VAE VICTIS ! - Livio versione latino e traduzione

vae victis ! Versione latino Livio
LIBRO MORES PER LINGUAM pagina 281 numero 388

Sed ante omnia obsidionis bellique mala fames utrimque exercitum urgebat, Gallos pestilentia etiam, cum loco iacente inter tumulos castra habentes, tum ab incendiis torrido et uaporis pleno cineremque non puluerem modo ferente cum quid uenti motum esset.

Ma più che da tutti i mali dell'assedio e della guerra, entrambi gli eserciti erano tormentati dalla fame e i Galli anche da un'epidemia dovuta al fatto che il loro accampamento si trovava in un punto depresso in mezzo alle alture, bruciato dagli incendi e pieno di esalazioni, dove bastava un alito di vento per sollevare polvere e cenere. I Galli, non riuscendo a sopportare quelle esalazioni proprio perché erano un popolo abituato al freddo e all'umidità, morivano soffocati dal grande calore mentre il contagio si diffondeva come se si fosse trattato di bestiame, per pigrizia di seppellire i cadaveri ad uno ad uno li bruciavano a mucchi accatastati alla rinfusa, rendendo così in séguito famoso quel luogo col nome di Tombe dei Galli. Venne poi stipulata una tregua con i Romani e, con l'autorizzazione dei comandanti, si iniziarono colloqui. Ma dato che durante queste conversazioni i Galli non perdevano occasione per rinfacciare agli avversari la fame che pativano e li invitavano ad arrendersi piegandosi a questa necessità, pare che per far loro cambiare idea a tale riguardo venne gettato giù da molti punti del Campidoglio del pane in direzione dei posti di guardia nemici.

Soltanto che ormai la fame non poteva più né essere dissimulata né tollerata a lungo. E così, mentre il dittatore era impegnato a realizzare di persona una leva militare ad Ardea, e dopo aver ordinato al maestro di cavalleria Lucio Valerio di marciare da Veio a capo di un esercito disponeva e preparava le truppe per affrontare i nemici in condizioni di parità, nel frattempo gli uomini attestati sul Campidoglio, stremati dai turni di guardia e dai picchetti armati, non riuscivano a superare quell'unico ostacolo, la fame. La natura non permetteva di averne ragione non ostante avessero già affrontato con successo tutti i mali che possono capitare a degli esseri umani, spiavano di giorno in giorno se apparisse un qualche aiuto da parte del dittatore;

alla fine, quando ormai non solo il cibo ma anche la speranza era venuta a mancare e i loro corpi indeboliti erano quasi schiacciati dal peso delle armi nell'incalzare dei turni di guardia, il dittatore ordinò loro di chiedere la resa e il riscatto a qualunque condizione, anche perché i Galli avevano fatto sapere in maniera più che chiara di essere disposti a togliere l'assedio a un prezzo per nulla esorbitante. Allora si tenne una seduta del senato nella quale venne dato ai tribuni militari l'incarico di definire i termini dell'accordo. La questione venne regolata in un colloquio tra il tribuno militare Quinto Sulpicio e il capo dei Galli Brenno: il prezzo pattuito per un popolo presto destinato a regnare sul mondo fu di mille libbre d'oro. A questa trattativa già di per sé infamante venne aggiunto anche un oltraggio: i Galli portarono dei pesi tarati in maniera disonesta e siccome il tribuno protestò, l'insolente comandante dei Galli aggiunse al peso la propria spada, pronunciando una frase insopportabile per le orecchie dei Romani: «Guai ai vinti!».

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