Una stola muliebre tra le toghe del tribunale

Valerio Massimo la lingua delle radici
Inizio: Ne de his quidem feminis tacendum est, quas condicio naturae et verecundia stolae Fine: sit ortum memoriae tradendum est.

E non bisogna tacere di queste donne che la condizione di natura, la verecondia dell'abito non servì a trattenerele perché non parlassero nel foro e nei tribunali.

C. Afrania, moglie del senatore Licinio Buccone, propensa alle liti, parlò sempre in proprio favore davanti al pretore, non perché gli mancassero gli avvocati, ma perché era piena di impudenza.

E così, con insolite urla con assiduità dandosi da fare instancabilmente nei tribunali, diventò l'esempio più famoso della cavillosità femminile, al punto che il nome di C.

Afrania è usato per il crimine delle donne dai costumi licenziosi. Visse poi fino al secondo consolato di Caio Cesare e Publio Servilio: infatti di un simile mostro si deve tramandare il ricordo del tempo in cui morì piuttosto che di quello in cui nacque.

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