Uragani terrificanti - Versione latino Lucrezio

Fulmina gigni e crassis alteque extructis nubibus putandum est: nam nulla mittuntur unquam caelo sereno vel leviter densis nubibus.

Il fulmin sia dalle profonde e dense Nubi;

poiché già mai dal ciel sereno Non piomba o dalle nuvole men folte. E ben questo esser vero aperto mostra, Ch'allor s'addensan d'ogn'intorno in aria Le nubi in guisa tal che giureresti Che tutte d'Acheronte uscite l'ombre Rïempisser del ciel l'ampie caverne: Tal, insorta di nembi orrida notte, Ne sovrastan squarciate e minaccianti Gole di timor freddo, allor che prende Fulmini a macchinar l'atra tempesta. In oltre: assai sovente un nembo oscuro, Quasi di molle pece un nero fiume, Tal dal cielo entro al mar cade nell'onde E lungi scorre, e di profonda e densa Notte caliginosa intorno ingombra L'aria, e trae seco a terra atra tempesta Gravida di saette e di procelle, E tal principalmente ei stesso è pieno E di fiamme e di turbini e di venti, Ch'in terra ancor d'alta paura oppressa Trema e fugge la gente e si nasconde. Tal sovra 'l nostro capo atra tempesta Forza dunqu'è che sia; chè né con tanta Caligine oscurar potriano il mondo Le nuvole, se molte unite a molte Non fosser per di sopra e i vivi raggi Escludesser del sol, né con sì grande Pioggia opprimer potrian la terra in guisa Ch'i fiumi traboccar spesso e i torrenti Facessero e notar nell'acque i campi, Se non fosse di nuvole altamente Ammassate fra lor l'etere ingombro. Dunque di questi fochi e questi venti È pieno il tutto; e per ciò freme e vibra Folgori d'ogn'intorno irato il cielo. Con ciò sia che poc'anzi io t'ho dimostro Che molti di vapor semi in sè stesse Han le concave nubi, e molti ancora D'uop'è che dall'ardor de' rai del sole Glie ne sian compartiti. Or; questo stesso Vento ch'in un sol luogo, ovunque scorre, Le unisce a caso e le comprime e sforza. Poichè spressi ha d'ardor molti principii E con lor s'è mischiato; ivi s'aggira Profondamente insinuato un vortice, Che dentro a quelle calde atre fornaci Aguzza e tempra il fulmine tremendo; Che per doppia cagion ratto s'infiamma; Con ciò sia che si scalda e pel suo rapido Moto e del foco pel contatto. E quindi Non sì tosto per sè ferve agitata L'energia di quel vento o gravemente Delle fiamme l'assal l'impeto acerbo, Che tosto allor quasi maturo il fulmine Squarcia l'opaca nube, e di corrusco Splendor l'aere illustrando il lampo striscia; Cui tal grave succede alto rimbombo, Che repente spezzati opprimer sembra Del ciel gli eccelsi templi. Indi un gelato Tremor la terra ingombra, e d'ogn'intorno Scorron per l'alto ciel murmuri orrendi; Chè tutta quasi allor trema squassata La sonora tempesta e freme e mugge: Per lo cui squassamento alta e feconda Tal dall'etra cader suole una piova, Che par che l'etra stesso in pioggia vòlto Siasi e che tal precipitando in giuso Ne richiami al diluvio. Or sì tremendo Suon dal ratto squarciarsi in ciel le nubi Vibrasi e dalla torbida procella Del vento in lor racchiuso, allor che vola Con ardente percossa il fulmin torto. Tal volta ancor l'impetuosa forza Del vento esternamente urta e penètra Qualche nube robusta e di maturo Fulmin già pregna; onde repente allora Quel vortice di fuoco indi ruina Che noi con patria voce appelliam fulmine: E lo stesso succede anche in molt'altre Parti, dovunque un tal furore il porta. Succede ancor che l'energia del vento, Ben che senz'alcun foco in giù vibrata, Pur tal or, mentre viene, arde nel lungo Corso, tra via lasciando alcuni corpi Grandi che penetrar l'aure egualmente Non ponno, e dallo stesso aere alcuni altri Piccioletti ne rade i quai volando Misti in aria con lui formin la fiamma: Qual, se robusta man di piombo un globo Con girevole fionda irata scaglia, Ferve nel lungo corso, allor che molti Corpi d'aspro rigor tra via lasciando Nell'aure avverse ha già concetto il foco. Ma suole anco avvenir che dello stesso Colpo l'impeto grave ecciti e svegli Le fiamme, allor che ratto in giù vibrato Senza foco è del vento il freddo sdegno: Poichè, quando aspramente ei fiede in terra, Pôn da lui di vapor molti principii Tosto insieme concorrere e da quella Cosa che 'l fiero colpo in sè riceve; Qual s'una viva pietra è da temprato Acciar percossa, indi scintilla il foco, Nè, perché freddo ei sia, quei semi interni Di cocente splendor men lievi e ratti Concorrono a' suoi colpi. Or dunque in questa Guisa accendersi ancor posson le cose Dal fulmin, se per sorte elle son atte La fiamma a concepir: né puote al certo Mai del tutto esser freddo il vento, allora Che con tanto furor dall'alte nubi Scagliato è in terra sì che, pria nel corso Se col foco non arse, almen commisto Voli col caldo e a noi tiepido giunga.

