Una tempesta terrorizza l'esercito di Alessandro - Versione latino Curzio Rufo

Versione tratta da "Dalla sintassi al testo"
Tertio ab omni parte caeli emicare fulgura, et nunc internitente luce nunc condita non oculos modo meantis exercitus, sed etiam animos terrere coeperunt.

Erat prope continuus caeli fragor, et passim cadentium fulminum species visebatur; attonitisque auribus stupens agmen nec progredi nec considere audebat. Tum repente imber grandinem incutiens torrentis modo effunditur, ac primo quidem armis suis tecti exceperant; sed iam nec retinere arma lubrica [et] rigentes manus poterant nec ipsi destinare, in quam regionem obverterent corpora, cum undique tempestatis violentia maior, quam vitabatur, occurreret. Ergo ordinibus solutis per totum saltum errabundum agmen ferebatur; multique prius metu quam labore defetigati prostraverant humi corpora, quamquam imbrem vis frigoris concreto gelu adstrinxerat. Alii se stipitibus arborum admoverant; id plurimis et adminiculum et suffugium erat. Nec fallebat ipsos morti locum eligere, cum inmobilis vitalis calor linqueret: sed grata erat pigritia corporum fatigatis, nec recusabant extingui quiescendo: quippe non vehemens modo, sed etiam pertinax vis mali insistebat; lucemque, naturale solacium, praeter tempestatem haud disparem nocti silvarum quoque umbra suppresserat. Rex unus tanti mali patiens circumire milites, contrahere dispersos, adlevare prostratos, ostendere procul evolutum ex tuguriis fumum hortarique, ut proxima quaeque suffugia occuparent. Nec ulla res magis saluti fuit quam quod multiplicato labore sufficientem malis, quis ipsi cesserant, regem deserere erubescebant. Ceterum efficacior in adversis necessitas quam ratio frigoris remedium invenit. Dolabris enim silvas sternere adgressi passim acervos struesque accenderunt. Continenti incendio ardere crederes saltum et vix inter flammas agminibus relictum locum.

Hic calor stupentia membra commovit; paulatimque spiritus, quem continuerat rigor, meare libere coepit.

Il terzo cominciarono a guizzare lampi da ogni parte del cielo, e poiché a momenti sfolgorava la luca, a momenti vi era buio, essi cominciarono ad atterrire non solo gli occhi dell’esercito in marcia, ma anche gli animi. Ormai era quasi incessante il fragore del cielo, e qui e là si scorgeva l’immagine dei fulmini che cadevano; e la colonna, smarrita e con le orecchie attonite, non osava né avanzare né arrestarsi. Quindi all’improvviso si rovesciò una pioggia torrenziale che si trasformò in grandine, e dapprima i soldati l’accolsero riparandosi con le proprie armi; ma ormai le mani intirizzite non potevano reggere le armi scivolose né essi stessi potevano stabilire in che direzione volgere il corpo, poiché da ogni parte la violenza della tempesta li investiva più intensa di quella che volevano evitare. Quindi a ranghi sparsi l’esercito si aggirava errabondo per tutto il passo; e molti, stremati prima dalla paura che dalla fatica, avevano abbandonato a terra i loro corpi, benché l’intensità del freddo avesse irrigidito la pioggia in duro ghiaccio.

Altri si erano accostati ai tronchi degli alberi; per molti ciò fungeva sia da sostegno che da riparo. E non li ingannava il fatto che stessero scegliendo un luogo per la morte, poiché il calore vitale abbandonava chi restava immobile: ma il torpore dei corpi risultava gradito a chi era stremato, e non disdegnavano di morire abbandonandosi al riposo: infatti la violenza della tempesta li incalzava non solo impetuosa, ma anche incessante; e anche l’ombra delle selve, oltre alla tempesta, non dissimile alla notte, aveva soppresso la luce, sollievo naturale. Soltanto il re, tollerando tanta violenza, si aggirava tra i soldati, radunava i dispersi, sollevava i prostrati, indicava il fumo che da lontano si innalzava dalle baracche e li esortava ad occupare i rifugi più vicini. E nessuna cosa contribuì maggiormente alla loro salvezza quanto il fatto che si vergognavano di abbandonare il re, il quale, raddoppiando la fatica, faceva fronte ai disagi ai quali essi invece si erano piegati. Quindi la necessità, che nelle avversità è più efficace della ragione, trovò un rimedio al freddo. Infatti si diedero ad abbattere la vegetazione con le mannaie ed a incendiare qua e là i mucchi e le cataste. Avresti creduto che il bosco bruciasse di un incendio ininterrotto e che a malapena tra le fiamme fosse rimasto spazio per l’esercito. Questo calore ristorò le membra intirizzite; e poco a poco il respiro, che il freddo aveva represso, iniziò a fluire liberamente.

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