Damone e Finzia (Versione latino Valerio Massimo)

VERSIONE DA Versioni Latine per il Biennio sez. 8 N° 177

Damon et Phintia, pythagoricae disciplinae discipuli, fidelissimam inter se amicitiam iunxerant.

Damone e finzia, discepoli della disciplina pitagorica, avevano stretto tra di loro una fedelissima amicizia.

Infatti, avendo il tiranno di Siracusa Dioniso decretato che uno di questi fosse ucciso ed avendo quello ottenuto dal tiranno del tempo per sistemare le sue cose. partito verso casa, prima di esporsi alla morte, l’altro si fece garante col tiranno del suo ritorno. Era stato liberato dal pericolo di morte il giovane che già aveva tenuto la testa posta sotto la spada del carnefice; gli aveva posto sotto la sua testa colui che avrebbe potut vivere tranquillamente.

Tutti dunque e soprattutto Dioniso osservavano il risultato di quel fatto insolito ed incerto. Avvicinandosi poi il giorno stabilito e non tornando quello, ciascuno accusava di stoltezza ub garante tanto sconsiderato. Ma quel giovane andava dicendo di non temere affatto riguardo alla fermezza dell’amico.

D’altra parte nel medesimo momento ed ora fissata da Dioniso sopraggiunse l’ amico. Il tiranno avendo ammirato il coraggio di entrambi, condonò il supplizio e inoltre li pregò di accoglierlo come terzo nel loro patto di amicizia. Queste sono dunque le forze dell’ amicizia, che poterono produrre la noncuranza della morte, spegnere la dolcezza della vita, ammansire la crudeltà, trasformare l’odio in amore, scambiare la punizione con un premio.

Damone e Finzia
versione di latino di VALERIO MASSIMO
VERSIONE DAL LIBRO EXPEDITE

Damone e Finzia, filosofi Pitagorici e uomini di eccellente virtù, avevano stretto amicizia tra loro. Dioniso, tiranno Siracusano, avendo condannato una di queste persone e questo avesse ottenuto del tempo da lui affinché, prima che morisse, fosse ritornato a casa e che sistemasse le sue cose, l’altro non esitò a dare sé in qualità di garante per il ritorno dell’amico. Era liberato dal pericolo di morte colui che poco prima aveva la testa sottomessa; alla stessa spada aveva assoggettato la sua testa quello che poteva vivere sicuro. Allora tutti per primo Dioniso spiavano la novità e l’esito incerto della cosa. Poiché era prossimo il giorno stabilito né quello essendo ritornato, il tanto temerario garante condannava ognuno di stupidità, ma quello proclamava di non essere in apprensione per la fermezza dell’amico: infatti nello stesso momento e ora sopraggiunse da Dioniso l’altro con le leggi.

Valerio Massimo, detti e fatti memorabili, 4. 7. ext. 1 PASSO ORIGINALE

Haeret animus in domesticis, sed aliena quoque bene facta referre Romanae urbis candor hortatur.

L'animo è tutto preso a contemplare patrii (episodi di virtù); ciononostante, la purezza morale (tipica) di Roma c'invoglia a riportare esempi di virtù morale [bene facta] inerenti anche a popoli stranieri. Damone e Finzia - (due) iniziati al segreto culto pitagorico - avevano stretto tra loro un'amicizia così sincera e leale che, volendo Dioniso - (tiranno) siracusano - uccidere uno dei due, e quello avendo implorato di procrastinare l'esecuzione, in modo da porter tornare al suo paese e mettere ordine alle sue cose - l'altro non esitò a farsi garante presso il tiranno del suo ritorno. La vittima dell'imminente esecuzione si trovava fuori pericolo, mentre l'altro, cui era lecito vivere, si era sottoposto lui stesso alla scure del boia [lett. a quella…]. Tutti, dunque, e in primo luogo (proprio) Dioniso, attendevano con impazienza [speculabantur] l'esito di una situazione dai risvolti così inusitati ed incerti. Poi, essendo oramai prossimo il giorno stabilito (per l'esecuzione), e non tornando ancora il giovane designato [lett. illo] (all'esecuzione stessa), chiunque deprecava la stoltezza dell'incauto garante [ovvero, del giovane ch'era rimasto a fare da garante all'amico]. Di tutta risposta [at], quello ribadiva di non nutrire alcun dubbio [lett. timore] a riguarda della ferma lealtà [constantia] dell'amico. Giunti il giorno e l'ora fissati da Dioniso per l'esecuzione, (puntuale) si presentò il giovane che aveva ottenuto la dilazione (della condanna) [precisamente "eam" va riferito ad "hora"]. Ammirato dalla lealtà e dal coraggio di entrambi, il tiranno concesse il perdono e anzi li pregò di accoglierlo, come terzo, nella loro cerchia d'amicizia, a patto di reciproca lealtà e benevolenza. Tale è, dunque, il valore e la forza dell'amicizia [trattandosi di una domanda retorica che presuppone una risposta fortemente positiva, tanto vale renderla come affermazione]: tale la sua potenza [potuerunt, riferito a "vires"] di ingenerare il disprezzo della morte, di estinguere il desiderio della vita, di ammansire la crudeltà, di mutare l'odio in amore, la pena in grazia! A tale (valore e potenza) si deve tanta venerazione quanto agli dei immortali! Questi ultimi, infatti, preservano la salute pubblica [lett. la costruz. è al pass. ], i primi [i valori dell'amicizia] invece salvaguardano la salute privata, e come i templi sono le sacre dimore degli dèi, così gli animi puri e leali degli uomini sono, a loro modo, come dire, gli scrigni dell'amicizia, (scrigni) ricolmi di umana, sacra spiritualità [sanctu spirito].

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