Versione EVANDRO di Livio (traduzione)

Evandro versione latino Livio e traduzione

Evander tum ea, profugus ex Peloponneso, auctoritate magis quam imperio regebat loca, venerabilis vir miraculo litterarum, rei novae inter rudes artium homines, venerabilior divinitate credita Carmentae matris, quam fatiloquam ante Sibyllae in Italiam adventum miratae eae gentes fuerant.

Evandro, esule dal Peloponneso, uomo degno di venerazione perché sapeva scrivere, cosa nuova e prodigiosa in mezzo a bifolchi del genere, e ancor più degno di venerazione per la supposta natura divina della madre Carmenta, che prima dell'arrivo in Italia della Sibilla aveva sbalordito quelle genti con le sue doti di profetessa.

Evandro dunque, attirato dalla folla di pastori accorsi sbigottiti intorno allo straniero colto in flagrante omicidio, dopo aver ascoltato il racconto del delitto e delle sue cause, osservando attentamente le fattezze e la corporatura dell'individuo, più maestose e imponenti del normale, gli domandò chi fosse. Quando venne a sapere il nome, chi era suo padre e da dove veniva, disse: "Salute a te, Ercole, figlio di Giove. Mia madre, interprete veritiera degli dei, mi ha vaticinato che tu andrai ad accrescere il numero degli immortali e qui ti verrà dedicato un altare che un giorno il popolo più potente della terra chiamerà Altare Massimo e venererà secondo il tuo rito.

" Ercole, dopo aver teso la mano destra, disse che accettava l'augurio e che avrebbe portato a compimento la volontà del destino costruendo e consacrando l'altare. Lì, prendendo dal gregge un capo di straordinaria bellezza, fu per la prima volta compiuto un sacrificio in onore di Ercole. A occuparsi della cerimonia e del banchetto sacrificale furono chiamati Potizi e Pinari, in quel tempo le famiglie più illustri della zona.

Per caso successe che i Potizi giungessero all'ora stabilita e le viscere degli animali vennero poste di fronte a loro, mentre i Pinari, quando ormai le viscere erano stae mangiate, arrivarono a banchetto cominciato. Così, finchè durò in vita la stirpe dei Pinari, rimase in vigore la regola che essi non potessero cibarsi delle interiora dei sacrifici. I Potizi, istruiti da Evandro, furono per molte generazioni sacerdoti di questo rito sacro, fino al tempo in cui, affidato ai servi di Stato il solenne officio della famiglia, l'intera stirpe dei Potizi si estinse. Questi furono gli unici, fra tutti i riti di importazione, a essere allora accolti da Romolo, già in quel periodo conscio dell'immortalità che avrebbe ottenuto col valore e verso la quale lo conduceva il suo destino.

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