Fuga del Re Dario - Versione latino Curzio Rufo

Quello che segue è il brano classico

QUI invece puoi trovare la versione
tratta dal libro COMPITUM

Qui quella tratta dal libro DISCIPULUS

Dareus paucis fugae comitibus ad Lycum amnem contenderat; quo traiecto dubitavit an solveret pontem, quippe hostem iam adfore nuntiabatur.

Sed tot milia suorum, quae nondum ad amnem pervenerant ponte reciso videbat hostis praedam fore. Abeuntem, cum intactum sineret pontem, dixisse constat malle se sequentibus iter dare quam auferre fugientibus. Ipse ingens spatium fuga emensus media fere nocte Arbela pervenit. Quis tot ludibria fortunae, ducum agminum caedem multiplicem, devictorum fugam, clades nunc singulorum, nunc universorum, aut animo adsequi queat aut oratione conplecti? Propemodum saeculi res in unum illum diem proh! fortuna cumulavit.

Alii, qua brevissimum patebat iter, alii devios saltus et ignotas sequentibus calles petebant. Eques pedesque confusi sine cue, armatis inermes, integris debiles inplicabantur. Deinde misericordia in metum versa, qui sequi non poterant, inter mutuos gemitus deserebantur. Sitis praecipue fatigatos et saucios perurebat, passimque omnibus rivis prostraverant corpora, praeterfluentem aquam hianti ore captantes; quam cum avide turbidam hausissent, tendebantur extemplo praecordia premente limo, resolutisque et torpentibus membris, cum supervenisset hostis, novis vulneribus excitabantur.

Quidam occupatis proximis rivis deverterant longius, ut, quidquid occulti humoris usquam manaret, exciperent; nec ulla adeo avia et sicca lacuna erat, ut vestigantium sitim falleret. E proximis vero itineri vicis ululatus senum feminarumque exaudiebantur, barbaro ritu Dareum adhuc regem clamantium.

Dario, con pochi compagni di fuga, si era diretto verso il fiume Lico; dopo averlo varcato, era in dubbio se distruggere il ponte, giacché si diceva he il nemico stesse ormai per giungere.

Ma pensava che, una volta abbattuto il ponte, tante migliaia dei suoi, che non erano ancora giunti al iume, sarebbero stati preda del nemico. Si narra che nell’allontanarsi, lasciando il ponte intatto, abbia detto che preferiva agevolare il percorso agli inseguitori piuttosto che impedirlo ai fuggitivi. Egli, poi, dopo aver coperto con la fuga una grande distanza, giunse ad Arbela nel cuore della notte. Chi potrebbe immaginare nel suo animo od esprimere a parole tanti scherzi della fortuna, la strage così grande dei comandanti e delle truppe, la fuga degli sconfitti, le uccisioni ora dei singoli fra di tutti? Ahimé, la sorte accumulò quasi in quel solo giorno gli eventi di un secolo! Alcuni si dirigevano dove il cammino appariva loro il più breve, altri verso strade fuori mano e sentieri ignoti agli inseguitori.

Fanti e cavalieri alla rinfusa, senza una guida, uomini in armi si mischiavano agli inermi, i feriti ai sani. Quindi, mutatasi la pietà in paura, coloro che non potevano proseguire il cammino venivano abbandonati tra reciproci lamenti. La sete soprattutto tormentava gli uomini stremati e i feriti, e disordinatamente abbandonavano le membra su ogni riva, cervando di raccogliere a bocca aperta l’acqua che scorreva via; e poiché l’avevano bevuta, benché torbida, subito le loro visceri si tendevano per la pressione del fango, e con le membra intorpidite e rilassate venivano risvegliati da nuove ferite, essendo sopraggiunto il nemico.

Alcuni, poiché le rive più vicine erano occupate, si erano allontanati di più per raccogliere qualsiasi goccia di umidità nascosta e nessuna pozza era tanto inaccessibile e secca da ingannare la sete di quelli che cercavano. Dai villaggi più vicini alla strada si udivano le urla dei vecchi e delle donne, che con un barbaro rituale acclamavano Dario ancora re.

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