Una salvezza insperata - Versione latino Curzio Rufo e traduzione

Graeci milites nuper in colonias a rege deducti circa Bactra orta inter ipsos seditione defecerant, non tam Alexandro infensi quam metu supplicii.

Quippe, occisis quibusdam popularium, qui validiores erant, arma spectare coeperunt et Bactriana arce, quae casu neglegentius adservata erat, occupata Barbaros quoque in societatem defectionis inpulerant. Athenodorus erat princeps eorum, qui regis quoque nomen adsumpserat, non tam imperii cupidine quam in patriam revertendi cum iis, qui auctoritatem ipsius sequebantur. Huic Biton quidam nationis eiusdem, sed ob aemulationem infestus, conparavit insidias, invitatumque ad epulas per Boxum quendam Bactrianum in convivio occidit. Postero die, contione advocata Bito ultro insidiatum sibi Athenodorum plerisque persuaserat; sed aliis fuera erat fraus Bitonis; et paulatim in plures coepit manare suspicio. Itaque Graeci milites arma capiunt occisuri Bitonem, si daretur occasio; ceterum principes eorum iram multitudinis mitigaverunt. Praeter spem suam Biton, praesenti periculo ereptus, paulo post insidiatus auctoribus salutis suae: cuius dolo cognito et ipsum conprehenderunt et Boxum. Ceterum Boxum protinus placuit interfici; Bitonem etiam per cruciatum necari. Iamque corpori tormenta admovebantur, cum Graeci, incertum ob quam causam, lymphatis similes ad arma discurrunt. Quorum fremitu exaudito, qui torquere Bitonem iussi erant, omisere veriti, ne id facere tumultuantium vociferatione prohiberentur. Ille, sicut nudatus erat, pervenit ad Graecos, et miserabilis facies supplicio destinati in diversum animos repente mutavit, dimittique eum iusserunt.

Hoc modo poena bis liberatus cum ceteris, qui colonias a rege adtributas reliquerunt, revertit in patriam.

Isoldati greci che poco prima erano stati condotti dal re in colonie attorno a Battra, essendo scoppiata una rivolta tra di loro, si erano sollevati, non tanto perché ostili ad Alessandro quanto per paura di una condanna. Infatti, dopo aver assassinato alcuni concittadini, quelli che erano i più forti cominciarono ad aspirare alle armi e, dopo aver occupato la roccaforte di Battra, che per caso era presidiata con troppa superficialità, costrinsero anche i Barbari ad associarsi alla loro sollevazione. Loro capo era Atenodoro, che aveva assunto anche il titolo di re, non tanto per bramosia di comando, quanto per il desiderio di ritornare in patria assieme a coloro che ne riconoscevano l’autorità. Un certo Bitone, della sua stessa gente, ma a lui ostile per invidia, gli tese un tranello, e dopo averlo invitato ad un banchetto tramite un battriano di nome Boxo, lo uccise durante il pranzo.

Il giorno seguente, convocata un’assemblea, Bitone aveva persuaso i più che Atenodoro aveva per primo macchinato contro di lui; ma alcuni sospettavano l’inganno da parte di Bitone; e poco a poco in parecchi cominciò a serpeggiare il sospetto. Pertanto i soldati greci presero le armi per assassinare Bitone se se ne fosse presentata l’occasione; ma i loro ufficiali placarono l’ira della folla. Bitone, sottratto al pericolo imminente contro la sua stessa speranza, poco dopo tese un tranello a coloro che avevano garantito la sua salvezza; ma costoro, scoperta la trappola, imprigionarono sia lui che Boxo. Però si decise che Boxo fosse ucciso immediatamente e che anche Bitone fosse giustiziato tra i tormenti. E già gli stavano avvicinando al corpo gli arnesi di tortura, quando i Greci, non si sa per qual motivo, corsero alle armi come impazziti. Coloro che avevano avuto l’incarico di torturare Bitone, udito il tumulto, lo liberarono, temendo dagli schiamazzi dei tumultuanti che fosse loro proibito di torturarlo. Quello, nudo come era, si presentò davanti ai Greci, ed il miserevole aspetto chi era stato destinato al supplizio fece rapidamente mutare i loro animi, ed essi ordinarono che fosse liberato. Affrancato in tal modo due volte dalla condanna, ritornò in patria assieme agli altri, che abbandonarono le colonie loro assegnate dal re.

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