Papirio Cursore - Livio

Papirio cursore Livio

Fuit uir haud dubie dignus omni bellica laude, non animi solum uigore sed etiam corporis uiribus excellens.

Fu uomo degno di ogni elogio sul piano militare, eccezionale non solo per la tempra interiore, ma anche per la prestanza fisica.

Era straordinariamente veloce di gambe, qualità questa che gli valse il soprannome di Cursore, e si dice che ai suoi tempi nessuno riuscisse a superarlo nella corsa, sia per la grande forza fisica, sia per il notevole allenamento. Oltre a questa caratteristica, era un mangiatore e un bevitore formidabile. Durante il suo mandato, tanto per i fanti quanto per i cavalieri il servizio militare era duro come non lo era mai stato agli ordini di nessun altro, visto che egli stesso aveva un fisico contro il quale nulla poteva la fatica: ad alcuni cavalieri che un giorno avevano avuto il coraggio di chiedergli l'esenzione da un servizio come ricompensa a un'azione ben condotta, rispose: «Perché non possiate dire che non vi abbia esentati da alcunché, vi esimo dall'accarezzare il dorso dei cavalli quando scenderete di sella». Il suo prestigio era grandissimo sia presso gli alleati sia presso i concittadini. Una volta il comandante del contingente di Preneste aveva per paura tardato a portare i suoi uomini dalle retrovie alla prima linea: il console, passeggiando di fronte alla sua tenda, lo fece chiamare fuori e poi diede ordine al littore di slegare la scure. Siccome il prenestino, sentendo queste parole, era mezzo morto dallo spavento, Papirio disse: «Avanti, o littore, taglia questa radice che dà fastidio a chi passeggia», e quindi lasciò libero l'ufficiale alleato che era in preda al panico per paura di una condanna a morte, non andando al di là dell'imposizione di un'ammenda in denaro. E senza dubbio in quel periodo, che fu ricco di valori più di ogni altro, non c'era nessun altro uomo su cui la potenza di Roma potesse poggiare in maniera più sicura. Alcuni sostengono addirittura che Papirio sarebbe stato un generale degno di tenere testa ad Alessandro Magno, se solo quest'ultimo, una volta sottomessa l'Asia, avesse rivolto i suoi eserciti contro l'Europa. 16 In séguito ci si trovò d'accordo nell'affermare che le restanti operazioni belliche erano state portate a compimento dai consoli. Con la vittoria in un'unica battaglia, Aulo pose fine alla guerra coi Ferentani e accettò la resa della loro città, dove era andato a rifugiarsi l'esercito sbaragliato, imponendo la consegna di ostaggi. Stessa sorte ebbe la campagna condotta dall'altro console contro i Satricani, i quali, non ostante fossero cittadini romani, dopo la disfatta di Caudio erano passati dalla parte dei Sanniti, e ne avevano accolto un presidio armato in città. Quando l'esercito arrivò nei pressi delle mura di Satrico, dalla città arrivarono degli ambasciatori con supplichevoli richieste di pace.

Il console però rispose con durezza che non tornassero da lui se non dopo aver fatto a pezzi o consegnato il presidio dei Sanniti. Queste parole spaventarono i coloni più di un attacco armato. Perciò gli ambasciatori tornarono immediatamente dal console per chiedergli in che modo ritenesse che loro, deboli e sparuti com'erano, avrebbero potuto sopraffare un presidio tanto forte e armato. Allora il console ingiunse loro di andare a farsi consigliare da quelle stesse persone che li avevano spinti ad accettare il presidio in città. Poi, dopo aver a malapena ottenuto di poter consultare il senato sulla questione e quindi di riferire la risposta al console, si congedarono rientrando in città. All'interno del senato c'erano due opposte fazioni: alla testa di una di esse c'erano quanti avevano suggerito la defezione da Roma, a capo dell'altra c'erano invece i cittadini rimasti fedeli. Ciò non ostante, pur di tornare alla pace, entrambi gli schieramenti fecero a gara nel dimostrarsi premurosi verso il console. Siccome il presidio sannita aveva intenzione di uscire nel corso della notte successiva (non essendo in grado di sostenere un assedio), una delle due fazioni non fece altro che informare il console a quale ora della notte e per quale porta e strada il nemico sarebbe uscito. L'altro partito invece - quello che si era opposto alla defezione dalla parte dei Sanniti -, nel corso della stessa notte aprì le porte al console e, senza farsi accorgere dal nemico, accolse in città i soldati romani. Così, grazie a questo doppio tradimento, il presidio armato dei Sanniti fu sorpreso e sopraffatto dai Romani che si erano andati ad appostare in una fitta macchia lungo la strada, mentre in città si alzò alto il grido dei soldati che vi erano penetrati.

