La leggendaria morte di Romolo (Versione Latino Livio)

La leggendaria morte di Romolo
Autore: Livio
Contextere n. 18 pag. 396

Cum Romulus, exercitum recensurus, continonem in campo ad Caprae paludem haberet, subito tempestas coorta cum magno fragore tonitribiusque regem operuit tam denso nimbo ut conspectum eius contioni ademerit;

nec deinde in terris Romulus fuit. Cum serena et tranquilla lux, ex tam turbido die, apparuisset, Romana pubes, pavorem deponens, vacuam sedem regiam vidit; cum autem patres, qui proximi seterant, adfirmarent procella Romulum subitatem raptum esse, (pubes) maestum aliquamdiu silentium obtinuit. Deinde deum deo natum, regem parentemque urbis Romanae salvere universi Romulum iubent; pacem precibus exposcunt, ut propitius suam progeniem semper sospitet.
Mentre Romolo, per passare in rassegna l'esercito, teneva un'assemblea nel capo presso la palude delle Capre, all'improvviso una tempesta levatasi con grande fragore di tuoni avvolse il re con una nuvola così densa che tolse la sua vista all'assembea; poi Romolo non fu sulla terra. Quando, dopo una così torbida giornata, una nuce limpida e serena apparve, i giovani romani, abbandonati al terrore, videro il trono vuoto; ma poiché i patrizi, che si erano trovati vicinissimo, affermarono che Romolo era stato trascinato in aria dalla tempesta, (la gioventù) afflitta mantenne il silenzio per molto tempo. Poi tutti quanti salutarono Romolo, dio disceso dagli dei, re e fondatore della città di Roma; implorano con preghiere la pace, e che benevolo protegga la sua stirpe in ogni tempo.
Fuisse credo tum quoque aliquos qui discerptum regem patrum manibus taciti arguerent; manavit enim haec quoque sed perobscura fama;

illam alteram admiratio viri et pavor praesens nobilitavit. Et consilio etiam unius hominis addita rei dicitur fides. Namque Proculus Iulius, sollicita civitate desiderio regis et infensa patribus, gravis, ut traditur, quamuis magnae rei auctor in contionem prodit. "Romulus" inquit, "Quirites, parens urbis huius, prima hodierna luce caelo repente delapsus se mihi obuium dedit. Cum perfusus horrore venerabundusque adstitissem petens precibus ut contra intueri fas esset, ""Abi, nuntia"" inquit ""Romanis, caelestes ita velle ut mea Roma caput orbis terrarum sit; proinde rem militarem colant sciantque et ita posteris tradant nullas opes humanas armis Romanis resistere posse. "" Haec" inquit "locutus sublimis abiit. " Mirum quantum illi viro nuntianti haec fides fuerit, quamque desiderium Romuli apud plebem exercitumque facta fide immortalitatis lenitum sit.
Allora, credo, ci fu anche chi in segreto sosteneva la tesi che i senatori avessero fatto a pezzi il re con le loro stesse mani.

La notizia si diffuse, anche se in termini non molto chiari. Ma fu resa nota l'altra versione, sia per l'ammirazione nei confronti di una simile figura, sia per la delicatezza della situazione. Si dice anche che ad aumentarne la credibilità contribuì l'astuta trovata di un singolo personaggio. Questi - un certo Giulio Proculo -, mentre la città era in lutto per la perdita del re e nutriva una certa ostilità nei confronti del senato, con tono grave, come se fosse stato testimone di un grande evento, si rivolse in questi termini all'assemblea: «Stamattina, o Quiriti, alle prime luci dell'alba, Romolo, padre di questa città, è improvvisamente sceso dal cielo ed è apparso alla mia vista. Io, in un misto di totale confusione e rispetto, l'ho pregato di accordarmi il permesso di guardarlo in faccia e lui mi ha risposto: "Va' e annuncia ai Romani che la volontà degli dèi celesti è che la mia Roma diventi la capitale del mondo. Quindi si impratichiscano nell'arte militare e sappiano e tramandino ai loro figli che nessuna umana potenza è in grado di resistere alle armi romane. " Detto questo, » egli concluse, «è scomparso in cielo. » È incredibile quanto si prestò fede al racconto di quell'uomo e quanto giovò a placare lo sconforto della plebe e dell'esercito per la perdita di Romolo l'assicurazione della sua immortalità.

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