Una donna attaccabrighe - Versione Valerio Massimo

Una donna attaccabrighe
versione di latino di Valerio Massimo

Ne de his quidem feminis tacendum est, quas condicio naturae et verecundia stolae ut in foro et iudiciis tacerent cohibere non valuit.

E non bisogna tacere di queste donne che la condizione di natura, la verecondia dell'abito non servì a trattenerele perché non parlassero nel foro e nei tribunali.

C. Afrania, moglie del senatore Licinio Buccone, propensa alle liti, parlò sempre in proprio favore davanti al pretore, non perché gli mancassero gli avvocati, ma perché era piena di impudenza. E così, con insolite urla con assiduità dandosi da fare instancabilmente nei tribunali, diventò l'esempio più famoso della cavillosità femminile, al punto che il nome di C.

Afrania è usato per il crimine delle donne dai costumi licenziosi. Visse poi fino al secondo consolato di Caio Cesare e Publio Servilio: infatti di un simile mostro si deve tramandare il ricordo del tempo in cui morì piuttosto che di quello in cui nacque. Ortensia, figlia di Quinto Ortensio, tessendo stati imposti dai triumviri gravi tributi alle matrone e non osando nessuno prendere le (loro) difese, lei discusse con coraggio e felicemente la causa preso triumviri imitando infatti l'eloquenza di suo padre, ottenne l'esonero dalla maggior parte dei tributi per le donne.

Quinto Ortensio sembrò allora rivivere nella figlia ed ispare le parole: del quale se i posteri di sesso maschile avessero voluto emulare l'efficacia, la grande eredità di Ortensio non sarebbe terminata con la sola orazione di una donna

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