Nell'arco di un'ora i Sanniti furono sbaragliati e Satrico occupata, e ogni cosa finì in potere del console: istruita un'inchiesta sulle responsabilità dell'ammutinamento, fece frustare e decapitare quanti vennero riconosciuti colpevoli e, dopo aver imposto una forte guarnigione armata in città, fece disarmare i Sanniti. Gli autori che sostengono che Luceria venne riconquistata e i Sanniti fatti passare sotto il giogo da Papirio Cursore, riportano che dopo quei fatti Papirio rientrò a Roma per celebrarvi il trionfo. Papirio fu uomo degno di ogni elogio sul piano militare, eccezionale non solo per la tempra interiore, ma anche per la prestanza fisica. Era straordinariamente veloce di gambe, qualità questa che gli valse il soprannome di Cursore, e si dice che ai suoi tempi nessuno riuscisse a superarlo nella corsa, sia per la grande forza fisica, sia per il notevole allenamento. Oltre a questa caratteristica, era un mangiatore e un bevitore formidabile. Durante il suo mandato, tanto per i fanti quanto per i cavalieri il servizio militare era duro come non lo era mai stato agli ordini di nessun altro, visto che egli stesso aveva un fisico contro il quale nulla poteva la fatica: ad alcuni cavalieri che un giorno avevano avuto il coraggio di chiedergli l'esenzione da un servizio come ricompensa a un'azione ben condotta, rispose: «Perché non possiate dire che non vi abbia esentati da alcunché, vi esimo dall'accarezzare il dorso dei cavalli quando scenderete di sella». Il suo prestigio era grandissimo sia presso gli alleati sia presso i concittadini. Una volta il comandante del contingente di Preneste aveva per paura tardato a portare i suoi uomini dalle retrovie alla prima linea: il console, passeggiando di fronte alla sua tenda, lo fece chiamare fuori e poi diede ordine al littore di slegare la scure. Siccome il prenestino, sentendo queste parole, era mezzo morto dallo spavento, Papirio disse: «Avanti, o littore, taglia questa radice che dà fastidio a chi passeggia», e quindi lasciò libero l'ufficiale alleato che era in preda al panico per paura di una condanna a morte, non andando al di là dell'imposizione di un'ammenda in denaro. E senza dubbio in quel periodo, che fu ricco di valori più di ogni altro, non c'era nessun altro uomo su cui la potenza di Roma potesse poggiare in maniera più sicura.

Da altro libro

Rerum scriptores tradunt ad triumphum decessisse Romam Papirium Cursorem qui vir magnae virtutis fuit.

Gli storici raccontano che Papirio Cursore, che fu un uomo di grande valore, rientrò a Roma per il trionfo. A Papirio era una straordinaria velocità dei piedi: e molti dicevano che era stato il vincitore di molti uomini della sua epoca. Aggiungi il fatto che era un gran mangiatore e un gran bevitore. E' noto che con Curose la vita militare fu dura parimenti per la fanteria e la cavalleria. Infatti egli era molto resistente alla fatica: gli rispondeva: «Non vi lascio accarezzare il dorso quando scenderete dai cavalli».

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