Ma che 'l fulmine il moto abbia sì rapido E sì grave e sì acerba ogni percossa, Nasce perché lo stesso impeto innanzi Per le nubi incitato in un si stringe Tutto e di giù piombar gran forza acquista Indi, allor che le nubi in sè capire L'accresciuta lor forza omai non ponno, Spresso è 'l vortice accolto, e però vola Con furia immensa; in quella guisa a punto Che da belliche macchine scagliati Volar sogliono i sassi. Arrogi a questo; Ch'ei di molti minuti atomi e lisci Semi è formato; e contrastare al corso Di natura sì fatta è dura impresa; Ch'ei ne' corpi s'insinua e per lo raro Penetra, onde per molti urti ed intoppi Punto non si ritien ma striscia ed oltre Vola con ammirabile prestezza: In oltre; perché i pesi han da natura Tutti propensïon di gire al centro, E, s'avvien che percossi esternamente Sian da forza maggior, tosto s'addoppia La prontezza nel moto e vie più grave Divien l'impeto loro, onde più ratto E con più vïolenza urti e sbaragli Tutto ciò ch'egl'incontra e non s'arresti. Al fin; perché con lungo impeto scende, D'uopo è che sempre agilità maggiore Prenda che più e più cresce nel corso, E 'l robusto vigor rende più forti E più fieri i suoi colpi e più pesanti; Poichè fa che di lui tutti i principii Che gli son dirimpetto il volo indrizzino Quasi in un luogo sol, vibrando insieme Tutti quei che 'l suo corso ivi han rivolto. Forse e dall'aria stessa alcuni corpi Seco trae, mentre vien, che crescer ponno Con gli urti lor la sua prontezza al moto. E per cose penètra intere, e molte Ne passa intere e salve, oltre volando Pe' lor liquidi pori. Ed anco affatto Molte ne spezza, allor che i semi stessi Del fulmine a colpir van delle cose Ne' contesti principii e 'nsieme avvinti. Dissolve poi sì facilmente il rame E 'l ferro e 'l bronzo e l'òr fervido rende, Perchè l'impeto suo fatto è di corpi Piccioli e mobilissimi e di lisci E rotondi elementi, i quai s'insinuano Con somma agevolezza e insinuati Sciolgon repente i duri lacci e tutti Dell'interna testura i nodi allentano. Ma vie più nell'autunno i templi eccelsi Del ciel di stelle tremole splendenti Squassansi d'ogni intorno e tutta l'ampia Terra, e allor che ridente il colle e 'l prato Di ben mille color s'orna e dipinge; Con ciò sia che nel freddo il foco manca, Nel caldo il vento, e di sì denso corpo Le nuvole non son. Ne' tempi adunque Di mezzo, allor del folgore e del tuono Le varie cause in un concorron tutte: Chè lo stretto dell'anno insieme mesce Col freddo il caldo; e ben d'entrambi è d'uopo I fulmini a produrne, acciò che nasca Grave rissa e discordia e furibondo Con terribil tumulto il cielo ondeggi E dal vento agitato e dalle fiamme.

