Roma liberata - Gabii dolo capti

Livio lingua latina per se illustrata

Tarquinius autem, etsi iniustus in pace rex, tamen dux belli haud pravus fuit, quin etiam ea arte aequabat superiores reges.

Ma Tarquinio, anche se in tempo di pace fu un re iniquo, tuttavia in guerra fu un buon comandante;

anzi in questa disciplina eguagliava i sovrani che lo avevano preceduto. Egli per primo intreprese la guerra contro i Volsci e sottrasse loro con la forza Suessa e Pomezia. E (dove) lì, avendo ricavato quaranta talenti d'argento mettendo in vendita il bottino, serbò tutto quel denaro per costruire il tempio di Giove. Poi, meno rapidamente di quanto avesse sperato, intraprese la guerra, nella quale, assalita senza esito Gabi, città situata nelle vicinanze, alla fine (cosa del tutto indegna di un Romano) l'attaccò con l'astuzia e con l'inganno. Infatti, come se avesse abbandonato l'idea di una guerra, mentre fingeva di essere impegnato a gettare le fondamenta di un tempio e ad altre opere urbane, Sesto, suo figlio, che era il più giovane dei suoi tre figli, d'accordo con il padre, si rifugiò a Gabi, lamentandosi di non poter tollerare la crudeltà di suo padre. Si lagnava del datto "che il re aveva convertito la sua arroganza dagli altri verso la sua famiglia e che tramava agguati anche verso i suoi figli, per non lasciare nemmeno un erede al regno; e che per di più egli stesso era sfuggito alle frecce e alla spada del padre, e ormai riteneva che nessun luogo fosse più sicuro per lui se non presso i nemici di L. Tarquinio; ma che se presso di loro non ci c'era posto per i supplici, da lì avrebbe attraversato tutto il Lazio, dirigendosi verso i Volsci, gli Equi e gli Ernici, fino a giungere da quelli che sanno come proteggere i figli dalla crudeltà del padre e dalle sue malvagie torture, e che forse sono preparati a combattere contro un re tanto arrogante e contro un popolo molto crudele!" Il figlio del re viene accolto con benevolenza dagli abitanti di Gabi. Non si stupiscono se Tarquinio, era come verso i cittadini, e verso gli alleati, così da ultimo verso i figli, e dicono che il suo arrivo era realmente gradito, infatti con il suo aiuto tra non molto tempo la guerra si sarebbe trasferita dalle porte di Gabi alle mura romane!". Da quel momento Sesto Tarquinio iniziò a prendere parte alle pubbliche riunioni. E lì avendo affermato che 'sul resto delle questioni, si professava dello stesso avviso degli anziani di Gabi e parlava continuamente della guerra e riguardo a questa sosteneva di esserne un grande esperto 'in quanto conosceva le forze dei due popoli e sapeva che Tarquinio aveva raggiunto un punto tale di arroganza che non solo i cittadini ma i figli stessi non riuscivano più a tollerarlo'. Così, con questa tecnica, riuscì piano piano a convincere i capi di Gabi a riaprire le ostilità dicendo che avrebbe guidato egli in persona delle azioni di guerriglia con un gruppo di giovani particolarmente coraggiosi, e calcolando perfettamente ogni cosa che faceva e diceva, riuscì a incrementare a tal punto la malriposta fiducia nella sua persona, che alla fine gli affidarono il comando in capo delle operazioni! Siccome il popolo ignorava quel che stava realmente succedendo - e le prime scaramucce tra Romani e Gabini vedevano quasi sempre prevalere questi ultimi, allora tutti, senza distinzioni di classe, cominciarono a credere che Sesto Tarquinio fosse l'uomo mandato dal cielo per guidare le loro truppe. E i soldati, vedendo che egli era sempre disposto a condividere rischi e fatiche ed era oltremodo generoso nella spartizione del bottino, gli si affezionarono a tal punto che non era meno potente lui a Gabi di quanto suo padre Tarquinio lo fosse a Roma. Allora mandò a Roma un suo uomo per chiedere al padre 'cosa dovesse fare', visto che a Gabi gli dei gli avevano concesso di esser padrone incontrastato della situazione politica. Al messaggero - suppongo per la scarsa fiducia che ispirava - non venne affidata una risposta a voce.

Il re, dando a vedere di essere perplesso, si spostò nel giardino del suo palazzo e l'inviato del figlio gli andò dietro. Là, passeggiando avanti e indietro in silenzio, pare che il re si fosse messo a decapitare i papaveri a colpi di bacchetta. Il messaggero, stanco di fare domande senza ottenere risposte, ritornò a Gabi convinto di non aver compiuto la missione. Lì riferì ciò che aveva detto e ciò che aveva visto: il re, fosse per ira, per insolenza o per naturale disposizione all'arroganza, non aveva aperto bocca. Sesto, appena gli fu chiaro a cosa il padre volesse alludere con quei silenzi sibillini, eliminò i capi della città, accusandone alcuni davanti al popolo, e con altri facendo leva sull'impopolarità che si erano acquistati da soli. Per molti ci fu l'esecuzione sotto gli occhi di tutti. Certi invece, più difficili da mettere sotto accusa, vennero assassinati di nascosto. Altri ebbero il permesso di lasciare il paese o vennero esiliati e le proprietà di tutti, morti o esiliati, subirono la stessa sorte: vennero confiscate e quindi distribuite al popolo - fino a quando Gabi si consegnò nelle mani del re di Roma senza opporre resistenza. Dopo essersi impadronito di Gabi, Tarquinio fece pace con gli Equi e rinnovò il trattato con gli Etruschi. Quindi si rivolse a progetti di edilizia urbana, dei quali il primo era il tempio di Giove sul monte Tarpeio che avrebbe lasciato come monumento immortale al suo regno e al suo nome. Nel desiderio di portare a termine la costruzione del tempio, Tarquinio, dopo aver fatto venire operai da tutta l'Etruria, attinse non solo ai fondi di Stato stanziati per questo progetto, ma ricorse anche alla mano d'opera della plebe. Non era certo un lavoro da poco e in più c'era il servizio militare. Tuttavia, ai plebei pesava meno dover costruire i templi degli dei con le proprie mani che essere impiegati, come poi in seguito successe, in lavori meno spettacolari ma molto più sfibranti come la costruzione delle gradinate del Circo o quella, da realizzarsi sotto terra, della Cloaca Massima.

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