I prigionieri ateniesi nelle latomie di Siracusa - Tucidide versione greco kata logon

I prigionieri ateniesi nelle latomie di Siracusa

VERSIONE DI GRECO di Tucidide
TRADUZIONE dal libro Katalogon pag.

291
INIZIO...Τους δ εν ταις λιθοτομιας οι Συρακοσιοι ϰαλετως...
FINE ομως δε ουκ ελασσους επτακισϰιλιων

Τοὺς δ' ἐν ταῖς λιθοτομίαις οἱ Συρακόσιοι χαλεπῶς τοὺς πρώτους χρόνους μετεχείρισαν. Ἐν γὰρ κοίλῳ χωρίῳ ὄντας καὶ ὀλίγῳ πολλοὺς οἵ τε ἥλιοι τὸ πρῶτον καὶ τὸ πνῖγος ἔτι ἐλύπει διὰ τὸ ἀστέγαστον καί αἱ νύκτες ἐπιγιγνόμεναι τοὐναντίον μετοπωριναὶ καὶ ψυχραὶ τῇ μεταβολῇ ἐς ἀσθένειαν ἐνεωτέριζον, πάντα τε ποιούντων αὐτῶν διὰ στενοχωρίαν ἐν τῷ αὐτῷ καὶ προσέτι τῶν νεκρῶν ὁμοῦ ἐπ' ἀλλήλοις ξυννενημένων, οἳ ἔκ τε τῶν τραυμάτων καὶ διὰ τὴν μεταβολὴν καὶ τὸ τοιοῦτον ἀπέθνῃσκον, καὶ ὀσμαὶ ἦσαν οὐκ ἀνεκτοί, καὶ λιμῷ ἅμα καὶ δίψῃ ἐπιέζοντο (ἐδίδοσαν γὰρ αὐτῶν ἑκάστῳ ἐπὶ ὀκτὼ μῆνας κοτύλην ὕδατος καὶ δύο κοτύλας σίτου), ἄλλα τε ὅσα εἰκὸς ἐν τῷ τοιούτῳ χωρίῳ ἐμπεπτωκότας κακοπαθῆσαι, οὐδὲν ὅτι οὐκ ἐπεγένετο αὐτοῖς· καὶ ἡμέρας μὲν ἑβδομήκοντά τινας οὕτω διῃτήθησαν ἁθρόοι· ἔπειτα πλὴν Ἀθηναίων καὶ εἴ τινες Σικελιωτῶν ἢ Ἰταλιωτῶν ξυνεστράτευσαν, τοὺς ἄλλους ἀπέδοντο. Ἐλήϕθησαν δὲ οἱ ξύμπαντες, ἀκριβείᾳ μὲν χαλεπὸν ἐξειπεῖν, ὅμως δὲ οὐκ ἐλάσσους ἑπτακισχιλίων

TRADUZIONE n. 1

I siracusani per i primi tempi trattarono aspramente coloro che erano nelle latomie (cave di pietra).

Infatti essendo molti in un luogo piccolo e incavato, i raggi del sole innanzitutto e l’aria irrespirabile per mancanza di tetto li tormentavano e al contrario giungendo le notti autunnali portavano con il cambiamento (di temperatura) alla malattia, poiché facevano i loro bisogni nello stesso posto e poiché inoltre stavano ammucchiati insieme agli altri i cadaveri, quelli che morivano a causa delle ferite, per il cambiamento di temperatura e per questa situazione.

Gli odori erano insopportabili, ed erano oppressi sia dalla sete che dalla fame (davano in fatti loro ogni giorno una cotila d’acqua e due cotile di frumento, e tutte le altre cose che in tale luogo è verosimile che soffrissero le persone, non c’era niente che non li colpisse: e circa sessanta giorni vissero così ammucchiati: poi eccetto gli Ateniesi e tutti quei Siciliani o Italici che avevano partecipato alla spedizione, restituirono gli altri e, benché sia difficile dirlo con esattezza, tutti quanti presero comunque non meno di settemila.

Traduzione n. 2

Nelle cave di pietra il trattamento imposto nei primi tempi dai Siracusani fu durissimo: a cielo aperto, stipati in folla tra le pareti a picco di quella cava angusta, in principio i detenuti patirono la sferza del sole bruciante, e della vampa che affannava il respiro. Poi, al contrario, successero le notti autunnali, fredde, che col loro trapasso di clima causavano nuovo sfinimento e più gravi malanni. Per ristrettezza di spazio si vedevano obbligati a soddisfare i propri bisogni in quello stesso fondo di cava: e con i mucchi di cadaveri che crescevano lì presso, gettati alla rinfusa l'uno sull'altro, chi dissanguato dalle piaghe, chi stroncato dagli sbalzi di stagione, chi ucciso da altre simili cause, si diffondeva un puzzo intollerabile. E li affliggeva il tormento della fame e della sete (poiché nei primi otto mesi i Siracusani gettavano loro una cotila d'acqua e due di grano come razione giornaliera a testa). Per concludere, non fu loro concessa tregua da nessuna delle sofferenze cui va incontro gente sepolta in un simile baratro. Per circa settanta giorni penarono in quella calca spaventosa. Poi, escluse le truppe ateniesi, siceliote o italiote che avevano avuto responsabilità diretta nella spedizione, tutti gli altri finirono sul mercato degli schiavi. Il dato preciso sul numero effettivo dei prigionieri è difficile da stabilire con rigore: comunque non fu inferiore a settemila

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