Chè del caldo il principio e 'l fin del pigro Gelo è stagion di primavera; e quindi Forz'è che l'un con l'altro i corpi avversi Pugnino acerbamente e turbin tutte Le miste cose: e del calor l'estremo Col principio del freddo è 'l tempo a punto Ch'autunno ha nome, e in esso ancor con gli aspri Verni pugnan l'estati; onde appellarsi Debbon queste da noi guerre dell'anno Nè per cosa mirabile s'additi Ch'in sì fatta stagion fulmini e lampi Nascan più ch'in null'altra ed agitati Molti sian per lo ciel torbidi nembi; Con ciò sia che con dubbia aspra battaglia Quinci e quindi è turbata, e quinci e quindi Or l'incalzan le fiamme or l'acqua e 'l vento. Or questo è specular l'interna essenza Dell'ignifero fulmine, e vedere Con qual forza ei produca i vari effetti; E non, sossopra rivolgendo i carmi Degli aruspici etruschi, i vari segni Dell'occulto voler de' sommi dèi Cercar senz'alcun frutto; ond'il volante Foco a noi giunga, e s'ei quindi si volga A destra od a sinistra, ed in qual modo Penetri dentro a' chiusi luoghi, e come Quindi ancor trïonfante egli se n'esca, E qual possa apportar danno a' mortali Dal ciel piombando il fulmine ritorto. Chè se Giove sdegnato e gli altri numi I superni del ciel fulgidi templi Con terribile suon scuotono e ratte Lancian fiamme ed incendi ove gli aggrada: Dimmi ond'è ch'a chiunque alcuna orrenda Scelleraggin commette il seno infisso Non fan che fiamme di fulmineo tèlo Aneli, e caggia, a' malfattori esempio Acre sì ma giustissimo? e più tosto Chi d'alcun'opra rea non ha macchiata La propria coscïenza, entro alle fiamme È ravvolto innocente, e d'improvviso È dal foco e dal fulmine celeste Sorpreso e in un sol punto ucciso ed arso? E perché ne' diserti anco alle volte Vibrangli, e l'ire lor spargono al vento? Forse con l'esercizio assuefanno La destra a fulminar? forse le braccia Rendono allor più vigorose e dotte? Perchè soffron ch'in terra ottuso e spento Sia del gran padre il formidabil tèlo? Perchè Giove il permette, e nol riserba Contro a' nemici? e perché mai no 'l vibra Finalmente e non tuona a ciel sereno? Forse, tosto ch'al puro aere succede Tempestosa procella, egli vi scende, Acciò quindi vicin l'aspre percosse Meglio del tèlo suo limiti a segno? In oltre: ond'è ch'in mar l'avventa, e l'acque Travaglia e 'l molle gorgo e i campi ondosi? E, s'ei vuol che del fulmine cadente Schivin gli uomini i colpi, a che no 'l vibra Tal che tra via si scerna? e, s'improvviso Vuol col foco atterrarne, e perché tuona Sempre da quella parte onde schivarsi Possa? e perché di tenebroso e scuro Manto innanzi il ciel cuopre, e freme e mugge? Forse credèr potrai ch'egli l'avventi Insieme in molte parti? o forse stolto Ardirai di negar ch'unqua avvenisse Che potesser più fulmini ad un tratto Dal cielo in terra ruinar? ma spesso Avvenne, e ben che spesso avvenga è d'uopo, Che, siccome le piogge in molte parti Caggion del nostro mondo, anco in tal guisa Caschin molte saette a un tempo stesso. Al fin; perché degli altri numi i santi Templi e l'egregie sue sedi beate Crolla con fulmin violento, e frange Spesso le statue degli dèi costrutte Da man dedalea, e con percossa orrenda Toglie all'imagin sua l'antico onore? E perché tanto spesso i luoghi eccelsi Ferisce; noi molti veggiam ne' sommi Gioghi d'un foco tal non dubbi segni? Nel resto; agevolmente indi si puote Di quei l'essenza investigar che i Greci Prestèri nominar dai loro effetti, E come e da qual forza in mar vibrati Piombin dall'alto ciel. Poichè tal ora Scender suol dalle nubi entro le salse Onde quasi calata alta colonna, Cui ferve intorno dal soffiar de' venti Gravemente commosso il flutto insano; E qualunque navilio in quel tumulto Resta sorpreso, allor forte agitato Cade in sommo periglio. ...

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