiltà piuttosto che città e campi rigogliosi. Pertanto tieni stretta tra le mani la tua fortuna: essa è scivolosa e non si può trattenere contro la sua volontà. Il tempo futuro dimostra meglio di quello presente se un consiglio è salutare: metti un freno alla tua buona sorte; la sosterrai più facilmente. I nostri dicono che è priva di piedi la Fortuna, la quale ha soltanto mani ed ali; quando essa ti tende le mani, afferra pure le ali. Quindi, se sei un dio, devi assegnare dei benefici ai mortali, non sottrarre i loro; se invece si un uomo, pensa di essere sempre ciò che sei: è stolto ricordarsi delle cose a causa delle quali dimentichi te stesso. Potrai servirti, come di buoni amici, di coloro ai quali non avrai mosso guerra. Infatti è molto salda l’amicizia tra pari e sembrano pari coloro che non hanno messo alla prova tra di loro le loro forze. Guardati dal credere che ti siano amici quelli che avrai sconfitto: tra il padrone e lo schiavo non vi è alcuna amicizia

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