Bisogna risparmiare le lacrime (versione di latino)

Bisogna risparmiare le lacrime
Autore: Seneca
Vel / Novamente n. 21 pag. 247

Diutius accusare fata possumus, mutare non possumus: stant dura et inexorabilia;

nemo illa convicio, nemo fletu, nemo causa movet; nihil umquam ulli parcunt nec remittunt. Proinde parcamus lacrimis nihil proficientibus; facilius enim nos inferis dolor iste adiciet quam illos nobis reducet: qui si nos torquet, non adiuvat, primo quoque tempore deponendus est et ab inanibus solaciis atque amara quadam libidine dolendi animus recipiendus est. Nam lacrimis nostris nisi ratio finem fecerit, fortuna non faciet. Omnis agedum mortalis circumspice, larga ubique flendi et adsidua materia est: alium ad cotidianum opus laboriosa egestas vocat, alium ambitio numquam quieta sollicitat, alius divitias, quas optaverat, metuit et voto laborat suo, alium solitudo alium labor torquet, alium semper vestibulum obsidens turba; hic habere se dolet liberos, hic perdidisse: lacrimae nobis deerunt ante quam causae dolendi. Non vides, qualem nobis vitam rerum natura promiserit, quae primum nascentium hominum fletum esse voluit? Hoc principio edimur, huic omnis sequentium annorum ordo consentit. Sic vitam agimus, ideoque moderate id fieri debet a nobis, quod saepe faciendum est, et respicientes, quantum a tergo rerum tristium immineat, si non finire lacrimas, at certe reservare debemus.

Nulli parcendum est rei magis quam huic, cuius tam frequens usus est.
Possiamo accusare il fato a lungo (infatti) non siamo in potere di cambiarlo: esiste inflessibile ed inesorabile, nessuno (lo) (com)muove con insulti, pianti o denunce; (il fato) non risparmia, né concede mai niente a nessuno. Ragion per cui, risparmiamo lacrime, che portano a nulla]; questo dolore più facilmente ci inabisserà negli inferi, piuttosto che liberarcene; il quale se ci tormenta, non ci aiuta, dobbiamo affrancarcene al più presto, come dobbiamo liberare l'animo da vani conforti e da un amaro piacere disposizione alla sofferenza. Infatti se la ragione non porrà fine alle nostre lacrime, non lo farà la sorte.

Suvvia, volgi lo sguardo all'umanità intera: dappertutto c'è ampio e costante materia di pianto: la laboriosa indigenza chiama l'uno ad una quotidiana fatica; l'ambizione, mai doma, pungola un altro; un altro è in ansia per le proprie ricchezze, che aveva desiderato, e lavora per il suo stesso oggetto di voto; la solitudine tormenta l'uno, la fatica l'altro; la ressa che affolla in continuazione il vestibolo (tormenta) un altro; questo si lagna d'avere prole, questo di averla persa; le lacrime ci verranno meno prima che i motivi del dolerci. Non ti rendi conto di quale vita la natura ci ha promesso, la quale prima cosa volle fosse il pianto dei neonati? Nasciamo con questo preludio, e l'intero ordine degli anni a venire s'accorda con esso. Così viviamo, e perciò dobbiamo fare con moderazione ciò che è da farsi spesso; e, quando osserviamo quante e quali tristezze c'incombono alle spalle, dobbiamo, se non proprio asciugare le lacrime, almeno conservarne. E in effetti, non c'è nulla che meriti d'esser risparmiato che questo, di cui tanto frequente è l'uso.

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